Il pranzo dei morti, 10

-Un brindisi, carissimo e vi dirò oltre-

Non per sempre, solo come purgazione, una fase di distacco lento dal mondo al quale tanti legami avvingono il morto che già agogna alla beata condizione celeste. E come sancire il distacco definitivo e l’entrata del mondo celeste? Come se non con un banchetto che riunisca le persone più vicine al morto che siano anch’esse nell’Aldilà? Un brindisi, un pranzo; il fior fiore della compagnia, i cari amici che ci furono di scorta nella vita terrena e il fior fiore di questa terra benedetta che è la Sicilia; il massimo fasto della carnalità e della materia nel momento dell’addio; come l’ultima notte con una donna amata, o come …e qui un piccolo calcio del d’Ingalbes interruppe il discorso del principe, che già stava commuovendosi sulle bellezze del mondo materiale, tanto da farlo vagheggiare a chiunque, mentre il convegno presente tutto richiedeva meno che di sottolineare la carnalità che il marchese sembrava negare fieramente. Forse, ragionava il d’Ingalbes, troppo di sé le aveva tributato finora, e troppo poco ne aveva tratto. Come lui medesimo, d’altronde, che se si ritrovava povero era per aver troppo amato il mondo e aver sperato che gli desse prima o poi quelle gioie che sempre annunciava.

In quella si aprirono i battenti e Gerlando in livrea d’onore, blu oltremare con i galloni e i bottoni d’oro, s’inchinò e annunciò

-Lor signori sono invitati a prendere posto. Inizia il pranzo che il Monsù di questa nobile dimora ha allestito in onore del Marchese di Carabas-

Sedettero ai quattro lati dell’enorme tavolo. Nei piatti i soli avevano una faccia dipinta dentro il cerchio e i raggi come tentacoli; sembravano cantare e ridere alle foglie nel bordo. E su quei soli il maggiordomo depose arancine tonde e dorate che imitavano i soli e cantavano sotto i denti al primo morso,  spalancando sotto la crosta croccante il riso caldo giallo di zafferano e spezie, profumato della carne nascosta nel cuore che si annunciava e non si mostrava subito. E si proseguiva a mordere per raggiungerla, tenerissima, tagliata a piccoli cubi legati ai piselli.

-Marchese, non assaggiate?- chiese sorridendo il principe Lancia –Questo arancino è immagine vivissima di quanto abbiamo appena passato: la scorza fritta che crocchia sotto i denti è la durezza della morte, che esiste solo per schiudere il cuore saporitissimo della vita spirituale. Assaggiate, è un ordine-

-Non posso, non ho più lo stomaco- il marchese era grigio in volto-

-Neppure noi, amico mio, abbiamo più lo stomaco!- il Rioasaltas alzò davanti al volto un arancino –eppure vedete? La morte ruvida, dura, brutta è la crosta; un attimo e si rivela l’interno magnifico, ricco e profumato: la vita presente dopo la morte, tutti insieme- e addentò la crosta dell’arancino con uno sguardo estasiato da innamorato.

– Davvero amico mio eravate destinato alla corte del re, con la vostra eloquenza- sorrise il marchese. Ma era un sorriso difficile, perché da tanto non sorrideva che aveva perso l’esercizio.

I tre invitati fingendo di conversare lo spiarono dischiudere la bocca e dare il primo morso. Un morso piccolo piccolo, che tuttavia produsse un suono che sembrò un inno di vittoria cantato a squarciagola.

Totò versò il vino nascondendo la sua gioia e il Ripasaltas lo guardò con desiderio struggente, quindi alzò il calice

-A noi, amici miei! A noi che siamo sempre insieme! A questa bella vita nuova!-

-A noi!- e tutti bevvero.

-Coraggio amico mio, non potete non unirvi al brindisi!-

il marchese con mano tremante alzò il calice e lo posò subito

-Non posso…- mormorò

– Pensate al sangue di Nostro Signore che ci garantì questa vita dopo la morte- gli sussurrò il Ripasaltas –tutto questo che ci è imbandito è santificato e trasmutato. Sembra vino e non lo è, è solo immagine del vino terreno. Unitevi a noi, presto-

Gli altri ascoltarono trepidanti e trepidanti lo videro bere il vino rosso come un rubino, profumato come un fiore. E videro il viso dell’amico prendere una sfumatura più rosta come se il vino bevuto avesse passato alle guance il suo colore

E anche donna Cubitosa, nascosta insieme a Gerlando dietro l’uscio, vide la tinta rosata salire al viso del marito e battè le manine grasse senza far rumore: La vita ritornava, debole e delicata, ma tornava! Potenza del vino di Giarratana, color rubino e profumato di mare e sassi scaldati dal sole! Sangue e vino; il vino che faceva sangue, vivo, ruscellante nelle vene, sangue buono a vivere, a cantare, a mordere, a cadere insieme nel letto.

