Nessuna vistosa autorità regale, 16

immagine dal web

Si era messa in cammino subito dopo l’uccisone di Alexander. Perdeva sangue ed era debole, ma aveva latte per il piccolo. Con il diamante che restava dei gioielli cuciti nel suo corpetto, si era incamminata verso Bucarest. Non sapeva neppure quanti chilometri vi fossero da fare, non importava. Se fosse rimasta là avrebbero ucciso lei e il bambino. Era uscita di notte, sotto un vento terribile. All’alba un passaggio su un carro che andava verso sud. E poi un altro. Un tratto a piedi, un tratto sui carri dei contadini, senza mai parlare russo, solo tedesco. Parlare poco, sempre a testa bassa, che non vedano come sei bella, come sono fini i tuoi tratti e sottili i tuoi polsi. Portare la finezza come una colpa, un’accusa senza scampo.

Un po’ di pane secco, un pugno di noci da casa, qualche frutto dai contadini dei carri, quando vedevano il bambino. E tanto latte, tutta lei andava in latte e sangue. I vestiti che cadevano di dosso. Poi gli zingari. Come in ogni favola europea che si rispetti, ci sono gli zingari, o le fate. Mia moglie rendeva vere le favole. Qualunque cosa fossi stato pronto a bollare come frottola o storia buona per romanzi da quattro soldi, con lei era vera. Gli zingari, che io da storico avrei detto un fuoco ormai spento in Europa, per lei erano strumento di salvezza e buona compagnia. Forse c’era qualcosa di sbagliato nel modo di scrivere la storia, e lo cominciavo a pensare da storico. Forse esisteva un altro modo di conoscere, un modo che si trova nelle favole, quel modo che fa andare ogni cosa al posto giusto e tu dici: Sì! E’ così!, come se riconoscessi qualcuno sotto mentite spoglie.

Gli zingari l’avevano trovata addormentata sotto una quercia e l’avevano portata dalla loro regina. Lei aveva degli occhi terribili, come il fuoco che bruciava nel braciere.

Ti aiuterò, le disse, ma la salvezza può essere più dolorosa della sconfitta. Da lei Anastasia aveva accettato queste parole. C’era qualcosa in comune tra loro, l’antichità del sangue, che a quanto pare è tutto, per chi ce l’ha. Era stata bene nei loro carrozzoni, un po’ come a casa, e il piccolo era cullato dalle ruote.

Casa per lei è stata sia il palazzo sia il carrozzone. Casa è stata anche casa mia Era negli obblighi della corte e nella libertà dei nomadi, nei precettori e nei sobbalzi della strada, nel mio vecchio soggiorno, o non era in nessun posto, se non in questo sangue antico, troppo antico ormai, che conosceva tante forme, e sapeva stare con tutti.

Un sospiro lungo. Si stava avvicinando alla parte di storia che tutti conoscevamo dai giornali, ma il passaggio era difficilissimo anche da raccontare. Forse era andata avanti finora perchè lo aveva sepolto in sé stessa.

La piazza davanti al Palazzo Reale di Bucarest era enorme. La regina degli zingari le aveva detto

-Gente dura qui, capace di tutto. La regina lo sa e deve guardarsi. Fa quello che ti dice. Ti accompagneremo fino ai cancelli del palazzo. Buona fortuna Anastasia, sei un ricordo, come noi. Ma noi duriamo di più perchè siamo mendicanti. Dimentica, se puoi. Ricorda che avete molte colpe.

Il palazzo reale era piccolo, la brutta copia del palazzo degli zar, simile quanto bastava perchè il cuore di nuovo sanguinasse. Giorni lunghi vicino al palazzo, in attesa che la regina uscisse, in mezzo ad altri mendicanti sotto il portico, qualche ragazzino zingaro veniva a portarle un po’ di cibo o una moneta, senza farsi notare. Sotto i portici aspettava che uscisse Missy. Il piccolo piangeva sempre. Poi un giorno si issano le bandiere sul palazzo, un cannone tuona e poco dopo i cancelli si aprono. Si era appuntata i capelli come faceva da bambina, con due ciocche portate dalle tempie alla nuca, si era fatta largo fino al viale col piccolo. La carrozza dei reali era meno bella di quella dello zar –tutto su scala ridotta, come a dire So come si fa, ma questo è ciò che posso. Un attimo prima che i cavalli fossero davanti a lei, si era slanciata gridando Missy, Missy. Il movimento, o il grido, aveva attirato l’attenzione della regina che si era voltata, come si conviene a una regina, ruotando appena la testa sopra i merletti e le perle.

Allora lei era tornata bambina e piombando verso la carrozza aveva gridato a pieni polmoni

-Sono Nastj la birba, Missy! Missy!

Quale dei due nomi ha colpito la regina? Maria aveva sussultato come colpita da uno schiaffo. Non poteva fermarsi o parlare, ma si era girata ancora di più, a tempo per incrociare il suo sguardo. Il tuffo al cuore, il riconoscimento, la pena; e poi il suo capo per un attimo solo si era chinato, un attimo, perché una regina non abbassa mai la testa.

Una favola perfetta. Una favola da contadina. Adesso mi avrebbe detto che era entrata nel Palazzo Reale.

Mentre quella notte dormiva sotto al portico, uno zingaro l’aveva chiamata. Vieni, vieni subito, col solito fuoco negli occhi. Buia la piazza e buio un cancello, un giardino e corridoi, stanzette piccole. Il piccolo dormiva sprofondato e fuso in lei. Era strano che dormisse così e intanto intorno iniziavano salette piene di tappezzerie, tende, ricami e ninnoli, quel cattivo gusto che non c’era a Tsarkoe Selo e così confortevole per lei che viaggiava da un mese.

Buio fino alla regina, avvolta da un’ampia poltrona e da una vestaglia bianca. Gli occhi che la puntavano. Nel suo viso tutto è ritornato offerto con immagini che passavano una nell’altra come nel caleidoscopio e tiravano dentro senza che ci si possa opporre, Tsarkoje Selo, e le voci delle sorelle e di Alessio, i genitori, i tigli alti d’estate e tutto l’amore di un tempo, in un viso veduto poche volte da bambina e che tuttavia era anche sangue suo. Missy balzando in piedi mormora Anastasia, con paura e rispetto, una specie di inchino. Non si staccava dalle sue braccia.

– Dammi un passaporto Missy, fammi andare via- aveva supplicato

-Sì, sì- sussurrava lei accarezzandole la testa. Aveva lo stesso odore della zarina, talco e acqua di viole, quando l si chinava sui loro letti per impartire la benedizione per la notte. E da allora Anastasia odiava l’odore di viole. (Le avevo regalato la Violetta di Parma, appena arrivata a casa mia. Non l’aveva mai messo e ora sapevo perché. Stavo arrivando a sapere tutto. Ora, mentre il tempo finiva e non potevo fare più nulla.)

Missy accarezzava il capo del piccolo con parole terribili. Sei tu, me l’avevano detto ma non ci credevo. Sei in gran pericolo, sai? Ti cercano dalla Russia.. Sei un pericolo anche per me. L’ultimo Romanov…Nastj, sai cosa accadrebbe se lo trovassero?

E il piccolo tossiva, tossiva, gemeva!

Morirà, o lo uccideranno, se resta con te. Vi potete salvare solo separati, così siete troppo riconoscibili. Per salvarlo devi lasciarlo.

Aveva visto per un attimo tornare tutto, e sentiva ora cancellarsi tutto al tono di quella voce. E sentiva paura in quella voce, non pietà, come avrebbe dovuto essere, come sarebbe stato prima della rivoluzione. Lei era un problema per la cugina e nient’altro. Missy aveva fatto in fretta a chiudere col vecchio mondo. A Missy era sempre piaciuto stare bene, solo stare bene. Quella voce che aveva solo paura, pensava solo a ciò che chiunque farebbe.  E intanto dai tendaggi, dagli angoli oscuri della stanza venivano fuori persone nere, forse zingari. Anastasia era debolissima, e singhiozzava Missy, Missy.  Anche lei aveva paura. Tutto si chiudeva, niente tornava, durava o restava.

I due zingari sembrava che avessero le lacrime agli occhi, e lei non poteva aprire le mani e consegnare il piccolo. C’era come un nuovo cordone ombelicale, un tunnel lungo e buio che li univa di nuovo. E Missy ripeteva piano Nastj è necessario. Starà bene, colombella mia, credimi, e la sua voce intenerita scioglieva ogni legame, era un incantesimo, un precettore che correggesse gli errori di francese con dolcezza, qualcuno a cui appoggiarsi, qualcuno che sa come le cose dovevano essere fatte. Mia colombella ferita, abbi fede in Dio e in me. Lascia che ti aiuti e si salverà, vi salverete.

Aveva ragione. Dondolata dalla sua dolcezza, dalla sua pena, dal terrore per la sorte del piccolo, Anastasia aveva consentito alla nuova nascita. Aveva aperto le mani e lo zingaro più vecchio aveva preso il piccolo. Subito da bere una cosa forte e calda e Missy parlava piano, diceva non farti riconoscere, mai. Cerca una vita nascosta, mi raccomando Nastj. Hai nemici pericolosi. Io negherò sempre, per il tuo bene, d’averti riconosciuta e salvata. Sempre, mai, sempre, mai. Chiudere chiudere. Era caduta addormentata in un sonno improvviso, la bevanda doveva essere drogata.

Adesso piangeva e temevo che le facesse male.

-Ha avuto paura- ho detto piano

-Tu no, mai. Sei stato molto coraggioso. E’ stato bello trovare chi non avesse paura. Sei un vero re –

Forse era questa la vera investitura. Alla terza volta. Ma è difficile accettare di essere nominato re su una vecchia Ford impolverata, in mezzo alla campagna della Virginia, con una camicia sudata addosso e ricercato dalla Polizia. Ha continuato il racconto da sola, senza mie domande.

Nessuna vistosa autorità regale, 15

Ce ne stiamo andando, stiamo finendo e tu devi darmi una consolazione, devi darmi un senso perché da quando ti ho sposato sono senza senso. Se sei figlia di re, sai che la gente della tua razza, è finita in modi più gloriosi, uccisi in modo eroico. Montezuma, Luigi XVI e Maria Antonietta, Cesare, i tuoi genitori. Le loro ultime parole, l’ultimo sguardo, contesi da storici e nostalgici. Sono diventati immaginette, spesso odiate, nella memoria collettiva. La tua fine, la nostra fine, è invece in questa strada dritta, che corre nella grassa terra americana, in qualche piazzola di sosta, dove saremo presi da una pattuglia di agenti sudati, e nessuno si ricorderà mai di noi.

