Nessuna vistosa autorità regale, 11

Sono andato dalla vedova di Gleb, da Rose, quando mi hanno tolto Anastasia. Lei cinguettava di quanto le mancasse Gleb, una vocina come campanelli. Piccoli sospiri, piccole parole da un enorme petto grasso, una bambina imprigionata.Ha spinto verso di me il piatto di biscottini.

-Non essere troppo severo verso gli altri John. Siamo tutti dei poveracci, anche quelli che tu odi. E’ l’odio il tuo dolore. Smettila di sentirti superiore-

La freccia ha raggiunto dritta il mio centro. Mentre Rose continuava a mangiare biscottini senza guardarmi, franava tutto ed uscivano le parole che avrei voluto tacere, e le cose che avevano generato quelle parole, le spie, i vicini, la casa sporca di gatti e patate, e lei portata in manicomio. Usciva tutto l’odio alloggiato negli ultimi tempi, e nell’uscire prosciugava le mie energie. Dopo, quando ho taciuto esausto, tutti i fiori della stanza rivelano piccole facce nei petali e gridano di gioia in coro

-Bè? Valla a riprendere, che aspetti?- ha detto lei e si scuoteva dal pettone le briciole con una risatina. -E’ tua moglie, no? Non puoi lasciargliela- tra fiori e volants il suo sguardo era durissimo.

Da Gleb e da questa casa avevo avuto tutto, ma proprio tutto. Sono uscito con la sensazione di tenere tra le mani un regalo.

Un manicomio americano ha verdi prati davanti alla porta, edifici bassi e chiari, personale sorridente. E’ sempre la stessa cosa: l’ospedale, il manicomio, la scuola, gli edifici comunali. E’ la casetta americana elevata all’ennesima potenza. È menzogna all’ennesima potenza. Mancano solo le torte sul davanzale.

-Come si chiama sua moglie?-

-Anastasia Manhan-

-Non risulta-

-Provi Anna Anderson-

Un cenno del capo. L’hanno trovata. E’ sotto falso nome e non lo sanno.

-Guarirà mia moglie?- domando all’infermiera che mi conduce attraverso i corridoi verso Anastasia. Lo sguardo di risposta è rigido e onesto come il berrettino inamidato

-Deve domandare ai medici signore-

Devi sempre domandare a qualcun altro, mai un Sì o un No dati subito. Un prolungare i tempi, nella speranza di fiaccare la domanda, di spegnere ogni richiesta con l’attesa. Finché non vi saranno più domande –questo è il Desiderio ultimo, lo Scopo finale. Fine delle Domande, il mondo in Pace, intento solo a produrre senza sosta. Eppure questo è il luogo dove tutte le domande più terribili si riversano: è vero quel che vedo? Da quali labbra escono le voci che sento? Dov’è il mio bambino che tutti dicono mai nato? Le sento salire in grida queste domande e avvolgersi finendo in mormorii a formare una cupola ronzante sopra queste stanze, un vortice di richieste disperate. Qui c’è possiede una sola Domanda, oppure troppe Domande ed è il Luogo di Spegnimento delle Domande –non date fastidio, soprattutto non date fastidio. Ed è questo silenzio, questo tirarsi indietro nelle risposte che fa impazzire.

Ma mia moglie, signora, non ha mai avuto domande, non ne ha fatte e non ne nasconde; ha già vissuto tutto, sa che è inutile domandare e comunque è stata educata a non domandare mai, soprattutto ciò di cui ha bisogno, quindi potete lasciarla andare. E invece dico

-Guarirà presto, vedrà-

Anastasia è persa nella luce grigia che viene dalla finestra. Riconosco il vestitino nero, non la sua faccia diventata piatta e senza vita. Mi guarda e non mi vede. Tra le mani ha un fazzolettino ingiallito.

-Tiene sempre quello straccetto con sé- dice l’infermiera alzando le spalle. Di sicuro le sembra una prova certa di pazzia. Ma io so cos’è, è l’unica cosa che lei racconta rimasta di Tsarkoe Selo, di quando era felice con i suoi genitori, il fazzolettino che avrebbe ricamato per lei la sorella Olga, la prima delle granduchesse, un piccolo quadrato di bisso con una bella A corsiva a un angolo, quello che si è salvato in un angolo del corsetto senza macchiarsi di sangue. A casa con me non tirava mai fuori, lo teneva nel reggiseno e lo lavava ogni sera. E’ solo un ricordo, ma qui il ricordo diventa follia.

Quando entro e mi siedo accanto alla sua poltrona lei non reagisce, guarda la finestra. Chissà che cosa le hanno dato per spegnerla così.

Ho bisogno che lei voglia venir via, per portarla via. E io devo portarla via, perché saperla qui mi uccide. Le parlo e lei non si volta nemmeno. Solo quando sussurro piano Anastasia e lei mi fissa. Nelle sue pupille c’è una lotta, come un risalire lento da un’acqua fonda e scura. La luce giunge piano ma quando giunge è stabile, prende possesso di un posto che era suo. Mi guarda come se si appendesse a me e mi sento quasi male per averla tratta da quella di specie di sonno artificiale nel quale almeno non soffriva. Ora lei dipende in tutto da me. Non deve far vedere di avermi riconosciuto. Nessuno qui deve sapere che Anastasia è sana.

-Verrò a prenderti per andare via. Non dire niente a nessuno. Ma quando verrò e ti dirò Granduchessa, fai tutto quel che ti dico-

Lei continua ad aggrapparsi con gli occhi a me e non parla. Una nuova Ekaterinburg, qui, nel lindo ospedale del luminoso Occidente, qui dove si crede di essere liberi, di curare e guarire. Fingi come allora di essere morta, dagli quel che chiedono, non cambia mai niente, da nessuna parte.

A casa faccio mangiare i gatti disperati, butto le patate, inizio a pulire. Poi mi viene in mente che non posso tornare con lei. E che non so come portarla fuori da là.

-Che c’è di difficile?- squilla la moglie di Gleb–E’ tua moglie, devi pensare a questo soltanto. La vesti bene e la porti via con te. Se dentro di te pensi solo che è tua moglie, e non la tratti da malata, nessuno si accorgerà di niente. E non tornare qui. Al college dì che parti per un viaggio-

-Collegheranno il mio viaggio e la scomparsa di Anastasia-

-Non subito. Prima o poi vi troveranno, è chiaro-

-E allora, che senso ha?-

-Il senso è quel che accadrà nel frattempo-

E adesso che il tempo sta per finire mi dico che non è ancora accaduto quel che speravo accadesse: una certezza, sapere che lei è lei e io Granduca in attesa. E già devo scappare. Devo andare via subito, da lei. Devo lasciare Janine. Dolce Janine. Coi suoi modelli hollywoodiani, i capelli platino e il reggipetto a balconcino. Segue un modello fuori moda e non lo sa. Alena era alla moda. Mia moglie è senza tempo.

Il respiro di Janine è regolare, un soffio debole sotto capelli scomposti. Lascio duecento dollari sul comodino. In fondo ne è valsa la pena, mi ha ascoltato meglio dello psicologo del college.

Lei non si sveglia. Fuori è ancora buio. Tornerò da Anastasia a tempo per lavarla e vestirla per un altro giorno di fuga, l’ultimo forse. Mentre esco dalla città la luce fredda dell’alba sale a ventaglio in fondo alla strada alberata e mi accorgo di avere una fame tremenda.

Mi fermo in un localetto di periferia. L’uomo al bancone è calvo e triste, ha una sigaretta tra le labbra e non alza gli occhi quando gli ordino la colazione. Armeggia in cucina. Poi torna col piatto e ha occhi ammiccanti, subito abbassati sul caffè

-Nottata mister?-

annuisco mentre affondo la forchetta nelle uova. Nello specchio alle sue spalle vedo la strada e una macchina della polizia a luci accese

-Cercano qualcuno-mormora l’uomo –Voi siete di qua mister?-

Scuoto la testa. Non sono di qua, non sono di nessun posto. Cercano qualcuno che sono io con mia moglie. Mangio lentamente. Ho paura. Una colazione fatta male, la macchina fuori pronta a partire, nessun luogo dove andare, e molta brava gente che mi cerca. Essere isolato, cercato come un uomo dannoso agli altri. Anastasia mi ha fatto accorgere di ciò che sono e ho sempre negato.

-Di dove siete?-

-Massachusettes- mento. Prima di una domanda gli occhi dell’uomo lampeggiano. E’ il solto barista di provincia di provincia che vuole sapere tutto, la banca dati della zona.

-Bella terra- e fissa la macchina della polizia che passa di nuovo, la vedo nello specchio.

Ho mangiato un solo uovo.

-Non avete fame?- ancora un lampo negli occhi dell’uomo, subito spento dalle palpebre abbassate. Poco appetito significa preoccupazione. Devo fingere tranquillità. Affondo la forchetta nel piatto.

