Vienna 1683, parte 3

Full frame of light roasted coffee beans

12 Agosto

E’ un assedio stanco, questo, ben diverso da quelli fierissimi che il precettore l’anno passato mi fece studiare, forse per fortificarmi. I Turchi intorno alle mura, passeggiano, festeggiano, si esercitano con grida troppo selvagge per non essere simulate. L’aroma straniero che ho detto si effonde di continuo e vorrei tanto assaggiare la bevanda che lo genera.

13 Agosto

Hanno riferito a mio padre che vado sugli spalti.  Quando sono tornato era in cima allo scalone e io ho subito capito. Si è slanciato verso di me come se volesse, per la prima volta in vita sua, battermi, ma un nuovo pensiero l’ha fermato a un passo da me, che non mi muovevo e attendevo le meritate percosse. Mi ha guardato come se vedesse un estraneo, un adulto ignoto, e con dolcezza mi ha rimproverato di non avergli detto ciò che facevo. Io gli ho chiesto perdono, ed egli, con voce tremante, mi ha parlato della cura che la cara madre prova per mio fratello maggiore, pronto a combattere al seguito dell’imperatore, del rimorso per avermi tenuto qui, invece di allontanarmi -ma troppo grande era il desiderio di non essere inferiori a coloro che restavano in città rischiando tutto, senza poter mettere al riparo nulla. E io, senza che mai avessi pensato simili cose, e come se altra luminosa creatura me le suggerisse, mi slanciai tra le sue braccia e dissi che Dio lo avrebbe ricompensato di tanta nobiltà, che il caro padre Marco e le sue sante preghiere avrebbero stornato da noi il pericolo. Sì, sicuro mi sono sentito, come se ancora il frate mi facesse una carezza sul capo, e ancora non temo castigo per la mia presunzione, ancora mi sento innocente delle cose dette.

17 Agosto

Giorni di esplosioni, spaventose, sul lato settentrionale. Il cibo inizia a mancare davvero, le scorte furono forse insufficienti per la fretta, o predisposte con eccessiva fiducia. Stamane, quando alla scrivania mi sono accinto ai compiti di latino, non ho riconosciuto la mia mano che si tendeva verso il calamaio, tanto bianca e sottile, quasi trasparente, è divenuta. Meglio morire in battaglia, che questa consunzione lenta, che questo indebolirsi di ogni cosa, del sole che sorge pallido, delle vite nostre rinchiuse, dei nostri sentimenti.

18 Agosto

Mi sentivo debole, ma pure sono andato sugli spalti, senza Hans. I soldati sembrano contenti di vedermi, pare che io li rassereni. Non vi sono stati danni nel tratto di mura dove io solitamente mi reco, quello orientale, donde meglio si vede l’accampamento nemico, che stamane m’è parso più ampio ancora, e come ribollente, montante a lambire i camminamenti delle nostra mura. Per la debolezza e la calura che si stendeva come un manto su Vienna, temetti persino di svenire nuovamente, ma è giunto in soccorso l’aroma sconosciuto che dissi, recato dalla brezza -quanto vorrei assaggiare la bevanda dalla quale s’esala! E’ tanto forte che infonde forza, tanto amaro e asciutto che genera sapienza; e io vidi con nuova lucidità, vinsi la debolezza e cercai di leggere profumo e accampamento. E come nelle tende variopinte c’era la molteplicità di terre che il Sultano governa, così nell’aroma che mi soccorreva io sentii lande calde e desertiche, le medesime che il precettore mi spiegò mostrandomi le incisioni di un libro, e carovane lente che le attraversano, sabbia, cespugli spinosi e pecore; e v’erano esistenze pigre per il calore, sguardi forti in mezzo a veli sotto al sole, e le tinte brune dei nemici nostri; ogni immagine tanto opposta a noi da scuotermi.

