Conversazioni in Sicilia, 3

Non una conversazione, ma piuttosto una rivelazione, l’illuminazione di una mentalità arcaica e meravigliosa.

Sull’autobus magicamente trovo un posto a sedere. Davanti a me un vecchietto, uno di quelli tipici dell’entroterra siciliano -coppola, camicia bianca, pantaloni grigi lisi, e bastone. Una fermata dopo sale una signora dalla pelle nera, circa all’ottavo di mese di gravidanza.

Io istintivamente faccio per alzarmi e cederle il posto e mi ritrovo il bastone del vecchietto piantato nel petto -Non tocca a lei susirisi!- cioè non tocca a lei alzarsi. Poi, rivolto al fondo dell’autobus -Carusi! Nuddu c’è ca ci runa u posto a un’incinta?- Trad.: ragazzi, non c’è nessuno che cede il posto a una donna incinta?

E dai posti in fondo quattro o cinque ragazzi che balzano in piedi a testa china, mormorando Cietto, cietto, trad.: certo, certo. La signora si è potuta sedere all’istante.Il vecchietto mormorava soddisfatto.

Gloria a ai supersimpatici vecchietti siciliani!

 

 

Le olivette di Sant’Agata

Oggi a Catania è la festa di Sant’Agata. Una festa  che dura tre giorni, lenta tanto da chiedersi che cosa un non catanese possa mai trovarci. Eppure i turisti ci sono, vengono a vedere le strade chiuse al traffico e tutta la gente in strada, con enormi candele, ognuna simbolo di una grazia da chiedere. Ci si serra intorno al fercolo della Santa, e sembriamo onde intorno a uno scoglio, portando ognuno in cuore un desiderio da esaudire, le solite cose, così preziose per noi, che siamo tutti dei poveracci in fondo in fondo senza distinzione, un lavoro, un figlio, una guarigione. Nei quartieri più poveri le grazie vengono chieste urlando in ginocchio.E lei rimane lì sorridente, come se dicesse -Ma che fate? Non sapete che tutto è niente?-
Sorride così, bella e simpatica:

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Cibi di strada, i soliti, ovunque. Torroni, caramelle, zucchero filato, bancarelle improvvisate in cui si arrostisce ogni tipo di carne, dal cavallo al maiale e la si condisce con olio e origano profumatissimo. Il mio preferito sono le olivette, pasta reale colorata di verde e coperta di zucchero, o cioccolato fondente.
IMG_0783 Una delizia da mangiare a chili. Bella pure la storia che mantiene in vita questo dolce. Si racconta che quando sant’Agata era chiusa nel carcere , sfinita dopo le lunghe e atroci torture inflittele per volontà del procuratore romano della città, al mattino ebbe fame. Ma nessun carceriere le portava del cibo. Allora la ragazzina si fece alla finestrella, raffigurata nella foto sotto, e l’albero di olivo che era là vicino protese i suoi rami fino alle sue dita, affinchè potesse cogliere le olive e così saziarsi.
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E penso che forse la santità è questo, questa connessione con le creature, che si crea con lungo amore e rispetto.
Un forestiero un giorno mi ha chiesto -Ma fate tutto questo, queste nottate, questi fuochi, per una Santa?- Amico mio, e per chi altri dovremmo farlo?

Se volete avere un’idea di cosa sia la festa, ecco qui un video da premio Oscar: https://vimeo.com/158013412

 

Conversazioni in Sicilia, 1

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In Sicilia puoi passare serate intere tra amici parlando soltanto del modo migliore di tagliare le melanzane per la pasta alla Norma. Ogni famiglia ha un suo modo quasi rituale e lo tramanda nei secoli: chi le affetta per lungo, chi a rondelle, chi a cubetti.

Quando, nei primi tempi di matrimonio, mia suocera mi ha sorpreso a tagliare le melanzane a cubetti mi ha chiesto cosa stessi preparando. Udendo pasta alla Norma si è ammutolita e mi ha rivolto uno sguardo triste. Lei faceva così, non si arrabbiava mai,  diventava triste. Ha tenuto a bada tre figli senza mai un rimprovero, un’alzata di voce, solo rivestendo di malinconia il suo viso (mentre a casa mia si litigava ferocemente, salvo poi abbracciarsi pentitissimi con giuramenti di affetto eterno). E mi ha svelato l’arcano. Per quel tipo di ricetta le melanzane si devono tagliare per lungo, affinchè, cuocendo nell’olio fino a che sono quasi abbrustolite, rilascino l’olio in eccesso e risultino più asciutte.

