Cibo di guerra, 3 (Bombardamento di San Lorenzo, Roma 19 Luglio 1943)

 

260px-Bombardamento_di_RomaRoma, 19 Luglio 1943. Mi madre che abitava sull’Esquilino vicino la stazione Termini, aveva 14 anni e molta fame.

Verso le 11 di mattina era andata a Piazza Vittorio a fare la spesa, con la sporta a rete come quelle che si usavano allora, e ogni tanto tornano di moda come borse. Tutti pensavano che Roma non sarebbe stata mai bombardata, per il Papa e per il Colosseo. Nessuna paura in giro, quella era un cosa che riguardava Napoli. Roma era al sicuro.

E poi sopra le bancarelle le fortezze volanti, a gruppi di tre, a ondate continue. Cercavano la caserma di Castro Pretorio e colpivano il Verano; cercavano la stazione Termini e colpivano San Lorenzo. (Mussolini era a colloquio con Hitler. Gli riferirono del bombardamento di Roma e lui prese a tergersi il sudore dalla fronte col fazzoletto. Sapeva già che finiva tutto. Roma era tutto).

Mia madre non mangiava da un anno. Tra il fumo,  i sibili delle bombe vicinissime, e le urla, vide luccicare su una bancarella delle pesche, rosse e gialle, mature, sugose. Tutto sparì intorno, restavano solo le pesche. E si slanciò a rubarle, tra le grida della gente che scappava

-Ragazzina, và al rifugio!

-Vai a casa, corre!-

Lei non le sentiva, sentiva solo il sugo delle pesche, e di tutta la frutta, di tutta la verdura che non aveva mangiato da un anno. Riempì la sporta e a casa ebbe tante scrollate e urla dai miei nonni disperati, che la davano per morta sotto le bombe.

Poi, dopo la sfuriata, un vociare lontano, come di mare in tempesta. Una corsa in strada e in fondo a via Togliatti la massa di gente, coi materassi sulla testa e i ragazzini in braccio, che prendeva d’assalto i treni (tanto la stazione non era stata colpita). Poi un silenzio improvviso che si propagava e qualche voce appena, reverente, stupita: è Il Papa; è Sua Santità; è uscito dar Vaticano. Il Papa nella foto che tutti conoscete, che benediceva gli sfollati di San Lorenzo e il silenzio arrivava lontanissimo, fino a Termini; e le sue braccia aperte ricreavano il cupolone sopra chi aveva perso tutto.

Il pranzo dei morti, 14

-Principe., amico mio, vi sembra il caso, proprio ora che stiamo per essere giudicati e ammessi al Suo cospetto…-il d’Ingalbes si alzò a prendergli la mano.

Ripasaltas iniziò la sua opera consueta di mediazione

-Eccessivo, credo, il pensare a un tribunale, ma certo, ehm, capisco, capiamo…le donne, nevvero? Una delusione perenne, non ve n’è una che regga all’idea che ce ne siam fatta…e tutte le lenzuola spiegazzate, oh quante!, spiegazzate invano…e purtuttavia, vedete, principe…-

-No!-il marchese di Carabas quasi gridò, sussultando come per un singhiozzo- No!-

tutti tacquero stupiti

-No!- per la terza volta. Il marchese fissava come incantato il calice pieno del vino color rubino di Giarratana, feudo portato in dote graditissima da sua moglie –C’è qualcosa che dura, e lo dimostra questo pesce: io vi sento cura e attenzione, e dolcezza, come una mano materna sul capo. Qualcuno si prende cura di noi e provvede, anche qui su questa bella terra e questa è immagine della Divina Provvidenza che ci attende!-

-Che intendete?-

– Chi ha cucinato questo pesce, chi l’ha voluto su questa tavola, chi ricordava la ricetta di un’epoca antica, l’avete detto tutti voi, terribilmente antica, voleva che riscoprissimo la dolcezza della vita su questa terra a dispetto di tutte le illusioni e le delusioni che il principe qui presente troppo patisce, invece di sorriderne, come sarebbe giusto! Dico- e si alzò col calice in mano- Qualcosa dura, sotterraneo, misconosciuto, ma dura e non so cos’è. Brindiamo ad esso!-

tutti si alzarono perplessi, tranne il principe Lancia.

