Hanno solo i soldi

Ieri sono andata a comprare le mandorle più buone del mondo, vicino al mercato del pesce. Il negozietto è un antro muscoso, il negoziante ha un viso esaltato e abbronzato. Mi viene in mente di prendere là anche i regalini per gli amici del Nord Europa: pomodori secchi, pesto di pistacchi, erbe per il pesce e origano.

-Faccia piano- dico al negoziante che metteva le cose nel sacchetto- perchè devo spedirli-

Unni?- fa lui (che bello che nessuno si faccia i fatti suoi, lo dico sul serio, fa sentire meno soli)

Glielo dico, lui alza la faccia esaltata e dall’alto dei suoi cenci grida –Bbonu fa signoruzza, chiddi anu solo i sodda! nenti, nenti, solo i sodda!– (trad. Fa bene signora, quelli hanno solo i soldi, nient’altro)

Hanno solo i soldi, ma chi altri se non un povero siciliano oggi direbbe questo? uno che campa vendendo quattro cose, fra muri scrostati, in una via che per decadenza nulla ha da invidiare a certi quartieri del Cairo dietro il suk. Vi assicuro, mi è sembrato un re.

Sua Maestà l’olio

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Se in Sicilia da aprile a Settembre le conversazioni vertono sulle melanzane e la ricetta migliore per la parmigiana, da ottobre a novembre si parla solo di olio -i prezzi al frantoio, il bouquet di ogni varietà, se sia meglio di pianura o di collina, ecc…Ovviamente ognuno è convinto di comprare il migliore e difficilmente svela agli altri dove lo acquisti,  è un favore troppo grande. Grazie a una soffiata, da alcuni anni anche noi compriamo l’olio di frantoio.

Ora, io vengo dall’Umbria dove l’olio si usa volentieri, ma senza esagerare e senza questo rigirare del pensiero intorno ad esso: sono un po’ barbara in queste cose. Quando ne ho ordinati 40 litri, mi è stato detto -Certo, tu sei del nord, preferisci il burro-

-Io? ma se non uso quasi il burro!-

-Allora perchè così poco? Come fai?-

Non so quanto ne consumino mediamente i nuclei familiari come il nostro, ma considerando quando si va fuori, vacanze ecc…, a me viene fuori circa un litro a testa al mese. Ok, sono del nord, credo.

Mamme e decolli

Al decollo di un volo, poi terribile per il maltempo, sento squillare il cellulare del passeggero dietro di me. Mi volto, era un ragazzino di non più di 15 anni che risponde sereno

–Che stai facendo? Stiamo decollando!-

-Ma è mia mamma- con voce da agnellino.

-Spegni subito!-

-Ma è mia mamma…-supplichevole e come se questo fosse bastevole a scusare la situazione.

-Non hai capito, sta piombando su di te il comandante, perchè lo sto chiamando io- concludo odiosamente.

Lui avvilito spegne il cellulare. E ancora mi chiedo se la rovina di questo paese non siano -e quindi siamo le madri-, quel sentimento misto tra timore e rispetto che sappiamo incutere così bene ai figli adolescenti, quella serie di obblighi e ricatti morali che li graveranno per tutta la vita in mille modi e costringeranno le loro mogli a interminabili pranzi domenicali con noi e costringeranno loro a non decollare.

Io ci ho provato a non essere così. Spero che i Figli non avrebbero mai risposto a una mia telefonata in quella situazione, anzi che avrebbero avuto il cellulare spento; e che crescano capaci di non sentire come un dovere il rispondermi, il non deludermi, il venire a pranzo con me. Non so se ci sono riuscita, non interamente, non ancora. E subito si presenta l’altra faccia della medaglia e penso che mi piace il rispetto che in Sicilia esiste per la Madre, quella sfumatura di venerazione che la sua figura o presenza genera in ogni abitante dell’isola, tale che ancora alcuni, se devono giurare, giurano sulla propria madre. Che esista ancora un deterrente, qualcosa che non ci si senta di infangare. In fondo non so cosa pensare.

Ragazzini

Ragazzini poveri di periferia, che vorrei fossero ricordati da qualcun altro oltre me, poiché la vita già al principio gli ha già tolto tanto.