Quella volta le ho obbedito. Vengono molto meglio. Coraggio, ancora due mesi e le melanzane saranno di nuovo tra noi.

 

 

Cucina basic di casa, primo piatto n.1

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Tumminia, che credevo nome arabo, invece è siciliano e significa tre mesi: questo grano cresce in tre mesi, da marzo a giugno, e cresce in condizioni disperate, nella più completa aridità o esposto all’aria salsa del mare. Lo usavano nel Medioevo durante gli assedi, per la sua crescita rapida.

Poi è stato dimenticato per la bassa resa del raccolto e perchè ormai si cercano le farine di grani ricchi di glutine, più resistenti alla trazione delle macchine industriali da pasta.

La sua farina è povera di glutine, ricca delle proprietà del germe di grano, e la pasta che ne deriva è bruno-dorata, leggermente friabile, appena amara, di un gusto arcaico, un po’ severo, che mi piace molto. Unico difetto: il prezzo.

Pasta di Tumminia con slavia e mandorle

Ingredienti per 6 persone:

-600 grammi di pastadi Tumminia

-120 gr. di burro

-30 foglie di salvia circa

-2 manciate di mandorle tritate

-1 spicchio d’aglio

-olio evo

-parmigiano

Lavare le foglie di salvia e tritarle nel mixer con due cucchiai, anche più, di olio extravergine d’oliva e una punta di sale.

Fare dorare lo spicchio d’aglio nel burro, quindi aggiungere le mandorle e farle insaporire. Spegnere, togliere l’aglio e aggiungere il pesto di salvia.

Lessare la pasta e farla insaporire nel sugo con un spolverata di parmigiano (o pecorino).

Sul tè in Sicilia, ancora

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A me il tè piace tanto, ma sono l’unica a casa a berlo e quindi non lo compro mai. Vorrei che qualcuno me ne preparasse una tazza di pomeriggio…

Comunque qui non è aria. Quest’estate al mare l’amica belga con cui ero inizia ad avere mal di stomaco e mi chiede di ordinare un tè mentre io volevo una granita. C’erano circa 40 gradi. La richiesta era decisamente stravagante, lo ammetto, date le condizioni. Quindi al bar del lido si verifica la seguente scena

-Una granita di gelsi e un tè per favore-

-Un tè caldo?-

-Sì-

Il cameriere mi porge la granita e scuote il capo -Il tè non si può fare-

-Sta scherzando che il tè non si può fare? Non si può fare l’acqua calda?-

-Non so se c’è la bustina-

-Non ci credo che non c’è. E ho bisogno di un tè, la mia amica è straniera e sta male-

-Ah è straniera? Per questo voleva il tè! Me lo doveva dire subito! Va bene allora cerco la bustina-

Va nel retro e sento da lì provenire boati, fragori, stridio di mobili smossi e vari borbottii del tizio, che infine riemerge brandendo la bustina del tè a mo’ di vessillo -Ecco signora- sentendosi un eroe.

Il tè in Sicilia si beve solo d’estate e freddo. Se capitate qui chiedete il tè fatto dal bar, non quello industriale, e fateci mettere dentro una pallina di granita di pesca o di limone: la fine del mondo!

Ancora su Umbria vs Sicilia

Tre anni fa uno dei miei figli ha preso la polmonite. Era un caldissimo settembre siciliano e lui ha preso la polmonite. Noi facciamo le cose in grande.

Quando il medico ha mormorato -Non sento il polmone sinistro- il mio cuore è come andato a sbattere contro un muro, letteralmente.

Poi, la lenta risalita verso la salute, il rantolo che si affievoliva sempre di più. Ma nel frattempo sperimentavo che le malattie sono viste in modo differente a seconda delle latitudini.

Quando in Sicilia dicevo che mio figlio aveva la polmonite, la gente faceva un balzo indietro e a occhi sbarrati mormorava polmonite… e io morivo di nuovo. Ma quando, per consolarmi, telefonavo ad amici e parenti in Umbria, la reazione era ben diversa

-Ah sì, polmonite? l’ho avuta nel 2011. Non ti preoccupare, poi passa-

-***l’ha avuta l’anno scorso-

-°°°°ne sta guarendo-

Insomma, sembrava poco più dell’influenza. E io telefonavo solo in Umbria. E preparavo i Cibi per quando si sta male 🙂