Il barista è un tipo triste, forse un tempo aveva capelli folti, o un sorriso simpatico, capelli e occhi strappati via a colpi di delusioni d’amore, bourbon e lavoro duro. Io vent’anni fa avevo occhi più baldanzosi, pieni dei libri che avrei scritto, e che non scriverò mai più. Libri che avrebbero potuto cambiare la gente e per i quali non ho avuto e non ho la forza, perché tutta la mia forza è stata impegnata a restare com’ero. Ma Anastasia questo momento non l’ha conosciuto. Si fissava incantata, con occhi sbarrati. Io la fissavo nello specchio attendendo il momento della rabbia, che lei si vedesse com’era da giovane, ai balli o nel parco, o alle feste di New York, quando la città intera le rendeva omaggio; ma quel momento non veniva e gli occhi sbarrati di lei forse vedevano sempre e soltanto gli spari e il sangue, i corpi morti. Incatenata dalla violenza a quell’unico momento, principessa senza storia, senza vita. Guardo di nuovo il barista e lo vedo a occhi bassi, viscido come una lumaca, intento a porre un’attenzione esagerata alla tazza che lava. Nello specchio la luce lampeggiante blu della polizia e due poliziotti che avanzano nel locale. Non ha il coraggio di guardarli e si fa scivoloso come il sapone dei piatti. Il mio amico ha paura. Anastasia non ha avuto paura quando sono venuti a prenderla; e non ha avuto paura neppure di scappare via con me dal manicomio e non ha paura di essere ripresa. Anastasia mia moglie, contadina e principessa, senza paura. Quella l’ha finita tutta in una sola notte.

Tutto a posto, capo?- chiede uno dei due poliziotti. L’altro si guarda intorno. Il barista annuisce a occhi bassi. Sta lavando qualcosa.

-Tutto ok-

-Novità?- e guarda me.

-No, tutto ok, tutto vecchio-

Nessun cenno d’intesa, nessun ammiccamento. Il barista è meno codardo di quanto pensassi. Trattengo il fiato. Forse teme o odia la polizia –una multa, un fermo troppo duro per un eccesso di velocità. Ha sentito la mia paura, ma non mi ha tradito. Appena i due risalgono in macchina mormora, sempre a occhi bassi

-E’ ora di andare-

Lo guardo immobile

-Ha fatto tardi, non è vero? Sono già le sei, presto saranno tutti in giro-

Ok, è meglio sbrigarsi. Gli lascio una mancia generosa e mi precipito alla macchina.

Il motel è davanti a me, edifici bassi e chiari sparpagliati nel verde, come il manicomio. Solo che prato e cespugli sono incolti. Fanno comodo così perché devono nascondere. Sembra un secolo fa e siamo arrivati ieri sera.

Nessuna vistosa autorità regale, 10

Basta, ti ho intristito, vieni qua. Mi hai ascoltato tanto, Janine. I tuoi capelli profumano di lacca da quattro soldi che adesso mi sembra buonissima, e il nylon della tua sottoveste è morbido, anche se non è seta. Come sei morbida tu. Sei un riposo, una chiatta sovraccarica di tutti gli uomini che hai accolto e ora anche del mio racconto. La prima e ultima volta che racconto di me e Anastasia a qualcuno. Tanto sta finendo e nessuno ti crederebbe mai se riferissi le mie parole. E’ come metterle al sicuro. Sei tenera. Vieni qui. Ancora di più.L’inguine vizzo e questa floridezza a buon mercato. Non so più cosa voglio, cosa ho voluto, ma ora è bello averti vicina, vieni più in qua. Non più ossa e pelle vecchia, ma un morbido nel quale cadere e io tra le braccia ho non la prosperosa Janine, ma Anastasia come non l’ho mai vista né in foto né da vecchia, Anastasia come la vedeva Rasputin quando sogghignava sulla soglia della camera da letto, non principessa e non mendicante, senza titoli e senza offese, illesa e bella. Anastasia e basta, prima che l’amore fosse per lei violenza a Ekaterinburg, prima di non essere più fanciulla. In questa figura cado tendendo le mani per afferrarla, ma trovo solo i seni lenti della donna sconosciuta.

Non è niente Janine, Sì, mi gira la testa, sono stato abbandonato, derubato, e sono colpevole. No, non voglio ancora, cinque dollari, mi fai uno sconto. Non è questo. E’ che c’era una giovane donna per me, da sempre preparata e non avrei mai potuto averla. Perché quando lei era lei, ci dividevano troppe cose. Secoli e secoli e un paio di continenti. E ora che la ho, non è più lei, l’ho presa che me l’avevano già cambiata.

La donna mi guarda perplessa, poi alza le spalle, lenta e ampia nel letto. Ha accolto me, da sempre accoglie chiunque e questo l’ha sformata e gonfiata. E’ disfatta in questa stanzetta linda e desolata che sa d’ospedale, un letto pulito, un comodino con l’abat jour e forse la Bibbia nel cassetto.

Perché stiamo fuggendo? Mi chiedi.

Falangi macedoni, coorti disciplinate e inesorabili, flotte a vele spiegate con i cannoni carichi avanzano feroci. Così avrei immaginato e invece  l’attacco frontale non è così chiaro, incontro solo gli avamposti. La fine è fatta di due medici che sono la copia dello psicologo fenicottero al college. Stesso sguardo obliquo e indagatore, stesse maniere miti e voce gentile e contraffatta, molto bassa. Quando apro la porta so già tutto. Sono venuti a prenderla. Mia moglie, la mia principessa, il mio aggancio col passato, dove era possibile e desiderabile essere diversi dagli altri.

Certo, c’è stata una denuncia dei vicini –giubilo dalle tendine bianche, l’ordine viene ristabilito. Sì, non si vive in questo modo –i gatti offesi salgono sui mucchi di patate, un esercito che si dispone per l’attacco. Avete ragione fratelli, ma io e lei siamo finiti se ci separate.

Mostrano un distintivo e un foglio. E’ l’ordine di portare Anastasia in manicomio. Ma non c’è il suo nome, c’è il nome di Anna Anderson che faccio fatica a ricordare. E’ il nome col quale l’hanno accettata e incasellata. I suoi occhi mi pungono le spalle.

-Non conosco questa Anderson- dico restituendo il foglio e alle spalle degli psicologi spuntano due poliziotti. Si fa sul serio. Non vengono con legioni e coorti, con flotte di vascelli a vele spiegate, con peltasti e falangi, ma con una diagnosi. Pericolosa a sé stessa e agli altri. Pericolosa per l’igiene pubblica. Non la vedo in questo nome, in questa descrizione. Lei non è qui, mister. Lei non è da nessuna parte se non con me vicino. Alzo la voce, tendo la mano per strattonare il poliziotto e un’altra mano, vecchia, grinzosa, macchiata dagli anni e dai dolori, si posa sulla mia e la stringe forte. Anastasia.

-Vado con loro, John. Sono sempre andata- e poi agli psicologi –Datemi il tempo di prendere ciò che può servirmi-Finito quel suo perdersi in mormorii, quel suo chiamare Marja, e il ritorno a Ekaterinburg. Maria Stuarda, Maria Antonietta e tante ancora, tutte regine. Sembra quasi contenta, come se tutto fosse stato per arrivare a questo, una vittima sacrificale che non dà soddisfazione ai suoi carnefici. O come se quei diciassette anni di vita perfetta tra Tsarkoe Selo,  l’Hermitage, le bambinaie, i lini bianchi e i tigli, fossero abbastanza e dovessero essere pagati in questo modo. Questa è la regalità e la devi avere nel sangue, nessuno può insegnarla. Oppresso dalla coscienza della mia borghesità, da tutti i calcoli e i conti che i miei antenati di certo hanno fatto, non trovo nessuna parola per fermarla, solo rotti balbettii, un contadino sconvolto in ginocchio davanti al trono dello zar.

Lei avanza e le vedo intorno svolazzare come tanti straccetti che in fondo hanno piccoli specchi, ciascuno con un’immagine, il parco d’estate, il filo di perle, l’abito bianco con la fascia rossa, la foto con le sorelle e Aleksej e sopra i genitori svettanti tristi,  il pianoforte e lei che cammina dritta con un libro sulla testa. Poi lei è come si ravvolgesse uno strascico e tutti gli straccetti svolazzanti e le immagini che portano si fondono in un unico lungo strascico d’ermellino

-Andiamo vi seguo- prende un sacchetto di plastica e si avvia. E così quel suo varcare la soglia di casa ristabilisce le distanze esatte tra noi, ripristina l’ordine antico, spinge di lato spie, poliziotti, psicologi e tutte le forme di controllo che America ed Europa hanno potuto immaginare, ribalta tutto e s’insedia signore. Ma davanti a chi? A due psicologi che si scambiano uno sguardo che è uno schiaffo, come a dire Vedi? E’ pazza davvero; davanti a poliziotti che si tirano su la cintura, indifferenti più delle patate disseminate nella stanza. Tutto sprecato, amica mia, non c’è più un mondo che possa accogliere questi comportamenti. Amen. La pistola del poliziotto nella pancia ferma la mia marcia al tuo seguito. 

La regalità è giudicata pazzia. Amen, amen. Anche io sono pazzo, ma siccome non sono nato re, non se ne accorgono, amen, amen.

Come? Devo dirti che sei bella, bella come Marilyn? Sì, lo sei, morbida Janine. Dolce Janine, mia Marilyn, come lei tutta artefatta, capelli, mani, occhi; il massimo artificio per la massima semplificazione; piacere agli uomini come vocazione e necessità. Lei invece è la massima complessità senza nessun artificio e non vuole piacere, no di certo…Dolce  Janine…non capisco più niente….