Uno di un paio di decenni fa, un alunno di mia madre quando mia madre insegnava in quartiere terribile. Aveva sei sorelle più grandi e andava a scuola con i loro vestiti smessi, perché a casa erano poverissimi, e i compagni lo prendevano in giro -camicette a fiori o con le ruches, cose del genere. Mia madre di nascosto gli portò qualche maglietta e felpe dei miei fratelli e il giorno dopo lui a scuola aveva finalmente gli abiti giusti e si pavoneggiava a torace gonfio, un vero leoncino, davanti ai compagni ammutoliti. Iniziò pure a studiare un po’.

Un altro visto una mattina su un furgoncino aperto, di quelli che usa chi fruga nella spazzatura. Era seduto su un mucchio di ferraglia e teneva alto davanti a sé, come un trofeo, un vecchio veliero della Playmobil, di certo trovato in cassonetto. Lo scafo era scolorito e ammaccato, ma lui non lo vedeva, il suo visetto era estasiato.

E infine quello che ricordo con più tristezza, un alunno di quando, per un anno, ho insegnato in una scuola di periferia. Una scuola carina, in un quartiere abbastanza tranquillo anche se povero. A novembre i carabinieri portano  un diciassettenne che non aveva terminato l’obbligo scolastico e ovviamente finisce nella mia prima. Diciassette anni di chissà che vita in mezzo ad agnellini di tredici. Era diventato la star della classe, disturbava continuamente, di studiare nemmeno a parlarne, niente libri, quaderni, penne; godeva inoltre di una salute di ferro, mai un raffreddore, un’influenzetta che lo tenesse a riguardo un paio di giorni, tanto per far prendere fiato a me a ai colleghi.

Poi una mattina chiedo al suo compagno di banco di leggere un passo del testo. Il diciassettenne sbianca in viso, si fa piccolo piccolo e sta buono per tutta l’ora. Quando la lezione finisce, si alza dal banco, mi gira intorno, poi mi tira la manica e con una vocina pietosa sussurra –A mia non mi chiedesse mai di leggiri. Nun saccio leggiri, m’affruntu- (trad. Non mi chieda mai di leggere, non lo so fare e mi vergogno). E in attimo ho visto quanta, quanta gente doveva essersi disinteressata di lui, per anni e anni; e cosa lo aspettava; l’ho preso da parte, i compagni sullo sfondo con gli occhietti curiosi -Tu devi imparare a leggere, devi, hai capito? da oggi. Aspetterò che tu impari- Risoluta a promuoverlo. Tre giorni dopo è sparito e non lo abbiamo visto più.

E ogni tanto mi chiedo se mai saprò qualcosa di questi ragazzini, che fine abbiano fatto, quali stradoni di periferia li abbiano inghiottiti, o se la vita in qualche misterioso modo sia stata poi pietosa con loro.

 

Annunciata di Antonello (Storie di pittori,1)

Un omaggio, per come posso, a uno dei miei quadri preferiti; e insieme il ricordo di una leggenda che forse tanto leggenda non è.

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La luce, la luce. Bianca come il latte, come la luna. E il riflesso tremante degli edifici nella laguna, tagliato adesso dall’ombra del segretario del conte, una montagna solida contro il flusso continuo. E la domanda brutale come la massa che la emetteva. Per chi fate questo quadro, messer Antonello?

Per ricordare la mia gente e la mia terra; e Colui che dispose gente siffatta in siffatta terra; ma questo non può dirsi, né è cortese manifestare nostalgia in questa strana città che mi ha dato tanto. In questa Venezia che è un distillato di Messina e la sua cristallizzazione in canoni settentrionali. C’è aria d’inverno qui, sempre, anche d’estate; e passaggio solo di mercanti, non di navi militari. Tutto scorre in troppa pace. Schiuma cristallizzata il marmo di Venezia, latte la nebbia e il mare, tutto è bianco. E giù invece, sullo Stretto di Messina, tanti colori, altrettante passioni. Qui un’unica passione, il denaro. I denari mobili come mobile è l’acqua della laguna. Di Costantinopoli solo un riflesso delicato e cangiante, tanto si regge qui; ma da noi Costantinopoli caduta è ancora viva nei nomi della gente, nei titoli dei magistrati, nelle vie, Dromos, Strategita, Calafato…Oh Calafato!

Quindi rispose solo

-Per un barone di Palermo-

Ma anche per ricordare lei. Perché il suo volto sia conservato, l’Unica, l’Amata di tutta una vita, lei che scelse di restare Fanciulla per sempre. Quella Smeralda Calafato che seguivo per i vicoli dietro il dromos di Messina, nel quartiere dei Sicofanti. Là dove lei ha fondato il suo monastero di Montevergine.