Così l’America fa finire i re. L’Europa li ammazza, l’America li spegne; li impantana nella rete della sanità nazionale, della sicurezza pubblica, che è un altro modo di uccidere. Ti ricordi il manicomio?

E’ che non posso credere che finisca così. In qualche modo un re deve continuare a esistere da qualche parte. Un mondo senza re, sarebbe troppo strano. Adesso che non possiamo più dare la colpa a nessuno, che nessuno è responsabile di niente e i poteri sono nebbiosi, fatti di molte persone, ognuna innocente e colpevole al tempo stesso, il re nascosto e dimenticato ci sta bene.

-Davvero non resta nulla?- mi esce una voce un po’ suadente, falsa, speriamo che non se ne accorga.

– Niente-

-Qualcosa sì. Qualcosa a cui non vuoi pensare. Che non ti ho mai chiesto-

-Sei buono, tu. Non hai mai chiesto nulla. E io ho preso tutto, ho fatto come volevo-

-Tutti abbiamo preso. Ma resta qualcosa di cui non sai più niente-

Lei si volta finalmente verso di me. C’è ancora un alone rosso di Ketchup sulla guancia e gli occhietti infossati tra le rughe sono una risalita da un’acqua torbida.

-Tuo figlio-

Non avevamo mai parlato del figlio che aveva avuto dal soldato. Nemmeno il tribunale tedesco aveva mai esaminato la questione. Ai tempi del processo bisognava solo appurare se era Anastasia o no, il resto non era importante. Oppure era una cosa troppo importante. Perché se un figlio ancora esisteva avrebbe avuto diritto all’eredità, in caso di morte di Anastasia, e al trono, se la Russia fosse mai tornata alla monarchia. E questo non doveva essere. In un mondo senza colpevoli le cose non devono durare o ritornare. Non si deve giurare.

Lei si passa una mano sull’alone di Ketchup.

-Sarà vivo?- chiede. Anche lei sente che il tempo sta finendo.

-Sì, deve esserlo. Sarà più grande di me-

Scuote il capo –Vivo..- mormora

-Vivo, perché no?-

-Dove?-

-Non lo so. In Europa credo-

In Europa, dove ancora qualcuno conserva tutto, i mobili e le pietre antiche. Il resto del mondo va in linea retta, senza provare nostalgia; ma in Europa ancora vi sono posti pieni di rimpianto per un passato in cui si era gloriosi. L’Italia, ad esempio, o la Francia.

-Com’è andata?- chiedo alla schiena che ora lei mi rivolge, tutta protesa a guardare fuori dal finestrino.

Si gira pesante come una roccia. il viso vecchissimo, che crolla ai alti della bocca. Una montagna, un dirupo immenso. Una cosa veneranda e paurosa.

-E’ nato di notte. In Romania. A Baia Mare, dove io e Alexander ci eravamo rifugiati vendendo i gioielli del mio corpetto per passare la frontiera. Alexander era ubriaco ai piedi del letto. A ogni doglia beveva dalla bottiglia. Mi guardava con occhi pieni di lacrime. Allora mi chiamò Granduchessa, non l’aveva mai fatto prima, prima non mi chiamava, mi prendeva e basta. Quando stava per fare entrare la levatrice mi ha ordinato di non parlare russo, ma i dolori crescevano e crscevano e non capivo più niente e così, non so come, ho gridato in russo Gran Madre di Dio aiutami, e lui ha scagliato la bottiglia contro il muro. Dopo quel grido la levatrice sembrava che mi abbaiasse, mi odiava. C’era poca luce, le lenzuola erano sporche. Io piangevo, ma non per il dolore, perché mio figlio nasceva in quel modo. E poi…-

-Poi?-

– E’ nato. Era avvolto in stracci quando la donna me l’ha dato. Era bellissimo e mi ha guardato dritto negli occhi.-

-E poi?-

Si agita sul sedile. Si rimette a guardare fuori, i campi arati, la terra nera.

-E poi, e poi. E’ tutto qui. Qui c’è il mio delitto. Io non so se il russo mi è uscito perché in quei dolori non mi controllavo più, o per vendicarmi di Alexander. Forse per vendicarmi. Sicuro, per vendicarmi. Non me lo perdonerò mai. Tre giorni dopo lo hanno ucciso. Gli hanno sparato in strada. Due uomini che parlavano uno strano tedesco. Era sera, le case intorno tutte chiuse. Ho avuto paura, ma di lui non mi importava-

E’ agitatissima, ha chiazze rossastre sotto gli occhi.

-Delitto….non direi-

-L’ho rivelato. L’ho tradito con quattro parole russe. Già tutti intorno erano sospettosi, mi guardavano severi anche se badavo a parlare solo tedesco o stavo zitta. E lui…è vero, aveva sparato come gli altri, però mi aveva salvato la vita.

-Forse badava ai tuoi gioielli. E alla tua bellezza-

-Però mi aveva salvato. Un re è grato per sempre a chi gli salva la vita. E io invece l’ho consegnato con quattro parole russe. Merito tutto quel che c’è stato dopo. Ho tradito il mio sangue, gli obblighi del mio sangue-

la regalità è anche questo sentimento di colpa, dunque. Un re deve vedere gli obblighi. Ma questo che senso di colpa deposita su chi nega gli obblighi?.

-E il mio delitto mi ricaduto addosso. Ero in Romania e in Romania era regina mia cugina Maria. Missy-

Le foto che avevo visto di Maria di Romania quando cercavo notizie su Anastasia erano di una bella donna, dagli occhi pieni di desiderio, fotografata con tiare e tuniche, come un’attrice che interpretasse il ruolo di una principessa orientale.

-A Tsarkoe Selo si parlava di lei solo se stava arrivando e le voci si abbassavano. Era criticata, ma nessun cattivo esempio doveva giungere a noi ragazze, soprattutto se era della famiglia. Ho saputo tutto dopo, dalle due cameriere che erano con noi a Ekaterinburg. Là le giornate erano lunghe e noiose. Preghiere, ricamo e poi chiacchiere. Appena la zarina si allontanava per riposare, noi ragazze ci facevamo dire tutti i pettegolezzi dalle cameriere. A loro non pareva vero, credo che si sentissero importanti. E così ho saputo di Missy. Aveva avuto molti amanti e un figlio…un figlio da un principe rumeno, dato a un orfanotrofio tedesco. E così ha fatto col mio, sapeva come si faceva- la voce le si spezza.

Rallento, ma non mi fermo. Il movimento facilitava il flusso di confessione. Dava l’idea realistica della vita come scorrere e di assecondare lo scorrere raccontando. Non dovevo consolarla, dovevo invece pressarla, o non avrebbe detto più nulla.

-Cioè? Cosa ha fatto?-

Nessuna vistosa autorità regale, 14

Quando sono tornato al motel, dopo Janine e il barista, Anastasia era seduta sul bordo del letto e non sembrava essersi accorta della mia assenza. La stanza aveva odore di chiuso. I rammendi delle lenzuola, le tende polverose, entravano nella coscienza con tutta la loro abiezione. Le cose che si sopportavano per una notte d’amore io le sopportavo per una fuga.

-Andiamo, ci cercano-

il suo respiro era pesante, terminava con un sibilo. Ha annuito ed è andata in bagno. Lo scroscio dell’urina e dell’acqua. Il dono ricevuto mentre mi alleggerivo sulla prostituta, la figura di Anastasia giovane, si disintegrava, sogno malato, miraggio, fantasma.

Lei si è accomodata nel sedile, è stata in silenzio finchè non siamo arrivati in aperta campagna, poi ha mormorato

-Rasputin- ha biascicato scuotendo la testa..

-Lui mi voleva perché ero io. Tutti gli altri perché ero Anastasia Romanova. Anche il soldato, quella notte a Ekaterinburg – e ha detto questo nome con rabbia, come se raspasse a una porta – mentre mi violentava, tremava e aveva paura perché ero la granduchessa. E tutti quelli dopo, anche loro mi hanno voluta per questo. Anche tu, nel tuo modo, mi hai voluto per questo e basta-

-Era così prima, ora non più-

Lei annuisce –E’ vero. Ora sono tua moglie nel modo giusto, e anche se il tempo sta finendo, non importa-

-Ancora no- e acceleravo prendendo l’autostrada -Sai pregare Anastasia? Hai mai pregato?-

-Pregavo, prima. Prima che uccidessero tutti. Poi ho smesso-

Pregavo sì. Pregavo che non finisse presto, che non finisse in modo ignobile, indegno di una donna che non aveva mai voluto niente. Quando il suo nome era famoso e tutti parlavano di lei a New York e i giornali pubblicavano la sua foto, avrebbe potuto sposare un americano ricco e sopravvivere bene, rilasciando interviste di tanto in tanto e facendosi fotografare seduta su un bel divano, con qualche figlio, e tappeti persiani sotto i piedi. Qualche riccone americano, desideroso d’Europa, avrebbe volentieri sposato la bella donna che lei era negli anni trenta. Ma lei ha preferito non avere nulla, che accontentarsi. E finiva con me, su qualche strada americana, in qualche clinica o prigione, dopo anni di gatti e patate. Regale, ma triste.

-Ho fame- Un altro bar accanto a un distributore, sotto alberi alti. Tutto verde, ben messo.

-Scendo io, cosa vuoi?-

-Un doppio hamburger  con salsa cheese e una Coca Cola-

Non era la colazione di una principessa, né di una contadina, né di una donna di ottant’anni, ma forse era la sua ultima colazione libera. E aveva qualcosa a che fare con la scelta di non sposare un riccone. Se non si poteva avere il filetto alla Stroganoff che veniva preparato nella  reggia degli zar, tanto vale un hamburger.

Bancone del bar americano, ultimo amico mio, altare su cui deposito la mia fuga e la mia disperazione per pochi attimi, per il tempo necessario a preparare un doppio hamburger e posso fare finta che tutto sia normale e giusto. Lo specchio mi restituisce la figura di un cinquantenne a pezzi, occhiaie, faccia pesta camicia sporca. Ehi mister, non sono io, c’è un errore, ridatemi la mi faccia, quella è la faccia di un uomo in fuga, di un uomo finito perché ha perso la sua bella amata. Invece io sto solo accompagnando chi dice di essere l’ultima Regina verso la fine, ma lo sapevo che doveva finire, siamo persone mature. Siamo americani coraggiosi. Non c’è bisogno di ridursi così.

Caffè con un dito di bourbon. Anche più di un dito, mister. Giusto per potersi voltare e affrontare il mondo saggio che da sempre evito.

-Cominci presto, eh?- ha fatto il cameriere. Ho scosso le spalle.