E poi vedo tutti gli dei cavalcare gli States da New York a San Francisco –Anubi dalla testa di sciacallo, Afrodite dal seno pesante semidistesa su una lettiga portata da colombe, la terribile Diana col suo corteo di cani ululanti, la dea madre della preistoria che grida nelle doglie di un parto senza fine, Odino che rotea l’ascia tra schizzi di sangue, Quezalcoatl che arranca ritorto, Horus in forma di falco e infiniti altri, fatti di tutto, di piume, scaglie e fuoco. E li segue con allegria una processione di re, tutti diretti verso la baia di San Francisco, il primo faraone, con la pelle d’oro, Napoleone con la testa coronata di colonne e cupole, Enrico VI sempre in cerca di qualcosa, Elisabetta I circondata da molti velieri, Montezuma col coltello conficcato nel suo petto, Luigi XVI che guarda in alto e dice parole che nessuno sente, Ottaviano Augusto sporco di sangue, Isabella d’Aragona seduta sulle navi di Colombo e li ho visti danzare e ridere, Napoleone bisbigliava con Odino, Venere cingeva per la vita Elisabetta I che si teneva tutta rigida e guardava fisso davanti a sé, Montezuma che inseguiva Anubi gridando a gran voce,  Ottaviano Augusto che spiegava lungamente qualcosa a Luigi XVI, e poi una danza di tutti con tutti, sopra gli States, sciamando tra schiamazzi e brindisi e infine arrivare alla costa orientale e tutti, tutti che entravano nel mare di San Francisco senza guardarsi, senza parlare, ognuno godendo dell’acqua e della fine che l’acqua conteneva, scendendo lentamente nella pace azzurra e fresca  delle onde all’ombra del Golden Gate.

-Accogliere è spegnere-

diceva una voce enorme alla fine del sogno e mi svegliava così. Col cuore in gola balzo dal letto dove Janine dorme e alla finestra buia guardo le strade. Sono vuote nel vento triste, uno strano contrasto col sogno tanto affollato. Assenza, mancanza che chiede spiegazione. C’è qualcosa che devo capire e non capisco nel vuoto davanti a me. Avevo sempre pensato che nel calderone americano tutto perdeva forma, tutto diventava soft, smussato e inoffensivo, pronto a essere usato per un drink, per una lezione al college, spiegato e docile. E questo era il sogno, divinità e re finiti a mollo nella baia di san Francisco e dimenticati; accolti e spenti.

 Ma nel sogno non c’era Anastasia. La fine ultima del vecchio mondo europeo non era nella massa che finiva allegramente nelle acque americane, nel calderone dove ogni cosa aveva una sua strana pace. E questo che significava? Che dovevo anche io gettare qualcosa nel calderone, entrare con mia moglie  nel corteo di re morti, scendere con lei nelle acque dove tutto si perde? Oppure che Anastasia mancava perché non era scritto che finisse? Forse lei non era accolta e quindi durava in qualche modo, in una qualche forma di salvezza?

Aiutami, prego, senza sapere chi stessi  pregando. In quella mancanza c’è qualcosa, qualcosa che devo ancora fare, o scoprire. Il massimo respingimento che è il manicomio, al quale Anastasia è stata condannata, significa che lei non finirà. In qualche modo non finirà.

Nessuna vistosa autorità regale, 9

Dobbiamo sottrarci al contagio, non resta altra via.  Sottrarsi a ciò che ancora resta di vita normale.

Intorno a me si fa il vuoto. Gli sguardi altrui sono un cerchio di cemento grigio, Il grigio è dappertutto, tranne che nel viso da vecchia di Anastasia, lì c’è il blu delle occhiaie, il nero dei denti mancanti, ma non il perfido grigio. Continua a spiare le due spie là fuori. Quando la chiamo si volta con uno scatto fiero e vivace uguale a quello della foto di Anastasia bambina. Per questo scatto del capo io la amo, per gli occhi che sono due punte nonostante l’età e che fanno sembrare artificiali le rughe e le macchie della pelle. Per le rughe, le macchie, le vene blu io la odio, perché mi sembrano colpa sua, mi sembra che avrebbe potuto rifiutarle se avesse voluto e io allora avrei avuto l’unica donna che ho mai davvero desiderato.

Alla finestra, a spiare le spie, a un tratto la paura, come un artiglio sulla spalla. Mi volto e mi accorgo che anche Anastasia ha paura, la mia stessa paura, quella di essere avvelenati. Non stringo più mani, nemmeno al college. Non mangio fuori di casa, nemmeno ai rinfreschi durante i congressi. Invano i colleghi mi offrono tartine o drink, io vi vedo solo rischi di avvelenamenti.

Intorno a me si fa il vuoto. Il frigorifero diventa subito tossico solo a pensarci, tutti i cibi di casa grondano sostanze chimiche mortali. I due là fuori e tutto il sistema senza re e senza capitani che ha generato i due, non esiterebbero certo a ucciderci. Non in un lago di sangue, non in modo troppo clamoroso o troppo visibile, ma col veleno sì. Senza rumore questa povera vecchia, avanzo di un’Europa altrettanto vecchia, e il suo marito americano, americano per finta, saranno tolti dai piedi. E’ così che fanno, nulla di spettacolare, senza far parlare o sospettare, senza che intorno ai nemici vi sia una parola o un ricordo.

Lei non mangia più, nemmeno quello che le porto io

-Anastasia, vieni con me- La trascino in macchina, mi fermo, entro in un fast food e le prendo un hamburger con patatine. Lei nell’addentarlo ha la faccia di una bambina golosa e affamata. Mangia con voracità, senza alzare lo sguardo. Si pulisce l’angolo della bocca col dorso della mano, cercando di non farsi vedere

-Me ne prendi un altro?_

Sedotta dai grandi USA, finalmente. Conquistata a colpi di tritato di manzo. Non con le case linde, le famiglie perfette, ma con il cibo da cowboy. Anche lei, come tutti gli dei del mondo, come i grandi artisti e i perseguitati e le culture di tutto il mondo, è finita nel calderone americano, nell’ondata gigantesca che porta tutto tra New York e San Francisco. E’ la bambina che saliva sugli alberi, che mordeva la cugina, che si faceva rimproverare e punire dalle governanti. Boccacce e scherzi. E mac Donald’s me la fa ritrovare.

Da quel giorno mangiamo sempre così, e sempre in posto diverso. Chilometri e chilometri. La macchina è piena di cartacce e cestini di fast food. Prima di ritornare in un posto passa un mese. E i due ogni tanto li vedo nello specchietto retrovisore, sempre vestiti da spie, ma con un’aria appena di disappunto. Appena appena, ma già mostrare un qualche sentimento è un segno forte per gente come loro, allenata all’impassibilità. Sei un genio amico mio, hai fatto centro, mi dico da solo. Non sono mai stato così fiero di me stesso.

Dopo un anno i due fuori di casa diventano un’abitudine, e un’abitudine è la solitudine, e il televisore acceso, l’odore di terra. Così gli ebrei sono sopravvissuti ai campi di sterminio, così i nativi d’America alle riserve. Ma lei va giù, si spegne. L’odore di acqua di colonia non c’è più. Qualche volta mette i vestiti nuovi, ma la sua tristezza li annulla. Si lascia andare, non si lava più. L’erba del giardino copre quasi le finestre, i gatti aumentano.

Ho sentito la prima volta l’odore alla finestra, mentre spiavamo le spie. Io ero alle sue spalle. Era pungente e stantio –urine vecchie, stratificate, gocce su gocce nell’arco della giornata, ognuna col suo odore che si posa sugli altri. E mi sapeva di vecchi zii decrepiti nel prato, quando ero piccolo ed ero inorridito e incantato da quell’odore, da quella inconcepibile vecchiaia. Ma mi rifiutavo di pensare che venisse da lei, così pulita.

Una sera, mentre salivamo le scale, l’ho sentito nitidissimo, e veniva da lei. Anastasia non si lavava più, l’odore di gatto e  di orina vecchia era suo. In camera la faccio sedere sul letto. Lei ha occhi piccolissimi e neri, tra guance ancora sporgenti e piene, se guardo bene spostando le rughe e le macchie della pelle, certe volte è il viso della bambina di Tsarkoe Selo

-Ti preparo un bagno-

-Lasciami stare-

L’acqua scorre nella vasca copre i mormorii di protesta di lei, che infine si arrende perché forse le ricorda qualche capriccio antico, una cameriera che le preparava il bagno in qualche residenza fredda e vasta, perché sussurra incantata Annuska, Annuska.

E’ paralizzata. L’aiuto a spogliarsi e vorrei non vedere il suo corpo da vecchia che lei tenta di coprirsi con le mani nodose, i seni vizzi, la schiena curva come un punto interrogativo. Vorrei non sentire l’odore di urina che sale dall’inguine che guardo appena, bianco e violaceo, senza peli, in una specie di infanzia malata e maligna, appassito per la vecchiaia, però senza ombre, come un ritorno alla bambina di un tempo, la bambina violata e uccisa nella cantina di Ekaterinburg. (Il sangue, il sangue di genitori e fratelli, il sangue a fiotti e schizzi, e gli spari). Un ritorno falso e offensivo, un simulacro indecente. Lei tollera ogni giorno questa cosa su di sé e non so come faccia. Forse è così che ci si abitua alla morte, spiandosi ogni giorno addosso questa decadenza. E mentre distolgo il viso

-Marja, Marja stai giù!- sussurra spaventata.

