Scritte sui muri, 5

Cresciuti con i Kinder, finiti con i grinder

I grinder sono aggeggi per tritare la mariuana: https://it.wikipedia.org/wiki/Grinder_(utensile). L’ho scoperto per decifrare la scritta che mi pare molto superiore a un trattato di sociologia per incisività e connessione causale. Contiene una profonda verità, forse frutto solo di osservazione, ma di un osservazione molto acuta. Comunque io ho sempre odiato le barrette Kinder anche da bambina.

Note a margine della serie L’Impero ottomano, 2

Non ritrovo nemmeno:

-il dolore devastante degli Europei di allora (che per altro non si erano mossi quando il loro aiuto era stato disperatamente richiesto. Pare che quando Costantinopoli cadeva, a Venezia ancora si discutesse del numero di navi da inviare)

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Probabilmente nella Flagellazione di Piero della Francesca c’è un invito a organizzare la crociata per il riscatto di Costantinopoli. Pilato, seduto introno a sinistra ha le sembianze di Costantino Xi e indossa i calzari rossi, appannaggio degli imperatori bizantini; Cristo è legato a una colonna che ricorda la colonna di Costantino, nel Foro della città; e contro di lui avanza un uomo col turbante. Cristo e l’uomo col turbante sono rispettivamente nella sezione aurea della larghezza e della profondità, a indicare opposizione e legame insieme.

-la sensazione di qualcosa di così ingiusto da non crederci. L’incapacità di accettare la fine della città. Non è accaduto per Roma, nè per Alessandria o Atene. Dopo la caduta di Costantinopoli durarono a lungo leggende che profetizzavano un prossimo ritorno ai fasti cristiani. Secondo alcuni l’imperatore si sarebbe scalzato delle babbucce rosse e invece di morire a Porta San Romano si sarebbe aggirato tra la gente disperata esortandoli e dicendo io sono con voi, resterò con voi. E si narra anche che quando i soldati di Maometto II irruppero a Santa Sophia fosse il momento dell’Elevazione; e che uno dei quattro enormi pilastri che reggono la cupola si fosse aperto a incorporare dentro di sé uno dei sacerdoti con l’Ostia in mano; e che questi è ancora dentro il pilastro, in attesa di terminare la consacrazione quando la città tornerà cristiana.

-e in molti villaggi del Mani ancora negli anni Cinquanta del Novecento si additava il discendente di Costantino XI…

Note a margine della serie L’Impero ottomano, 1

Una bella serie. Ben fatta, filologicamente corretta, ha evitato piaggerie e antistoriche esaltazioni. Però alcune delle poche cose che so su Costantinopoli non le ho ritrovate. E sono:

-la consapevolezza, che era di tutti gli abitanti di Costantinopoli, in ogni tempo, di vivere nella più bella città del mondo. Ogni pietra veniva poggiata, ogni pianticella veniva messa a dimora  con questo pensiero. Era stata fondata come estrema fioritura dell’urbanistica greco-romana da Costantino affinchè sopravvivesse a una Roma che veniva, correttamente, già data per spacciata; e visse in un continuo superamento dell’Urbe. Giustiniano volle una chiesa più bella di San Pietro e del Pantheon ; una chiesa coperta dalla prima cupola libera nello spazio, alla cui base, nel punto più difficile, finestre in cerchio lasciassero entrare la luce. Ne seguì progetto e lavori personalmente,

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Alla Messa di consacrazione di Santa Sophia, prima che il vescovo alzasse l’ostia, Giustiniano balzò in  piedi e gridò, facendo echeggiare la cupola, Sono più grande del grande Costantino! Roma già ossessionava i superstiti…

-la violenza. Maometto II aveva promesso tre giorni di licenza ai suoi uomini se fossero riusciti a espugnare la città. Quando vide cosa facevano li richiamò indietro nel giro di un giorno. Le donne si erano chiuse a santa Sophia. Furono violentate e uccise in chiesa; sugli altari di Santa Sofia i soldati urinarono e defecarono; tonnellate di vasellame prezioso fu portato via e strappati i mosaici d’oro delle pareti.

