Maggio 878, Siracusa,1

0619_-_Siracusa_-_S._Lucia_alla_Badia_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_22-May-2008

Nel maggio dell’anno 878, dopo nove mesi d’assedio, Siracusa cedeva agli Arabi. A testimonianza della durezza di quei mesi, senza acqua e senza cibo, resta solo la lettera del monaco Teodosio, scampato all’eccidio dei superstiti, al testo della quale si ispira la fantasia che segue.

Dunque fu per arrivare a questo. Io, Demetrio, figlio del nobile Costantino Nikephoros, muoio nel fiore degli anni per questo silenzio, per questa gran luce vuota di Ortigia devastata dagli schianti delle macchine petriere. Dopo i crolli si è rivelata la maestosità delle torri prima occultata dai palazzi, l’immensità della penisola prossima a tornare quel che era prima che la città fosse fondata, fiorente d’alberi, risuonante di fonti, cinta di schiuma; prima di diventare la più tremenda delle prigioni, che non si può non difendere; ancora intatta, senza noi. Per il compimento di questa purezza, io adesso perirò e tutti con me.

I nove mesi d’assedio, la fame, il sangue, per questo giorno di maggio dell’Anno Domini 878, nel quale i nemici hanno varcato le mura. Eccoli, salgono la strada dalla Torre Grande, in abiti neri, in gruppi disordinati. Così sono giunti a settembre, disordinati, indistinguibili fra loro, sulle navi coperte di feltri rossi e gialli; in una mattina bella di sole come questa, nelle acque del porto Grande che adesso balenano dallo squarcio delle mura presso la Porta Regia.

Mai avrei creduto che fosse questo l’ultimo giorno. Questo, quando il Patricio all’alba, dopo aver sventato per l’intera notte colpi di mano, era andato a riposare con i suoi, credendo a una tregua e attribuendo al nemico la medesima sua stanchezza. Per un’ora di sonno cadiamo. Lo scatto delle petriere fu una mano immensa che lacerava la tela del cielo -i fianchi della Torre che tremavano, crollata la scala che la collegava alle mura, allargata la breccia fatta sette giorni fa dalle macchine.

La Torre Grande è ancora in piedi, isolata. Prigionieri della sua forza, il Patricio e pochi altri restano a difenderla, così com’è, mangiata ai lati dalle pietre. Quasi oscilla, sotto l’avanzare nero dei nemici dal varco delle mura; è un giunco ed era solida, altissima, di bianchi blocchi ben connessi; intorno ad essa le altre torri si stringevano, pulcini intorno alla chioccia. Più nessun siracusano alla breccia sotto di essa, solo i cadaveri di chi, sino a ieri, le affluiva come il sangue da vena aperta, quando i miei amici resistevano sui cadaveri insepolti, lasciati là a chiudere con la loro carne lo squarcio; quando i vivi si difendevano su toraci sfondati, occhi che fuoriuscivano dalle orbite, miasmi; e Siracusa non più difesa da solidi blocchi e travature, ma da corpi soltanto, alle soglie dell’eternità compiaciuta ostentava la fine, per esortare al gran passo.

Io fui talvolta alla breccia, nei giorni scorsi, ma non estrassi questa spada dal fodero; guardavo la pace inviolabile dei cadaveri assorbire i movimenti di chi combatteva, il disfarsi verdastro dei volti sotto la rigidità dei lineamenti, gli occhi serrati che le ciglia chiudevano come filo da calzolaio; la massa informe sconfessava le pietre, le corazze, i gesti coraggiosi. Non ho combattuto, avevo paura e combattere era inutile; piuttosto chiudevo gli occhi e vedevo l’agnello candido spinto da uomini in vesti nere verso la luce oltre la breccia, verso i serafini tonanti -inarca il collo, scuote il capo, e tuttavia è condotto; adesso offre la nuca al colpo, di sua volontà.

Ecco, questo è il momento del sacrificio.

Fuggo, come fuggo da due mesi, da quando abbandonai gli spalti e il titolo di stratega della notte. Corro su per la salita, verso la chiesa del Salvatore, verso il lato di Ortigia che s’affaccia sul mare aperto, dove c’è solo l’azzurro, mai forato in nove mesi da navi amiche, l’azzurro scrutato, guardato, invocato. Non vedo più nulla, non c’è più nulla intorno -solo alle spalle i nemici che montano, ancora piccoli per la distanza, e numerosissimi, fierissimi. Alla finestra della Torre Grande il volto del Patricio è fermo, un’icona, senza paura nè dolore; in alto, nella piazzetta a lato della Porta Regia, davanti alla chiesa del Salvatore, una gran folla di Siracusani preme per entrare, confidando che il luogo sacro possa proteggerli, o essere rispettato dagli Arabi.

E in mezzo alla gran folla illusa e penosa, fra le grida e i pianti, io vedo, avvicinata da un prodigio, ingrandita dal desiderio del mio cuore, colei che stamani, quando vi fu lo schianto, ho cercato invano a palazzo; dal velo ricamato a tralci rossi la riconosco, il medesimo che indossava il primo giorno d’assedio, quando, mentre le porte di città si chiudevano stridendo sui cardini, io riconobbi in lei, nel cortile del palazzo dirimpetto alla Torre Grande, Eudossia, la compagna di giochi, che aveva lasciato Siracusa dopo la morte della madre, per vivere in campagna con una parente. L’assedio me la riportò e adesso me la toglie; l’assedio che ci mutò tanto da renderci sconosciuti e odiosi l’uno all’altra.

Da quale anfratto o abbraccio lei venga qui a cercare salvezza, non curo di sapere. Il suo aspetto è nuovissimo, sconosciuto, iniziale. Bianca, coi capelli sciolti in onde rigide, l’abito macchiato, gli occhi puri sopra gli zigomi alti. Non sembra impaurita, non mi vede neppure, non sente come grido il suo nome, mentre è trascinata dalla folla dentro la chiesa. Un attimo ancora si mostra il suo volto, e non è più la fanciulla degli inizi, nè la donna della fine, ma una creatura diversa da quelle che ho conosciuto e di tutte partecipe, di tutte rivelando la parzialità, pronta per l’eternità; culmine e massima accensione di una sostanza viva e lucida.  Le porte della chiesa si chiudono sulla nuova, ultima Eudossia, senza che ci salutassimo o guardassimo. Separati moriremo, così come abbiamo vissuto, pur dividendo le stesse sale, pur essendo marito e moglie; e il cuore accelera e rende impossibile proseguire la fuga; mi nascondo fra le macerie, e il luogo scelto a caso mi fulmina -quasi non lo riconosco, tanto è mutato, perfezionato.

Ortigia

0619_-_Siracusa_-_S._Lucia_alla_Badia_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_22-May-2008

Di Giovanni Dall’Orto – Opera propria, Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6742126

Ortigia, antica acropoli della polis greca di Siracusa, e oggi suo centro storico, è uno dei miei posti magici. E’ bianca e azzurra, tanto quanto Catania è nera e azzurra e Palermo gialla e azzurra, con tonalità ombrose a causa della massa del Monte Pellegrino.

Nelle viuzze ci sono gli stessi colori vivaci di Barcellona, ma meno maestosi e più leggeri e la gente è trasognata, sembra ascoltare perennemente solo il mare che splende in fondo a ogni strada.

Tanto amo Ortigia, che non mi sono rassegnata a lasciare trascurata una pagina molto triste della sua storia nell’Alto Medioevo, quell’anno 878, quando cadde in mano agli Arabi, dopo un lungo assedio. Da domani, e per qualche tempo, la posterò qui.