-Giusto per tenersi su-

 Quello mi ha fissato appena troppo a lungo e ho sentito sulla pelle tutti i pensieri della notte e l’abbraccio con Janine e il motel squallido, tutti tatuati sulla pelle. Gli sguardi obliqui delle persone ai tavoli erano i chiodi che fissavano una rana alla tavoletta dell’esperimento. Sono io, sono l’idiota americano che si è fatto incantare dalla regalità, come qualche nostro connazionale che pensava di comprare il Colosseo. Io forse ce l’ho fatta, forse ho avuto, ho comprato la regalità, ma ci ho girato attorno senza possederla davvero e ora me la stanno togliendo. Al prossimo distributore me la toglieranno. E non sapevo ancora togliere quei forse dal discorso, neppure alla fine della fuga.

Quando lei ha finito di mangiare, è sporca di ketchup gli angoli della bocca. In altri momenti l’avrei trovata odiosa, ma ora era tutto senza importanza. Tutto cadeva a lato, come foglie secche, restava solo quel po’ di strada che ancora avevamo e quel che conteneva. L’ho pulita come avrei pulito una bambina.

-Stai attenta- come se fosse fondamentale, ora che stavano per prenderci, farsi prendere puliti

Quando sono ripartito è avvenuta una cosa strana. Forse il bourbon, forse qualcos’altro. All’improvviso ho sentito l’aria fresca, profumata dei campi, e i rami degli alberi frusciare per il vento, e gli uccelli cantare in alto. Come è possibile che ci sia la vecchiaia, come è possibile morire e finire se tutto questo è dato, questa forza, questo slancio. Sembrava quasi che si volesse morire e finire, che lo si decidesse, caparbi e sciocchi, quando la felicità era a portata di mano. La fine come scelta. Forse ero io che mi arrendevo, lei che si arrendeva. Stavamo per dare un consenso spaventoso. E gli uccelli tuonavano più forte dagli alberi alti e io mi sentivo felice anche se stavo per finire con lei. Tutto era possibile, anche i sogni più folli, rispondeva il clamore degli uccelli e dei rami. Ma come, dove. La durata, il colpo di scena era nelle pieghe di questo canto, di questa strada, che si apriva come se ballasse, ariosa, un ventaglio che si faceva di qua e di là. Primavera anche per l’asfalto, per tutte le strade d’America. E per noi due che primavera era? Lei taceva e guardava fuori dal finestrino, con tutte le sue rughe addosso.

-Voglio sapere cosa pensi di me, non me l’hai mai detto. Sono un piccolo borghese, vero? Anche se ieri mi hai chiamato Maestà-

Ero un piccolo borghese americano, non era facile da dire. L’avevo sposata per sperare di avere accanto il massimo di una nobiltà e di un passato che non mi toccavano. Solo un piccolo borghese poteva sposare questo incerto resto di regalità; quando di re veri non ce ne erano più, tutti mantenuti in vita artificialmente da parlamenti e popolo per nostalgia.

Ha annuito guardando i campi. -Sei stato molto buono. Io certe volte sono odiosa-

-E’ che sei troppo principessa-

-Da Irina ho tirato le calze alla cameriera. Lei rifacendo la stanza non le aveva raccolte e io gliele ho tirate perché altrimenti non sarei sembrata la granduchessa che sono. Chiunque si aspettava una cosa del genere. Era il periodo in cui tutti mi stavano a guardare per sapere chi ero. E io li ho fatto contenti.- Sorride

– A casa non l’avrei mai fatto di sgridare una cameriera per questo. Ma se avessi mostrato, dopo Ekaterinburg, come eravamo state cresciute noi ragazze, nessuno avrebbe creduto che ero Anastasia. Ci alzavamo alle sei di mattina, dormivamo su brandine. Ricamo, studio e niente feste. Chi l’avrebbe creduto?-

-Ma tu perché volevi che ti credessero quella che sei, Anastasia?-

Di nuovo guardava i campi

-Per essere meno sola. Per parlare con qualcuno dei miei genitori e dei giorni felici, quando eravamo tutti insieme-

-E anche per i soldi depositati nelle banche inglesi- presto, dovevamo dirci tutto. Non c’era più tempo. Ci dovevamo anche offendere, se necessario, ma non ci poteva più essere nulla di non detto.

-Sì, anche. Ma anche, non solo per questo. No, non solo per questo-

Il tesoro dei Romanov, che ormai giaceva al sicuro.

-E quelli che dicono che lo zar non aveva depositato nulla all’estero?-

questo era nelle testimonianze del processo. Alcuni cugini di Nicola II avevano giurato che lo zar aveva milioni in denaro e gioielli nelle cassette di sicurezza di Londra. Altri avevano giurato che non c’era niente. Tutto doppio, come sempre.

-C’era un uovo di Fabergè che mi piaceva tanto. Papà me lo faceva tenere in mano ogni Pasqua. Fabergè mi voleva bene. Un giorno, mentre andava via dal palazzo si era chinato su di me e mi ha chiesto:” Come desidera Sua Altezza che sia l’uovo di questa Pasqua? Lo zar ha detto di farlo come voglio” e io gli dissi che lo volevo azzurro, con dentro un uccellino che cantasse. E così fu. Papà diceva che quell’uccellino ero io, nata per rallegrare la famiglia-

-Ed è in Inghilterra? Insieme al denaro?-

Lei ha annuito

-Papà mandò casse intere in Inghilterra al principio della guerra. Così tutto quel che è mio è là. Presto se lo spartiranno-

Che strano, non avevamo mai parlato di questo. E di quante altre cose non avevamo mai parlato, tutti presi dai gatti, dalle spie in strada, dalle erbacce e dai vicini? Il tempo sprecato mi piombò addosso come una manata tra le scapole. Forse per tutti era così, magari quando sta morendo qualcuno di caro, e ci si accorge con allarme e paura che non si ricordano bene i racconti di chi sta andando via, non si è stati a sentire con attenzione. Una presenza che svapora e non si può più afferrare, come la nebbia. Quanti chilometri avevamo ancora davanti, quanta strada? Cosa era meglio cercare di sapere?

-Tanto si sono presi già tutto. Si sono sempre presi tutto-

Nessuna vistosa autorità regale, 13

Nel sedile era piccolissima, guardava davanti  a sé, biascicando con la bocca –una nuova abitudine contratta in manicomio, che la faceva ancora più vecchia. Era vecchissima.

-Vuoi che torniamo in Europa? Posso fare dei documenti falsi, e ritirare tutti soldi in banca e..-

Lei ha inclinato il capo e mi ha guardato. Era la foto famosa del 1917, vestita di bianco con le perle, i capelli sciolti. Era lo stesso viso con cinquant’anni di dolore in più, gli stessi occhi tristi. Era più Anastasia che mai, per un attimo solo.

-Sto qua. Anche se c’è il manicomio. Non era così male, erano gentili-

-Gentili? Gentili come?-

-Sembrava…sembrava…Tsarkoe Selo- e la sua voce s’incrina.

Era la prima volta che nominava Tsarkoe Selo di sua volontà. Era la fine, quando le cose devono essere dette per forza, perché non c’è più tempo. Gli alberi, vero? E il silenzio ovattato, la quiete falsa, il bianco lattiginoso, i passi felpati e la cortesia dei modi che era quella dei tuoi servitori di allora.

-Ti ricordi il medico dello zar, Botkin?- il padre di Gleb

Ha annuito

-C’era un dottore uguale a lui, ma senza barba. Scherzava e mi sorrideva sempre con un inchino, ma quando mi sentiva il polso diventava serio, niente lo distoglieva-

Non so se sta parlando di Botkin o del medico del manicomio

-Che ti diceva?-

-Principessa, va tutto bene, avete la salute di un cosacco. E papà mi chiamava cosacco-

Non piangeva, non era commossa. I ricordi freschi e quelli antichi slittavano uno nell’altro. Dovevo continuare

-Era tutto bello a Tsarkoe Selo?-

sprofondava in sé stessa come quando l’avevo vista la prima volta  in manicomio. Prima che temessi di averle fatto troppo male, ha avuto uno scatto

-No. Rasputin non mi piaceva-

Qui bisognava entrare piano piano, per non svegliare bruscamente qualcosa di troppo oscuro. Bisognava parlare come con i bambini

-Che tipo era?-

-Cattivo. E non era lui, era qualcun altro. Tutto cambiava quando arrivava, la luce restava fuori dalle finestre-

Il genere di cose che avrebbe confermato la necessità di un ricovero ai medici del manicomio. Ma quel che aveva detto era vero. Era un uomo buio.

-Lui arrivava e i miei genitori cambiavano, le stanze cambiavano. Anche Botkin. Tutto diventava fatto di ombra. Ma Aleksej guariva e splendeva. E solo Aleksej contava. Era tutto. Era il prossimo zar-

Le ho accarezzato piano la mano e subito, come se si sentisse confortata, ai è assopita, forse per i medicinali, o forse perché quel che ha detto era troppo per poter essere sostenuto. La testa le pendeva da un lato e tutte le rughe erano più profonde. Vizza e bianca sopra il vestito nero, e io continuavo ad andare portando il piccolo, vecchio uccellino per  strade senza fine, che si aprivano docili davanti al cofano in  edifici o alberi, senza cose importanti da guardare, senza farsi ricordare, una ninna nanna che riconciliava col mondo e con i brutti sogni: nulla può accadere di male, andiamo, andiamo.

Sempre più lieve e accartocciata nel sedile, un uccellino stremato, una foglia secca. Pochi capelli, molte vene blu a rilievo sul dorso delle mani. Quando si è riscossa i suoi occhi ci hanno messo un sacco di tempo a tornare chiodi neri, per un minuto buono vagando come in una nebbia, facendosi largo in una vischiosità, di pensieri e sogni. Quando è tornata a me le ho sorriso, lei ha sorriso e si è voltata verso il finestrino. La campagna era grigia di nuvole e pioggia.

-Dove dormiremo?-

-In un motel-

-Uno di quelli per amanti?- sembrava divertita

Sì. Era l’unico posto dove non avrebbero chiesto i suoi documenti, perché avrebbero visto solo me, lei sarebbe restata in macchina.

Ai finestrini delle macchine parcheggiate nel piazzale figure vaghe di donne che cercavano di non farsi vedere. Le righe della pioggia sembrano volerle cancellare. Attendevano gli uomini, che erano dentro a prendere la stanza. Tutti felici. Io lasciavo nel sedile un fagottino d’ossa, il vecchio uccellino europeo, che sa troppo per poter essere creduta, e potrà darmi tutt’al più qualche ricordo in parole smozzicate. Eppure non mi sentivo da meno degli uomini in cui mi sono imbattuto alla reception..