-Sbagliate, amico mio, sbagliate, ma fate come volete. Brindo a ciò che dura, e che sempre ritorna come questo sole che rugge nei piatti sotto questo commovente pesce cavaliere-

Svuotò d’un fiato il calice e crollò seduto a testa bassa, quasi che quei brevi discorsetti fatti l’avessero svuotato d’ogni energia. E questo accade quando si dicono le grandi verità, ma lui non poteva saperlo, avendo vissuto sino ad allora nella menzogna.

– Una sola cosa –sibilò il principe fissando il marchese –una sola cosa è durata nella vostra vita e non per merito vostro, né delle vostre ricchezze: vostra moglie donna Cubitosa che vi ama, nessuno sa perché. Ma tanto a voi non importa e di lei non vi siete mai accorto, e neppure… – si fermò appena in tempo.

Il marchese non lo ascoltava, o lo ascoltava con una minima parte di sé stesso, perché stava scostando la salsa del pesce con la forchetta, e scostava, scostava come se cercasse qualcosa. Poi bevve un altro calice di vino e crollò con la testa nel piatto. Come morto.In un lampo dieci persone, tra convitati e maggiordomi soccorsero il marchese con sali, cordiale e pezze fredde; in batter d’occhio lo trasportarono nel suo letto e mandarono a chiamare donna Cubitosa.

Di nuovo sola, si disse lei inspirando forte l’aria con la mano sulla maniglia della stanza del marito. Di nuovo sola con lui. Lo sentì respirare appena entrata. Prima, molto prima di essere vicino al letto. Piano, ma respirava, ed era come un macigno tolto dal cuore. Si coprì di sudore in tutto il corpo e di lacrime nuove sul viso.

Marchesa, marchesa, marchesa.

-Gerlando mi occupo io da sola del marchese. Voi provvedete con Totò che i nostri ospiti tornino intavola per il dessert. Badate al vino dolce. E voi, signori- e alzò gli occhi sui tre gentiluomini, che vi caddero dentro –voi che mi avete validamente aiutato in questa folle impresa, avrete sempre un posto nel mio cuore, per quel vale. Sono certa che tutto andrà per il meglio. Non temete per il vostro amico. Egli guarirà e sarà anche per merito vostro-

Il principe Lancia si chinò profondamente, e profondamente commosso. Noblesse oblige, pensò, eccellente davvero, marchesa. Ma non lo disse e si limitò a baciarle la mano con trasporto.

E così i tre amici se ne andarono, turbati non solo per la sorte del marchese, ma anche per ciò che ognuno aveva appreso degli altri. Si sentivano come denudati e camminavano a capo chino verso la carrozza del principe che li avrebbe accompagnati a casa. In silenzio salirono, in silenzio la vettura si mosse senza scosse, lasciandosi alle spalle il mare nero con i suoi misteri, i suoi cavalieri, i suoi odori grevi che salivano alle sale del marchese,. Si spalancò la notte nera di Palermo, rotta appena qua e là dai doppieri dei valletti davanti ai palazzi nobili. Le lanterne scavavano i volti dei gentiluomini senza più parole, facendoli scheletri.

Catalana

IMG_2276Forse chi legge già la conosce, ma io no: è l’insalata catalana, o almeno così si chiama in Sicilia.

Polipo lesso, patate, carote, cetrioli, pomodorini di Pachino, rucola. Ho fatto togliere le cipolle, ma ci stanno.

Polipo e patate lesse, sembra strano, ma è una bontà.

Della Sicilia trovo incantevole questa memoria del passato attraverso i cibi. Addirittura la Catalogna, e talvolta ancora più indietro:  nello Stretto di Messina quando pescano il pesce spada gli uomini cantano una canzone greco-bizantina, di cui ormai ignorano il significato. E’ come una stratigrafia con il cibo. Tutte le dominazioni, i re di passaggio, portati in tavola. E tutti che mangiano immemori, perpetuando.

Il pranzo dei morti, 13

Sopra i candelabri solo gli occhi del Lancia erano fissi sul marchese e bruciavano, e non volevano essere notati nella loro forza. Il marchese si era un poco riscosso dalla debolezza precedente e voltava ora qua ora là il capo a seguire i discorsi dei commensali, via via prendendo vigore. Giunse persino a raddrizzare le spalle e a chinare il capo verso il piatto incuriosito.

