Presepio

Nella capanna metto una colonna (corinzia) a segnare che la nascita del Bambino è la fine della vecchia era e l’apertura della nuova ed eterna Allenza. E metto Benino, il pastore che dorme, segno di chi non siaccorge nemmeno di questo, come siamo tutti noi.

Metto anche ‘u scantato da stidda, come lo chiamano in Sicilia, il personaggio con la mano sopra gli occhi, spaventato dalla stella, come noi. Un tipo di pastore che già esisteva nel Quattrocento, come didmostra l’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano:

tratto da: https://scheggiaimpazzita.wordpress.com/2012/01/06/adorazione-dei-magi-di-gentile-da-fabriano/

E l’anno prossimo metterò le anime pezzentelle che ordinerò a San Gregorio Armeno, quelle dimenticate in Purgatorio per le quali nessuno prega,perchè chissà che non sia anche la nostra sorte; e qualcosa, non so ancora cosa, che ricordi questo anno che volge al termine, perchè comunque non dobbiamo dimenticarlo.

Buon Natale a chi passa da qui!

Creazione di Adamo,1

da Wikipedia, s.v., https://it.wikipedia.org/wiki/Creazione_di_Adamo#/media/File:Creaci%C3%B3n_de_Ad%C3%A1n.jpg

Un breve riassunto tratto da un libro tanto entusiasmante, quanto ricco di dottrina: https://www.ibs.it/sistina-svelata-iconografia-di-capolavoro-libro-heinrich-w-pfeiffer/e/9788816409330

Adamo, su una collinetta spoglia, dietro la quale si vede in azzurro il profilo del monte che Michelangelo bambino vedeva dalla sua casa di Caprese, è solo, poiché non è ancora creatore. Non è in ginocchio, non striscia, non è un inerte pupazzetto, come nel Medioevo (Duomo di Modena, Wiligelmo); disteso, ha l’atteggiamento di chi attende un dono meritato, da parte di suo Padre

da: https://www.artesvelata.it/storie-genesi-wiligelmo/

Dio giunge a portargli la vita in un mantello gremito di esseri: è Creatore. Ha un aspetto possente, ma i capelli bianchi: è l’Eterno di Giorni. Il mantello, color porpora in segno di regalità, ha la forma di un encefalo umano: Dio è razionalità.

Ma la Genesi ci dice che la Trinità creò Adamo ( e Dio disse” Facciamo l’uomo a nostra immagine somiglianza). E così Dio è Trinità: il Padre, lo Spirito come vento che gonfia il mantello, il Figlio come bambino accanto al viso del Padre, a destra. Però il bambino si ripete a sinistra, trattenuto dalla mano del Padre: è Cristo come Incarnazione. Cristo dunque appare due volte, come persona della Trinità e come uomo, in atto di fuggire dal destino di morte, e in esso trattenuto dal Padre.

Sotto il braccio sinsitro del Padre c’è una figura di donna, bella, con uno sguardo fisso su Adamo, che dà i brividi: è Eva e gli è destinata. Dio è quindi Onniscienza. Ma la Donna è vicina a Cristo come Uomo, quindi è anche la Donna vestita di Sole che schiaccerà il serpente: la Vergine Maria.

E il Nemico? Non manca. E’ nel punto più oscuro del mantello, sotto Cristo come persona della Trinità, e volge uno sguardo carico di invidia e rancore al suo Creatore. E proprio da qui scaturisce il velo verde, simbolo di speranza e della nuova ed eterna alleanza.

C’è tutto, proprio tutto. Una sintesi così poderosa è solo di Dante, che appunto Michelangelo riconosceva come l’unico suo pari.

Rapidamente l’iconografia della creazione di Adamo cambia ed è importante, perchè ogni sua raffigurazione è il segnale del modo in cui l’uomo pensa sé stesso.

Achille a Sciro, 3 (e fine)

Quando le figlie di Licomede dormono con i loro respiri leggeri e concordi, io nel letto mi ripeto le storie di Chirone. Mi consolo così del tallone, della sorte che mi attende e che mia madre vuole stornare da me. Ho narrato queste storie ad una di queste fanciulle della reggia: mi ha sorriso, è corsa via a raccontarla alle sorelle; di bocca in bocca, fra risolini timidi e occhiate sbieche, le storie si sono moltiplicate e mutate, spezzate in mille versioni.