La stanza era grande e spoglia, il letto aveva lenzuola pulite, ma le molle rotte. Lei si è stesa subito, senza passare dal bagno. Si avvertiva l’atmosfera amorosa intorno a noi, filtrava dalla porta, dalle pareti, ci avvolgeva e non ci toccava

-Posso portarti solo in questo tipo di posto, mi dispiace.-

-Oh, va benissimo- Se non può essere Tsarkoe Selo, allora meglio la topaia che la villetta.  Se non posso giocare a carte con un granduca, meglio il cameriere che un commerciante.

-Qui non chiedono i tuoi documenti-

ha annuito ad occhi chiusi. La sua stanchezza era contagiosa, mi sono steso vicino a lei. Era la prima volta che eravamo nello stesso letto, come se in questa fuga che sarebbe stata breve colmassimo tutte le alcune, facessimo ciò che non avevamo ancora fatto.

-Sono già stata in questo tipo di motel, tante volte – ha mormorato lei –sì, è stato bello. Tanto tempo fa- aveva gli occhi chiusi, come se dormisse, ma dalla tensione dei muscoli del collo sapevo che non dormiva.

-Marc era meraviglioso. E anche Franz. Ma nessuno bastava davvero-

-Forse a nessuno basta qualcun altro-

-Sì. Avrei dovuto capirlo prima. E’ stato sbagliato cercare così a lungo-

-Cosa cercavi?-

–E’ stato contagioso. Rasputin mi guardava, mi voleva, io lo sapevo e rabbrividivo. E quel che accendeva i suoi occhi io l’ho cercato in molti uomini. Cercarlo è stato bello. Gleb mi rimproverava, diceva che non era da me. Io continuavo, ma non ho mai raggiunto quel fuoco. Lui provava sempre ad entrare nelle stanze da letto di noi ragazze. Le cameriere avevano paura, lo chiudevano fuori e lui rideva in un modo terribile. Tatiana cercava di sorridere, e si vedeva che non ce la faceva. Ma Aleksej guariva. Solo questo contava, perché mamma e papà tornavano felici e tutto sembrava di nuovo possibile-

Rasputin aveva gli occhi di fuoco nero che sfondavano la barba lunga, i capelli lisci spioventi. Un fuoco così intenso che, mentre attraversava il palazzo reale, guariva Aleksej. Era una conseguenza secondaria, ma nessuno lo capiva.

Lei continuava a raccontare cose d’amore, di quando era giovane negli trenta, quando ancora sperava in un processo giusto e i ricchi americani le offrivano ospitalità. Aveva ballato nuda sui tetti di New York, era invitata a tutte le feste

Mormorando si è assopita. Meglio dormire. Rasputin, Aleksej e gli amori disordinati rientravano nell’ombra. Alla finestra le stelle brillavano feroci, in un grido d’allarme. C’era qualcosa ancora da fare, da dire, da sapere e chiedere. Ma non sapevo cosa e nell’angoscia mi sono stretto a lei, le ho preso la mano. Nello stesso letto vicini, dentro lo stesso cerchio di luce. La sua mano bruciava di pena la mia, così contorta e nodosa com’era. Il buio oltre il cerchio dell’abat-jour era affollato e bruciante, si sentivano tutti gli amanti suoi e le mie donne, e divampavano gli occhi di Rasputin fissi su Anastasia,

Ma Anastasia russava, il suo respiro aspirato finiva in un rumore che era una specie di risposta ridicola all’aria amorosa che ancora soffiava intorno a noi. Allora me ne sono andato e ho cercato Janine.

Nessuna vistosa autorità regale, 12

Mi ero fatto una scaletta di obiettivi. Sono un tipo scientifico. Intanto abituare il personale del manicomio alla mia presenza. Andavo ogni giorno a trovare Anastasia, sorridevo alle infermiere e mi informavo con i medici dello stato di salute di mia moglie, mostravo di credere a ciò che mi dicevano e fiducia nelle cure prestate.

I medici avevano visi saggi e stanchi, il contatto con la malattia, o la presunta malattia, invecchia. Se avessero pensato che non sempre è malattia, sarebbero stati meglio, ma non potevo dirglielo. Fingevo come non avevo mai finto e mi veniva facile. Ero stupito e fiero di me stesso.

Quando andavo là, mettevo giacca e cravatta. Anastasia non mostrava di riconoscermi, inerte e grigia nella poltroncina di plastica. Continuava a fissare la luce della finestra, come se dentro ci fosse qualcosa o qualcuno  che la ipnotizzasse, o come se fosse percossa da un fragore.

-Stia tranquillo, è serena- ripetevano le infermiere.

Quando ero a casa contemplavo questa serenità che non era incanto, nè estasi, ma una specie di paralisi, ottenuta con mezzi chimici, falsa come una moneta falsa, come i sorrisi delle vicine. Non era sua, in nessun modo; non veniva da lei, non dalla luce, ma da una cosa che arrivava di soppiatto, con l’inganno, nel cibo o nell’acqua, da qualcosa di non detto. Le vene blu delle gambe si erano estese, erano ragnatele che minacciavano la pelle giusta, sana. Però ogni tanto mi stringeva il braccio, e talvolta mi guardava con vivacità: il suo modo di farmi intendere che lei c’era ancora ed era vigile.

Ogni giorno le facevo fare un po’ di moto. Così li abituavo a vederci in giro. La facevo alzare, le davo il braccio e andavamo in giro per i corridoi. Lei lasciava fare, come un sacchetto vuoto, un mucchietto di stracci. Poggiava sul mio avambraccio una piccola mano senza forza, contorta, nodosa e macchiata e a me sembrava di portare in giro una cosina senza peso, un uccellino, un ossicino vecchio, un fuscelletto di paglia, lei che era stata così pesante, per sé e per me. La pena mi spezzava il cuore, montava la voglia di ridarle peso e importanza, di tornare a sentire la sua voce adirata e capricciosa, come quando fu delle patate, e di udire di nuovo il suo passo, ora così leggero, su per le scale di casa. Non permetterò che riduciate a un niente mia moglie, la contadina polacca, la regina di Russia! Pian piano le facevo fare percorsi sempre più lunghi: un giorno un corridoio, un altro due e così via fino a che, in capo ad una settimana, non siamo arrivati in giardino. Seduti su una panchina guardavamo davanti a noi la strada oltre la siepe, la libertà, la vita.

Fingevo, fingevo disperatamente, come non ho mai fatto. La sera cadevo stremato.

Finchè non è venuto il giorno giusto. Tutti si erano abituati a vedermi girare con lei nei corridoi e in giardino. Eravamo sulla panchina, il sole stava tramontando e tutto sembra d’oro. Non l’avevo deciso prima di fuggire, ma la mattina avevo preso molti soldi in banca e adesso era troppo triste stare qui, mentre il mondo brillava, troppo triste aspettare mentre la vita e il sole stavano finendo, con la strada che chiamava ad alta voce, allegra come un vecchio compagno di bevute che passi sventolando il cappello. La mia macchina era proprio davanti al prato, oltre la siepe. Un’occhiata rapida intorno, tutti erano assorti in qualcosa, tutti guardavano da un’altra parte, era una cappa fatata, un incantesimo predisposto, lo so, ne riconoscevo il sapore e la luce, riconoscevo l’amore che ci stava dietro e lo muoveva a formare una cupola sopra di noi.

Sopraffatto dalla gratitudine, stringevo la manina vecchia che poggiava sul mio braccio

-Granduchessa Anastasia-

lei è scattata e mi ha guardato. Ci siamo guardati per un tempo indefinito, come se fosse un addio, agganciati ci siamo alzati e ci siamo avviati giù per il prato in lieve discesa, con una strana euforia, la sentivo anche in lei dietro la sua vecchiaia terribile, dietro le macchie, le rughe, le articolazioni nodose.

Andiamo mia cara, c’è ancora da vivere, sapere e fare. Lungo il pendio verso la siepe, per un attimo ho avuto la sensazione di correre su un prato tenendo per mano una candida fanciulla. Nessuno faceva caso a noi, la siepe era alta e fitta. Quando ne ho scostato i rami con un braccio per far passare Anastasia, gli uccellini dagli alberi hanno tuonato con fragore il loro canto. Che siate benedetti! Che possiate usare bene il tempo che avrete! Avete varcato la soglia che non perdona!  Verranno e vi troveranno, ma voi intanto saprete quel che nessuno sa…il Cielo sorrideva quando ho aperto la portiera e ho fatto accomodare in macchina mia moglie, che in quei minuti ha come volato accanto a me, guardando avanti dove io guardavo. Solo quando ho avviato il motore, lei che fino a quel momento mi aveva seguito docile senza guardarmi, si è voltata

-Grazie Maestà-

la sua voce passava attraverso i molto sedativi e la lunga solitudine e arrivava impastata. Maestà, finalmente. Ero re. Ero re anche se lei dovesse essere una contadina. Un senso di onnipotenza mi ha invaso: John il liberatore, il vittorioso sul sistema, il capitano di un vascello a vele spiegate, che dirigevo contro i marosi verso una terra di libertà, un cavaliere su un cavallo spronato alla gran carriera nel mio feudo –guai a chi entra!, ero, finalmente, re, perché avevo osato qualcosa che era assolutamente pura, perché assolutamente inutile, e interamente coraggiosa, perché avevo dovuto vincere tutto il me stesso che mi aveva condotto ad essere professore in un College degli Stati Uniti. In questi tempi è così che si diventa re – ehi, amici, basta poco, in realtà, tutti possiamo essere re, e vi assicuro che è una gioia immensa, anzi non è una gioia, è un compimento, una manifestazione piena e naturale come il fragore degli stormi nei rami, come un gigantesco Sì che deve per forza essere pronunciato. Soprattutto con gioia.

-Andiamo- poi mi ha fatto, come al suo cocchiere. Sì Maestà.

vaGuidavo piano, nessuno ci avrebbe seguito per un po’. Non sapevo dove andare, ma avevo con me il denaro prelevato la mattina in banca e la strada si schiudeva dolce tra le due file di alberi. Badavo a non passare il limite di velocità. Non dovevano fermarci per qualche infrazione. Eravamo già fuori dalla città. Dovevamo entrare in un’altra città prima di fermarci, se non volevamo essere notati. Ma questi pensieri pratici, che prima mi erano pesanti e frutto di volontà, ora erano facili e superficiali, schiuma sulla superficie, mentre la profondità si arrotola in ondate calde. Avevo avuto la mia investitura. Ero re, l’aveva detto lei. Col mio valore avevo conquistato il titolo. Ma non sapevo chi era lei che mi investiva, lei che aveva fame e voleva un hamburger.