Poi si girò in ascolto di uno strano clamore che veniva dalla strada sul porto, un canto disordinato di bambini, e incontrò gli occhi del Lancia. Erano così forti che per fuggirli taglio un pezzettino di pesce e lo mise in bocca. Il boccone si squagliò all’istante, così dolce, nobile e forte che il marchese ne fu sopraffatto e chiuse gli occhi. In quel boccone c’erano un ritorno e una nuova partenza tutt’insieme, e con un urto troppo forte per lui.

-Alla vostra marchese-il principe alzò il calice pieno di vino rubino con occhi che erano due schiaffi – e alla salute della marchesa-

Il principe aveva riconosciuto il canto che saliva dal porto, e le vocette dei bambini che erano il piccolo esercito di donna Metra. Le strofe strane, così antiche che nessuno sapeva più cosa volevano dire; l’odore mai sentito di quel pesce, e il sortilegio che li aveva indotti a quel pranzo tanto pazzo; non si era anche lui rivolto un tempo, per i begli occhi di una signora sposata, a donna Metra? L’aveva fatto sorridendo di sé stesso, come un gioco, con scetticismo, come per provare che quelle cose non esistevano; E invece quella signora l’aveva avuta, in una notte caldissima di luglio, fra candide lenzuola, solo per scoprire che non ne valeva la pena…che almeno donna Cubitosa non scoprisse mai che non valeva la pena di niente. Che il desiderio esaudito è cosa tristissima: la grande verità che non poteva essere detta, pena l’inaridirsi dei cuori altrui.

La marchesa avrebbe ottenuto ciò che voleva: adesso che capiva la presenza di donna Metra ne era certo. E lui avrebbe aiutato chi aveva aiutato lui, tacendo ogni disillusione. Stranamente sentiva che quella ridicola Cubitosa, così fissata nel voler curare un marito che mai l’aveva onorata, nemmeno come madre, era superiore a lui, con tutta la saggezza dei suoi studi filosofici; e ci stava male, malissimo, nel non essere il più saggio. Ancora più male perché la donna che sentiva superiore era una creatura priva di razionalità, puramente istintiva come un animaletto. Lei e gente come donna Metra lo turbavano e lo intristivano, erano il contrario di quel che lui voleva essere: razionale limpido e scientifico, mentre loro erano così vicine al fondo materiale del mondo, a quel guazzabuglio di forme vitali in cui operavano i loro sortilegi. Era solo; superiore e solo, non c’era rimedio.

Si guardò intorno: tutti mangiavano in silenzio, mentre l’aroma straniero si alzava dai piatti da portata, lento, sontuoso, imperioso e presidiava l’aria e i cuori, accompagnato dai mormorii di lode del d’Ingalbes e del Ripasaltas. Il marchese non parlava e masticava lentamente, con occhi straordinariamente vivi. Stava ben dritto e guardava qua e là con curiosità, come se tutto fosse nuovo.

Infine il malato proruppe

-Quanta bellezza, quanta bellezza ovunque. Sono stato sciocco. Siamo stati sciocchi- Invece di pensare alla punizione, avremmo dovuto pensare al premio. Il castigo, sì certo. Ma se il castigo fosse una bellezza e una bontà soverchiante, che ci schiaccino con la loro potenza? Non una punizione in senso classico, ma un chinarsi davanti a una bellezza che non avremmo mai immaginato…angeli color porpora, o blu imperiale,  intorno a una luce dentro al trono più bello che si possa immaginare. Niente occhi, né bocca, né viso o corpo, solo una presenza assoluta, e noi che cadiamo in ginocchio. Qualunque purificazione proceda questa visione va bene-

Tranne il principe, tutti gli altri si misero a descrivere ciò che immaginavano e auspicavano. Il marchese pensava a castelli di gioia, di una gioia molto rossa, capace di scorrere come un ruscello; e la quiete dorata di chi è immerso in Paradiso come una conchiglia nella sabbia del mare. Il pesce delizioso era anticipazione del paradiso che li attendeva, e il vino, oh il vino! Era l’estasi permanente in cui avrebbero vissuto.