La verità di Chirone è così diventata mito, che ribadisce il limite di ciascuno, sostanza e solitudine nostra, il cui finale ciascuno può mutare -dunque tutti restiamo separati, come le colonne di questi portici. Se partirò, se morirò, che cosa diranno di me? Di Achille che resterà a un passo da ogni compimento, dalla città insanguinata, dall’amore, dall’immortalità? La mia vita aprirà la strada a parole di poeti, e Achille finirà di perdersi in variazioni infinite, in un nuovo mito; mi assegneranno troppo umane sorti, il rimpianto in Ade di ciò che mai ho amato, o il premio che ciascun servo per sè sognerebbe, l’isola candida con Elena -non la gloria che indusse Orfeo a congedare Euridice.

Qui mi tiene non il timore della morte presso la città che per me resterà inviolata, ma delle parole infinite che tenteranno di narrarmi e contro le quali neppure il potere di Chirone avrebbe la forza di preservarmi. Diminuizione vera questa, dalla quale ogni altra dipende, questo girare dei discorsi che pronunceranno ogni cosa e il suo contrario, in mezzo ai quali le verità del centauro non possono essere credute, nè ripetute. E tutto è così, in quest’età, un girare come di ruota intorno all’asse che resta oscuro, un turbinio di parole intorno a miti sempre veri e sempre falsi, perchè sono noi stessi. Presto eruditi compileranno liste ed epitomi, elencheranno le varianti: allora davvero sarà la fine, mani colme di papiri che si tendono verso il cielo chiuso, in offerta.

Sono stanco. Voglio parole capaci di inchiodare per bellezza e profondità, ad ogni mutamento chiuse, perchè dall’alto esse stesse giungono; che costringano a domande infinite sul loro significato, senza mai dare alcuna certezza di aver compreso il significato intero; che siano sempre vere, che nessuna loro interpretazione sia falsa e tuttavia resti insufficiente; e fermino così l’inquietudine, il desiderio di fare e mutare che uccise il Minotauro; che affratellino e uguaglino nella piccolezza nostra davanti ad esse. Ma queste parole nuove non risuonano, e non risuoneranno, se quest’età non finisce, se ancora dura Achille inviolato e nel mondo mantiene la mescolanza.

Mi figuro a sera la morte, e il volto del dio che, se lascerò la reggia di Licomede, mi porterà morte colpendomi al tallone – forse sarà Apollo signore del ritmo, poichè il ritmo esige che quest’era finisca. Mi figuro Orfeo che sceglie di lasciare Euridice ad Ade, ricordo il sorriso di Chirone quando avvertiva felice che non tutto era in questa storia, che sarebbe giunto Chi avrebbe unito gli opposti più opposti. Forse, mi dico, quando il mito finirà, sarà una santificazione della materia, un corpo nuovo e più vero, non solo quello lucente di Euridice, ma di durevole carne, di sangue che correrà all’infinito nelle vene, di battito perenne -qualcosa di troppo indistinto ancora per poterlo desiderare, ma così bello e giusto che il pensiero lo insegue per circoscriverlo.

 Così mi consolo della città grigia: quelle mura mi attendono, mi vogliono. So che non devo andare e resto qui, ma qui non so chi sono. Mi perdo tra le fanciulle. Con Chirone ero la diminuizione di tutta quest’età triste; la incarnavo, la significavo al bosco intero -intorno a me, non mi vergogno, c’era pietà. Quando sono partito il centauro ha chinato il capo e si è addormentato sotto un tasso; forse ancora dorme e mai più si sveglierà. Qui tutti vegliano, vivono, parlano, ma nulla mi raggiunge, nessuno vede Achille in questa tunica femminile, nessuno sfiora il suo cuore e piange con lui.

Ecco, in fondo alle fanciulle, tra i loro veli e sorrisi, sento un squillo di tromba, perentorio; vedo uno scudo, una spada, che nella loro durezza fanno di nebbia dolce le figlie di Licomede; e un viso d’uomo abbronzato, soddisfatto dell’esser suo e della condizione che il Fato gli tessè; un volto non da megaron, ma d’agorà, che dice quel che non pensa, tessitore di soluzioni tanto abile che tutti lo seguono. Odisseo è il suo nome. Nei discorsi di lui c’è la mutevolezza che un tempo mi manifestava mia madre nel gioco e il mondo intero nel bosco di Chirone; c’è tutto e il contrario di tutto, ma non è più vero. Alla mia disperazione basta il ricordo appena della libertà che fu, adesso limitata alle parole, non più ai corpi e alle cose; basta l’idea di contrastarla.

