Cibo di guerra, 4

Full frame of light roasted coffee beans

Durante la guerra, miei nonni e mia madre abitavano a Roma, zona Esquilino, a un piano rialzato. Già nel ’42 il caffè non si trovava più, nemmeno al mercato nero. In casa mia nonna ne teneva una piccola scorta per quando mio nonno fosse stato sofferente con la gamba (maciullata nel corso della prima guerra mondiale). Per tutti i giorni si usava il caffè di cicoria, una sbobba orribile, raccontava, meglio niente.

E poi, Roma era ormai città aperta, quando mio nonno ebbe uno dei suoi attacchi, mia nonna fece il caffè vero. Dalla strada si levò un clamore: chi c’ha il caffè? Signò, un goccetto per amor di Dio! Senti un po’, chi è sto fortunato? Finestre subito richiuse, caffè trangugiato in fretta e così tanta paura di un assalto popolare che il resto dei chicchi fu macinato a guerra finita.

15 pensieri riguardo “Cibo di guerra, 4

  1. Certo che, vivendo come viviamo oggi, continuando a lamentarci per questo e quello nonostante tutte le comodità (e tutti i caffè) a portata di mano (e di bocca), mica ci rendiamo conto di quanto fosse dura la vita una volta… Ogni tanto sarebbe infatti utile pensarci a queste cose, a quello che ci hanno raccontato o ci raccontano ancora i nostri vecchi, uomini e donne straordinari che ne hanno viste (e sopportate) di tutti i colori. Ciao carissima, un abbraccio e buone festività pasquali.

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  2. Da romana:
    “Signo’chi c’ha il caffè? Signò, un goccetto per amor di Dio! Senti un po’, chi è sto fortunato? ”
    … così:
    “Signo’, chi c’ha er caffè? Signò, ‘n goccetto pe’ l’mo’ de Ddio! Senti ‘n po’, chi è sto fortunato? ”
    🤣🤣🤣🤣🤣

    Proprio vero. E soprattutto per i giovanissimi. Che chiedono e vogliono subito e quasi sempre hanno. Sete? Bevi! Fame? Mangia! Vuoi giocare? Gioca! E pure se sei in classe. Non li vedo impostati tanto bene. Parola di prof che a breve andrà in pensione e sa cos’è la rinuncia, il sacrificio, il controllo delle proprie necessità.

    Povero mondo futuro!
    Ciao carissima. Bel post!

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  3. Ricordi … anche mio nonno era a corto di caffè allora, ma lui aveva un bar ed era un bel problema. Allora dal paese andava in motocicletta a Palermo a comprarlo di contrabbando anche se non so come faceva poi a portarselo dietro

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      1. Io ricordo tutto quello che mi raccontavano e dopo quello che mi raccontava mia madre. Ricordo un’immagine, lo raccontava mia madre, dei soldati americani che andavano via e lasciavano ai cittadini (mia madre viveva a Castelvetrano) tutto il cibo in scatola che avevano in dotazione e che da noi non esisteva nemmeno, scatole di prosciutto in particolare e poi mi parlava di forme di formaggio che lasciavano rotolare dalla strada verso le case

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