L’infanzia, così tutelata dalla zarina, uccisa in pochi attimi nello scantinato, e poi dopo, quando il soldato l’ha presa nel bosco. Il mio gesto di denudarla l’ha portata a quella notte. Ancora Ekaterinburg e Marja che si alza e afferra la baionetta del carnefice accanto a lei. Da questo capisco che sa che le ho guardato il ventre.  So che d’ora in poi sarà così che mi parlerà, con i ricordi della sua vita prima di essere Anna Anderson, che non ci sarà più nulla di nuovo per lei, ma solo ripetizione, e che il dolore o la nostalgia saranno il suo linguaggio. La guido alla vasca e mi sento un carnefice. Pietà. Pietà per l’inguine vizzo e senza peli. Pietà perché è scomparso ciò che incantò Ciakoski e la salvò, ciò che tanti uomini videro e amarono negli americani della sua giovinezza. Per me questo è stato conservato, questa vecchia ho voluto.

Nessuna vistosa autorità regale, 8

Anastasia sconvolta. In piedi accanto alla finestra guardava in strada da dietro la tenda. Più che guardare, puntava, come un cane da caccia. Non si è voltata quando sono entrato

-Principessa- Profumava di acqua di colonia. Quando io esco, lei passa ore in bagno. Pelle vecchia e acqua di colonia di un altro tempo, Guerlain Imperiale –sa di secco, sfinito e antico, come un libro del Cinquecento pieno di polveri e segreti.

-Principessa-

-Sssh. Sono qui-

-Chi?-

-Loro. I sovietici-

 Al di là del viale c’era un’automobile con due uomini seduti che guardavano davanti a sé. Apparentemente non avevano nulla da fare.

-Sono lì da ore. Sono loro-

La costrinsi a bere un té. Lei era impettita in punta di sedia. Come se dovesse andare via

-Sono loro, mi hanno trovata-

-Aspetta, non è sicuro. Vediamo cosa fanno- era una prudenza che non mi apparteneva, che esercitavo solo per lei. Dopo un’ora la macchina con i due era ancora là.

-Vado alla polizia-

-No. Resta-

Restammo seduti sul divano tra le patate, a fissare la televisione accesa

-Se sono spie, non fanno nulla per nascondersi-

-Non si nascondono perché non hanno paura. Anche gli americani vogliono che io sia controllata. Non faranno certo una guerra ai russi per me-

Per addormentarsi, quella sera mi ha chiesto di restare con lei. Ci ha messo un po’. Appena il suo respiro regolare ho piegato e messo a posto i cumuli di vestiti. Ammucchiava gli abiti, li lasciava cadere a terra, ma le lenzuola le cambiava e le lavava ogni tre giorni. Le sue pantofole erano vecchissime, la vestaglia era consunta ai gomiti, ma possedeva dieci boccette di acqua di colonia e faceva il bagno tutte le mattine.

Nel sonno geme. La consolo, la carezzo sulla mano ossuta, con troppe vene sporgenti e lei si placa. Per distrarla, la mattina dopo esco di buon ora a comprarle dei vestiti. I due (o altri due) sono sempre là nella macchina . Appena passo mettono in moto e mi seguono. I loro visi non li riconosco e so che presto non li ricorderò neppure. Sono anonimi, sfuggenti come acqua o sabbia. Visi che non si possono ricordare, capelli lisci, castani, lineamenti regolari, occhiali scuri sugli occhi. Non sembrano russi, però: sono morbidi come americani. Ma poco importa, tutti i servizi segreti e i loro uomini si somigliano, perché devono entrare dappertutto, vedere tutto, uomini nebbia, uomini fango. Io non mi curerò di voi! Dico allo specchietto retrovisore.

Per la prima volta decido di partire alla riscossa: finora ho come sognato, adesso basta.

-Troveremo altri avvocati, Anastasia. Costringeremo il tribunale tedesco a riconoscerti-

Lei sussulta spaventata

-No! E allora quelli fuori perché sono qui?-

quelli là fuori sono sempre fuori. C’è un mondo dentro e un mondo fuori e sono diventati incompatibili. E la verità è chiusa dentro. Non farti sulla soglia, non stare alla finestra.

Sì, alla fine la chiamavo Anastasia. Era più comodo chiamarla così, crederla così. Ma i dubbi restavano. Forse passati i cinquant’anni ci si adagia in finte certezze e non si vuole sapere più nulla. Come il metallo fuso dentro una forma prima o poi si raffredda e si adatta ai limiti della matrice.

Ci hanno spiato per un anno intero. Giorni interi alla finestra, dietro una tenda, insieme a lei. I due in macchina sono sempre là, certe volte si ripetono, certe volte cambiano, ma sono sempre uguali, uguali dentro, negli occhi, in ciò che fanno. Io e lei invece siamo unici, siamo tra i pochi che sento unici. Unico era Gleb. Unica Anastasia, e io per mezzo suo, due granduchi in attesa di diventare imperatori. Quando guardiamo insieme là fuori mi sento felice, in un modo strano.  Forse perché sino a prima di sposarla avevo fatto felici molte persone e mai me stesso. Ero stato come mi volevano e ora, a guardare indietro, stavo malissimo. Mie adesso le patate e il soggiorno oscurato, i due là fuori e questa donna vecchia accanto a me.

Le sorrido, e lei sembra uscire un po’ dal suo torpore. Anche se non mi restituisce il sorriso, quello proprio non sa farlo, c’è una luce nei suoi occhi. Mi stacco dalla finestra e studio il russo. Lei non mostra neppure di notare i miei libri. La Russia, Tsarkoje Selo, le sorelle, i genitori e la fine di tutto, se ci sono, sono sigillati in profondità, escono solo nel sonno, quando mormora e mormora sempre più spesso da quando ci sono le spie

Maman non riesco a fare questo punto.  Il ricamo, il francese, la musica e i giochi decisi dalla zarina. Le ragazze tenute in un’infanzia perenne, lontana dal male. Niente mondanità, niente balli. Il ricamo, fiori, alfabeti, gattini, mentre la Russia moriva. Un mondo magico nel palazzo, così magico e chiuso che non ricadeva all’esterno.

-Maman, come siete bella –

Il viso triste, sempre triste, delle vecchie foto della zarina Alessandra. Un viso che anche da ragazza in qualche modo sapeva cosa sarebbe accaduto, e non ha mai tentato di tornare indietro. Per amore di Nicola, o perché non conosceva altra strada. Era adulta anche da ragazza.

Due grandi assenti dalle invocazioni notturne, Rasputin e il bambino avuto da Ciakoski. Se Ciakoski esisteva, se hanno avuto un bambino

Troppo buio, maman. Accendete la luce. Troppo buio dopo la nascita di Alksiei. Non si sfida la felicità, non bisogna chiedere troppo. Con quali parole Rasputin avrà guarito il piccolo, con quali preghiere o incantesimi resta un segreto. O lo era già allora quando venivano pronunciate. Il bianco che gli zar avevano eretto con pazienza intorno alle figlie, che ancora durava intorno a mia moglie nonostante le patate e le tende tirate, non doveva, non poteva essere intaccato dal nero..

Le spie là fuori erano grigie. come i loro vestiti, come le canne delle loro pistole. Un grigio non di compromesso, di accordo tra parti opposte, ma di manipolazione, di bianco affascinato dal nero. Macchiato dal nero. Si notano appena, non si distinguono gli uni dagli altri. Nella loro assimilazione a chi li comanda peccano contro ciò che si deve fare per vivere Io e lei obbiamo sottrarci al contagio, non resta altra via.  Sottrarsi a ciò che ancora resta di vita normale.

Nessuna vistosa autorità regale, 7

C’era una volta un re e una regina che erano quasi felici. Avevano quattro bellissime figlie, un palazzo d’oro, un palazzo di marmo, un palazzo di ambra e un palazzo di lapislazzuli. Nei parchi dei palazzi le betulle e le querce si inchinavano al loro passaggio e formavano grandi archi. Passavano tre mesi in ogni palazzo e quando si spostavano in carrozze d’oro da una dimora all’altra il popolo ai lati della strada era un grande sorriso. Le sale ridevano piano quando le principesse vi passavano. Talvolta correvano giocando e viali e stanze si accendevano allo scalpiccio dei loro piedini.

Ma il re e la regina non erano felici perché mancava loro un figlio maschio, l’erede al trono. Nessun marito di nessuna delle figlie avrebbe potuto mai avere il loro sangue purissimo e reggere degnamente il paese incantato, così pensavano, così era stato detto loro e così era scritto nel Libro della Legge. Di notte nelle sue stanze la regina si toglieva gli abiti, si toglieva il sorriso che aveva indossato durante il giorno, davanti alla corte e alle figlie, e piangeva, finalmente piangeva tutte le sue lacrime. La vita le sembrava oscura in tutta quella luce in cui viveva e il suo cuore era nero come la notte. Una maledizione le era stata fatta, singhiozzava fra sé e sé, una maledizione potentissima, che aveva pronunciato

-Avrai tutto quel che si può desiderare, tranne ciò che vuoi veramente-

Forse, si diceva la regina, il mondo in realtà era buio e si accendeva solo per maleficio quando la famiglia reale passava. La natura di tutto era buia e malvagia, di certo. Nemmeno l’acqua della regina d’Ungheria riusciva a lenire i suoi mal di testa quando aveva a lungo rivoltato in sé stessa queste cose; e nemmeno le voci delle sue figlie nel parco.