Il vento settentrionale, carico di umidità e pioggia, si levò e disperse aroma e sogni. Stretto nella mantellina estiva sono tornato a casa triste per il mondo vasto che mai vedrò, del quale l’aroma e l’accampamento non sono che un annuncio, per la gran quantità di uomini con cui non parlerò, di cibi e bevande che non assaggerò, di luoghi e nazioni la cui bellezza mai risplenderà per me, perchè qui sono ormai rinchiuso e, qualora l’assedio finisse e noi restassimo vivi, vivrei in convento. E se già qui rinchiuso soffro per la mancata conoscenza, come mai potrò sostenere i voti che agogno, come potrò rinunciare a conoscere e vedere? E’ una tentazione, recata dall’aroma straniero, e soffro come se fossi colpito da frecce.

Work, travail

In inglese lavoro si dice work, in tedesco werk. Ne ignoro l’etimologia, pare che sia da riferire a un termine che significa urgenza. A Sud tutto cambia. In spagnolo è trabajo, travail in francese, travagghiu in siciliano, con ovvio riferimento ai dolori del parto. A Napoli si chiama ‘a fatica, e in Grecia addirittura i doulià, la schiavitù. Nell’area mediterranea e cattolica prevale dunque l’idea della sofferenza connessa al lavoro. E io, che pure amo il mio lavoro, e lo svolgo, se non bene, almeno con scrupolo e passione, non posso che sentirmi assolutamente d’accordo con questa visione delle cose. Nel più profondo del mio essere il lavoro è e resterà sempre una condanna biblica e sento che eravamo nati per cogliere fragole nei boschi o prendere il sole in riva al mare. E detto questo, davanti alla disoccupazione in corso, ringrazio sempre Dio di avere un lavoro. Non molto lineare come discorso…

Vienna 1683, parte 2

Full frame of light roasted coffee beans

29 Luglio
Con Hans, tale è il nome dello sguattero mio amico, oggi siamo usciti di casa. Io non volevo, temevo che fosse male o che male sarebbe stato giudicato dal precettore e dai miei genitori, ma nel suo sguardo vi fu una tale sorpresa per la mia esitazione, che temetti, più di un castigo o d'un peccato, d'apparirgli un bambino che non può decidere alcunchè, mentre sono quasi un uomo, e sarò presto, se Dio vuole, un sacerdote, e nulla devo paventare se non la mia coscienza e il giudizio divino. In me non trovavo ragioni che mi vietassero quell'atto, inaudito, ma non cattivo. E che forse padre Marco d'Aviano non percorreva a grandi passi le strade di Vienna, pregando e confortando a gran voce, intrattenendosi con tutti, ricchi e poveri? Perchè non avrei potuto e dovuto io seguire il suo esempio?
Dunque andai con Hans.
Egli si recò sul lato orientale degli spalti, che pare conosca benissimo, a vedere, disse, se v'era bisogno di aiuto. Desidera combattere, odia i Turchi, conosce tutti gli artificieri delle mura e tutti i tipi di armi. E mentre egli discuteva con gli armigeri che bonariamente lo schernivano, io, badando a non farmi scorgere dagli ufficiali, fra i quali avrebbe potuto esservi un amico o un cugino, mi guardavo intorno, per cogliere ciò che avrebbe potuto non presentarsi più alla mia vista.
Celato da sacchi di sabbia ebbi l'agio di vedere tutto per bene, il piano ondulato verso l'Ungheria, i boschi ombrosi, le tende turche a perdita d'occhio. Quanti sono i nemici, e quanto pochi siamo noi, soprattutto diversi! Fui fulminato, terrorizzato dalla differenza. Noi e la città, solidi, compatti, stabili come le nostre spesse mura; e loro mobili, scorrevoli, come le variopinte stoffe che fanno le loro tende, dalle quali senza posa uscivano leggeri e sorridenti, quasi fossero a un gioco, non alla guerra. Hanno volti strani e scuri, straniere grida, canti stridenti, non riuscivo a fermarmi su nulla e nessuno -tutto si fondeva in un immenso animale che s'avvolgeva intorno a Vienna per soffocarla.
Credo d'essere svenuto; e dico credo, perchè ciò che accadde è che il mio corpo si sottrasse alla vista troppo spaventosa, e s'accasciò tra i sacchi, mentre l'anima restava vigile. Mi soccorsero con tenerezza e scherno leggero, ma mi rianimò non la birra, che mi fece tossire, perchè non vi sono abituato, bensì un odore nuovo, strano e penetrante, credo il medesimo che avvertii nel cortile nostro due giorni or sono. Appena riscosso ho avuto vergogna e sono fuggito, scansando le mani che si tendevano a sostenermi, seguito da Hans impaurito e contrito. Mi sono ripromesso di mostrare domani a tutti il mio coraggio.
 