– Ma prima, amici miei, ci sarà, ci dovrà essere una qualche prova- fece il Ripasaltas – Io edo una conversazione tra gentiluomini col Buon Dio-. Seduti a un tavolo, con un calice di vino davanti, ci spiegheremo per bene. Chiederò conto dei torti ricevuti – ( e qui, a onor del vero, egli non pensava solo a certi rifiuti di bei ragazzi, ma anche a delusioni della sua carriera politica, a certi dinieghi che avevano rallentato non poco la sua nomina)- Che mi dimostri, come sia possibile che certi dolori e molte amarezze siano stati provvidenziali. Avrà in suo bel da fare. Talvolta non c’è proprio spiegazione ai torti che la vita ci infligge, e in nessun modo possiamo dire che ne sia venuto un bene-

– Barone, negherete a Dio la razionalità?- fece il d’Ingalbes –la razionalità divina è diversa dalla nostra, ma di certo Egli deve aver ben predisposto tutto. Meglio pensare, come faccio io, ad una condivisione di cose belle senza discussioni filosofiche-

Tutti presero una seconda fetta di pesce spada. Il principe, avendone masticato con calma un boccone,  infastidito da quei discorsi intorno a lui, che gli parevano troppo infantili, esclamò con voce colma di collera repressa a stento

-Nulla di ciò che voi dite amici miei! Non le gioie sovrumane del Carabas, o il conviviale incontro del Ripasaltas. Il Dio che ci aspetta io vorrei sottoporlo a un vero tribunale. Non dovrà Egli spiegare da buon amico, ma presso lo scranno di un giudice, che sarò io. Dovrà rendere conto di ciò che mi ha fatto. Gli amori che non durano, le passioni che si spengono, i desideri che non si avverano o che si rivelano eccessivi e, in generale, il fatto che nulla duri, mai, in nessun modo. Che niente sia davvero del tutto identico a come lo avevamo immaginato.

Siederà come imputato e poiché nulla potrà giustificare ciò che mi ha fatto…. –

Gli altri lo guardarono a bocca aperta. Senza dubbio quanto detto era empio, ma non questo soltanto turbava i commensali, bensì il fatto che il loro amico si manifestasse del tutto diverso da come si era mostrato loro sinora, vale a dire mondano e felice o, se non proprio felice, sereno, razionale e saggio. Nessuno osava fiatare, per non vedere di più dell’amico, o di chi tale avevano creduto sino a quel momento; volevano continuare a crederlo uguale a prima e quindi amico. Nessuno poteva intuire che l’aver anche solo sfiorato con la mente il mondo di donna Metra, con i suoi ragazzini, le pozioni, le erbe e le parole antiche che lo formavano, lo aveva sconvolto e reso incapace di controllarsi.

Non esistere (on line)

Amiche preoccupatissime perchè non rispondo su Whatsapp. Semplice, l’ho disattivato. Ho chiuso il profilo Facebook ( disapprovazione di tutti), non ho Instagram (ma perchè?!?!).

Non credevo che avrei recuperato così tanto tempo; o forse non è questione di quantità di tempo, ma di qualità. Sono più serena, meno legata agli oggetti. In un altro post ho scritto del fare tabula rasa delle cose, ma la prima tabula rasa da fare è quella dei messaggi superflui sì, ma che sottraggono tonnellate di energia, anche solo per leggerli. Ora sono come più concentrata sull’attimo che vivo, priva di quella compulsione a guardare il cellulare che avevo prima.

Non l’aveva detto Seneca che l’unica cosa davvero nostra è il tempo? Bè, è vero. Le cose davvero importanti ti raggiungono comunque.

Inglese, 1

Il mio nipotino irlandese parla quattro lingue: l’italiano, l’inglese, il gaelico che studia a scuola e l’inglese di sua zia, che sono io.

Qualche anno fa ho preso il mitico B1, non so come, forse l’esaminatore era di buzzzo buono, come dicono a Roma. Ma il mio inglese è davvero penoso, un misto di italiano e cadenze umbro-sicule davvero terrficante, che solo grazie alla gentilezza irlandese viene decifrato.