La cameriera bionda e truccatissima mi aveva sorriso prosperosa. Due panini con hamburger, due Coca, due patatine

-Hai fame, honey?- la sua voce era un mare di melassa che conteneva un enorme pericolo. Così qui arrivava la fine, in un mare di melassa, nei capelli e nel rossetto alla Marylin. Se avesse pensato che fossimo in due, che stavo portando la cena a qualcuno, sarebbe stato troppo pericoloso. Forse già ci cercavano.

-Andiamo-

Lei non ha chiesto dove, non lo ha mai chiesto a nessuno. Vagabonda dal 1917 e ora eravamo nel 1983. Doveva essere stanchissima

-Sei stanca?-

Ha annuito

-Ci prenderanno?-

.-Prima o poi sì- la mia risposta era caduta tra strada e alberi, nel movimento che ci trasportava, lieve e transitoria come il giro delle ruote. Tutto passa, anche il manicomio, il dolore, la fuga e la gioia, ma c’è qualcosa di innominato che dura e fa andare all’attimo successivo. Lei lo sapeva.

Nessuna vistosa autorità regale, 11

Sono andato dalla vedova di Gleb, da Rose, quando mi hanno tolto Anastasia. Lei cinguettava di quanto le mancasse Gleb, una vocina come campanelli. Piccoli sospiri, piccole parole da un enorme petto grasso, una bambina imprigionata.Ha spinto verso di me il piatto di biscottini.

-Non essere troppo severo verso gli altri John. Siamo tutti dei poveracci, anche quelli che tu odi. E’ l’odio il tuo dolore. Smettila di sentirti superiore-

La freccia ha raggiunto dritta il mio centro. Mentre Rose continuava a mangiare biscottini senza guardarmi, franava tutto ed uscivano le parole che avrei voluto tacere, e le cose che avevano generato quelle parole, le spie, i vicini, la casa sporca di gatti e patate, e lei portata in manicomio. Usciva tutto l’odio alloggiato negli ultimi tempi, e nell’uscire prosciugava le mie energie. Dopo, quando ho taciuto esausto, tutti i fiori della stanza rivelano piccole facce nei petali e gridano di gioia in coro

-Bè? Valla a riprendere, che aspetti?- ha detto lei e si scuoteva dal pettone le briciole con una risatina. -E’ tua moglie, no? Non puoi lasciargliela- tra fiori e volants il suo sguardo era durissimo.

Da Gleb e da questa casa avevo avuto tutto, ma proprio tutto. Sono uscito con la sensazione di tenere tra le mani un regalo.

Un manicomio americano ha verdi prati davanti alla porta, edifici bassi e chiari, personale sorridente. E’ sempre la stessa cosa: l’ospedale, il manicomio, la scuola, gli edifici comunali. E’ la casetta americana elevata all’ennesima potenza. È menzogna all’ennesima potenza. Mancano solo le torte sul davanzale.

-Come si chiama sua moglie?-

-Anastasia Manhan-

-Non risulta-

-Provi Anna Anderson-

Un cenno del capo. L’hanno trovata. E’ sotto falso nome e non lo sanno.

-Guarirà mia moglie?- domando all’infermiera che mi conduce attraverso i corridoi verso Anastasia. Lo sguardo di risposta è rigido e onesto come il berrettino inamidato

-Deve domandare ai medici signore-

Devi sempre domandare a qualcun altro, mai un Sì o un No dati subito. Un prolungare i tempi, nella speranza di fiaccare la domanda, di spegnere ogni richiesta con l’attesa. Finché non vi saranno più domande –questo è il Desiderio ultimo, lo Scopo finale. Fine delle Domande, il mondo in Pace, intento solo a produrre senza sosta. Eppure questo è il luogo dove tutte le domande più terribili si riversano: è vero quel che vedo? Da quali labbra escono le voci che sento? Dov’è il mio bambino che tutti dicono mai nato? Le sento salire in grida queste domande e avvolgersi finendo in mormorii a formare una cupola ronzante sopra queste stanze, un vortice di richieste disperate. Qui c’è possiede una sola Domanda, oppure troppe Domande ed è il Luogo di Spegnimento delle Domande –non date fastidio, soprattutto non date fastidio. Ed è questo silenzio, questo tirarsi indietro nelle risposte che fa impazzire.

Ma mia moglie, signora, non ha mai avuto domande, non ne ha fatte e non ne nasconde; ha già vissuto tutto, sa che è inutile domandare e comunque è stata educata a non domandare mai, soprattutto ciò di cui ha bisogno, quindi potete lasciarla andare. E invece dico

-Guarirà presto, vedrà-

Anastasia è persa nella luce grigia che viene dalla finestra. Riconosco il vestitino nero, non la sua faccia diventata piatta e senza vita. Mi guarda e non mi vede. Tra le mani ha un fazzolettino ingiallito.

-Tiene sempre quello straccetto con sé- dice l’infermiera alzando le spalle. Di sicuro le sembra una prova certa di pazzia. Ma io so cos’è, è l’unica cosa che lei racconta rimasta di Tsarkoe Selo, di quando era felice con i suoi genitori, il fazzolettino che avrebbe ricamato per lei la sorella Olga, la prima delle granduchesse, un piccolo quadrato di bisso con una bella A corsiva a un angolo, quello che si è salvato in un angolo del corsetto senza macchiarsi di sangue. A casa con me non tirava mai fuori, lo teneva nel reggiseno e lo lavava ogni sera. E’ solo un ricordo, ma qui il ricordo diventa follia.

Quando entro e mi siedo accanto alla sua poltrona lei non reagisce, guarda la finestra. Chissà che cosa le hanno dato per spegnerla così.

Ho bisogno che lei voglia venir via, per portarla via. E io devo portarla via, perché saperla qui mi uccide. Le parlo e lei non si volta nemmeno. Solo quando sussurro piano Anastasia e lei mi fissa. Nelle sue pupille c’è una lotta, come un risalire lento da un’acqua fonda e scura. La luce giunge piano ma quando giunge è stabile, prende possesso di un posto che era suo. Mi guarda come se si appendesse a me e mi sento quasi male per averla tratta da quella di specie di sonno artificiale nel quale almeno non soffriva. Ora lei dipende in tutto da me. Non deve far vedere di avermi riconosciuto. Nessuno qui deve sapere che Anastasia è sana.

-Verrò a prenderti per andare via. Non dire niente a nessuno. Ma quando verrò e ti dirò Granduchessa, fai tutto quel che ti dico-

Lei continua ad aggrapparsi con gli occhi a me e non parla. Una nuova Ekaterinburg, qui, nel lindo ospedale del luminoso Occidente, qui dove si crede di essere liberi, di curare e guarire. Fingi come allora di essere morta, dagli quel che chiedono, non cambia mai niente, da nessuna parte.

A casa faccio mangiare i gatti disperati, butto le patate, inizio a pulire. Poi mi viene in mente che non posso tornare con lei. E che non so come portarla fuori da là.

-Che c’è di difficile?- squilla la moglie di Gleb–E’ tua moglie, devi pensare a questo soltanto. La vesti bene e la porti via con te. Se dentro di te pensi solo che è tua moglie, e non la tratti da malata, nessuno si accorgerà di niente. E non tornare qui. Al college dì che parti per un viaggio-

-Collegheranno il mio viaggio e la scomparsa di Anastasia-

-Non subito. Prima o poi vi troveranno, è chiaro-

-E allora, che senso ha?-

-Il senso è quel che accadrà nel frattempo-

E adesso che il tempo sta per finire mi dico che non è ancora accaduto quel che speravo accadesse: una certezza, sapere che lei è lei e io Granduca in attesa. E già devo scappare. Devo andare via subito, da lei. Devo lasciare Janine. Dolce Janine. Coi suoi modelli hollywoodiani, i capelli platino e il reggipetto a balconcino. Segue un modello fuori moda e non lo sa. Alena era alla moda. Mia moglie è senza tempo.

Il respiro di Janine è regolare, un soffio debole sotto capelli scomposti. Lascio duecento dollari sul comodino. In fondo ne è valsa la pena, mi ha ascoltato meglio dello psicologo del college.

Lei non si sveglia. Fuori è ancora buio. Tornerò da Anastasia a tempo per lavarla e vestirla per un altro giorno di fuga, l’ultimo forse. Mentre esco dalla città la luce fredda dell’alba sale a ventaglio in fondo alla strada alberata e mi accorgo di avere una fame tremenda.

Mi fermo in un localetto di periferia. L’uomo al bancone è calvo e triste, ha una sigaretta tra le labbra e non alza gli occhi quando gli ordino la colazione. Armeggia in cucina. Poi torna col piatto e ha occhi ammiccanti, subito abbassati sul caffè

-Nottata mister?-

annuisco mentre affondo la forchetta nelle uova. Nello specchio alle sue spalle vedo la strada e una macchina della polizia a luci accese

-Cercano qualcuno-mormora l’uomo –Voi siete di qua mister?-

Scuoto la testa. Non sono di qua, non sono di nessun posto. Cercano qualcuno che sono io con mia moglie. Mangio lentamente. Ho paura. Una colazione fatta male, la macchina fuori pronta a partire, nessun luogo dove andare, e molta brava gente che mi cerca. Essere isolato, cercato come un uomo dannoso agli altri. Anastasia mi ha fatto accorgere di ciò che sono e ho sempre negato.

-Di dove siete?-

-Massachusettes- mento. Prima di una domanda gli occhi dell’uomo lampeggiano. E’ il solto barista di provincia di provincia che vuole sapere tutto, la banca dati della zona.

-Bella terra- e fissa la macchina della polizia che passa di nuovo, la vedo nello specchio.

Ho mangiato un solo uovo.

-Non avete fame?- ancora un lampo negli occhi dell’uomo, subito spento dalle palpebre abbassate. Poco appetito significa preoccupazione. Devo fingere tranquillità. Affondo la forchetta nel piatto.