Davanti a queste armi, allo squillo, io mi sento riconosciuto. Questa l’unica completezza che mi è concessa -sono il tassello che s’incastra nel blocco di pietra, il masso necessario al proseguimento della costruzione che non vedrò con questi occhi umani. Nell’opposizione mia a quest’uomo c’è un sollievo immenso, che manca alla gioia di conservare la propria vita qui nella reggia, in menzogna, e rende vano ciò che diranno di me, indifferente il mio prossimo divenire mito: che giochino con i discorsi, si affannino intorno a versioni innumeri; che si stanchino di parole, fino a che non giunga la Parola che li fermerà: io consolato dalla definizione mia davanti a Odisseo accetto la sorte assegnatami, affinchè Essa giunga.

 Questa età naufragherà nelle acque del Mediterraneo, durante il ritorno dalla città ferrosa, tra i flutti che sommergeranno e cancelleranno gli ultimi eroi e coloro che vissero con loro. Non questo conta, nè i miei compagni Achei re e capi d’uomini, che entreranno nella città, avranno ritorni lunghi e seminati di morti; e ogni cosa perderanno tornando, trono, terra, sposa, e figli. Costruiranno invano un muro sull’istmo del Peloponneso, combatteranno invano contro nemici nuovi e fierissimi: vana ogni loro cosa dopo il ritorno -sento silenzio sui loro tetti, nei loro megara ben costruiti. A me le armi appena, i duelli sonanti sotto le mura, un corrusco di spade subito spento, e l’Ade spalancato. Non Elena, nè l’isola candida, nè il Tartaro oscuro; Orfeo mi attende in corpo lucente, con Euridice al fianco, il Minotauro corre nei prati di Persefone, e chissà cos’altro, e come.

L’uomo nuovo, Odisseo, mi scruta, mi cerca. Davanti a lui mi definisco e forte grido il mio nome: Achille, l’ultimo eroe.

Achille a Sciro,2

Perchè, caprettino, verso la cristallizzazione si va e deve andarsi, verso la rigidità e la distinzione, affinchè possa giungere la misteriosa congiunzione che ci riscatterà. Io ero al termine, ma non ero solo al termine dell’antica età, e non solo Chirone era con me: c’era il bosco intero, mutato orrendamente.

Sotto la guida del centauro vedevo riduzione di ogni cosa, distinzione e separazione, caducità, e in queste novità una bellezza nuova, un’ansia di vedere e intendere che faceva tutto fulgido. In qualche luogo e tempo lontani s’era commesso un gravissimo errore, una disubbidienza, o una negazione, e l’ombra che era presente fin dall’inizio, ma cacciata, ora vinceva e s’allungava su tutto, spingeva a un amore più grande verso ciò che brillava sull’orlo del buio prima di calare in esso. Gli dei davvero erano stanchi, e vecchissimi; nel cielo si torcevano e avvampavano, sentendo avvicinarsi ciò che sgretolava la potenza loro. Si rifugiavano nei riti, lasciavano racconti agli uomini, che intorno ad essi impazzivano. Il centauro correva con zoccoli terribili in ogni luogo del bosco, avvisava che questa diminuizione era l’inganno estremo, che non bisognava curarsene, per non rafforzarla e farla più vera –sorriderne invece, accettarla, baloccarsene; ma io vedevo che anche lui invecchiava. Preparava ancora pozioni e doni, ma solo per gli abitanti del bosco; e nessuno più veniva dai luoghi lontani dell’Ellade a cercare cure o consigli presso di lui.