5 Agosto
Sugli spalti, ogni giorno, con Hans, e pieno di rimorso: se mia madre sapesse quanto ne sarebbe addolorata! Eppure sento che è come se fossi chiamato là, come se là vi fosse qualcosa che devo conoscere o fare. Non sono più svenuto, nè il campo nemico mi è apparso ancora come un animale; fiero di me stesso, sento i soldati chiamarmi per nome. Soffro la differenza rispetto a noi che i Turchi manifestano, ma ho imparato a vedere gli elementi diversi che compongono il loro accampamento e a contemplarli con calma. Distinguo tutto, le tende dei misteriosi giannizzeri, che vengono da una vita terribile, l'accampamento riservato del Gran Visir Kara Mustafà, le tende dell'harem sorvegliate dagli eunuchi. Spio come avvolgono i turbanti, con gesti lenti e sicuri, quasi fosse un compito sacro, guardo come sellano cavalli asciutti come i loro cavalieri; ammiro, verso il campo di Kara Mustafà, il baluginio di gemme e soprattutto respiro l'odore che sovrasta ogni altro, misterioso e affascinante, acuto tanto da giungere al cervello e da farlo vigile come nell'imminenza d'un pericolo. E' un mondo tutto sbagliato secondo la nostra fede, ma quando considero i singoli volti adesso vedo uomini come i nostri, riconosco nei visi loro, nelle voci diversamente intonate, le medesime nostre espressioni, i nostri medesimi sentimenti, e avvezzato alle loro fisionomie, alle loro tinte brune, più non provo timore, ma la medesima compassione che mi ispirano i miei connazionali, tutti morituri, fragili e miserabili.
E intendo ciò che significava lo sguardo di padre Marco, che l'opposizione fra noi e loro è falsa, voluta da terrene, non divine, ragioni, che la sostanziale unità fra noi è la sola, vera realtà. Le differenze riguardano solo i desideri di potere, le fisionomie, o le costumanze, cose esterne, transitorie, capaci di suscitare in me solo curiosità. E confesso a queste pagine e ad esse soltanto, che vorrei uscire dalle mura, parlare con i Turchi, sedere con loro e capire il loro linguaggio; che vorrei conoscere tutto, ogni luogo e persona, perché gioia più grande non vi è al mondo.
 
7 Agosto
Giorni di mine, come a ricordarci che essi sono qui e non scherzano, che troppa fratellanza non è adesso possibile. Sono come bambini: vogliono le nostre cose, i nostri giocattoli, stoffe, gioielli, arredi, che strapperanno senza capire.
 
11 Agosto
Di nuovo dalle mura l'odore nuovo e caldo. I soldati mi spiegarono che si sprigiona da certi pentolini che i turchi mettono sul fuoco e tolgono per tre volte, versandone quindi un liquido che non bevono subito. Sotto l'effetto potentissimo dell'aroma vedo tutto meglio, l'opposizione e l'unità che ci dividono e legano. Confronto i colori di ciascun popolo: noi tingiamo di giallo le pareti delle case, nel tentativo di simulare quel sole che tanto poco vediamo; essi hanno nelle tende e negli abiti tutti i colori esistenti, in strisce e pannelli, tanti quante sono le terre che governano, senza timore della violenza che i contrasti fra le tinte offrono alla vista. E mi chiedo se questo non significhi altro, che noi dominiamo cercando di rendere tutto uniforme, come in obbedienza a un principio solido e imperioso, ed essi invece accogliendo le differenze in nome di quel che sia simile alla mobilità e agilità loro, forse il commercio o il denaro. Ma tale fantasmagoria di differenze è apparenza, subordinata a Colui che dispose  l'intera varietà del mondo; e da qualche parte, nascosta ma sostanziale, c'è l'unità fra noi e loro, che rende la guerra, ogni guerra, e quest'assedio, un errore atroce. Un medesimo cielo ci copre, un medesimo Padre ci ha voluto.
 