Figli e Google Maps

Al termine di un micidiale raffreddore, che mi ha tenuto due giorni lontana dal computer, ho avuto modo di osservare l’ultimo balzo evolutivo dei Figli. Ed è stato un trauma per me. Perché quando camminano in una nuova città, non si guardano intorno, non si orientano con monumenti o particolarità del tessuto urbano, non chiedono a un passante; guardano nella mano destra il cellulare impostato su Google Maps. Quando alzano la testa e volgono intorno lo sguardo, sono finiti, incapaci di raccapezzarsi. Poi mi dicono stupefatti, Vero è di qua mamma, come hai fatto? 😀

Consiglio di mia madre n.1

Quanto più la vita infierisce su di te con prove e dispiaceri, tanto più bisogna mostrarsi al meglio, carine, truccate e vestite bene per quanto si può.

mia madre è morta 14 anni fa, ma non smette per questo di educarmi; anzi alcune sue parole, come queste, le capisco meglio solo ora 🙂.

Labirinto (completo)

Il testo di Capodanno era solo l’inizio…

 

Labirinto

Qui, nel mondo sotto al sole, vogliono che io torni ad essere degli uomini e delle cose, che ancora mi disperda nel dedalo di cuori e strade, ma ormai so che non serve tentare di conoscere quanto è all’esterno di me. Questo mi resta del mio soggiorno nel Labirinto, dove a nulla valevano i simboli dipinti all’ingresso delle gallerie, i disegni e le mappe che ne riproducessero l’andamento: piuttosto giovava la conoscenza del cuore, sapere quanto tempo si potesse reggere la solitudine o la speranza.

Poichè questo tesoro di sapienza avevo appreso nella sede del Minotauro, che Gea stessa, impietosita, non potendo disubbidire al Fato e concedere libero il passo al mostro, si sottraeva però a lui che, desideroso di morte, tentava di squassarsi contro le rocce della dimora sotterranea; Gea addolciva i di lui giorni con lisce pareti pietrose e pavimenti levigati, replicava in sè, nelle sue membra di terra, ciò che egli pativa per renderlo meno solo e davanti al suo vagare apriva gallerie differenti per aspetto e andamento a secondo del sentimento che lo muoveva, affinchè, nella più cupa solitudine che nessuna creatura poteva mitigare, almeno le zolle gli rispondessero. Così nel groviglio più fitto vi era la riproduzione di un’angoscia oscurissima, nel cunicolo che saliva dritta verso la superficie, e poi s’inabissava, la speranza di libertà rivelatasi fallace.

All’arrivo del nostro gruppo di vittime, i fratelli di apparente sventura, giunti nel Labirinto molti anni prima, avevano parlato un greco di oscuro significato: il tributo al Minotauro non era di sangue versato, ma di compagnia e sorrisi. Poi capii, io per primo tra i miei compagni. Temendo che il muto patto fra Gea e il mostro non avesse a scuotere le fondamenta di Creta, era stato stabilito il tributo di fanciulli, e per questo soltanto, non per la morte, ma per la vita. Noi e gli altri prima di noi, con la nostra compagnia, dovevamo essere confine al labirinto scavato dalla furia della creatura divina, limite al disperato vagare di chi svuotava il suolo dell’isola, impedendo agli abitanti l’orgoglio di colonne, guerre e parole.

Il lungo viaggio per mare, lo sbarco trionfale a Cnosso, noi muti per il terrore. Appena la porta di bronzo  si richiuse alle nostre spalle udimmo il suo bramito caldo. Una torcia tremava presso lo stipite ed egli era fermo al bordo del chiarore. Il mio sguardo percorse il suo corpo: mi salvai perchè, quando fissai la testa, abbandonai per grazia degli dei le forme usate fino ad allora dalla mente e accettai di entrare dove nulla di già appreso valesse. Solo così, sopra le belle membra e il gonnellino scarlatto, potei affrontare la testa di toro lentamente ruotante. La nuca, china e offerta, da vittima sacrificale, non da fiera, mi trattenne sul limitare di Ade. Coloro che ci avevano preceduto debolmente si mossero quindi dall’ombra incontro a noi, ci fecero festa, con le forze consentite dalla vita sotterranea. Nella remota galleria che serviva da cimitero, seppellimmo quelli che, fra i compagni di gioco sul ponte della nave infiorata, erano morti alla vista del nostro ospite; dal numero dei tumuli appresi i molti anni del mostro celati nel vigore del suo corpo, nel muso setoso.

