Sofonisba, ultima parte

Da Wikipedia, s.v.

Accettavo i malcelati scherni, non era quella la sofferenza vera. D’altronde, con quali discorsi illustrare la ragione di questa unione coniugale che ancora dura, ed è, in qualche modo, felice; come significare che essendomi stata negata per divino decreto la maternità, cerco la giovinezza che conserva ancora un’ombra dell’infanzia?

Perché, se tanto ho desiderato l’esser madre lo devo al periodo mio primo e più felice, con le mie sorelle e i miei fratelli, quando la gioia non era tanto tessuta dagli scherzi, le risa o i giochi, ma dall’essere insieme a qualcuno di simile; una banda di puri contro un mondo sciocco, intenti a decifrar segreti, a cogliere luci. Poi dopo si fa parte per sé stessi, si genera e si edifica in un mondo piatto e sottile come una moneta, del quale si sa tutto. E la gioia dell’infanzia non l’ho potuta ricreare, se non con figli altrui, dietro barriere di convenienza e necessario distacco.

Se ho dipinto molti ritratti di bambini, che si giudicano in coro eccellentemente riusciti, se molte lodi e molti denari ne ho tratto, e dunque invidie e rivalità, e se tutto questo è noto a tutti, tutti altresì ignorano con quale disperata nostalgia affrontassi la tela e il visetto riottoso innanzi a me; e quanto tremasse la mia voce nel narrare le fiabe che erano state narrate a me e ai miei fratelli, per fermare la creatura che non voleva star ferma neppure un attimo. E come per un attimo, uno solo, cadessi in quegli occhi, ora vispi, ora puri, ora divertiti, per afferrare il baluginio del tempo primo, tornando quindi a me stessa senza avere rinvenuto altro che poche pennellate –giuste, appropriate, ma estranee.

La mia arte si è vendicata. Troppo tardi ho capito che creare quadri è pari al partorire, entrambi un dono divino che sottrae territori al nulla; che anch’io ero stata benedetta, in diverso modo. L’ombra ha dunque iniziato a scendere sui miei occhi già da qualche anno, rendendomi impossibile tornare a dipingere. Sento però la luce, in questa bella casa che mio marito comprò nel quartiere di Seralcadio, il Capo di Palermo. Anche se non posso più vedere il mondo materiale, la luce batte e rivela simmetrie sinora nascoste. Non ho avuto figli perché ho troppo amato l’infanzia, troppo trascurando arte e mariti, troppo giudicando dall’alto di una purezza diventata superbia; muoio in questo quartiere che reca il nome, storpiato, di un arabo. Un lontano emiro: così si vendica il fato della gloria che fondò la mia famiglia, quando derivò il proprio nome dalla vittoria sugli Arabi a Costantinopoli, procacciata da un mio lontano avo col fuoco greco –Anguis sola fecit victoriam. Così ora sono sola, niente serpe, niente vittoria. Resta questo mare che fa l’aria pesante, alita salsedine dalle finestre spalancate acciocchè prenda un po’ di sole questa vecchia sola che sono diventata. Il mare che mi ha recato in Spagna e mi ha recato indietro, il mare che diede la morte al mio primo marito e mi ha donato il secondo, che collega ogni cosa, tutto ha portato e tutto adesso, giustamente, toglie.

I bambini del quartiere giocano nella piazza, sento i loro scherzi e grida. In fondo che non siano nati da me non importa, purché esistano, purchè il nulla non avanzi.

Sofonisba, 2

Signora, avete la vostra arte, nella quale eccellete. Ancora il mio secondo marito ripete con affetto questa esortazione, sfiorandomi la mano ossuta che stringe il pennello, unica ancora di salvezza in mezzo ai marosi del rimpianto. Sorrido per non affliggerlo e non dico il pensiero che mi preme il cuore, che nessuna sostituzione può darsi tra arte e vita, piuttosto la prima si nutre della seconda, distillandola, estraendone il succo e nel fare ciò, disseccandolo. Estraggo da un volto la sua essenza, tra le mille espressioni che assume davanti a me, per giungere al volto primigenio pensato da Dio al momento della creazione e predisposto per l’eternità, cercandolo tra lacrime e rabbia, sorrisi e risa; e così non gusto l’attimo presente, anzi scosto, con fastidio, quel che l’anima del volto vive in quei momenti, perdendo la vita per sempre.

Epperò nel mio autoritratto mentre dipingo la Vergine con il Bambino c’è tutto quel che avrei vissuto e l’amarezza che mi attendeva al varco. Conoscenza, nient’altro che questo può dare l’arte; tutavia con un suo incanto. Quindi riprendevo il pennello, per cercare di decifrare i divini decreti nel volto innanzi al mio, illudendomi che l’intellezione dimostrata a tredici anni possa di nuovo esser mia; in tal guisa trovando non una sostituzione all‘esser madre, ma un pallido simulacro di continuazione.