Il barista è un tipo triste, forse un tempo aveva capelli folti, o un sorriso simpatico, capelli e occhi strappati via a colpi di delusioni d’amore, bourbon e lavoro duro. Io vent’anni fa avevo occhi più baldanzosi, pieni dei libri che avrei scritto, e che non scriverò mai più. Libri che avrebbero potuto cambiare la gente e per i quali non ho avuto e non ho la forza, perché tutta la mia forza è stata impegnata a restare com’ero. Ma Anastasia questo momento non l’ha conosciuto. Si fissava incantata, con occhi sbarrati. Io la fissavo nello specchio attendendo il momento della rabbia, che lei si vedesse com’era da giovane, ai balli o nel parco, o alle feste di New York, quando la città intera le rendeva omaggio; ma quel momento non veniva e gli occhi sbarrati di lei forse vedevano sempre e soltanto gli spari e il sangue, i corpi morti. Incatenata dalla violenza a quell’unico momento, principessa senza storia, senza vita. Guardo di nuovo il barista e lo vedo a occhi bassi, viscido come una lumaca, intento a porre un’attenzione esagerata alla tazza che lava. Nello specchio la luce lampeggiante blu della polizia e due poliziotti che avanzano nel locale. Non ha il coraggio di guardarli e si fa scivoloso come il sapone dei piatti. Il mio amico ha paura. Anastasia non ha avuto paura quando sono venuti a prenderla; e non ha avuto paura neppure di scappare via con me dal manicomio e non ha paura di essere ripresa. Anastasia mia moglie, contadina e principessa, senza paura. Quella l’ha finita tutta in una sola notte.

Tutto a posto, capo?- chiede uno dei due poliziotti. L’altro si guarda intorno. Il barista annuisce a occhi bassi. Sta lavando qualcosa.

-Tutto ok-

-Novità?- e guarda me.

-No, tutto ok, tutto vecchio-

Nessun cenno d’intesa, nessun ammiccamento. Il barista è meno codardo di quanto pensassi. Trattengo il fiato. Forse teme o odia la polizia –una multa, un fermo troppo duro per un eccesso di velocità. Ha sentito la mia paura, ma non mi ha tradito. Appena i due risalgono in macchina mormora, sempre a occhi bassi

-E’ ora di andare-

Lo guardo immobile

-Ha fatto tardi, non è vero? Sono già le sei, presto saranno tutti in giro-

Ok, è meglio sbrigarsi. Gli lascio una mancia generosa e mi precipito alla macchina.

Il motel è davanti a me, edifici bassi e chiari sparpagliati nel verde, come il manicomio. Solo che prato e cespugli sono incolti. Fanno comodo così perché devono nascondere. Sembra un secolo fa e siamo arrivati ieri sera.

Nessuna vistosa autorità regale, 10

Basta, ti ho intristito, vieni qua. Mi hai ascoltato tanto, Janine. I tuoi capelli profumano di lacca da quattro soldi che adesso mi sembra buonissima, e il nylon della tua sottoveste è morbido, anche se non è seta. Come sei morbida tu. Sei un riposo, una chiatta sovraccarica di tutti gli uomini che hai accolto e ora anche del mio racconto. La prima e ultima volta che racconto di me e Anastasia a qualcuno. Tanto sta finendo e nessuno ti crederebbe mai se riferissi le mie parole. E’ come metterle al sicuro. Sei tenera. Vieni qui. Ancora di più.L’inguine vizzo e questa floridezza a buon mercato. Non so più cosa voglio, cosa ho voluto, ma ora è bello averti vicina, vieni più in qua. Non più ossa e pelle vecchia, ma un morbido nel quale cadere e io tra le braccia ho non la prosperosa Janine, ma Anastasia come non l’ho mai vista né in foto né da vecchia, Anastasia come la vedeva Rasputin quando sogghignava sulla soglia della camera da letto, non principessa e non mendicante, senza titoli e senza offese, illesa e bella. Anastasia e basta, prima che l’amore fosse per lei violenza a Ekaterinburg, prima di non essere più fanciulla. In questa figura cado tendendo le mani per afferrarla, ma trovo solo i seni lenti della donna sconosciuta.

Non è niente Janine, Sì, mi gira la testa, sono stato abbandonato, derubato, e sono colpevole. No, non voglio ancora, cinque dollari, mi fai uno sconto. Non è questo. E’ che c’era una giovane donna per me, da sempre preparata e non avrei mai potuto averla. Perché quando lei era lei, ci dividevano troppe cose. Secoli e secoli e un paio di continenti. E ora che la ho, non è più lei, l’ho presa che me l’avevano già cambiata.

La donna mi guarda perplessa, poi alza le spalle, lenta e ampia nel letto. Ha accolto me, da sempre accoglie chiunque e questo l’ha sformata e gonfiata. E’ disfatta in questa stanzetta linda e desolata che sa d’ospedale, un letto pulito, un comodino con l’abat jour e forse la Bibbia nel cassetto.

Perché stiamo fuggendo? Mi chiedi.

Falangi macedoni, coorti disciplinate e inesorabili, flotte a vele spiegate con i cannoni carichi avanzano feroci. Così avrei immaginato e invece  l’attacco frontale non è così chiaro, incontro solo gli avamposti. La fine è fatta di due medici che sono la copia dello psicologo fenicottero al college. Stesso sguardo obliquo e indagatore, stesse maniere miti e voce gentile e contraffatta, molto bassa. Quando apro la porta so già tutto. Sono venuti a prenderla. Mia moglie, la mia principessa, il mio aggancio col passato, dove era possibile e desiderabile essere diversi dagli altri.

Certo, c’è stata una denuncia dei vicini –giubilo dalle tendine bianche, l’ordine viene ristabilito. Sì, non si vive in questo modo –i gatti offesi salgono sui mucchi di patate, un esercito che si dispone per l’attacco. Avete ragione fratelli, ma io e lei siamo finiti se ci separate.

Mostrano un distintivo e un foglio. E’ l’ordine di portare Anastasia in manicomio. Ma non c’è il suo nome, c’è il nome di Anna Anderson che faccio fatica a ricordare. E’ il nome col quale l’hanno accettata e incasellata. I suoi occhi mi pungono le spalle.

-Non conosco questa Anderson- dico restituendo il foglio e alle spalle degli psicologi spuntano due poliziotti. Si fa sul serio. Non vengono con legioni e coorti, con flotte di vascelli a vele spiegate, con peltasti e falangi, ma con una diagnosi. Pericolosa a sé stessa e agli altri. Pericolosa per l’igiene pubblica. Non la vedo in questo nome, in questa descrizione. Lei non è qui, mister. Lei non è da nessuna parte se non con me vicino. Alzo la voce, tendo la mano per strattonare il poliziotto e un’altra mano, vecchia, grinzosa, macchiata dagli anni e dai dolori, si posa sulla mia e la stringe forte. Anastasia.

-Vado con loro, John. Sono sempre andata- e poi agli psicologi –Datemi il tempo di prendere ciò che può servirmi-Finito quel suo perdersi in mormorii, quel suo chiamare Marja, e il ritorno a Ekaterinburg. Maria Stuarda, Maria Antonietta e tante ancora, tutte regine. Sembra quasi contenta, come se tutto fosse stato per arrivare a questo, una vittima sacrificale che non dà soddisfazione ai suoi carnefici. O come se quei diciassette anni di vita perfetta tra Tsarkoe Selo,  l’Hermitage, le bambinaie, i lini bianchi e i tigli, fossero abbastanza e dovessero essere pagati in questo modo. Questa è la regalità e la devi avere nel sangue, nessuno può insegnarla. Oppresso dalla coscienza della mia borghesità, da tutti i calcoli e i conti che i miei antenati di certo hanno fatto, non trovo nessuna parola per fermarla, solo rotti balbettii, un contadino sconvolto in ginocchio davanti al trono dello zar.

Lei avanza e le vedo intorno svolazzare come tanti straccetti che in fondo hanno piccoli specchi, ciascuno con un’immagine, il parco d’estate, il filo di perle, l’abito bianco con la fascia rossa, la foto con le sorelle e Aleksej e sopra i genitori svettanti tristi,  il pianoforte e lei che cammina dritta con un libro sulla testa. Poi lei è come si ravvolgesse uno strascico e tutti gli straccetti svolazzanti e le immagini che portano si fondono in un unico lungo strascico d’ermellino

-Andiamo vi seguo- prende un sacchetto di plastica e si avvia. E così quel suo varcare la soglia di casa ristabilisce le distanze esatte tra noi, ripristina l’ordine antico, spinge di lato spie, poliziotti, psicologi e tutte le forme di controllo che America ed Europa hanno potuto immaginare, ribalta tutto e s’insedia signore. Ma davanti a chi? A due psicologi che si scambiano uno sguardo che è uno schiaffo, come a dire Vedi? E’ pazza davvero; davanti a poliziotti che si tirano su la cintura, indifferenti più delle patate disseminate nella stanza. Tutto sprecato, amica mia, non c’è più un mondo che possa accogliere questi comportamenti. Amen. La pistola del poliziotto nella pancia ferma la mia marcia al tuo seguito. 

La regalità è giudicata pazzia. Amen, amen. Anche io sono pazzo, ma siccome non sono nato re, non se ne accorgono, amen, amen.

Come? Devo dirti che sei bella, bella come Marilyn? Sì, lo sei, morbida Janine. Dolce Janine, mia Marilyn, come lei tutta artefatta, capelli, mani, occhi; il massimo artificio per la massima semplificazione; piacere agli uomini come vocazione e necessità. Lei invece è la massima complessità senza nessun artificio e non vuole piacere, no di certo…Dolce  Janine…non capisco più niente….

E poi vedo tutti gli dei cavalcare gli States da New York a San Francisco –Anubi dalla testa di sciacallo, Afrodite dal seno pesante semidistesa su una lettiga portata da colombe, la terribile Diana col suo corteo di cani ululanti, la dea madre della preistoria che grida nelle doglie di un parto senza fine, Odino che rotea l’ascia tra schizzi di sangue, Quezalcoatl che arranca ritorto, Horus in forma di falco e infiniti altri, fatti di tutto, di piume, scaglie e fuoco. E li segue con allegria una processione di re, tutti diretti verso la baia di San Francisco, il primo faraone, con la pelle d’oro, Napoleone con la testa coronata di colonne e cupole, Enrico VI sempre in cerca di qualcosa, Elisabetta I circondata da molti velieri, Montezuma col coltello conficcato nel suo petto, Luigi XVI che guarda in alto e dice parole che nessuno sente, Ottaviano Augusto sporco di sangue, Isabella d’Aragona seduta sulle navi di Colombo e li ho visti danzare e ridere, Napoleone bisbigliava con Odino, Venere cingeva per la vita Elisabetta I che si teneva tutta rigida e guardava fisso davanti a sé, Montezuma che inseguiva Anubi gridando a gran voce,  Ottaviano Augusto che spiegava lungamente qualcosa a Luigi XVI, e poi una danza di tutti con tutti, sopra gli States, sciamando tra schiamazzi e brindisi e infine arrivare alla costa orientale e tutti, tutti che entravano nel mare di San Francisco senza guardarsi, senza parlare, ognuno godendo dell’acqua e della fine che l’acqua conteneva, scendendo lentamente nella pace azzurra e fresca  delle onde all’ombra del Golden Gate.