A quel tempo, di notte presi a vedere la città che oggi mi tormenta, ma ancora indistinta, cinta da nebbie, più minacciosa di adesso che è tanto vicina. Nel corpo il tallone sinistro mi doleva, sembrava innalzarsi a cuneo e penetrare fin nel cuore con lunghe trafitture e scosse, un nemico, un estraneo. Il centauro allora mi accennava alla vecchiaia del mondo intero, a come prima la vita fosse lunga e felice. La mescolanza di sembianti già era uno scadimento dell’unione che al principio regolava la terra -gli alberi dianzi alla fame dell’uomo sporgevano frutti, docili il lupo e il leone dormivano presso il fanciullo e la donna; nessuna violenza, durante quel principio brevissimo. Un riflesso di quest’antica condizione lo trovavo in lui quando s’avvicinava a certe cortecce, alle erbe che usava per le pozioni: le fissava intento, in un colloquio amoroso, in una fusione colma di letizia. E io intanto nel cielo scorgevo bagliori freddi, siderali, come di metallo sconosciuto, segni dell’era nuova e triste che s’approssimava.

Chirone sapeva più di quanto mi dicesse, o piuttosto vedeva senza capire. Accennava a saggi uomini venturi, a svelamenti, a un’alleanza santissima, adamantina. Sarebbe giunto chi, avendo ascoltato la musica delle sfere, avrebbe proibito ai suoi alunni di spezzare il pane, per rispetto a Colui che l’avrebbe fatto a fissare l’alleanza eterna fra Cielo e uomini.

Io non capivo, guardavo i riflessi caldi delle lame in bronzo e la gola mi si chiudeva dall’affanno. Portavo al centauro i cinghiali che avevo ucciso nel bosco ed egli mi diceva

-Ecco, hai udito lo sbuffare dell’animale; un fruscio ed hai colto il suo sguardo, il raspare delle zampe; un tempo esso sarebbe venuto da te a capo chino e tu avresti pianto nel colpirlo-

ma a me piaceva correre a perdifiato fra i cespugli, acquattarmi e farmi di pietra e metallo per resistere alla furia del cinghiale -altro non volevo che durare così.

Le parole di Chirone, la visione sua, si spezzavano, divenivano oscure e frammentarie. Balbettava, col capo ciondoloni, come addormentato, dell’Unico, del Mediatore; Egli scorre, scorre luminoso sull’asse dei solstizi, sulla linea degli equinozi, allarga e raddrizza la croce del cielo e vi si fissa, a reggere il mondo, e il mondo intero fissa al centro di quella croce; e nel suo scorrere e brillare in duplice natura, vanifica ogni mistione di forme precedente, la fa gioco rozzo, strumento primitivo -e insieme la giustifica, l’assolve in sè sciogliendola.

-Non tutto finito, come tu dici, caprettino, e destinato a morte. Al contrario, tutto provvisorio, come incompiuto, fino al Regno.

Tutto salvato, ancora una breve attesa.

Capivo solo -nel mio sangue lo capivo, lo trovavo scritto in non umani segni- ciò che mormorava nel sonno a mio riguardo; spiavo il suo mormorio, lo catturavo e me lo ripetevo. Apprendevo così che nulla mai avrei avuto davvero, fermato ancora, per sempre, un attimo prima del compimento. Avrei amato una fanciulla che sarebbe stata sacrificata dal padre prima delle nozze con me, poi una donna morta che sarebbe sembrata un uomo, infine una nemica, una barbara intorno alla quale erano molti tradimenti: nessuna di esse avrei avuto, Le vedevo tutte queste eterne fanciulle, destinate dall’incontro con me a non conoscere nozze -l’ara del sacrificio, il ferro nel bel petto, il terrore che rende folli. Le amavo già tutte, prima di vederle e perderle, come immagini di me stesso. Crollavo: tutta la mia vita fuori dal bosco sarebbe stata una ripetizione dell’immortalità sfiorata e mancata, e quel trattenersi della mano materna era per me la forma di tutti i fatti a venire.

Achille a Sciro, 1

Teti, madre di Achille, sapeva che se il figlio fosse partito con gli Achei per Troia lì sarebbe morto, colpito al tallone che non era invulnerabile. Quindi lo nascose nell’isola di Sciro, presso la reggia del re Licomede, che aveva molte figlie e fra queste l’eroe si mescolò, vestendosi da fanciulla e lasciandosi crescere i capelli. Ulisse lo stanò con uno stratagemma: offrì alle figlie del re pettini e spade. Le fanciulle scelsero i pettini, Achille la spada. E’ la storia del riconoscimento di una vocazione.