Sul pullman dovevo prendere 3 biglietti, per me e i Figli,  andata e ritorno per Dublino. Mentalmente ho tradotto paro paro dall’italiano e me ne sono uscita con un –Three tickets came and back to Dublin-
I Figli, uno per spalla, sibilano feroci –Che stai dicendo mamma?- mentre il gentilissimo autista, un vero signore, ha spento il motore, mi ha squadrato e mi ha sussurrato -Where do you want to go? Tell me- Sono intervenuti i Figli. Secondo me era chiaro cosa volevo. Mi ha consolato solo il sorriso dolce dell’autista.

I love you Ireland!

Del sublime, 2

IMG_0574Questo mangiavano gli dei sull’Olimpo: involtini di pesce spada con granella di pistacchio all’esterno e formaggio all’interno.

Un capolavoro. Ne fanno anche agli agrumi, o al limone o alla palermitana con pomodoro e uvetta, ma questo è assolutamente il migliore. Gli involtini li vendono crudi e, a casa, un filo d’olio, 10 minuti di forno e l’ambrosia è in tavola.

Non è un piatto per il mitico Qualcuno perchè è pesce e nella mia famiglia umbra il pesce non esisteva. Fino a che non mi sono sposata sono rimasta convinta che il pesce fosse il nasello Findus al vapore, ammannito solo perchè il pediatra lo riteneva necessario.

Il pranzo dei morti, 12

Il d’Ingalbes scosse il capo

-E quindi sarete presto costretto a un mondo d’orrore, amico mio? Un mondo in cui vi circondi tutto ciò che non vi è piaciuto in vita? Troppo semplice, troppo meccanico…il Buon Dio è più complesso di come noi creature lo pensiamo, Sarebbe come dire che il principe sia condannato a vivere in mezzo a selvaggi perché troppo ha amato arte e cultura e civiltà; e che il nostro buon Ripasaltas debba scontare decenni in un mondo popolato solo da donne, lui che vuol per sé i più bei ragazzi di Napoli-

Tutti sorrisero e brindarono

—Troppo meccanico- concordò il Ripasaltas .Il nostro buon d’Ingalbes può stare tranquillo: nessuna festa in camicia di tela. E io nessun mondo popolato di donne soltanto. Sarebbe troppo per me e il Creatore lo sa, avendomi ben fatto lui così. Credetemi anche io avrei voluto essere diverso, come voi marchese che dianzi lamentavate l’esser ricco come un peso. Allo stesso modo io lamento il mio gusto per gli uomini: è come essere flagellati dalla tempesta in mezzo al mare senza trovare un porto–

Il principe Lancia scosse il capo, vuotò il calice di vino come per darsi forza e iniziò a parlare con forza crescente. Io, il più colpevole, disse, il più odioso; io che ho sempre cercato di essere il più colto, il più elegante, il più tutto; il cui peccato mortale è la superbia; io allora pure scenderò in qualche mondo di derelitti, costretto a vivere di espedienti? No signori, il buon Dio, non è così meccanico, come giustamente sostiene il d’Ingalbes; Dio è più sottile e lungimirante. Fateci caso: in ogni nostra previsione circa ciò che ci attende, noi tutti pensiamo a un abbassamento, a un mondo inferiore al nostro.

E se invece fossimo umiliati non con l’abbassarci, ma con l’innalzarci? In un mondo regale infinitamente superiore al nostro, dove saremmo l’ultima ruota del carro e sperimenteremmo il disprezzo che abbiamo in vita esercitato verso altri? Non sarebbe più giusto?

Forse, signori, amici miei, non c’è più molto da immaginare, e lo stesso immaginare è forse ulteriore peccato. Affidiamoci e godiamo di questo banchetto che chissà quando capiterà ancora, in una notte dolce come poche, in questa casa bella come nessun altra. E voi, marchese, voi che ci ospitate però non onorate questo convegno come si deve: non avete toccato il maialino.