-Accogliere è spegnere-

diceva una voce enorme alla fine del sogno e mi svegliava così. Col cuore in gola balzo dal letto dove Janine dorme e alla finestra buia guardo le strade. Sono vuote nel vento triste, uno strano contrasto col sogno tanto affollato. Assenza, mancanza che chiede spiegazione. C’è qualcosa che devo capire e non capisco nel vuoto davanti a me. Avevo sempre pensato che nel calderone americano tutto perdeva forma, tutto diventava soft, smussato e inoffensivo, pronto a essere usato per un drink, per una lezione al college, spiegato e docile. E questo era il sogno, divinità e re finiti a mollo nella baia di san Francisco e dimenticati; accolti e spenti.

 Ma nel sogno non c’era Anastasia. La fine ultima del vecchio mondo europeo non era nella massa che finiva allegramente nelle acque americane, nel calderone dove ogni cosa aveva una sua strana pace. E questo che significava? Che dovevo anche io gettare qualcosa nel calderone, entrare con mia moglie  nel corteo di re morti, scendere con lei nelle acque dove tutto si perde? Oppure che Anastasia mancava perché non era scritto che finisse? Forse lei non era accolta e quindi durava in qualche modo, in una qualche forma di salvezza?

Aiutami, prego, senza sapere chi stessi  pregando. In quella mancanza c’è qualcosa, qualcosa che devo ancora fare, o scoprire. Il massimo respingimento che è il manicomio, al quale Anastasia è stata condannata, significa che lei non finirà. In qualche modo non finirà.

Nessuna vistosa autorità regale, 9

Dobbiamo sottrarci al contagio, non resta altra via.  Sottrarsi a ciò che ancora resta di vita normale.

Intorno a me si fa il vuoto. Gli sguardi altrui sono un cerchio di cemento grigio, Il grigio è dappertutto, tranne che nel viso da vecchia di Anastasia, lì c’è il blu delle occhiaie, il nero dei denti mancanti, ma non il perfido grigio. Continua a spiare le due spie là fuori. Quando la chiamo si volta con uno scatto fiero e vivace uguale a quello della foto di Anastasia bambina. Per questo scatto del capo io la amo, per gli occhi che sono due punte nonostante l’età e che fanno sembrare artificiali le rughe e le macchie della pelle. Per le rughe, le macchie, le vene blu io la odio, perché mi sembrano colpa sua, mi sembra che avrebbe potuto rifiutarle se avesse voluto e io allora avrei avuto l’unica donna che ho mai davvero desiderato.

Alla finestra, a spiare le spie, a un tratto la paura, come un artiglio sulla spalla. Mi volto e mi accorgo che anche Anastasia ha paura, la mia stessa paura, quella di essere avvelenati. Non stringo più mani, nemmeno al college. Non mangio fuori di casa, nemmeno ai rinfreschi durante i congressi. Invano i colleghi mi offrono tartine o drink, io vi vedo solo rischi di avvelenamenti.

Intorno a me si fa il vuoto. Il frigorifero diventa subito tossico solo a pensarci, tutti i cibi di casa grondano sostanze chimiche mortali. I due là fuori e tutto il sistema senza re e senza capitani che ha generato i due, non esiterebbero certo a ucciderci. Non in un lago di sangue, non in modo troppo clamoroso o troppo visibile, ma col veleno sì. Senza rumore questa povera vecchia, avanzo di un’Europa altrettanto vecchia, e il suo marito americano, americano per finta, saranno tolti dai piedi. E’ così che fanno, nulla di spettacolare, senza far parlare o sospettare, senza che intorno ai nemici vi sia una parola o un ricordo.

Lei non mangia più, nemmeno quello che le porto io

-Anastasia, vieni con me- La trascino in macchina, mi fermo, entro in un fast food e le prendo un hamburger con patatine. Lei nell’addentarlo ha la faccia di una bambina golosa e affamata. Mangia con voracità, senza alzare lo sguardo. Si pulisce l’angolo della bocca col dorso della mano, cercando di non farsi vedere

-Me ne prendi un altro?_

Sedotta dai grandi USA, finalmente. Conquistata a colpi di tritato di manzo. Non con le case linde, le famiglie perfette, ma con il cibo da cowboy. Anche lei, come tutti gli dei del mondo, come i grandi artisti e i perseguitati e le culture di tutto il mondo, è finita nel calderone americano, nell’ondata gigantesca che porta tutto tra New York e San Francisco. E’ la bambina che saliva sugli alberi, che mordeva la cugina, che si faceva rimproverare e punire dalle governanti. Boccacce e scherzi. E mac Donald’s me la fa ritrovare.

Da quel giorno mangiamo sempre così, e sempre in posto diverso. Chilometri e chilometri. La macchina è piena di cartacce e cestini di fast food. Prima di ritornare in un posto passa un mese. E i due ogni tanto li vedo nello specchietto retrovisore, sempre vestiti da spie, ma con un’aria appena di disappunto. Appena appena, ma già mostrare un qualche sentimento è un segno forte per gente come loro, allenata all’impassibilità. Sei un genio amico mio, hai fatto centro, mi dico da solo. Non sono mai stato così fiero di me stesso.

Dopo un anno i due fuori di casa diventano un’abitudine, e un’abitudine è la solitudine, e il televisore acceso, l’odore di terra. Così gli ebrei sono sopravvissuti ai campi di sterminio, così i nativi d’America alle riserve. Ma lei va giù, si spegne. L’odore di acqua di colonia non c’è più. Qualche volta mette i vestiti nuovi, ma la sua tristezza li annulla. Si lascia andare, non si lava più. L’erba del giardino copre quasi le finestre, i gatti aumentano.

Ho sentito la prima volta l’odore alla finestra, mentre spiavamo le spie. Io ero alle sue spalle. Era pungente e stantio –urine vecchie, stratificate, gocce su gocce nell’arco della giornata, ognuna col suo odore che si posa sugli altri. E mi sapeva di vecchi zii decrepiti nel prato, quando ero piccolo ed ero inorridito e incantato da quell’odore, da quella inconcepibile vecchiaia. Ma mi rifiutavo di pensare che venisse da lei, così pulita.

Una sera, mentre salivamo le scale, l’ho sentito nitidissimo, e veniva da lei. Anastasia non si lavava più, l’odore di gatto e  di orina vecchia era suo. In camera la faccio sedere sul letto. Lei ha occhi piccolissimi e neri, tra guance ancora sporgenti e piene, se guardo bene spostando le rughe e le macchie della pelle, certe volte è il viso della bambina di Tsarkoe Selo

-Ti preparo un bagno-

-Lasciami stare-

L’acqua scorre nella vasca copre i mormorii di protesta di lei, che infine si arrende perché forse le ricorda qualche capriccio antico, una cameriera che le preparava il bagno in qualche residenza fredda e vasta, perché sussurra incantata Annuska, Annuska.

E’ paralizzata. L’aiuto a spogliarsi e vorrei non vedere il suo corpo da vecchia che lei tenta di coprirsi con le mani nodose, i seni vizzi, la schiena curva come un punto interrogativo. Vorrei non sentire l’odore di urina che sale dall’inguine che guardo appena, bianco e violaceo, senza peli, in una specie di infanzia malata e maligna, appassito per la vecchiaia, però senza ombre, come un ritorno alla bambina di un tempo, la bambina violata e uccisa nella cantina di Ekaterinburg. (Il sangue, il sangue di genitori e fratelli, il sangue a fiotti e schizzi, e gli spari). Un ritorno falso e offensivo, un simulacro indecente. Lei tollera ogni giorno questa cosa su di sé e non so come faccia. Forse è così che ci si abitua alla morte, spiandosi ogni giorno addosso questa decadenza. E mentre distolgo il viso

-Marja, Marja stai giù!- sussurra spaventata.

L’infanzia, così tutelata dalla zarina, uccisa in pochi attimi nello scantinato, e poi dopo, quando il soldato l’ha presa nel bosco. Il mio gesto di denudarla l’ha portata a quella notte. Ancora Ekaterinburg e Marja che si alza e afferra la baionetta del carnefice accanto a lei. Da questo capisco che sa che le ho guardato il ventre.  So che d’ora in poi sarà così che mi parlerà, con i ricordi della sua vita prima di essere Anna Anderson, che non ci sarà più nulla di nuovo per lei, ma solo ripetizione, e che il dolore o la nostalgia saranno il suo linguaggio. La guido alla vasca e mi sento un carnefice. Pietà. Pietà per l’inguine vizzo e senza peli. Pietà perché è scomparso ciò che incantò Ciakoski e la salvò, ciò che tanti uomini videro e amarono negli americani della sua giovinezza. Per me questo è stato conservato, questa vecchia ho voluto.

Nessuna vistosa autorità regale, 8

Anastasia sconvolta. In piedi accanto alla finestra guardava in strada da dietro la tenda. Più che guardare, puntava, come un cane da caccia. Non si è voltata quando sono entrato

-Principessa- Profumava di acqua di colonia. Quando io esco, lei passa ore in bagno. Pelle vecchia e acqua di colonia di un altro tempo, Guerlain Imperiale –sa di secco, sfinito e antico, come un libro del Cinquecento pieno di polveri e segreti.

-Principessa-

-Sssh. Sono qui-

-Chi?-

-Loro. I sovietici-

 Al di là del viale c’era un’automobile con due uomini seduti che guardavano davanti a sé. Apparentemente non avevano nulla da fare.

-Sono lì da ore. Sono loro-

La costrinsi a bere un té. Lei era impettita in punta di sedia. Come se dovesse andare via

-Sono loro, mi hanno trovata-

-Aspetta, non è sicuro. Vediamo cosa fanno- era una prudenza che non mi apparteneva, che esercitavo solo per lei. Dopo un’ora la macchina con i due era ancora là.

-Vado alla polizia-

-No. Resta-

Restammo seduti sul divano tra le patate, a fissare la televisione accesa

-Se sono spie, non fanno nulla per nascondersi-

-Non si nascondono perché non hanno paura. Anche gli americani vogliono che io sia controllata. Non faranno certo una guerra ai russi per me-

Per addormentarsi, quella sera mi ha chiesto di restare con lei. Ci ha messo un po’. Appena il suo respiro regolare ho piegato e messo a posto i cumuli di vestiti. Ammucchiava gli abiti, li lasciava cadere a terra, ma le lenzuola le cambiava e le lavava ogni tre giorni. Le sue pantofole erano vecchissime, la vestaglia era consunta ai gomiti, ma possedeva dieci boccette di acqua di colonia e faceva il bagno tutte le mattine.