-Datti pace, regina. Ottenere ciò che manca alla felicità è strada sicura per l’infelicità più grande-

le sussurrò un giorno la vecchia nutrice delle quattro fanciulle e la regina, furente, la confinò nelle cucine del palazzo e non volle più vederla. Niente e nessuno doveva lenire il suo dolore .

Una notte chiara, piena di aliti profumati e di sussurri, il re tornò dalla regina con molta tenerezza. Nove mesi dopo nacque un figlio maschio. La luce dorata durò ancora un anno. Le quattro figlie cantavano

-Maman, adesso siamo sette. Prima eravamo sei ed era un numero brutto. Adesso siamo sette, il numero perfetto. Maman, siete felice?-

Sì sono felice-

La regina sorrideva alle fanciulle e il suo sorriso brillava più dei diamanti nel diadema che aveva in testa.

Poi il bambino reale si ammalò. I lividi macchiavano la sua pelle, gli svenimenti lo tenevano lontano dal mondo e i baci della regina non lo risvegliavano. I genitori sedevano presso il suo lettino, chini sul visetto del piccolo e il resto del mondo si spegneva lentamente. Prima divenne oscuro il popolo, che iniziò a mormorare pieno di odio, poi l’esercito che senza re si annoiava, poi infine il parco. Luminose restavano solo le quattro figlie, che erano fatte di felicità.

Quando tutto era ormai diventato pauroso arrivò un contadino che era più buio del buio. Di lui si diceva che fosse santo e che guarisse. La regina si disse che il buio si combatteva col buio. Lo chiamò accanto al lettino del bambino. Quando il contadino passò nei corridoi del palazzo i cristalli e gli specchi si gonfiarono, come sul punto di esplodere, ma lo sguardo della regina li fermò. Comando, posso e voglio che costui giunga e guarisca, a qualunque costo. Il contadino santo pregò e il piccolo guarì. Il re e la regina videro che la luce tornava in tutti i luoghi. Da quel giorno, ogni volta che il bambino stava male, chiamavano il contadino e questi lo guariva. E il suo nome era Rasputin.

Maman siete felice? Ora siamo sette. Ora avete il figlio maschio, e sta bene.

Sì sono felice.

Ma non era più vero. La regina vedeva che la luce delle cose era tornata, sì, ma con un orlo di buio, una striscia nera che aumentava ogni volta che il contadino veniva e guariva il piccolo. Il dolore aveva fatto più acuta la sua vista, che ora discerneva quel che prima restava nascosto. Il mondo era come un enorme dente cariato. La carie scavava sempre di più. Un giorno Rasputin non venne . Il bambino iniziò a deperire. Il contadino non si poteva trovare, era sparito. Ombre nere erano sopra le fanciulle. Allora la regina capì che le favole non esistono. Non esiste neanche questa favola. La realtà vince tutto. E la realtà è sangue e tenebre, gli spari in cantina a Ekaterinburg, il sangue di maman che schizza sulle fanciulle e sul piccolo malato, la fame che spinge quegli uomini a sparare.

Voi eravate l’ultima favola Anastasia. Avete provato a scriverla, ma non era più possibile.

Scusa, stavo parlando con mia moglie. Ah, hai sentito parlare di Rasputin? Rasputin era il guaritore della favola. Certo che ne hai sentito parlare. Di questo sì che si parla…

Sono un po’ ubriaco, ti ho fatto versare troppo bourbon. La vodka va in profondità. Il bourbon ubriaca in superficie. Ma né vodka né bourbon  potrebbero cacciare la mia paura. Al primo bourbon ero solo più contento, il secondo mi ha dato alla testa e sono diventato troppo loquace. Il terzo ti fa apparire a me come attraverso un velo di pioggia e così va bene. Se ho paura di Rasputin? No. E nemmeno dei soldati o delle spie sovietiche. Ho paura di non essere nessuno, di non capire niente. O forse dico così perché ho bevuto, forse nego a me stesso tante verità. Quali, vuoi sapere? Ti dirò non una verità, perché non ne ho, ma una paura che poi è passata, perché altri dolori l’hanno cancellata. Quando ci hanno seguito e spiato.

Nessuna vistosa autorità regale, 6

Sì, patate ovunque, Janine e dopo un anno i gatti, decine di gatti a cui dar da mangiare e bere. Come aveva fatto in Germania. L’odore era terribile, ma non potevo dirle nulla, ci teneva troppo. Più un gatto era vecchio e malato, più lei lo accoglieva. Ho cercato di di tollerare i gatti. E poi ho avuto una ricompensa, forse una prova.

Iniziavo a provare riconoscenza per quel che Anastasia creava. Per la penombra e per l’odore di terra e patate, per quel suo stare eretta e immobile al centro del soggiorno, per quel suo nascondere continuo. E’ un riposo. Un riposo che sa un po’ di morte, ma un riposo. Così un giorno le porto un sacco di patate.

-E’ bene fare scorte- le dico porgendolo. Lei si illumina. Non l’avevo mai vista così in faccia, accesa da dentro.

La sera mi saluta dal centro della camicia da notte con un calore nuovo.

La solita camicia bianca lunga fino ai piedi, chiusa al collo da un nastro. Come sempre sulla soglia della porta tra le stanze si è fermata e mi ha salutato. Restava nel suo territorio, nel cerchio di luce dell’abat jour acceso tutta la notte, il recinto invalicabile intorno a lei. Contro il cerchio della camicia candida e della luce si erano infranti tutti i miei pensieri su di lei, tutte le domande e le paure. Respinto, mi allontanavo ogni volta in punta di piedi, senza più parole, come da un altare.

Quella sera mi sono addormentato subito, stranamente. Alle tre mi sono svegliato. Il cerchio di luce dell’abat jour di mia moglie era pieno di mormorii. Parlava nel sonno, piano piano. Mi sono avvicinato per sentire, a piccoli passi senza rumore

-Batiuska, eta apasna – o qualcosa del genere

Forse è russo. Continua a parlare e non capisco. Le parole mi girano intorno, io cerco di acchiapparle e non riesco, nessun suono mi resta, solo un mormorio dolce, come se parlasse a un bambino, come uno scorrere di acqua tenera.

La mattina lei è come prima, io no. Sentire il suo russo è stata una frustata. Almeno, credo che sia russo.  Corro in Dipartimento, in biblioteca prendo una grammatica e un dizionario di russo e sprofondo in essi, lamentando di non averlo fatto prima. Segni e sillabe mi piombano addosso. Non trovo ciò che ho udito, forse ho udito male o forse non è russo, forse la separazione tra le parole non è quella che ho pensato.

La sera dopo preparo un taccuino e una penna. Resto sveglio quasi tutta la notte, seduto nel letto con la schiena poggiata a tre cuscini. Ma lei non parla, si rigira nel letto, russa per un po’. Tutto bianco e muto, come la luce, la sua camicia da notte, la carta – e l’abito di Anastasia bambina nella foto che era su tutti i giornali. E così per molte notti, durante le quali io quasi dimentico del perché sono sveglio e quasi mi abituo al dubbio e torno come ero prima, rassegnato a non sapere.  Scivolo nell’abitudine come su un’acqua placida e ben conosciuta. Facile accettare di non sapere, mentre le patate e le erbacce crescono e fanno salire l’odore di terra fino alle camere da letto.

Poi una notte, la prima notte in cui tornavo ad avere sonno e stavo per sprofondare nel torpore, lei mormora nel cerchio di luce morbida

– Maria, Maria,vniz!- è un grido disperato. Invece di svegliarla e consolarla, scrivo in fretta le sillabe. Geme come il gattino che ho visto in preda alle convulsioni, sull’asfalto dopo che una macchina l’ha investito. Poi si calma, si rigira, le coperte scivolano a terra e io posso vedere le gambe secche, con le vene viola. La copro piano.

Il giorno dopo, da Gleb, dove  tutto profumava

-E’ russo, amico mio, è russo. Maria, Maria stai giù. Eta apasna, è pericoloso-

posa il foglio e si mette una mano sugli occhi. Si riscuote come se emergesse dall’acqua

-Maria, stai giù.  E’ Ekaterinburg.-

la voce si spezza. Non può continuare, le lacrime scendono nella barbona da prete ortodosso.

Cos’è Ekaterinburg, mi chiedi…sì Janine, ricordi bene, è dove hanno fucilato gli zar e tutta la loro famiglia, e pure alcuni servitori e il padre di Gleb. I bolscevichi. Là forse Anastasia è morta. O forse è viva e io l’ho sposata.