12 Agosto
E' un assedio stanco, questo, ben diverso da quelli fierissimi che il precettore l'anno passato mi fece studiare, forse per fortificarmi. I Turchi intorno alle mura, passeggiano, festeggiano, si esercitano con grida troppo selvagge per non essere simulate. L'aroma straniero che ho detto si effonde di continuo e vorrei tanto assaggiare la bevanda che lo genera.
 

Ancora e sempre su stress e tecnologia

Dovendo in casa ridipingere una stanza, l’imbianchino oggi ha staccato il rooter per qualche ora. Al primo nanosecondo di disconnessione i Figli sono emersi dalle loro tane in preda a convusioni da crisi d’astinenza. Mentre infilavano la porta diretti verso una biblioteca che avesse il wi-fi, io mi sono concessa la scena madre su quando eravamo ragazzi noi cinquantenni, senza internet e cellulari. E mi ha preso un’irrefrenabile nostalgia, che ancora non mi passa, per quei tempi, neppure tanto lontani, in cui quando uscivi non eri raggiungibile e gli affari tuoi erano tuoi per davvero.

Vienna 1683

Immagine presa dal web

Leggenda vuole che il caffè in Europa centrale sia arrivato portato dai Turchi i quali, ritirandosi dopo l’assedio di Vienna, lasciarono dei sacchi di chicchi neri e stranamente profumati…
Qui sotto inizia un tentativo di ricostruzione di quest’ evento che nella mia vita ha portato molti bellissimi risvegli.

Vienna, 5 Luglio, anno Domini 1683

Dò inizio a questo diario, io, Adalbert von****, al centro dell’estate, nell’anno più triste per Vienna, questo 1683 funestato dall’attesa dei nemici. Tutte le città cristiane tremano con noi, a noi rivolgono i loro voti, perché Vienna adesso è specchio della loro sorte. I Turchi arrivano, e nessuno sa perché. Già le avanguardie loro percorrono le colline, attraversano i boschi, con grida che sembrano ululati. L’imperatore Leopoldo è partito, in cerca di aiuti da altri re, mio fratello maggiore è con il suo seguito, e noi tutti ci sentiamo abbandonati.

Che queste pagine, inutili sia che noi sopravviviamo, sia che periamo, siano per me un conforto alla solitudine, perchè ormai presso nessuno vi è più aiuto. Il mio precettore continua il latino con un volto affilato, con una voce brusca che non gli conoscevo, e forse in tal modo cerca di prepararmi alle offese che giungeranno. Mio padre è sempre fuori, per organizzare la difesa, se mai difesa vi sarà, della città; mia madre piange nella sua stanza.

Nessuno parla con chiarezza davanti a me che sono giudicato un bambino, sebbene abbia da tempo deciso della mia vita. Non mi resta dunque che origliare i racconti dei servitori sulle crudeltà che i Turchi perpetrarono nella campagne, durante la marcia d’avvicinamento, e attendo l’arrivo dei nemici con un batticuore che m’impedisce il sonno. Tutto è interrotto, la vita della nostra casa e della città intera, e l’inizio del mio noviziato in convento è stato rimandato a dopo l’assedio, se vi saranno per noi altri giorni. Che vita è mai questa?

8 Luglio, anno Domini 1683

Che Dio abbia pietà di noi. Giungono. Le colline intorno alla città sono percosse dagli zoccoli dei cavalli nemici ed echeggiano cupe, ma essi non si mostrano ancora, restano celati nei boschi. Come saranno quando arriveranno?