Guardò Gerlando: il maggiordomo aveva gli occhi pieni di lacrime. Guardò la sala dischiudendo appena il battente: vide il Ripasaltas sfiorare con la mano la natica di Totò mentre gli chiedeva altro vino. E sia! Pensò. Che importanza ha tutto, in fondo? Dalla tappezzeria di seta gli uccellini cinguettavano, i fiori sbocciavano. E sorrise.

I tre gentiluomini con gioia repressa e di sottecchi guardarono il marchese mangiare l’arancino. Aveva iniziato a sbocconcellarlo; ma quando era giunto al ripieno, alla fusione di ragù, carne e spezie, i morsi si erano fatti più veloci, e quasi non masticava più, assorbendolo come una piantina riarsa l’acqua. Quando ebbe finito gli altri tirarono il fiato di nascosto. Totò iniziò a servire il timballo di pasta

.Straordinario questo cibo dell’aldilà, davvero il compendio di quanto di meglio offra la terra…-sussurrò il marchese- sembra difficile che ne avremo di altrettanto buono e spirituale-

-Lasciate fare al nostro Buon Signore- replicò il d’Ingalbes –non c’è limite al suo amore-

Il Pranzo dei morti, 9

Quando Totò entrò nella sala, a piccoli passi discreti, trovò i tre gentiluomini con gli occhi brillanti e divertiti

-Favorite di annunciarci al marchese- intimò il barone di Ripasaltas e le sue parole suonarono come una dichiarazione di guerra alla follia e a ciò che rende brutta la vita.

Sale e salette sul porto tutte accese per l’arrivo di due navi dall’Oriente; vociari lontani di scaricatori e picciotti, tutto sospingeva i tre e li rendeva curiosi, timorosi e tuttavia certi della vittoria. Movimento, flusso e forza intorno a un centro divino, gridava tutto intorno a loro e li faceva sorridere.

Resi così lieti, quando Totò aprì i battenti della sala da pranzo e Gerlando s’inchinò davanti a loro, si fermarono stupiti. Ricordavano la vasta sala, ma non così, con quei girali di acanto verde e narcisi gialli alle pareti e sulla tavola, e identici sui piatti di porcellana; con quei sottopiatti dorati come soli, e quel contrasto feroce di colore, giallo e verde, ripetuto ovunque, che scuoteva per originalità e chiamava alla rivolta, alla partenza dei bastimenti, all’uscita dalla terra delle nuove piante; tutto ciò rinsaldava l’impresa che avevano in animo di compiere.

Un lieve rumore di passi, un bisbigliare sommesso d’incoraggiamento, e il marchese di Carabas fece il suo ingresso. Nulla sul volto di Gerlando rivelava la fatica tremenda di quel percorso dalla camera da letto alla sala, della vestizione, dei lunghi discorsi persuasivi della marchesa per convincere il marito e del quieto, folle mormorio di lui, così spaventoso nel suo delirio

(Un pranzo, con i vostri amici; No! non mangerò, non ho più lo stomaco; e poi sono morto chi volete che voglia vedere un morto? E quali amici poi?

I vostri, il Lancia, Il Ripasaltas, il d’Ingalbes, che morirono ier l’altro in un naufragio durante uno scontro fra pirati barbareschi e flotta trapanese: lo sciabecco che doveva trasportarli a Napoli, dal nostro caro Re, s’inabissò in un batter d’occhio, sfondato da una cannonata.

E com’è che se son morti non li ho avuti accento a me?

Chiedetelo a loro marchese, che ne so io dell’Aldilà?

E’ vero, devo chiedere a loro, chissà dove sono stati messi…mi dovrò vestire, forse.