Nella reggia di Licomede vivo sospeso. In mezzo alle figlie del monarca, così numerose ed uguali, fra i loro pettini, balsami e veli, respiro una femminilità diffusa, che vive nei molti loro corpi, non si concentra in alcuno e non si lascia desiderare. Essa mi avvolge, mi penetra con dita più sottili d’un capello sì che, quando mi specchio, non so più chi io sia, femminile la chioma e l’abito, virile il volto, i desideri nel cuore -intanto crescono i sussurri che non debbo udire, su navi in partenza, su regni turbati.

Neppure col centauro Chirone, mio maestro, sapevo chi fossi: da essere umano malinconie e timori, da creatura divina i presagi, i sogni, gli impulsi di dono e violenza, la certezza del mio valore. Egli mi teneva con sè, sulla soglia della caverna. Fuori i prati verdissimi; dentro, l’oscurità, ricca, non paurosa; noi due sul limitare. Mi chiamava capretto, mi offriva del latte, e, quando il sole era alto nel cielo, raccontava storie, che mi preparavano a questa duplicità, a queste fanciulle che mi circondano, ai capelli lunghi che mi rendono simile a loro.

Giunsi a lui ancora bambino, e disperato. Avevo respirato acqua, giocato con i delfini, il mondo intero era stato docile ai miei voleri; ma la mano di mia madre che m’immergeva nelle acque dello Stige per rendermi immortale era stata fermata da una volontà ignota e incomprensibile. Allora l’acqua amica all’improvviso mi aveva bruciato le narici, occluso la gola; poi, fuori, a me grondante fu chiuso e muto il mare, la terra apparve un campo di lotta. Una parte del corpo e dello spirito erano ancora incorruttibili, liberi ed eterei; altra parte di essi tremava terrosa e timorosa, vedeva il tempo scandito dal sole e la fine di ogni cosa e di sè; voleva esser come l’altra, non poteva. Chirone mi ha salvato, anche se mai potè spiegarmi chi avesse fermato la mano di mia madre.

Un tempo attendevo sugli scogli; mia madre immensa muoveva masse d’acqua più grandi delle terre abitate, e poi giungeva e giocava a trasformarsi sotto i miei occhi, in seppia, tonno, conchiglia, onda, e la rincorrevo sulla riva, gridando di gioia e paura; adesso nella reggia, attendo non so chi e che cosa. Nessuno giunge, eppure dovrebbe.

Sulla soglia, tra luce e ombra, per anni che mai sembrarono lunghi, a tutto partecipavo, a nulla appartenevo. Poichè in principio mi dolevo dell’essere mio diviso, mi forzavo a considerare il centauro e l’unione che lo componeva, nè più osavo lamentarmi. Infine la duplicità, l’unione di forme diverse, divenne consuetudine e poi norma e bellezza. Lo dissi a Chirone, che ne rise, e dal suo riso percossi i fiori, il cielo, i prati si scuotevano ed esultavano e un tuono s’udiva nel bronzo. Oh caprettino, mio caprettino, ti farò cadere nel latte; ti farò intendere quanto il Fato sia stanco di quest’unione e divisione piuttosto debba praticare, con una storia che accadde molto lontano da qui, narrata da un ateniese che adesso vive fuggiasco nelle selve -Atene, l’unica città che non andrà in guerra, la sola, la prediletta, che non sciupa le sue forze, che deve oltrepassare quest’età, una freccia scagliata nel futuro. Che sappiamo noi del Minotauro, che sappiamo di ogni storia?

Mi narrò che il Minotauro era buono, che voleva parole e storie di dei ed eroi, suoi parenti; che nel Labirinto voleva compagnia alla sua sventurata sorte di rifiutato. Dapprima avevo colto con gioia la sacralità della mescolanza, finalmente enunciata; poi la sua impossibilità, e molti brividi mi avevano scosso, come se avessi ricevuto un avviso. Anch’io, figlio di una dea e di un mortale, simile al Minotauro, destinato quindi a perire. Chirone mi donava pace, allargando questa fine al mondo intero, rendendola transito, spalancando alle nostre spalle epoche più felici sigillate da volontà invincibili, da torti imperdonabili.

Perchè, caprettino, verso la cristallizzazione si va e deve andarsi, verso la rigidità e la distinzione, affinchè possa giungere la misteriosa congiunzione che ci riscatterà. Io ero al termine, ma non ero solo al termine dell’antica età, e non solo Chirone era con me: c’era il bosco intero, mutato orrendamente.