-Ah Palermo…vi cercano fin qui per chiamarvi indietro. Siete troppo bravo per dimorare tanto lontano dalla vostra terra-

Bravo a far cosa, bravo per cosa? Posso far contenti i signori con immagini che possono capire, nulla di più. Già questa è troppo difficile, posso capirla soltanto io, che un giorno tentai di baciare quella fanciulla.

-Però è strana questa Madonna, sembra una delle donne di laggiù, così scura, così altera. Dicono che le donne dalle vostre parti non diano confidenza a nessuno-

Discorsi che fa un servo a un altro servo, sogghigni che cercano complicità. Ma io non sono un servo e non sono un padrone, sono un’altra cosa e non so cosa. Uno che vede le cose e cerca di non farlo capire troppo.

-La Madonna aveva da essere bruna, là in Terra Santa-

-Sì, ma è strano vederla così. Avete ragione secondo ragione- e il segretario rideva del gioco di parole- ma non secondo l’uso, che la vuole più chiara-

Discorriamo di quel che vi pare, ma questa non è la Madonna, è Smeralda quando mi provai a baciarla, Smeralda nel momento che fu tutto per me e mi fece pittore invece che anima amante. Invece che corpo amante. E forse fu un bene, perché così diventai pittore e nel fare immagini io mi perdo e perdermi mi fa felice, come deporre un peso. E’ essere latore di qualcosa senza la responsabilità di ciò che si reca. Un fulmine collega cielo e terra per un istante. Io sono la cosa bruciata dove il fulmine si è scaricato. Per un momento ho fatto spazio a qualcosa che è fuori di me, sopra di me. E poi sono leggero, non esisto più. Di questo ringrazio quella sua saggezza strana, che teneva Smeralda la bella lontano dai giochi e dagli scherzi, e che la tenne lontano dal mio casto bacio. In un certo modo, dipingere è dare e ottenere quel bacio. Avere ciò che è troppo sopra di me.

-La mano, certo siete un vero maestro, la mano sembra vera, è vera…ma solo quella. Il resto…, non so, sembra di un altro mondo.-

Lo è, non è di qua, è molto più in alto, è del posto da cui scaturiscono i fulmini. Invano ti direi questo, come invano ti descriverei quel giorno lontano da ragazzini, là per le stradine dei Sicofanti, gli orti che mandavano oltre i muri i rami d’olivo, la pietra bianca risonante di voci e giochi, e quell’aria bizantina d’oltremare che Messina ha appena sopra il porto. Allora io già l’amavo da tanto tempo, anche se avevamo solo tredici anni e lei scendeva per la strada, la donna di casa che l’accompagnava molto indietro a lei si era fermata a parlar su una soglia. Veramente tutto sembrava essere restato indietro e molto lontano: c’era solo lei e sembrava così lieta, così felice. E io, io che non avevo capito niente, mi sono illuso che fosse felice di vedere me e le sono corso incontro, ho fatto per abbracciarla. Lei si è come riscossa – a chi sorrideva dunque, e come non ho fatto a intendere che era un sorriso rivolto all’interno?- e si è chiusa il mantello sul seno, ha teso la mano destra a fermarmi, esattamente come in questo quadro. E chiunque avrebbe fermato così, anche un angelo.

E poi c’è stato il suo dolore al vedere le mie lacrime, e il sollievo di non essere stata toccata e quel suo tendere l’ascolto e il cuore a qualche richiamo interiore, tutto insieme e insieme pure uno sguardo pieno, come a dire Non ora, non in questo modo, ora abbiamo tanto da fare. E quell’ora per lei era questa vita terrena, perché due anni dopo è entrata in clausura e da poco ha fondato un monastero, più o meno là dove feci per baciarla. L’Irraggiungibile, l’Intatta.

Appoggiato a un cavalletto, il segretario fissa il quadro

-Manca l’angelo-

… e cose che non mi aiutano a campare

ma proprio per niente:

-l’Id Apple ( se scordi cosa hai scritto come tuo attore preferito da ragazza, circa 10, sei finita; e soprattutto: perchè?)

-le App di Google per cellulare

– Google che mi scrive mail per ricordarmi che non ho le sue App sul cellulare

-il Nespresso

-e, più di ogni altra cosa, vedere sui banconi dei supermercati in Sicilia, i limoni dall’Argentina.