Con le Infante di Spagna correvamo a perdifiato nei corridoi ancora appena accennati dell’Escorial in costruzione, tra mastri muratori e pietre appena sbozzate; e quelle corse, così spesso concluse al cospetto della Regina sorridente che sopraggiungeva senza farsi annunciare, come era suo costume, io le vedevo come un addestramento ai giochi che avrei fatto presto con i miei bambini –povera, misera Sofonisba! Quante illusioni! E potenza dell’infanzia, capace di vivificare e render lieto, echeggiante di risa, persino un edificio come quello, voluto da un Re triste per chiudervisi dentro, città in forma di palazzo e insieme carcere che tutto divora, perché più nulla resterà all’esterno degno di nota.

Sono stati i giorni più felici, quando, concedendomi a qualche cavaliere o hidalgo di Spagna, coltivavo l’infanzia di figli non miei con in cuore la speranza di averne, non avendo ancora la natura pronunciato il suo veto. Speranza fallace, in nome della quale, contro il desiderio del Re, ho sposato a Paternò, in Sicilia, don Fabrizio. Il desiderio l’uno dell’altra che ci faceva incontrare ogni sera non portò frutto e frutto non avrebbe recato il mio secondo matrimonio con don Orazio, quando avevo già quarantanove anni. Oh, quanti sorrisi malevoli allora, dietro ai ventagli e sopra le gorgiere, perché era più giovane di me di ben quindici anni!

Accettavo i malcelati scherni, non era quella la sofferenza vera. D’altronde, con quali discorsi illustrare la ragione di questa unione che ancora dura, ed è, in qualche modo, felice; come significare che essendomi stata negata per divino decreto la maternità, cercavo la giovinezza che conserva ancora un’ombra dell’infanzia?

Sofonisba, 1

Sofonisba Anguissola (Cremona 1532 -Palermo 1625), una delle pochissime pittrici italiane, famosa in Europa e apprezzata da Michelangelo, ebbe due mariti: don Fabrizio Moncada, sposato in Sicilia nel 1573, e Orazio Lomellini, sposato nel 1579, dopo la morte di don Fabrizio per naufragio lungo le coste di Capri. Due mariti, nessun figlio e autoritratti molto tristi danno origine alla misera fantasia che segue.

Immagine da: https://www.artefair.it/sofonisba-anguissola-pittrice-di-talento-e-donna-di-cultura/

Mi chiedo come ho fatto a sapere. Tredici anni appena, tale era la mia età allora, e inconsapevolmente mi sono dipinta con quello sguardo che non è neppure una preghiera disperata, né un timido e silenzioso appello, ma pura, gelida disperazione. Al principio della vita lo sguardo mio avrebbe dovuto essere invece timore del giudizio altrui e curiosità trepidante insieme, gioia e allegria trattenute; ma io sapevo già, per muto linguaggio. Questo corpo, che mi si è rivoltato contro, rimanendo sterile, già allora parlava al cuore che non voleva udire.

Nel dipinto mi volto verso uno spettatore ignoto, levando gli occhi dal quadro della Madonna col Bambino cui attendo. La Vergine che abbraccia il Figlio, in un tripudio di tenerezza, colori e unione di sentimenti, e io davanti solo, chiusa nell’abito scuro. Sapevo già tutto, ma non volevo vedere il naufragio del mio unico desiderio, della mia vita intera.

Perché l’unica mia brama è stata quello di diventare madre; ed è stata l’unica che non ho sciolto, la vocazione cui ho mancato –tutto il resto l’ho avuto.

Simile a un bastimento che veleggi lungo i bordi di continenti ignoti, ho costeggiato la maternità altrui.

Ero presso Elisabetta di Valois, regina di Spagna, al capezzale durante i parti, reggendo lo spirito, le urla e il capo di lei, raccogliendone l’estremo sospiro insieme a Sua Maestà il Re quando è morta di febbre puerperale alla terza bambina; ho seguito con trepidazione e tenerezza le Infante di Spagna, nei cui visetti puri ravvisavo quelli delle mie sorelle, quando giocavamo bambine.

Leggevo fiabe ai nipoti di don Fabrizio, mio primo marito, quando ancora era, nel mio corpo di quarantenne, la possibilità di concepire. Non mi rassicuravano tutti in Sicilia, rammentandomi la regina Costanza che diede alla luce, pur quarantenne, Federico II nella pubblica piazza? Tutto può accadere, sorridevano. Invece il mio ventre rimase chiuso.

Quindi ho cresciuto con affetto materno don Giulio, il figlio del mio secondo marito, tanto simile a mio fratello, ricevendone in segno di gratitudine che la sua ultima nata sia stata chiamata Sofonisba come me, povera creatura anzi tempo divenuta angelo splendente alla corte dell’Unica Vera Maestà, Nostro Signore. Piccola Sofonisba, che avrebbe dovuto sostituirmi germogliando nel mondo e che invece è morta, lasciando invece su questa terribile terra me, vecchia inutile, sterile.