Vi era mitezza ovunque, nel luogo, nelle persone; nulla che offendesse o legasse. Per le prime lune non potei consentire a questo e coltivavo in me rabbia e dolore, badando che non si smorzassero. Trascorrevo i giorni a contemplare le aperture nelle volte delle sale coniche, da dove quotidianamente si provvedeva a noi. Le ceste colme di cibo, legna e tele scendevano con funi più lunghe della mia voce, risalivano prima che potessi liberarmi dai compagni che mi tenevano e mi imploravano di non tentare – chi era fuggito, riconosciuto subito per il pallore e l’abito, era stato messo a morte, destino che mi appariva più invidiabile del mio. Mi consolava solo la vista del Minotauro, l’attenzione che imponeva all’anima desiderosa di comprendere la giuntura fra parti così diverse, di trovarne il centro che le reggeva. Dopo tale sospensione gli affanni tornavano, ma indeboliti e remoti – sino a che non fui definitivamente vinto dalla bovina mansuetudine che mi aveva atteso: tanta pietà mi ispirava che restai, vissi, e infine fui là felice.

Sotto il suo sguardo lentamente ritrovai in me quel che credevo perduto, stagioni, luoghi e volti, rinnovati da una brezza o da un’ombra dalle aperture; per lui, per trattenerlo accanto a me e impedire che col vagare estendesse il labirinto, estrassi tesori inaspettati, la figura del giusto padre, della cara madre, di tutti i fatti che avevo vissuto. I miei ricordi, quando divennero parole e cessarono d’essere dolorosi, contribuirono ad allungare la porzione di storia nota nel Labirinto, che a sera gli anziani amorosamente ripetevano. Io e i miei compagni ricostruivamo insieme genealogie, fissavamo date, notavamo stupiti i mutamenti degli oggetti abbandonati in patria, lo sviluppo e la varizione degli eventi da un prigioniero all’altro, il portico dell’agorà lucente di belle tinte farsi nel ricordo altrui scuro di fuliggine e di anni, la breve lite ai confini divenire guerra sanguinosa e protratta. Il Minotauro muto guardava e ascoltava, poi d’un tratto si agitava, come annoiato. Temendo la sua disperazione, e che essa lo inducesse ancora ad avventarsi contro le pareti di terra, recitavamo allora i versi degli antichi poemi, al suono dei quali egli si tendeva, fremeva e piangeva, nell’intimo non duplice come all’aspetto, ma di pura sostanza, toccata davvero soltanto dall’entusiasmo che aveva mosso i poeti; davvero figlio, come si narrava, del signore del mare e di un’antica regina dell’isola.

I compagni più anziani ci narrarono infatti che in tempi remoti il dio dell’acqua informe aveva vestito il sembiante di toro per la regina dell’isola che l’aveva invocato. Da quel lontano amore era nato il Minotauro. Ci turbava in questa storia non la nascita del mostro, ma la presenza degli dei fra gli uomini e sulla terra, e quanto vicini fossero stati un tempo coloro che ci avevano abbandonato e tuttavia ci tormentavano con allusioni e istinti senza mai rivelarsi, senza concederci nel Labirinto un rito che ci consolasse! Unica consolazione, oscura, era il mostro. Egli da sotto terra ci accostava al cielo molto più che qui, nel mondo umano, dove abbondano riti, libagioni, e primizie numerose, lucenti di sole. Se gli dei inaccessibili e smaltati si erano ritratti, a noi, vittime del Labirinto, avevano lasciato un pegno vivente della loro potenza, generatore di nostalgia infinita per l’epoca nella quale essi erano presenti sulla terra e con le forme giocavano. Figli di un tempo triste e meccanico, nella natura costretta entro specie fissate, nell’ordine noto, sentivamo gli dei operare ormai solo sull’invisibile e sui segreti moti del cuore, ma contemplavamo attenti nel Minotauro l’antica libertà, la mescolanza inconcepibile.

 