Certo! E di tutto punto! Quale completo preferite, quello zafferano o quello verde reseda? Zafferano? Gerlando, presto! Redingote, il panciotto con i bottoni di madreperla e le coulottes con la passamaneria verdina! E la parrucca col codino! No, no, marchese, ormai l’avete detto, essi vi attendono, non potete rifiutarvi più. Dovete raccontarvi tutto. Non vorrete andare in camicia da notte!

Sì, devo sapere. Come sarà stato per loro il morire? Lieve come per me o doloroso? Poverini, in tutta quell’acqua di mare…E ci vedremo ora che siamo tutti nell’Aldilà? Mi piacerebbe rammentare con loro la vita sulla terra. E uscire magari per la passeggiata sulle mura: credo che saremo invisibili a tutti. Sì, c’è ancora un po’ di gioia in serbo per me in questa grande nebbia che la morte è…

Di tutto converserete, marchese, a tavola sarete solo voi morti; sarà la vostra cerimonia d’introduzione nell’Aldilà, credo.

Ma non è necessario mangiare, non ho fame, non posso inghiottire: dove finirebbe il cibo, se non ho stomaco? No, non vado, non mi vesto.

Ma la cerimonia di ammissione nel mondo spirituale prevede un pranzo in pompa magna. Un addio al mondo in cui si mangia, poi non vi sarà più cibo. Gli angeli vi metteranno lo stomaco al suo posto solo per questo giorno. Andate, vi aspettano)

 Totò sosteneva il marchese per il gomito, seguendolo nei suoi piccoli passi faticosi. I tre nobiluomini ammutolirono, tentando di riconoscere il loro amico in quel lemure, in quella creatura grigia, fatta di quattro zeppi nuotanti in un vestito sontuoso.

Al d’Ingalbes salirono le lacrime agli occhi e per nasconderle bevve d’un fiato il bicchiere di rosolio che aveva in mano, Ripasaltas serrò i denti e il principe Lancia si precipitò a sostenere l’amico malato.

-Siete voi, siete voi- mormorava rauco il marchese. Tutti quindi si chiusero intorno al malato e vi furono istanti pieni di esclamazioni, riconoscimenti, balbettii, lacrime. Gerlando in mezzo ciò si ergeva come un faro sulla roccia flagellata dalla tempesta. Infine si sciolsero dall’abbraccio e si guardarono

-Come siete belli amici miei! E giovani…-mormorò il marchese accasciandosi a capotavola –davvero ingiusta la morte…-

-Oh, non datevene pensiero!- fece il d’Ingalbes –molto meno di quanto non si tema da vivi. Un tuffo nell’acqua profonda ed eccoci qua-

-Non fu dunque lungo e doloroso per voi?-

-No, carissimo- il principe Lancia si era asciugato le lacrime e sorrideva. Trovando scialbo quanto detto dal d’Ingalbes, lo integrò a suo talento (era da sempre così, s’abbelliva tutto, forte del suo gusto e della sua intelligenza) -Non era bello farsi riempire d’acqua, c’era un senso di oppressione, come una grande mano sul petto che premesse e premesse, ma è stato un battibaleno. Poi è arrivata subito una gran luce beata che ci ha sospinto via in avanti. E per voi, come fu?-

Il marchese fece un gesto vago, a testa bassa

-Un tedio lunghissimo, e quanto più mi annoiavo e tutto diventava grigio, lo stomaco e il cuore si consumavano, come stoffe vecchie nella liscivia. Sentivo la forza defluire. E’ stato terribile. Niente luce, neppure un pochino. Devo essere all’Inferno, credo-

-All’Inferno? Oh no, quello solo per peccatori grandissimi, che si compiacciono anche in morte di ciò che hanno fatto. Noi, amico mio, siamo solo piccoli peccatori; ricordate che ci sentivamo sempre un po’ in colpa?-

Il marchese non era convinto –Perché allora quando siete morti non vi ho incontrato, ier l’altro? Io sono morto già da quindici giorni!-

-Bevete un sorso di vino e vi spiegheremo. Ecco, bravo. Il fatto è che per noi peccatori nell’Aldilà costruito dal Buon Dio, un Aldilà che non è proprio quale la Chiesa Santissima ce lo dipinge in vita, le cose stanno diversamente-

E venne descritto quanto segue, dal principe che sempre nella loro piccola compagnia era stato il più dotato di una sorridente intelligenza che gli faceva accettare la vita con spirito ed eleganza .