-Ho sentito di nuovo mancarmi stomaco e cuore…-

-Marchese! Amico nostro!-

-Credetemi, è più facile non mangiare, è così dolce..ci si sente svanire e ci si riposa da sé stessi-

Del gran pericolo in cui versava il marchese, di tornare allo stato precedente il pranzo, donna Cubitosa non sapeva nulla. Quasi svenuta nel suo salottino, sedeva senza nulla vedere. Cettina le aveva portato il cordiale che le aveva impedito di perdere conoscenza e le aveva dato un’ebbrezza morbida in cui si vedeva vedova, brutta e disordinata, circondata da selvaggetti che erano i suoi figli, senza l’eredità dello zio, sotto al ritratto del marito che la guardava elegante e severo; e poi vedeva tanti occhi di pesce spada, fatti di neri cerchi concentrici che tiravano giù dentro al loro nero disperato. E mentre singhiozzava senza più ritegno, tra le lacrime vide dei gorghi di acqua così blu da sembrare nera,. Erano i gorghi che si dicevano nello stretto di Messina e, al centro del gorgo più fondo, quello forse che aveva perduto i compagni di Ulisse, un pesce spada che stava dritto in piedi e aveva una coroncina d’oro sulla testa

-Aspettami Cubitosa! Aspettami, abbi fede!- e tutto profumò di mare, grondò di alghe che avevano piccole stelline ai bordi.

Si addormentò felice, come se qualcuno le stesse cantando una ninna nanna.

-Amico! Amico mio! Che senso ha? Siete già morto! E non mangiando offendereste Colui che ci ospita, il padrone di casa che è padrone di tutte le case- esclamò il Ripasaltas, cogliendo una luce di ammirazione negli occhi del principe Lancia.

Mentre così parlavano un dolce aroma di spezie si diffuse nella sala. Le porte vennero spalancate e

-Cos’è questo profumo? Mi ricorda …-esclamò il marchese prima ancora che entrassero i maggiordomi con i vassoi- c’è il mare e qualcosa di più del mare, c’è un invito al viaggio, e poi, e poi…come si può descrivere un profumo? Amici miei aiutatemi!-

Totò entrava con gli altri due maggiordomi recando i vassoi dove erano adagiate le fette di pesce spada coperte da una salsa appena brunita e coronate a fettine d’arancia. Quando ogni piatto ebbe la sua fetta, circondata da un paio di cucchiai di caponata, si sprigionò un aroma meraviglioso dentro il quale per un attimo caddero tutti i cuori

-Il vostro monsù, amico mio, è il migliore di tutta Palermo- esclamò il d’Ingalbes.

-E’un’artista, un profondo conoscitore di storia e storie. Quest’equilibrio di aromi non è roba dei nostri tempi, viene da molto lontano- il Ripasaltas con le parole sapeva far tutto e creare ogni illusione, ma stavolta la sua voce vibrava di emozione; e continuò dicendo che quell’aroma veniva da altre età, più forti e coraggiose, più disposte al viaggio e alla lotta; non la loro misera epoca di pirati barbareschi straccioni e nobili che al massimo arrischiavano una passeggiata sotto la palazzata a mare.

E il d’Ingalbes contraltava enumerando ciò che distingueva nella salsa che aveva subito assaggiato, origano, e noce moscata, di certo, due fra gli aromi più corroboranti, e arancia, da qualche parte, il succo d’oro degli dei; e poi qualcos’altro di misterioso e nuovo che non si lasciava definire.

Domenica

IMG_2248 Basta allontanarsi un po’ da Taormina, che è là sullo sfondo, e i prezzi si dimezzano, ma la bellezza della domenica non cambia. Dall’altro lato si ergono le montagne della Calabria: lo stretto di Messina è di una bellezza sconvolgente, soprattutto perchè Messina non è di moda. Povera città di passo e di poco prezzo, che ancora non si è risollevata dal terremoto del 1908.

L’acqua è questa qua sotto ed è stranamente calda. Le correnti che vengono dallo Stretto, quelle di Scilla e di Ulisse, portano verso sud, verso Taormina e bisogna saper nuotare molto bene, tanto da mantenere la calma quando ti vedi così lontano dal tuo ombrellone e ti sembra di non poterci ritornare e di non poter mai vincere la forza dell’acqua. Sarà per questo che tutti restano a mollo lungo la battigia e non sanno cosa si perdono.