Serie televisive e radici europee

Gli alunni che, in tempi pre-Covid, hanno trascorso un periodo di studi negli USA, raramente sono finiti in grandi città, più spesso in Alaska, o negli Stati centrali. Ebbene, pare che lì non si facesse distinzione tra un italiano, uno svedese, o un greco – erano tutti chiamati europei, tout court. L’Europa era vista come un blocco unitario con caratteristiche ben precise: arte, cultura, strade strette. Solo una ragazza, che ha trascorso un anno a Boston, mi ha riferito dell’ottima fama che godono gli studenti italiani : Italiana? allora sei brava!

.Questa percezione d’oltreoceano, direi monoblocco, urta contro la frammentazione che sperimentiamo quotidianamente noi europei con i suoi interessanti risvolti nelle serie televisive, questo strano frutto delle coscienze che al tempo stesso le condiziona. Vikings o Barbaren sono un’esaltazione del proprio passato nazionale e un utile correttivo all’eccessiva esaltazione della funzione civilizzatrice della romanità, già rappresentata da https://www.youtube.com/watch?v=1cg8IN1NYYM, in Brian di Nazareth.

Finalmente basta con i Romani portatori di igiene, terme, strade, ius e lex, ecc…i Romani sono i cattivi! Mi piace il rovesciamento di prospettiva, è giusto condannare l’imperialismo in ogni sua forma, però…però rileggiamo Germania di Tacito. i Germani non erano così pulitini e bellocci come nella serie.

La mia generazione

La mia generazione, grazie a Dio, non ha fatto le due guerre mondiali, come i nonni, nè la seconda guerra mondiale come i genitori. Però con mio marito abbiamo fatto un rapido conto ieri sera. Noi nati negli anni ’60, in pieno boom economico, quando sapevi che lavorando ti pagavi non solo il mutuo della casa, ma anche tutto il resto, e senza rate, abbiamo passato in sequenza: l’aumento delle tasse nel ’93, il passaggio all’euro, la crisi economica del 2008, che è stata la terza guerra mondiale in un certo senso, anche se nessuno lo dice, la prima ondata Covid e ora la seconda ondata. Non male, anche se c’è stato di peggio.

A questo punto per resistere io invoco Crozza e Zerocalcare, che sono stati capaci di farmi sorridere durante il lock down, e, soprattutto, Battiato. Maestro, ho bisogno delle sue parole, sul ponte sventola bandiera bianca.

Saggezza di ragazzi

Mamma, da quando è iniziato il Coronavirus, è tutto un addio. Come faremo a tornare come prima? Così il Figlio piccolo, che non mi è mai sembrato tanto grande come oggi.

Addio per molti ragazzi come lui agli anni di liceo, o agli anni di Università, quando nascono molte amicizie importanti, e puoi incontrare, se hai fortuna, i tuoi maestri, quelli che ti faranno fare le tue scelte ( e nessuno è davvero maestro on line, inutile raccontarsi frottole). Addio, per chi sa quanto tempo, agli abbracci agli amici e ai parenti (o ai baci, qui in Sicilia ci baciamo molto). Quanto ci vorrà per smettere di aver paura, andare con gioia verso un’altra persona, salire in ascensore con qualcuno che non sia un familiare, o vedere splendere un sorriso senza doverlo dedurre al di sopra di una mascherina?

Però le cose davvero importanti sono ancora più importanti di prima e le riconosco meglio di prima. Grazie tesoro.

Didattica a distanza

Si può fare, si fa. Ma è tristissima…

La cosa peggiore per me è pensare che è stato tutto inutile, tutte le precauzioni, le regole rigidissime e strettamente osservate, inutili. Per un mese e mezzo i ragazzi sono entrati a puntate dagli accessi più strani, sono rimasti inchiodati nei banchi, non toccavano né gesso né il computer della classe, non chiedevano nemmeno di uscire per andare in bagno, ovunque scorrevano fiumi di disinfettanti per le mani, finestre e porte ovunque spalancate, noi docenti sedevamo al centro del vento, vento impetuoso ma sempre meglio del Covid: tutto inutile.

Didattica a distanza, qualcosa in loro resta, certo, imparano meno, ma imparano. Soprattutto serve a simulare davanti ai ragazzi una quotidianità che non c’è più, a dare loro un ritmo giornaliero. In fondo in fondo, è tanto.