12 Luglio, anno Domini 1683

Hanno piantato le loro tende, le hanno distese come un mare intorno alle mura di Vienna. Sono stoffe colorate a perdita d’occhio, grida e nitriti. Impossibile distinguere una fisionomia, un volto singolo, soffermare lo sguardo su qualcuno o qualcosa, tutto fra essi è mobile e inquieto come le onde. Una sola certezza derivo dal clamore loro, che essi sono lieti, perché certi della vittoria. E il loro accampamento, ampio oltre ogni umana immaginazione, vivo più che qualunque capitale cristiana, sta a dimostrare che così sarà.

14 Luglio, anno Domini 1683

Da anni dico quotidianamente il Santo Rosario, ma mai con così grande fervore come in questi giorni. Che la Madre Santissima di Dio ci protegga e stenda su noi il suo manto come fece un tempo a Lepanto. Per la prima volta in vita mia, oggi ho udito litigare i miei genitori; mia madre piangeva, diceva che avremmo dovuto andare via, come i nostri cugini, e mio padre, con una voce nuova, le rispondeva che resisteremo, che la Madonna ci salverà e permetterà all’imperatore di trovare aiuti tali che nessun nemico entrerà in Vienna. Udirli per me è stato come se le mura della città si fessurassero e s’aprissero. Già tutto si sovverte.

15 Luglio, anno Domini 1683

Non attaccano. Sotto le mura gridano, ridono, schiamazzano, ma non attaccano. I volti loro sono strani e terribili e davanti ad essi ricordo padre Marco, il frate italiano, che durante le sue prediche l’anno scorso predisse un grande castigo se noi viennesi non ci fossimo santificati.

Egli venne pure in casa nostra, parlò con i miei genitori, a me fece una carezza sul capo, lieto della mia vocazione, e mi invitò a pregare, a rammentare sempre le sofferenze del Signore Nostro Gesù Cristo in croce, nelle quali tutto quel che noi patiamo diviene facile e dolce da tollerare. E, certamente avendo in cuore la scienza di quel che sarebbe stato, mi raccomandò di non odiare, e mentre così diceva, il suo sguardo era felice e mite, sembrava vedere qualcosa che rendeva minuscolo quest’assedio ed ogni opposizione di cuori, qualcosa che andava alla radice gaia della vita. E adesso, per un istante, uno solo, trascinato dal ricordo di quegli occhi ho sentito, o immaginato, che noi e i Turchi, divisi dalle mura, da volontà e costumanze opposte, non siamo così distanti, che esiste, ben celato, qualcosa che ci unisce e renderebbe possibile, se solo si osasse, uno scambio, un sorriso, uno sfiorarsi di mani. Un attimo appena, poi il mio cuore è stato di nuovo serrato dall’artiglio freddo del terrore.

16 Luglio anno Domini 1683

I Turchi hanno fatto esplodere mine presso le torri settentrionali, senza provocare danni -una dimostrazione di abilità e potenza, non volontà d’uccidere e forzare, almeno per ora.

Si dice che in Candia, anni fa, abbiano fatto proprio così, logorando i difensori con gallerie di mina fin nel cuore della fortezza e che a nulla sia valso il coraggio eroico di questi. Io so soltanto che il boato fu terribile, anche se dal lato opposto della città rispetto a quello della nostra casa, e il fumo che s’è alzato sembrava l’annuncio di quello, ben più denso e atroce, che ci attende quando saranno entrati.

19 Luglio anno Domini 1683

Giorni neri di esplosioni. Il nostro udito era abituato a voci, musiche, canti, o comunque suoni d’uomini, animali od elementi, non a queste lacerazioni fragorose che sembrano dividerci da tutto e tutti. Perfino il Danubio è oscuro e con la tinta delle acque risponde al tormento dei nostri cuori.