Quando si muore, disse, si muore in modi molto diversi. Alcuni vedono la gran luce sospingente e chiamante, altri si spengono come candele al lumicino, piano piano. Ciò comporta un’accoglienza diversa. Chi ha visto la gran luce entra in una specie di festa dove incontra tutti i morti che l’hanno preceduto, dai re ai mendicanti; chi si spegne lentamente viene posto in un grande nebbia morbida, nella quale lentamente emergono, come conchiglie dalla sabbia, gli amici già morti. Il criterio è fondato non sui meriti, ma sul carattere del moriente; per cui l’indole delicata assapora il delicato vapor acqueo, il carattere robusto la luce violenta.

-Per sempre?- la voce del marchese tremava appena.

Il gran ribaltamento dell’estate

IMG_2216Vista da chi ha origini umbro-sabelliche come me, l’estate siciliana è un ribaltamento di ogni cosa.

Innanzi tutto, le parole usate: dell’acqua del mare non si dice che è pulita, profonda, fredda, ma che è bellissima, come di una donna amata che è stata lontana a lungo.

E i comportamenti: mentre bubbolo di freddo avvinta a uno scoglio, per avere immerso in mare la punta del piede, vedo arzilli ottantenni che si tuffano  felici nell’acqua gelida; e signore elegantissime inzuppano la brioche nella granita come se facessero la scarpetta.

L’atmosfera cambia in ogni strada: la città prende un mood hawaiano: bermuda e infradito sono sdoganati per gli uomini anche in centro, le scarpe chiuse sono bandite per le donne anche negli uffici e nelle banche. Chemisier e caftani danno un’aria vagamente africana, un’aria allegra ovunque. Benvenuta estate.

Conversazioni in Sicilia, 5

-Scusi a che ora passa il 935? Son già 10 minuti che aspetto!- l’accento era inequivocabilmente del Nord Italia.

-Ma lei deve prendere per forza il 935?- risponde il solito vecchietto.

Perchè come altro spiegare a un non siciliano la realtà del trasporto pubblico dell’isola? da Napoli a Capo Passero non il risultato di orari scrupolosamente osservati, di controlli regolari dei mezzi; non certezza granitica, serenità di arrivare all’orario previsto; bensì espressione del Caso, o di un oscuro Fato incomprensibile che con cenni numinosi determina i percorsi e gli orari di persone e cose. Se non ti sta bene, pensa tu, ma da solo, a un’alternativa, cambiare percorso, o lavoro, o vita.

Per una più completa spiegazione del fenomeno v.:https://www.youtube.com/watch?v=2S2oeGtnY8I a 0,58 secondi 🙂

Conversazioni in Sicilia, 3

Non una conversazione, ma piuttosto una rivelazione, l’illuminazione di una mentalità arcaica e meravigliosa.

Sull’autobus magicamente trovo un posto a sedere. Davanti a me un vecchietto, uno di quelli tipici dell’entroterra siciliano -coppola, camicia bianca, pantaloni grigi lisi, e bastone. Una fermata dopo sale una signora dalla pelle nera, circa all’ottavo di mese di gravidanza.

Io istintivamente faccio per alzarmi e cederle il posto e mi ritrovo il bastone del vecchietto piantato nel petto -Non tocca a lei susirisi!- cioè non tocca a lei alzarsi. Poi, rivolto al fondo dell’autobus -Carusi! Nuddu c’è ca ci runa u posto a un’incinta?- Trad.: ragazzi, non c’è nessuno che cede il posto a una donna incinta?

E dai posti in fondo quattro o cinque ragazzi che balzano in piedi a testa china, mormorando Cietto, cietto, trad.: certo, certo. La signora si è potuta sedere all’istante.Il vecchietto mormorava soddisfatto.

Gloria a ai supersimpatici vecchietti siciliani!

 

 

Le olivette di Sant’Agata

Oggi a Catania è la festa di Sant’Agata. Una festa  che dura tre giorni, lenta tanto da chiedersi che cosa un non catanese possa mai trovarci. Eppure i turisti ci sono, vengono a vedere le strade chiuse al traffico e tutta la gente in strada, con enormi candele, ognuna simbolo di una grazia da chiedere. Ci si serra intorno al fercolo della Santa, e sembriamo onde intorno a uno scoglio, portando ognuno in cuore un desiderio da esaudire, le solite cose, così preziose per noi, che siamo tutti dei poveracci in fondo in fondo senza distinzione, un lavoro, un figlio, una guarigione. Nei quartieri più poveri le grazie vengono chieste urlando in ginocchio.E lei rimane lì sorridente, come se dicesse -Ma che fate? Non sapete che tutto è niente?-
Sorride così, bella e simpatica:

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Cibi di strada, i soliti, ovunque. Torroni, caramelle, zucchero filato, bancarelle improvvisate in cui si arrostisce ogni tipo di carne, dal cavallo al maiale e la si condisce con olio e origano profumatissimo. Il mio preferito sono le olivette, pasta reale colorata di verde e coperta di zucchero, o cioccolato fondente.
IMG_0783 Una delizia da mangiare a chili. Bella pure la storia che mantiene in vita questo dolce. Si racconta che quando sant’Agata era chiusa nel carcere , sfinita dopo le lunghe e atroci torture inflittele per volontà del procuratore romano della città, al mattino ebbe fame. Ma nessun carceriere le portava del cibo. Allora la ragazzina si fece alla finestrella, raffigurata nella foto sotto, e l’albero di olivo che era là vicino protese i suoi rami fino alle sue dita, affinchè potesse cogliere le olive e così saziarsi.
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E penso che forse la santità è questo, questa connessione con le creature, che si crea con lungo amore e rispetto.
Un forestiero un giorno mi ha chiesto -Ma fate tutto questo, queste nottate, questi fuochi, per una Santa?- Amico mio, e per chi altri dovremmo farlo?

Se volete avere un’idea di cosa sia la festa, ecco qui un video da premio Oscar: https://vimeo.com/158013412

 

Conversazioni in Sicilia, 1

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In Sicilia puoi passare serate intere tra amici parlando soltanto del modo migliore di tagliare le melanzane per la pasta alla Norma. Ogni famiglia ha un suo modo quasi rituale e lo tramanda nei secoli: chi le affetta per lungo, chi a rondelle, chi a cubetti.

Quando, nei primi tempi di matrimonio, mia suocera mi ha sorpreso a tagliare le melanzane a cubetti mi ha chiesto cosa stessi preparando. Udendo pasta alla Norma si è ammutolita e mi ha rivolto uno sguardo triste. Lei faceva così, non si arrabbiava mai,  diventava triste. Ha tenuto a bada tre figli senza mai un rimprovero, un’alzata di voce, solo rivestendo di malinconia il suo viso (mentre a casa mia si litigava ferocemente, salvo poi abbracciarsi pentitissimi con giuramenti di affetto eterno). E mi ha svelato l’arcano. Per quel tipo di ricetta le melanzane si devono tagliare per lungo, affinchè, cuocendo nell’olio fino a che sono quasi abbrustolite, rilascino l’olio in eccesso e risultino più asciutte.

Quella volta le ho obbedito. Vengono molto meglio. Coraggio, ancora due mesi e le melanzane saranno di nuovo tra noi.

 

 

Cucina basic di casa, primo piatto n.1

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Tumminia, che credevo nome arabo, invece è siciliano e significa tre mesi: questo grano cresce in tre mesi, da marzo a giugno, e cresce in condizioni disperate, nella più completa aridità o esposto all’aria salsa del mare. Lo usavano nel Medioevo durante gli assedi, per la sua crescita rapida.

Poi è stato dimenticato per la bassa resa del raccolto e perchè ormai si cercano le farine di grani ricchi di glutine, più resistenti alla trazione delle macchine industriali da pasta.

La sua farina è povera di glutine, ricca delle proprietà del germe di grano, e la pasta che ne deriva è bruno-dorata, leggermente friabile, appena amara, di un gusto arcaico, un po’ severo, che mi piace molto. Unico difetto: il prezzo.

Pasta di Tumminia con slavia e mandorle

Ingredienti per 6 persone:

-600 grammi di pastadi Tumminia

-120 gr. di burro

-30 foglie di salvia circa

-2 manciate di mandorle tritate

-1 spicchio d’aglio

-olio evo

-parmigiano

Lavare le foglie di salvia e tritarle nel mixer con due cucchiai, anche più, di olio extravergine d’oliva e una punta di sale.

Fare dorare lo spicchio d’aglio nel burro, quindi aggiungere le mandorle e farle insaporire. Spegnere, togliere l’aglio e aggiungere il pesto di salvia.

Lessare la pasta e farla insaporire nel sugo con un spolverata di parmigiano (o pecorino).