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Io mentalmente ringrazio mio padre che mi obbligò ad anni di nuoto agonistico e rientro a riva con i Figli e con finta nonchalance al mio ombrellone, mentre i Figli ringraziano mentalmente me, che ho fatto la stessa cosa con loro, ma non me lo diranno mai.

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Poi, al costo di un toast a Taormina, involtini di cernia, calamari o pesce spada, a scelta, con caponata.
N.B. In Sicilia si fa un involtino di tutto. Ed è sempre, invariabilmente, squisito.

 

Dopo di che il sangue umbro ha avuto la meglio. Sono tornata a casa mentre tutti arrivavano.

Il pranzo dei morti, 11

I tre gentiluomini con gioia repressa e di sottecchi guardarono il marchese mangiare l’arancino. Aveva iniziato a sbocconcellarlo; ma quando era giunto al ripieno, alla fusione di ragù, carne e spezie, i morsi si erano fatti più veloci, e quasi non masticava più, assorbendolo come una piantina riarsa l’acqua. Quando ebbe finito gli altri tirarono il fiato di nascosto. Totò iniziò a servire il maialino allo spiedo.

.Straordinario questo cibo dell’aldilà, davvero il compendio di quanto di meglio offra la terra…-sussurrò il marchese- sembra difficile che ne avremo di altrettanto buono e spirituale-

-Lasciate fare al nostro Buon Signore- replicò il d’Ingalbes –non c’è limite al suo amore-

-Vorrei restare con voi quando inizierà la punizione- e il marchese finì il vino nel calice che subito Totò riempì, secondo gli ordini ricevuti dalla marchesa: Il bicchiere sempre pieno, il piatto pure.

-Temo che non sarà possibile. Nessuno di noi quattro ha peccato allo stesso modo-

-Eppure lo vorrei proprio-

-Ecco vedete –esclamò il Lancia – forse il vostro peccato è di esser capriccioso –fate e disfate a vostro piacimento senza ascoltare leggi e ragione-

-E dunque? Che ne sarà di me, che punizione avrò?-

-Chissà- s’inserì il Ripasaltas –forse avrete da dimorare in qualche sorta di collegio, quelli in cui si mandano i figli disobbedienti. Che so, una disciplina molto rigida: sveglia alle sei, lavarsi con l’acqua fredda e, se non si rispettano le regole, in ginocchio sui ceci secchi! Stanze gelate, messe lunghissime all’alba…le solite cose-

-Oppure- intervenne il d’Ingalbes- un qualche lavoro fiaccante la volontà, come quello dei nostri segretari. Mettere in ordine carte e ricevute. Dire sempre di sì. Ordinare secondo un qualche criterio i libri-

Il marchese tentennava la testa e intanto infilzava il maialino, badando a raccogliere la crema alla carne che ne grondava. I tre amici si scambiarono sguardi esultanti.

-E voi, conte d’Ingalbes, che peccato avete? Per cosa sarete punito, e come, se mi consentite?- mormorò il marchese con lo sguardo nel piatto.

-Io?- annaspò il d’Ingalbes –Io? Ma credo…penso…-

-Orsù conte, lo sappiamo tutti quelli che siamo seduti a questa bella tavola. Avevate sempre molti desideri. Desideravate ciò che non potete avere e avete vissuto di sogni pazzi –

il Lancia pronunciò queste parole quasi supplicando. Aveva tante volte messo in guardia il d’Ingalbes dalle spese eccessive a cui si era abbandonato e tante volte era andato in suo soccorso con denari che non erano mai stati restituiti.

-Non si tratta di desideri, ma d…di obblighi. C’è un decoro, un onore da mantenere che…- quasi balbettava, la vergogna era insostenibile e tutti i commensali lo guardavano

-Allora forse sarà l’onore il vostro peccato. Non temete, noi abbiamo i nostri di peccati- lo aiutò il Ripasaltas conciliante.