20 Luglio anno Domini 1683

Vogliono prenderci per fame. Vogliono che lasciamo intatte le nostre case, i nostri beni, per potersene impossessare quando entreranno, per questo non cannoneggiano, non assaltano, e si limitano a esplosioni fuori dalle mura. E ci riusciranno. Oggi ho udito la governante dare ordini in cucina: minestra di farina e patate, null’altro per il desinare di mezzogiorno, sino alla fine dell’assedio.

21 Luglio anno Domini 1683

Mio padre raccontava di aver visto, tanti anni fa, quando l’imperatore era giovane, la caccia al cervo nelle acque del Danubio, tanto complicata che non fu più ripetuta da allora. Si erano allestiti padiglioni splendidi sulla riva sinistra, i cervi erano stati chiusi in un ampio recinto, fra musiche e conviti, poi, al segnale convenuto, con i cani e il rullo dei tamburi gli animali erano stati sospinti in acqua, e qui massacrati dalla sponda, mentre erano col muso a pelo d’acqua, l’alto palco di corna che ne segnalava la presenza ai cacciatori.

I bramiti, l’acqua arrossata, i corpi galleggianti trascinati a riva dai servitori: prefigurazione della sorte nostra. Noi ora siamo i cervi per altri, rinchiusi solo per essere costretti a gettarci nel luogo dove saremo più esposti ai colpi mortali; e anche noi cercheremo scampo là dove il pericolo è maggiore e il Danubio immutabile e indifferente che finora ha nutrito le nostre vite attende ora la nostra morte.

25  Luglio anno Domini 1683

C’è un’abitudine all’assedio. Non posso dire d’aver meno paura, ma sento gran desiderio di vivere bene questi che sono forse gli ultimi giorni a noi concessi. Penso quasi che, in virtù dei miei quindici anni insufficienti per qualunque impresa, mi s’addica qualcosa di ancora diverso dal compianto di mia madre, dalla resistenza di mio padre. Non so cosa, forse uno sguardo, libero da doveri che non siano quelli di un buon cristiano, capace di mostrare ai cari genitori qualcosa che, non so come, ma certo per grazia divina, li sostenga nei loro compiti, qualcosa d’affine allo sguardo di padre Marco d’Aviano, libero da odio e paura. E prego la Santissima Vergine, oltre che per la salvezza nostra, anche per questo specialissimo compito filiale che sento d’assumermi.

27 Luglio

Insieme al desinare che si fa più misero, tutto muta. C’è una maggiore libertà, nel bene e nel male. Il precettore non mi impone più lezioni: è magro, stanco, e sembra non credere più in quel che fa; oggi era febbricitante e non mi ha fatto lezione. E in generale nessuno più fa quel che faceva prima, e tenta di colmare questi giorni in modo inusitato.

Io oggi ho giocato nell’androne con lo sguattero che lava i piatti, il quale bighellona in cortile, non essendovi tante persone in casa e meno cibo. Non v’era nessuno cui domandare il permesso di farlo, il precettore malato, mia madre appena assopita, dopo una notte insonne, la governante fuori casa -e l’ho fatto, senza provare rimorso, pur sapendo che sarebbe una cosa disapprovata in tempi normali. Correvamo, facevamo andare le mie trottole; non avrei mai creduto che fosse tanto gentile persona. Mentre giocavamo, dal portone aperto vedevo il lastricato illuminato dal sole e sentivo un odore strano e nuovo, adatto a questi strani, nuovi, e forse ultimi giorni; un odore amaro e caldo simile a un profumo, che mi ha affascinato. Proveniva dal campo nemico, ma nemico non era.

Pasqua e caffè

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Ieri mattina cercavo qualcosa, un’immagine, un’esperienza, che potesse dare una vaga idea di resurrezione della carne. Perchè questa ovviamente non può essere paragonata nulla, né immaginata. E tuttavia si può cercare nel mondo umano una qualche affinità con essa -sono sempre ottimista. Mi è venuto in mente innanzi tutto l’innamoramento. Poi l’odore del mare molto presto, quando albeggia. E poi, non vorrei sembrare troppo prosastica, l’odore del caffè al mattino, in cucina. E’ uno squillo di tromba, una voce allegra che trae dal sonno e dal buio e chiama a un giorno pieno di cose belle da vivere. Insomma, mi commuove (e non c’è Nespresso che tenga, mi dispiace per George Clooney, ma l’odore del caffè è quello della vecchia, cara Moka).