Della fine numerosi furono i segni: i nuovi arrivati erano duri, ironici, sicuri; non credevano al sacrificio richiesto, al Labirinto, alla penombra che rendeva preziosi i gesti, intensi i ricordi, i versi degli eroi. Le provvigioni dall’esterno diminuirono e talvolta dalle aperture ci offesero suoni di risa e passi affrettati. Temevamo qualche rivolgimento politico; piuttosto avremmo dovuto guardarci da quella voglia di fare e agire che i nuovi arrivati mostravano in sommo grado, figlia di un’inquietudine che non si placava. Che altro fu, se non un’incapacità di contemplazione a determinare l’anticipato schianto del portone di bronzo? l’ospite divino sparì nell’ombra, più toro che mai nel passo rigido. I nostri cuori restarono in attesa presso il filo scarlatto e ben ritorto, poi l’urlo che oltrepassandoci divenne muggito ci orientò nel buio, attraverso il gorgo di cunicoli. Io corsi più veloce e giunsi prima degli altri, appena a tempo per vedere il fanciullo estrarre la spada dal fianco del mostro; negli occhi del mostro ci fu una resa, poi nell’abbassarsi delle palpebre un consenso a qualcuno invisibile presso di lui, infine un sollievo. Subito giunsero gli altri ed io vidi solo allora il volto dell’assassino metallico di sudore, che sulla Terra avresti detto bello. Teseo, il nome gridato sopra il mostro ucciso; ateniese, come noi; il suo scopo la liberazione della patria dal tributo odioso, dell’isola dal mistero intollerabile sotto i piedi. A questo si era allenato nel palazzo reale di Cnosso, empia, insufficiente imitazione umana del Labirinto, figurandosi mostri nel buio, rinsaldando il proprio cuore, costringendosi ad avanzare quando la virtù mancava; e il Minotauro, dopo aver visto sempre tutto sottrarsi al suo cospetto, la madre, la terra impietosita, i fanciulli al portone, felice era andato incontro a ciò che verso di lui avanzava senza paura, la spada, la mano ferma, gli occhi brillanti.

Volontà degli dei era che all’infanzia del mondo succedesse una misurata giovinezza di uomini soli e potenti: non più mostri, in nessun luogo; i navigatori riportavano, dall’oscuro Oriente, dal periglioso Occidente, solo mercanzie e notizie su porti e strade, non storie o pegni di sirene e grifoni; misteri e mescolanze si erano ritratti ai confini del cosmo e a noi spettava farci causa delle cose. Col fanciullo in testa uscimmo nel vero Labirinto del mondo illuminato dal sole: nessuno dedusse dal nostro numero e aspetto la bontà del mostro, nessuno credette che dentro la terra avevamo avuto la nostra parte di felicità e si contò solo chi mancava. Adesso vivo in una grotta e fuggo gli uomini; di tanto in tanto mi si recano cibo e notizie e così apprendo che Teseo regna incontrastato su un mondo senza sorprese.

 

 

Sicilianitudine, 3

Senza pretesa di completezza, da osservatrice esterna, registro arcaismi che mi incantano:

  1. il cibo arrostito in strada. Tutto, salsicce, carne di cavallo, carciofi. I fumi che offuscano la visuale in strada. Uno scontro di epoche tra graticole e automobili. si sa già chi vincerà, ma intanto io mi godo questo relitto di medioevo.
  2. gli sguardi che sono come pietre, baci o schiaffi. Occhi che comunicano tutto con forza, mi piaci/non mi piaci, sei bello/a, fammi strada, fermati, taci, parla. A dire il vero, non so se sono proprio sicilianitudine. Li ho trovati anche in Grecia, in Egitto, in Turchia. sulle rive di quel Mediterraneo di Braudel che era il mare nostrum, e  comunque un’unità, oggi come allora.
  3. le richieste di grazia gridate in strada, in certi giorni speciali dell’anno. Guardate a 6.28 questo video (tutto il video è meraviglioso): https://vimeo.com/158013412

Cibo di guerra, 4

Ovvero come la guerra modifica il valore delle cose.

In Umbria, quando i Tedeschi si ritiravano dalla linea gotica, occuparono anche i casolari più sperduti delle campagne. In uno di questi un contadino passò quei mesi dormendo seduto quasi dentro il camino, con la roncola nascosta nella giubba: davanti a lui, sul pavimento dormiva un soldato tedesco e prima di addormentarsi fissava la botola del soffitto che chiudeva l’accesso alla soffitta dei salumi. Se me chiede d’andà su lo ammazzo co’ la roncola, aveva detto il contadino alla moglie. Non accadde, ma l’avrebbe fatto di certo. Un salame, una fetta di prosciutto, quando da un anno non si avevano proteine che non fossero un po’ di latte valevano più di una vita.

E così, più a Sud, una ragazzina che scappava dai bombardamenti in città per raggiungere la zia a Roma città aperta, doveva portare con sé due valigie, una con i salumi e la farina, l’altra con l’argenteria e i ricordi di famiglia. Uscì di città, iniziava la salita, il peso era intollerabile. Lasciò la valigia delle cose preziose e arrivò a Roma, ugualmente festeggiata da tutti. Che importava ormai un po’ di metallo?

Ricordiamo, ricordate, raccontiamolo a figli e studenti cosa è stato.