Il d’Ingalbes sorrise con occhi pieni di lacrime e iniziò a descrivere il suo peggior incubo, che sarebbe poi stata la sua punizione, perché per tutti ciò che si teme maggiormente sarà ciò a cui si sarà condannati, in quanto ciascuno sa già in vita cosa si è meritato. E lui…lui sarebbe stato costretto a recarsi a una festa, Una di quelle belle feste dei padri, belle non tanto per il lusso, che pure era magnifico, ma per la conversazione che tintinnava gioiosa come cristalleria, e per le belle trovate delle toilettes delle dame, ognuna col suo proprio stile e col piacere di farne sfoggio. E sì, sarebbe andato, ma senza parrucca incipriata, e senza le belle marsine di seta confezionate dal suo sarto, senza camicia col jabot ricamato, bensì in brache e camicia di tela bigia e sporca, a piedi nudi, come uno dei suoi contadini: E tutti gli invitati avrebbero riso di lui, non in maniera evidente, questo no! Avrebbero sorriso, più che riso, accostando le teste per non farsi sentire, le dame dietro i ventagli –ma non sarebbe stato meno evidente e doloroso. Nei bei saloni dorati e affollati di dame e gentiluomini i molti specchi avrebbero riflesso e moltiplicato la sua umiliazione…Il marchese di Carabas trovò insopportabile la pietà che provava per l’amico. Smise di mangiare e provò a consolarlo

-E infine forse scoprirete, al termine della punizione, che si può vivere anche così, in brache a camicia bigia e a piedi scalzi; e sarete più ricco di prima, pur nella povertà più cupa. Credete conte, a me questa bella marsina che mia moglie mi forzò ad indossare per ricevervi pesa come se fosse un’armatura antica. E di gran lunga preferirei la povertà a certi pesi della ricchezza-

Si udì a questo punto un suono da una delle porte che conducevano verso il salone, un suono strano come una specie di singhiozzo o l’inizio di cinguettio; e subito Totò versò altro vino e battè il bastone per chiedere il pesce spada alla cannella.

Aveva singhiozzato donna Cubitosa, nascosta dietro l’uscio. Subito Gerlando le aveva passato un fazzoletto, dove soffocare il pianto: per carità di Dio, che il marchese non s’avvedesse d’essere spiato, e non capisse che era tutta un’impostura! Quindi le lacrime presero a scorrere copiose sul visetto della marchesa ed erano lacrime di gioia e gratitudine, perché tutti i suoi sogni più folli si stavano avverando, non solo di veder il marito mangiare come un cristiano e non come un uccellino ferito; ma anche di sapere qualcosa in più della sua anima, che sempre le era rimasta nascosta.

Gerlando le fece un cenno: il piatto del marchese col maialino tornava quasi intatto.

Ora c’è il pesce spada, Ora c’è il pesce spada, si ripetè in cuore la marchesa, sperando non so quale miracolo e protezione dal greco modo.

-Sapete?- disse il marchese a capo chino come se non ce la facesse a tenersi dritto – sono capriccioso ed è il mio più gran peccato, come avete ben detto. Ma ce ne è un altro collaterale, forse causa del capriccio. Il fatto è che quello che non mi piace per me è intollerabile. Non sopporto cose che non mi piacciano. Una tappezzeria, un accostamento sbagliato di colori, una comportamento volgare, uno sguardo sbagliato…mi fanno stare davvero male.-

Tutti tacevano: Totò versava il vino. E lui proseguì, con una vocetta tremante che non era la sua -Così la mia vita è stata sempre una fuga, una fuga da quel che non mi piaceva. Mi sono chiuso in bozzolo di cose belle e ho fuggito il resto…anche mia moglie, i miei figli, troppo rustici, troppo contadini. La marchesa poi…che strani gusti ha: non esita a frequentare persone di bassissimo rango. Donne e ciarlatane dell’angiporto, persino; o i contadini del suo feudo-

E donna Cubitosa ebbe una fitta al cuore, sotto il grosso seno, e sentì tutta per intero l’umiliazione di udire quelle parole in presenza di Gerlando, che serrava le mascelle –lei lo vedeva bene con la coda dell’occhio- e alzava il mento, come per resistere. Poi, soltanto poi, venne lo smarrimento: era giusto spiare simili confessioni? E come si poteva continuare avendole sentite?Tutto il futuro possibile con quella larva di marito andò in frantumi, come uno specchio colpito da una mazza. Tutto era finito e perduto. Si appoggiò alla parete e Gerlando la sostenne. Quindi senza far rumore la accompagnò nelle sue stanze.