Quindi nei prossimi post un raccontino a puntate dedicato alla scoperta di ciò che mi fa alzare al mattino.

Cibo di guerra, 4

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Durante la guerra, miei nonni e mia madre abitavano a Roma, zona Esquilino, a un piano rialzato. Già nel ’42 il caffè non si trovava più, nemmeno al mercato nero. In casa mia nonna ne teneva una piccola scorta per quando mio nonno fosse stato sofferente con la gamba (maciullata nel corso della prima guerra mondiale). Per tutti i giorni si usava il caffè di cicoria, una sbobba orribile, raccontava, meglio niente.

E poi, Roma era ormai città aperta, quando mio nonno ebbe uno dei suoi attacchi, mia nonna fece il caffè vero. Dalla strada si levò un clamore: chi c’ha il caffè? Signò, un goccetto per amor di Dio! Senti un po’, chi è sto fortunato? Finestre subito richiuse, caffè trangugiato in fretta e così tanta paura di un assalto popolare che il resto dei chicchi fu macinato a guerra finita.

Una tenera vecchietta

Alla fine di una mattina di shopping con uno dei Figli, mi si avvicina una vecchietta molto, molto old style, e mi chiede di aiutarla ad attraversare la strada, un corso molto trafficato.

Io le offro premurosa il braccio, lei sorride sotto un’alta cotonatura candida e profumata di Violetta di Parma, e ci avviamo. Mentre scambiamo due parole, noto che mio Figlio si serra a me, appiccicato al mio fianco. Chiacchiero e penso che forse quella tenera vecchina è una fata, intenta a mettermi alla prova, come nelle favole; e forse, quando saremo al di là della strada, riceverò una splendida ricompensa…
Arrivati sul marciapiede, lei accenna a una cura medica, chiede qualche soldo e sparisce. Appena mi rimetto dalla tristezza, chiedo a mio figlio perchè mi fosse stato così addosso. Risposta – Pensavo che ti rubasse il portafoglio-

Mai così distanti l’uno dall’altra, direi. E mi sento sempre più come mi vedono i Figli, tenera e ingenua come i cinquantenni su Internet. E’ proprio vero.

Storie di pittori,2

immagine presa dal web

Siti di riferimento: http://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Pisa_Toulouse_Lautrec_a_Palazzo_Blu.

https://nellamiastanza.wordpress.com/2010/03/03/la-passeggera-della-cabina-54-di-henri-de-toulouse-lautrec/

Nel 1896, durante un viaggio per mare, Toulouse Lautrec si innamorò di una bella e giovane donna, la passegegra della cabina 54, identificata con la figura dell’affiche qui riprodotta. Si innamorò al punto tale da proseguire il viaggio fino a Lisbona, pur di poterla ancora contemplare. Solo l’intervento di un amico lo costrinse a tornare in sè e a sbarcare. Non risulta che la giovane gli abbia mai rivolto la parola.

Mademoiselle, non mi guardate sebbene io sia vicino a voi già da molto. Di certo mi avete visto a colazione, o sul ponte, mentre ero girato, e avete avuto orrore di me. La vostra discrezione vi impedisce uno sguardo che riterreste indiscreto o troppo curioso. Accetto da voi anche questo. Non guardatemi. Vi passerò i miei pensieri, come un mago. In fondo sono un po’ mago, so mostrare agli altri ciò che non vogliono vedere. Che le prostitute possono essere ragazze dal riso innocente, o che la più grande ballerina di Parigi che tanto tutti ammirano ha un viso tragico.

E così, ascoltate, verrò in Senegal con voi. Non potrò darvi il braccio, deforme come sono; né potrò mai sorreggervi l’ombrellino affinchè il sole dell’Africa non macchi il vostro bel viso. Ma guarderò sempre dove voi guardate.