Come avrebbe fatto a fuggire? Mentre portavano i cadaveri nel bosco per bruciarli, poiché niente doveva restare di loro e bisognava evitare che diventassero delle icone, dei santi da venerare o vendicare, un soldato, un certo Ciakovski, si sarebbe accorto che uno dei cadaveri delle ragazze respirava appena. Approfittando del buio, appena il convoglio si fermò ai margini di una radura, l’avrebbe tirato giù e nascosto tra gli alberi. Che cosa le avrà sussurrato? Taci, non un fiato, ti aiuterò. E lei aveva capito. Janine, immagina la confusione, gli ordini gridati, fate presto, presto, prima dell’alba, scavate, incediate! l’odore della carne bruciata, dei capelli strinati, e questo Ciakoski che fremeva pensando alla ragazza nascosta. Buon lavoro, compagni ritiriamoci. E Ciakovski che la porta in un’isba e paga il silenzio dei contadini con uno dei gioielli che aveva trovato nel busto di lei. Gli altri gioielli pagheranno la fuga dalla Russia, fino in Romania, e la loro vita là, fino a quando lui non fu ucciso dai servizi segreti russi. Pare che avessero avuto un figlio. Come sia arrivata dalla Romania a Berlino non si sa. Lei stava male quando la trovarono, era in un manicomio.

Sarebbe stato facile riconoscere se era lei? Bastava una radiografia, una visita dentistica. Ma lei ha visto come chi l’aveva riconosciuta per Anastasia, ritrattava, o era costretto a ritrattare. Non ha voluto sottoporsi ad alcune visita medica. Non ha voluto più parlare. Lo ha giudicato troppo pericoloso, per sé e per gli altri. E questa storia che ti ho detto l’ha narrata una sola volta. Sai, ai re basta la parola. Non devono fornire prove.

Hai sonno, vero? Nessuno come me…è la mia condanna. Come me hai avuto solo un altro, un pittore? Ah, no, era più agitato e anche più normale. Lui voleva avere successo, voleva essere famoso. E’ vero io non voglio niente, neppure te, solo certezza e pace. Hai sonno, lo vedo, non negare. Ti racconterò una favola, come ai bambini quando stanno per dormire.

Nessuna vistosa autorità regale, 5

Sono un po’ matto. Mi piace come lo dici, con quella risatina tenera. Sei tutto quello che Anastasia non è più, morbida e tenera.

Sono un po’ matto.

 Siete matti, vi adoro, era il telegrammadi Gleb dopo le nozze. Perché credo, o spero, che sia Anastasia, se non ho prove? Che significa prove? Ti dirò ancora.

Il giudice di pace che ci ha sposato mi ha guardato prima sorpreso e poi severo, come se fossi un pervertito. A quanto pare era peggio sposare una donna vecchia che una ragazzina. Sostenni lo sguardo del giudice, a testa alta. Non è vecchia, è antica, antichissima. E, mister, mi sta rendendo un’Altezza Imperiale.

Era vestita dell’abito blu; sul colletto tre gardenie bianche e un cappellino con una breve veletta che le ombreggiava gli occhi. Stava molto bene per i suoi anni -quanti? Settanta, settantadue? E io quarantasei. Alle sue spalle per un attimo, evanescente, una cattedrale enorme, altissima,coperta d’oro, il tappeto rosso al centro, gli invitati nei banchi e lei incedente al braccio del padre, vestita di bianco e d’ermellino. Sempre l’immagine di come avrebbe dovuto essere, sempre una figura che faceva più misero il presente. Sempre immagini doppie, quando arrivava la certezza che fosse Anastasia.

 Non ti basta? E’ vero, non basta, per questo sono qui e ne parlo. Altre volte la tristezza accompagnava una certezza debole. Le ho dato la stanza accanto alla mia, le porte erano aperte, in modo che le stanze comunicassero, e sono sempre rimaste aperte. Sotto la camicia da notte bianca ed enorme sentivo i seni cascanti, le vene bluastre e tutti i segni dell’età. Le guance incavate per i molari mancanti, il viso afflosciato su sé stesso,come se mancasse un sostegno interno. Con una fitta al petto ho pensato a come avrebbe dovuto essere la prima notte di nozze di tutti e due. E forse lo ha pensato anche lei. Sembrava perduta e come offesa, adirata con sé stessa per essere come era. Certo non potevo baciarla sulla bocca, né carezzarle i seni, o cose del genere. Mentre mi avvicinavo piano, lei mi guardava fisso senza espressione e ai lati sorgevano i fantasmi di tutti quelli che l’avevano avuta quando era bella, di tutte le chiacchiere che avevano riempito le riviste di allora, dal soldato tedesco che l’aveva salvata a Berlino ai play boys di NewYork, gente che non l’ha amata o l’ha amata male, cercando in lei quello che lei non era; una fitta siepe di figure pallide, così tanti da fare pena. Che altro poteva fare se non averli e lasciarli entrare in sé, che altro le restava. E ora che non poteva più, era moglie, americana, al sicuro. Povera Anna Anastasia, che hai avuto tutto troppo tardi.

Che farò, che dirò: la prima notte andava celebrata in qualche modo. A un passo da mia moglie caddero tutte le figure. Ho fattol’unica cosa che mi andava di fare, l’ho abbracciata. Lei è restata rigida,sentivo il suo corpo secco e strano, troppo magro sulle spalle, troppo gonfio ai fianchi.

-Benvenuta-

 Lei non diceva niente, sorrideva un poco. L’ho fatta coricare, le ho rimboccato le coperte.

-Staremo benissimo insieme-

Che non veda mai rimpianto, mi sono detto, almeno questo non lo veda, lei che ha visto tutto,l’odio, il desiderio, la furia, il sangue, l’abbandono. Ci sono riuscito. In questa cosa sola sono riuscito. Perché lei in me ha visto tutto, affetto,ambizione, allegria, ira, fastidio, insofferenza; ma mai rimpianto di averla sposata.

 Poi nel mio letto da solo, sono restato ad occhi sbarrati fino all’alba. Anna/Anastasia russava.

Altre volte, la certezza che non fosse Anastasia, ma Anna la contadina polacca. Due giorni dopoil matrimonio.

La moglie di Gleb mi aveva dato una mano a pulire lacasa, prima della cerimonia. Con due cameriere aveva rivoltato ogni cosa,lavato e lucidato da cima a fondo, buttato le cose vecchie. Fiori freschi nei vasi e asciugamani candidi in bagno. Quando io e lei eravamo entrati ero stato colpito  dal profumo, dalla luce e dalla bellezza della mia stessa casa. Le tende candide si muovevano appena,sembravano chiamare a una vita bellissima. Non abbastanza per una principessa,d’accordo, ma in ogni caso il massimo che si potesse fare da me. Lei aveva fatto un cenno del capo, accennato a un sorriso, mormorato

-Che bella casa-

 ma si sentiva che non lo pensava. E poi si era installata in soggiorno e non si era più mossa. Non ha mai sistemato nulla incasa, nemmeno i suoi vestiti.

Due giorni dopo il suo arrivo, ha riempito il soggiorno di patate, prima le ha nascoste dietro il divano e poi, come se si muovessero dotate di vita propria, le ho ritrovate in ogni angolo. Non c’era verso di fargliele togliere

-Basta con queste patate- grido un giorno e faccio per sferrare un calcio ad un mucchio vicino alla porta. Lei si slancia verso di me. Sento la sua mano ossuta e rigida sul mio braccio. E’ la prima volta che mi tocca.

-Solo le patate si conservano. Salvano dalla fame. Lasciale-

la guardo, è disperata. Da quanta fame sorgono questi mucchi, questo desiderio di conservare e vivere sicuri? Un attimo di incertezza, poi comincio a raccogliere le patate per buttarle. Lei mi si butta addosso come può, con furia e forza. Ha gli occhi spiritati, bollicine di saliva all’angolo della bocca e biascica

-lascia lascia-una strega che spintono con furia, pieno di odio. Lei cade all’indietro, su uno dei mucchi di patate, piegata ad angolo retto, come un bastone spezzato. Fisso l’angolo strano del corpo e tremo all’idea che si sia fatta male. Le patate mi cadono di mano. La rialzo. Le mani mi tremano mentre l’accompagno sul divano. Grato che non si sia fatta male, ma pieno di odio per lei, insieme. Non era da principessa la faccenda delle patate, ma da contadina

Nessuna vistosa autorità regale, 4

 Perché fuggo? Janine, le patate,le erbacce, la fuga, tre domande diverse, ma una sola risposta. Alesa aveva detto che la gente aveva orrore del prato di casa mia. E’ stato allora che ho deciso di lasciarla e che ho capito come il Prato Americano è la risposta a ogni domanda. Deve essere verde, fitto, ben tagliato. Da questo dipende tutto, se sarai amato, se avrai successo. Poi scopri che non è vero, che anche col Prato Americano sei sempre un disperato e ti senti ingannato.

Dopo due mesi dall’arrivo di Anastasia in casa mia, il prato non era più americano. Non avevo raccolto le foglie secche né le cartacce che il vento aveva soffiato, non avevo tagliato né innaffiato l’erba. I vicini mi chiedevano con aria intensa “ Come va?”.

-Bene- rispondevo. E declinavo con cortesia le loro offerte di aiuto.

 Mi sono chiesto se vedere dalla finestra quella decadenza, o farmene sorprendere quando rientravo a casa mi piaceva. La risposta era sì, un gigantesco Sì. Mi sentivo più sincero. Era come proclamare al mondo ciò che sono, il che non fa mai male. Senza ostentazione, per carità, solo per correttezza. Non fate conto su di me, amici, cittadini americani: io appartengo ad un altro tempo e ad un altro spazio, anzi mi chiedo come sono capitato qui.