Nel sonno geme. La consolo, la carezzo sulla mano ossuta, con troppe vene sporgenti e lei si placa. Per distrarla, la mattina dopo esco di buon ora a comprarle dei vestiti. I due (o altri due) sono sempre là nella macchina . Appena passo mettono in moto e mi seguono. I loro visi non li riconosco e so che presto non li ricorderò neppure. Sono anonimi, sfuggenti come acqua o sabbia. Visi che non si possono ricordare, capelli lisci, castani, lineamenti regolari, occhiali scuri sugli occhi. Non sembrano russi, però: sono morbidi come americani. Ma poco importa, tutti i servizi segreti e i loro uomini si somigliano, perché devono entrare dappertutto, vedere tutto, uomini nebbia, uomini fango. Io non mi curerò di voi! Dico allo specchietto retrovisore.

Per la prima volta decido di partire alla riscossa: finora ho come sognato, adesso basta.

-Troveremo altri avvocati, Anastasia. Costringeremo il tribunale tedesco a riconoscerti-

Lei sussulta spaventata

-No! E allora quelli fuori perché sono qui?-

quelli là fuori sono sempre fuori. C’è un mondo dentro e un mondo fuori e sono diventati incompatibili. E la verità è chiusa dentro. Non farti sulla soglia, non stare alla finestra.

Sì, alla fine la chiamavo Anastasia. Era più comodo chiamarla così, crederla così. Ma i dubbi restavano. Forse passati i cinquant’anni ci si adagia in finte certezze e non si vuole sapere più nulla. Come il metallo fuso dentro una forma prima o poi si raffredda e si adatta ai limiti della matrice.

Ci hanno spiato per un anno intero. Giorni interi alla finestra, dietro una tenda, insieme a lei. I due in macchina sono sempre là, certe volte si ripetono, certe volte cambiano, ma sono sempre uguali, uguali dentro, negli occhi, in ciò che fanno. Io e lei invece siamo unici, siamo tra i pochi che sento unici. Unico era Gleb. Unica Anastasia, e io per mezzo suo, due granduchi in attesa di diventare imperatori. Quando guardiamo insieme là fuori mi sento felice, in un modo strano.  Forse perché sino a prima di sposarla avevo fatto felici molte persone e mai me stesso. Ero stato come mi volevano e ora, a guardare indietro, stavo malissimo. Mie adesso le patate e il soggiorno oscurato, i due là fuori e questa donna vecchia accanto a me.

Le sorrido, e lei sembra uscire un po’ dal suo torpore. Anche se non mi restituisce il sorriso, quello proprio non sa farlo, c’è una luce nei suoi occhi. Mi stacco dalla finestra e studio il russo. Lei non mostra neppure di notare i miei libri. La Russia, Tsarkoje Selo, le sorelle, i genitori e la fine di tutto, se ci sono, sono sigillati in profondità, escono solo nel sonno, quando mormora e mormora sempre più spesso da quando ci sono le spie

Maman non riesco a fare questo punto.  Il ricamo, il francese, la musica e i giochi decisi dalla zarina. Le ragazze tenute in un’infanzia perenne, lontana dal male. Niente mondanità, niente balli. Il ricamo, fiori, alfabeti, gattini, mentre la Russia moriva. Un mondo magico nel palazzo, così magico e chiuso che non ricadeva all’esterno.

-Maman, come siete bella –

Il viso triste, sempre triste, delle vecchie foto della zarina Alessandra. Un viso che anche da ragazza in qualche modo sapeva cosa sarebbe accaduto, e non ha mai tentato di tornare indietro. Per amore di Nicola, o perché non conosceva altra strada. Era adulta anche da ragazza.

Due grandi assenti dalle invocazioni notturne, Rasputin e il bambino avuto da Ciakoski. Se Ciakoski esisteva, se hanno avuto un bambino

Troppo buio, maman. Accendete la luce. Troppo buio dopo la nascita di Alksiei. Non si sfida la felicità, non bisogna chiedere troppo. Con quali parole Rasputin avrà guarito il piccolo, con quali preghiere o incantesimi resta un segreto. O lo era già allora quando venivano pronunciate. Il bianco che gli zar avevano eretto con pazienza intorno alle figlie, che ancora durava intorno a mia moglie nonostante le patate e le tende tirate, non doveva, non poteva essere intaccato dal nero..

Le spie là fuori erano grigie. come i loro vestiti, come le canne delle loro pistole. Un grigio non di compromesso, di accordo tra parti opposte, ma di manipolazione, di bianco affascinato dal nero. Macchiato dal nero. Si notano appena, non si distinguono gli uni dagli altri. Nella loro assimilazione a chi li comanda peccano contro ciò che si deve fare per vivere Io e lei obbiamo sottrarci al contagio, non resta altra via.  Sottrarsi a ciò che ancora resta di vita normale.

Nessuna vistosa autorità regale, 7

C’era una volta un re e una regina che erano quasi felici. Avevano quattro bellissime figlie, un palazzo d’oro, un palazzo di marmo, un palazzo di ambra e un palazzo di lapislazzuli. Nei parchi dei palazzi le betulle e le querce si inchinavano al loro passaggio e formavano grandi archi. Passavano tre mesi in ogni palazzo e quando si spostavano in carrozze d’oro da una dimora all’altra il popolo ai lati della strada era un grande sorriso. Le sale ridevano piano quando le principesse vi passavano. Talvolta correvano giocando e viali e stanze si accendevano allo scalpiccio dei loro piedini.

Ma il re e la regina non erano felici perché mancava loro un figlio maschio, l’erede al trono. Nessun marito di nessuna delle figlie avrebbe potuto mai avere il loro sangue purissimo e reggere degnamente il paese incantato, così pensavano, così era stato detto loro e così era scritto nel Libro della Legge. Di notte nelle sue stanze la regina si toglieva gli abiti, si toglieva il sorriso che aveva indossato durante il giorno, davanti alla corte e alle figlie, e piangeva, finalmente piangeva tutte le sue lacrime. La vita le sembrava oscura in tutta quella luce in cui viveva e il suo cuore era nero come la notte. Una maledizione le era stata fatta, singhiozzava fra sé e sé, una maledizione potentissima, che aveva pronunciato

-Avrai tutto quel che si può desiderare, tranne ciò che vuoi veramente-

Forse, si diceva la regina, il mondo in realtà era buio e si accendeva solo per maleficio quando la famiglia reale passava. La natura di tutto era buia e malvagia, di certo. Nemmeno l’acqua della regina d’Ungheria riusciva a lenire i suoi mal di testa quando aveva a lungo rivoltato in sé stessa queste cose; e nemmeno le voci delle sue figlie nel parco.

-Datti pace, regina. Ottenere ciò che manca alla felicità è strada sicura per l’infelicità più grande-

le sussurrò un giorno la vecchia nutrice delle quattro fanciulle e la regina, furente, la confinò nelle cucine del palazzo e non volle più vederla. Niente e nessuno doveva lenire il suo dolore .

Una notte chiara, piena di aliti profumati e di sussurri, il re tornò dalla regina con molta tenerezza. Nove mesi dopo nacque un figlio maschio. La luce dorata durò ancora un anno. Le quattro figlie cantavano

-Maman, adesso siamo sette. Prima eravamo sei ed era un numero brutto. Adesso siamo sette, il numero perfetto. Maman, siete felice?-

Sì sono felice-

La regina sorrideva alle fanciulle e il suo sorriso brillava più dei diamanti nel diadema che aveva in testa.

Poi il bambino reale si ammalò. I lividi macchiavano la sua pelle, gli svenimenti lo tenevano lontano dal mondo e i baci della regina non lo risvegliavano. I genitori sedevano presso il suo lettino, chini sul visetto del piccolo e il resto del mondo si spegneva lentamente. Prima divenne oscuro il popolo, che iniziò a mormorare pieno di odio, poi l’esercito che senza re si annoiava, poi infine il parco. Luminose restavano solo le quattro figlie, che erano fatte di felicità.

Quando tutto era ormai diventato pauroso arrivò un contadino che era più buio del buio. Di lui si diceva che fosse santo e che guarisse. La regina si disse che il buio si combatteva col buio. Lo chiamò accanto al lettino del bambino. Quando il contadino passò nei corridoi del palazzo i cristalli e gli specchi si gonfiarono, come sul punto di esplodere, ma lo sguardo della regina li fermò. Comando, posso e voglio che costui giunga e guarisca, a qualunque costo. Il contadino santo pregò e il piccolo guarì. Il re e la regina videro che la luce tornava in tutti i luoghi. Da quel giorno, ogni volta che il bambino stava male, chiamavano il contadino e questi lo guariva. E il suo nome era Rasputin.

Maman siete felice? Ora siamo sette. Ora avete il figlio maschio, e sta bene.

Sì sono felice.

Ma non era più vero. La regina vedeva che la luce delle cose era tornata, sì, ma con un orlo di buio, una striscia nera che aumentava ogni volta che il contadino veniva e guariva il piccolo. Il dolore aveva fatto più acuta la sua vista, che ora discerneva quel che prima restava nascosto. Il mondo era come un enorme dente cariato. La carie scavava sempre di più. Un giorno Rasputin non venne . Il bambino iniziò a deperire. Il contadino non si poteva trovare, era sparito. Ombre nere erano sopra le fanciulle. Allora la regina capì che le favole non esistono. Non esiste neanche questa favola. La realtà vince tutto. E la realtà è sangue e tenebre, gli spari in cantina a Ekaterinburg, il sangue di maman che schizza sulle fanciulle e sul piccolo malato, la fame che spinge quegli uomini a sparare.

Voi eravate l’ultima favola Anastasia. Avete provato a scriverla, ma non era più possibile.

Scusa, stavo parlando con mia moglie. Ah, hai sentito parlare di Rasputin? Rasputin era il guaritore della favola. Certo che ne hai sentito parlare. Di questo sì che si parla…

Sono un po’ ubriaco, ti ho fatto versare troppo bourbon. La vodka va in profondità. Il bourbon ubriaca in superficie. Ma né vodka né bourbon  potrebbero cacciare la mia paura. Al primo bourbon ero solo più contento, il secondo mi ha dato alla testa e sono diventato troppo loquace. Il terzo ti fa apparire a me come attraverso un velo di pioggia e così va bene. Se ho paura di Rasputin? No. E nemmeno dei soldati o delle spie sovietiche. Ho paura di non essere nessuno, di non capire niente. O forse dico così perché ho bevuto, forse nego a me stesso tante verità. Quali, vuoi sapere? Ti dirò non una verità, perché non ne ho, ma una paura che poi è passata, perché altri dolori l’hanno cancellata. Quando ci hanno seguito e spiato.