Come sono venuto fuori così, non so.  Non sono mai interamente dove sono. Forse per questo, essendo condannato a sognare, ho scelto l’Europa. Poteva essere un’altra cosa, ma ho scelto l’Europa.

 L’Europa di là dal mare, dove tutto ha avuto inizio, da dovesono salpati gli antenati dei miei genitori e di tutti i genitori americani in cerca di fortuna e pace. Un piccolo continente in penombra, ricco di anfratti e zone luminose, brulicante di gente inquieta e litigiosa, ma con la testa piena di idee e passioni. Quando gli europei arrivavano qui, secondo me si placavano. Sedotti dall’ampiezza degli spazi, si stabilivano dove volevano,  senza quella vicinanza obbligatoria dell’Europa che portava a odiarsi gli uni con gli altri. Qui non erano più sotto gli occhi di qualcuno, ognuno poteva avere il suo.

 Lentamente hanno creato la casa americana, il pratoamericano, l’anima americana, linda, obbediente, ricca. Qualcosa però si è perso, in un punto imprecisato di quest’evoluzione.  Hanno voluto essere perfetti. Sono patriottici, fedeli, sinceri, onesti; sono come le tendine delle loro cucine,candide o a quadretti, esattamente come dovrebbero essere. Ma la loro perfezione è così impossibile che per essere sostenuta li costringe a bere nei week end, a prendere antidepressivi, a sparare. Pochi la reggono senza aiuti. Essere perfetti porta a giudicare, non a capire. Disperati, i miei americani si appigliano alle regole per non vedere che regole possono non essere date e che si può vivere senza. Portano con loro la colpa che spinse i padri a lasciare l’Europa, soffrono di essere senza passato e per negare la sofferenza perseguono la perfezione.

Io no, io dico forte che vorrei un passato, che questo continente è troppo nuovo per me, e impedisce i sogni. Il mio prato antiamericano lo proclama a tutti e tutti fingono di non capire.  Capiranno, prima o poi. In questo disordine vedo meglio le cose. Mi espongo a un giudizio che scopro irrilevante e ho un mucchio di tempo per me, per quelle che da ricerche storiche stanno diventando sogni.

Quando mi sono sposato era il tempo degli ultimi re; ora c’è il tempo nuovo della democrazia.

Parlo bene? Grazie. Anche i miei studenti me lo dicono.Sono affascinati da me, ma poi non mi chiedono la tesi, vanno dai miei colleghi, dai professori importanti che li possono aiutare, io li posso tutt’al più incantare.

 No, il College non ha preso bene il mio stile di vitadopo il matrimonio. Il direttore  un giorno mi ha detto che mi trascuravo, che forse era il caso di incontrare lo psicologo. Improvvisamenteho visto che i miei vestiti erano vecchi e che avevo la barba lunga. Non me ne ero accorto prima.

Ho fatto il colloquio e ho finto di farlo di buon grado,per non creare sospetti. Lo psicologo era la massima emanazione del Prato. Aveva il suo studio al secondo piano del College, per studenti e docenti. Era giovane, alto e allampanato, sempre sereno, una sorta di  fenicottero.

Lo studio era quasi uguale a quello del Direttore,chiaro e pulito, con pochi libri pochissimo letti. Si è mostrato empatico, simpatico. Condivideva il disagio al quale ho accennato subito. Condivideva così tanto che stavo sulla difensiva.

-Quanto ritiene sia importante l’aspetto fisico?-

-Ha subito un qualche dolore, una perdita di una persona cara in tempi recenti?-

– Le capita di pensare alla morte?-

Sono uno storico, sono a contatto con la morte tutti i giorni, come i medici, medici e storici sono più vicini di quanto non si creda.Lei non pensa alla morte? Si può vivere senza pensarci? Lui ha l’aria di ritenere la morte un problema che preveda una soluzione. Caro Americano tipo, per il quale non devono esistere tragedie o quesiti irrisolvibili!

 Voglio capire come ragiona, se devo parlare di me,voglio sapere che cosa crede lui, quali sono i suoi pensieri. Accenno al desiderio di vivere in un’altra epoca, lui si irrigidisce, un attimo solo, poi torna empatico. Accenno al dispiacere per le critiche dei colleghi e lui minimizza. Minimizza ogni dispiacere, ogni delusione, ogni ferita. E’ il grande Minimizzatore, niente conta. E poi, tutto va bene, qualunque cosa io dica,qualunque idea io abbia. Non ha idee o giudizi, tutto va bene e nulla va bene,non vi sono certezze se non un luogo mitico dello spirito che è l’equilibrio interiore, vale a dire la non interferenza con la società costituita. Poverino,gli hanno insegnato così e così è convinto di essere empatico. Io invece sprofondo come davanti a una massa elastica e senza volto, solo occhi che spiano, e che assorbe qualunque cosa, ogni urto di parole e colpi, pronta a riapparire di nuovo come prima, assolutamente illesa. Si può solo evitarla, una roba così.

 Ho capito, ho capito tutto. Ragazzi, vi farò contenti,mi sono detto uscendo di là. Comprerò dei vestiti nuovi e saluterò con vivacità, forse con un sorriso. Tanto questo basterà.

Vestiti nuovi, barbiere, sorrisi e saluti. Il Direttore dopo due giorni mi dice

-Ehilà John-dalla sua faccia è convinto che il colloquio con lo psicologo mi abbia fatto bene. E’ facile fare contenti gli altri. Bisogna volerlo. Ma per il prato non ce la facevo a essere come gli altri, era troppo più vero tenerlo trascurato come lei voleva, troppo rispondente a me, per renderlo uguale a quello dei vicini.

Nessuna vistosa autorità regale, 3

Chi era Gleb, mi chiedi. Bella domanda. Era il figlio del medico ucciso con gli zar a Ekaterinburg, ma anche il miglior professore del College, il fondatore di una nuova religione,  un disegnatore eccellente e molto di più di tutte queste cose insieme. Era l’unica persona felice che ho conosciuto. Splendeva, letteralmente. In modo mite, come un fuoco basso. Dopo la morte del padre, la fuga avventurosa dall’Europa con la madre (avevano mangiato carne di lupo, in Siberia, e uno sciamano gli aveva predetto un attentato e il modo per sventarlo), nel nuovo continente la sua luce ha iniziato a splendere. E’ stato lui che mi ha fatto sposare.

Mi chiedeva, perché non scrivi più? Sto cercando di scrivere sulla regalità, rispondevo. Un giorno mi chiese: perché la regalità?  Perché è ciò di cui abbiamo bisogno. Essere re è rinunciare a sè stessi, disse lui.  Un sacrificio così necessario che lo si circonda di lussi e privilegi, per farlo digerire.  Una rinuncia a sè stessi per la quale ci vuole un così lungo addestramento , da indurre gli antichi a renderlo ereditario, per cercare di sfruttare la genetica e la consuetudine. Lo sapevo che avresti detto questo, Janine, che è meglio essere re che prostituta. Il punto è che non c’è differenza tra le persone. O almeno non c’è differenza nelle sorti, nella quantità di dolore e gioia. La differenza di ricchezza è meno importante di quello che si pensa, anche se è ingiusta e piena di dolore. In pratica tutti la paghiamo. Un re è oppresso di colpa, ha un peso sulle spalle, e il lusso delle sue sale vale come compenso di questo torto.

Me l’ha spiegato Gleb. Non posso scrivere un articolo su questo, mi sbranerebbero, ha detto. Allora dimmi come faccio a conoscere la regalità, dato che non posso scriverne, gli ho detto. Si può vivere la regalità, ancora si può, mi ha detto. Ce ne è ancora un pezzo che vive nascosto in una casupola nella Foresta Nera. Io e altri l’abbiamo riconosciuta, ma non è servito a nulla. E’ Anastasia Romanova, figlia dell’ultimo zar. Quasi tutti i testimoni, pagati dalle banche inglesi o spaventati dai serviz segreti, le hanno negato ogni giustizia. D’altronde, hanno ragione: che succederebbe  se si sapesse che è viva la figlia dello zar? Era la storia che sisussurrava al College da anni. Ah, la ricordi anche tu. E come mi riguarda? Ho insistito.

Bene, lui le ha scritto, l’ha fatta venire a New York,mi ha spinto a scriverle. E’ stato difficile. Ho gettato mille fogli appallottolati, con mille inizi. Poi ho capito che per riuscire dovevo pensarla una principessa. Quindi in preda alla disperazione scrissi di getto

“Altezza Reale,

forse nessun tribunale su questa terra Vi renderà mai giustizia. In pochi Vi conoscono. Ma sappiate che io erigerò un monumento sulla vostra tomba. Con devozione

 Vostro John Manhan,professore di Storia presso Il…College di…Charloettesvlle, Virginia”

La risposta giunse dopo due settimane

“ Egregio e sconosciuto professore, invece di pensare alla signora Anderson da morta, fate qualcosa per lei viva. Non resterà viva ancora per molto. L’Europa è un pessimo posto per una donna anziana

Anastasia

 Gleb le ha pagatoil viaggio fino a New York.  -Senti qualcosa di diverso adesso in America?- mi ha detto

-Sì. La vado a trovare-

 -Buona fortuna. Le principesse, le vere principesse, sono esseri incantevoli e pericolosi a qualunque età-

 Meglio essere re che poveracci? Insisti, certo. Come tutte le Marilyn. Tutti i modelli devono avere i loro miti. Però sei morbida, molto morbida.

 Sai, quando sono andato a un cocktail con lei ho avutola certezza che fosse Anastasia. Lei non voleva venire, odiava mostrarsi. Ma era la prima volta da quando ci eravamo sposati e  dovevo far vedere a tutti i colleghi che lei esisteva. L’ho costretta a indossare un vestitino nero, le perle finte, la borsetta, le ho detto che stava benissimo. Lei era arrabbiatissima, ma appena è arrivata ha alzato la testa, raddrizzato le spalle e ha iniziato a sorridere. Sorrideva a ognuno guardandolo un attimo appena, non più a lungo perché sarebbe stata indiscrezione, ma per quell’attimo l’altro si sentiva innalzato e rispondeva felice. Dentro, troppe persone. Visi tutti uguali, aperti in sorrisi da cocktail, sorrisi che poggiavano sull’ebbrezza di un bourbon. E con mio stupore chi tagliava e annullava tutti quei visi falsi era proprio mia moglie Anastasia (o Anna?) che avanzava con un sorriso non finto,l’unico della sala, con un sorriso che significava a ciascuno

-Sono davvero contenta di vedervi- 

 come ciascuno fosse per lei unico davvero, pur essendo visto per la prima volta. Una gioia speciale per ciascuno nello sguardo e nel sorriso, una gioia da regina. E io che avevo pensato che essere re fosse soffrire adesso ne dubitavo. Oppure la sofferenza di un re è in questa gioia non simulata, eppure obbligata in qualche modo?

 Anastasia sorrideva, nelle presentazioni abbassava appena il capo. In fondo non contava che non fosse vestita di bianco, che non avesse perle vere e diademi, che fosse vecchia. La vera regalità era in questo sorriso lieto, in questo incedere lento e sicuro, in tutto quel che nessuno le può togliere. 
E sì, ho sentito da quale lunga educazione, o feroce addestramento, nasceva quel far sentire gli altri unici e considerati, quel portamento che non la faceva cedere e sembrava però tanto naturale.

 A casa, dopo, era stanca. Prostrata. Quell’attenzione agli altri le aveva tolto ogni forza. Mi ha fatto pena. Lei, Anastasia, anche se con quell’abitino, quelle perle coltivate.

Nessuna vistosa autorità regale, 1

 Lo so Janine, ti ho preso per altro, là nella strada di Hampton piena d’insegne al neon, quando avevi ancora il rossetto intatto, i riccioli biondi pettinati e mi chiamavi Honey.

 Sei perplessa perché ancora non ti tocco. Ma vedi, è finito il desiderio suscitato dai sussurri dietro al muro della stanza nel motel, mentre mia moglie dormiva. E’ stato un fuoco passeggero, ora voglio solo parlare. Sì, parlare, ti pagherò per questo. Conosco troppo bene quel che puoi darmi, lo conosco sino alla noia, mentre non conosco ancora dopo quindici anni di matrimonio cosa può darmi mia moglie.

  Ancora non so nemmeno chi è. Nessuno sa cosa significa esseresposato a chi non sai chi è. Nessuno conosce un’altra persona, nessuno conosce sé stesso, ma non è questo soltanto. Io di lei non so con certezza neppure il nome. Eppure siamo sposati dal 1969, da quattordici anni. Quattordici anni senza certezze. Come la chiamo? Io la chiamo, e spesso la credo, Anastasia. Molti altri la credono e la chiamano Anna.

  No, non vado con mia moglie, non ci sono mai andato. Sono statocon altre però.

 Con una come te sono stato a Napoli, nel ’44, durante la guerra.Come tutte le italiane, teneva alto il capo, un po’ superba, un po’ annoiata,perché là sanno già tutto, da loro è già successo tutto e tutto è antico: le strade troppo strette, i muri gonfi e carichi. Di noi americani sorridevano,sorridevano di come era facile ingannarci

-Bravi guaglioni, però-

  Bravi guaglioni, pieni di dollari e  giovinezza, che morivano su quei seni magridi guerra, vecchi astuti guaglioni di oggi che muoiono su seni gonfi di benessere americano. Tu invece, Janine, ancora sei giovane e sei americana. Le americane imitano le attrici, vorrebbero essere altro, la mamma americana nel prato americano. Siete colpevoli tutte, perché vi sentite in colpa per aver tradito il modello.

In Italia non ci sono modelli, li hanno finiti un sacco di tempo fa. Sanno già tutto quello che può essere e ne sorridono.

Chi è il tuo modello? E’ Marylin, chi altro? Sempre lei anche se la moda ora è diversa. Mia moglie non segue la moda, anzi non vuole neppure un vestito nuovo. Nemmeno quando ci siamo sposati aveva un vestito nuovo. Davanti al giudice indossava il suo vecchio vestito blu. La Smith l’aveva costretta a una veletta nuova, però. Una principessa nel vecchio vestito blu.

 In Italia mi sono innamorato del passato. A Napoli c’era sempre qualcosa che non si sapeva, o che si era dimenticato, una profondità che non ho più trovato. Come un pozzo sotto ogni piede e pietra, che solo le leggende o le vecchie storie rischiaravano. E mia moglie è molto, molto più profonda di quelche ho sentito a Napoli, affonda in un passato che ignora anche lei.

Come? Con chi l’ho tradita? Oh. solo con una persona, con Alena.

E’ stato così: guardavo mia moglie mangiare in cucina. Non ha mai cucinato nulla. A massimo prendeva il pan carrè, ci metteva sopra  maionese e cetriolini e mangiava. Nient’altro. La domenica faceva bollire le patate.

  Masticava con i denti davanti, non aveva più i molari e nonvoleva che pagassi un dentista per rimetterglieli. Con lo sguardo perso nelvuoto oltre i barattoli, la busta del pane davanti a sé, come se qualcuno dovesse portargliela via. Troppo triste come scena. Mi è venuto in mente che forse aveva nostalgia di cibi russi, perché lei è russa, o almeno io credo chelo sia; quella volta ho pensato che forse le avrebbe fatto bene tornare amangiarne un po’.

E così ho contattato Alena, la collega di Storia dell’Alimentazione nel mio college. Sì, sono un professore, universitario. Non si direbbe? Lo prendo per un complimento. Lei era un tipo un po’ hippy, era all’inizio degli anni ’70, sai la moda di allora.

 nonno indiano d’America. Da questa mescolanza le deriva la sua speciale leggerezza. Sembra volare nei corridoi e nelle conversazioni, con un sorriso alato, come se avesse nel sangue lo spostamento. Nessuna opposizione è radicale, sembrava sussurrare, possiamo essere felici, ballare insieme in cerchio e sorridere per sempre.

 A pensarci, la storia di cucinare cibi russi forse era una scusa. Alena mi ha accolto con deferenza: lei era arrivata da poco e io ero uno dei professori più noti del College

-Oh certo! Ti porto tutto, ho un libro a casa!-

  Il giorno dopo il libro era tra noi. Kvas, blinis, zuppa dirape. Io e Alena sfogliammo il libro insieme, le nostre teste, le nostre mani si sfioravano.

Ho cucinato. Anastasia mi guardava dal soggiorno,senza provare nemmeno ad aiutarmi, senza chiedermi cosa stessi facendo. Quando fu tutto pronto, apparecchiai bene, con tutte le cose al posto giusto, accesi le candele e la chiamai. Le accostai la sedia dietro e servii la zuppa e i blinis. Lei guardò tutto e cominciò a piangere. Non toccò nemmeno un blinis. Preseil pane in cassetta e la maionese e mangiò quello.

 L’indomani ad Alena ho detto che era tanto piaciuto il pranzo. Davantia un drink ho detto poi quel che era necessario dire per andare a letto insieme.Le piacevano mie ricerche sulla regalità, le trovava strane.

 -Ma io sono regale-ho confessato, un po’ ubriaco -Sono un granduca in attesa-

Lei mi guardò sopra il bicchiere.

-Ho sposato la presunta Anastasia Romanova-

il bicchiere si abbassò, gli occhi si strinsero in un sorriso splendido

-Sei un libro di favole John-

 Ecco, in quel momento l’ho tradita. In quel momento quando hodetto la presunta Anastasia, non prima, né dopo, nel letto di Alena. Non ho avuto rimorso del tradimento fisico, ma il ricordo di quelle parole ancora mi tormenta.

Mi faccio troppi problemi, dici?

 Sì, di sicuro. Quando mi chiedeva scherzando dov’era laregalità, le dicevo che se esisteva, era in mezzo alle patate. E il tuo trono? Che si vedeva solo di notte. Nella casa di Alena c’erano mille souvenir, comeun elenco del telefono, sabbie, fotografie, ceramiche; mille cose erano su dil ei, braccialetti, ricami, perline, i riflessi dei capelli lisci e pesanti da squaw; gli occhi splendevano costanti, come lampadine. Diceva sempre di non fare programmi. Per me era un riposo una creatura che sembrava senza luogo,senza re.

 Per qualche mese ho vissuto diviso in due, spaccato a metà.Alena di giorno, nei corridoi, nel letto del suo alloggio, con allegria; Anastasia al ritorno, terrosa e impettita davanti a una Tv che non guardava,tra mucchi di patate.