Tutto molto soggettivo, ovviamente. L’elenco per ciascuno di noi è lungo…

Antropologia parziale dei vecchietti fuori dal bar

I vecchietti seduti fuori dai bar sembrano tutti uguali, ma non lo sono. Almeno, non in Umbria e in Sicilia, e ciò merita un piccolo profilo di tipo antropologico.

In Umbria i vecchietti sono senza cappello, siedono a testa alta fuori dal bar d’elezione, quello dove per anni hanno bevuto un bicchiere di vinello al mattino, quand’erano giovani, e che ora li accoglie -una specie di Bar Mario di Ligabue. Fissano ostentatamente i passanti, senza timore, e commentano ridendo fra loro. Non con lo spirito caustico dei toscani, che ha sempre una venatura politica, un voler indurre a riflessione la comunità tutta. No, lo fanno solo per divertire il vicino di sedia, l’amico di una vita -l’intenzione è purissima. Tra pochi discorrono e tra pochi ridono, mentre il malcapitato oggetto dei loro sguardi arrossisce.

I vecchietti siciliani hanno coppola, camicia bianca lisa, bastone e guardano a terra. Apparentemente indifferenti, notano tutto, ma non commentano sul momento. Dopo, dopo che è passato il forestiero, dopo che è passata la bella donna ondeggiante sui tacchi, traggono massime di vita, perle di saggezza ad uso della comunità dei giovani, i quali devono pur apprendere che tutto non vale niente ( ad esempio: e cchi sà ffari! trad. non possiamo fare altro che guardare).

Inutile dire che li amo entrambi, entrambi necessari, non solo a me, ma a tutti.

Salerno-Reggio Calabria, 11 agosto 2018 (corso di sopravvivenza)

strait-of-messina-2643870_1920Questa ieri era la destinazione finale: lo Stretto di Messina, dove prendere un traghetto della Caronte e raggiungere finalmente casa. Lungo la Salerno-Reggio Calabria, le solite cose: la corsia d’emergenza non ancora presente ovunque, gli autogrill terribili con i bagni sempre piu’ decadenti man mano che si va verso Sud, accanto negozietti dove fanno ottimi panini, ben superiori a quelli degli autogrill, immangiabili a 3 nanosecondi dal raffreddamento, il castello di Castrovillari, alto sopra la galleria, che ogni anno perde un pezzo senza che nessuno faccia niente.

Già mi aspettavo, dopo Gioia Tauro, il lampeggiare della cuspide nord-orientale della Sicilia tra una galleria e l’altra, che è di una bellezza incomparabile, quando invece lampeggia il cartellone Attesa di 3 ore per l’imbarco a Villa san Giovanni. Ci guardiamo con mio marito: 3 ore, si può fare, il cane sopporterà (la nostra amata Kate, come la principessa).

Qualche chilometro prima dell’uscita di Villa, la fila era ferma, a doppia corsia. L’uscita era chiusa e bisognava proseguire fino all’uscita successiva, senza incontrare autogrill, e poi si veniva dirottati su una stradina di campagna che si arrampicava verso un paesino. In cima la fila girava e tornava verso l’autostrada. Per fare questo, circa 20 km, abbiamo impiegato 3 ore e mezzo, deducendo che il cartellone quindi si riferisse al tempo di attesa nel piazzale dei traghetti. Benvenuti al Sud, dove niente funziona, ripetevo amaramente fra me e me. Noi non avevamo acqua, né cibo, e la benzina, che in condizioni normali sarebbe bastata per arrivare fino a casa e oltre, diminuiva vertiginosamente per la necessità di tener acceso il motore e avere l’aria condizionata. (alla radio di tutto questo non hanno detto nulla: diffidate dei bollettini del traffico, per favore!). Il cane era fuori di sé. L’ ho fatto scendere, tanto eravamo bloccati da 20 minuti, e facendo due passi, ho avvistato un camioncino della Protezione Civile che distribuiva bottigliette d’acqua minerale gelata. La gente si assiepava intorno e io con gli altri. Quando è stato il mio turno, non ho avuto il coraggio di chiedere un’altra bottiglia per il cane, quando le persone erano tante e le bottiglie poche.  Mi stavo allontanando, risoluta a dare al cane metà della nostra acqua, quando mi sono sentita battere sulla spalla –Signò, favorite un poco d’acqua pe ‘sta povera bestia!– era uno della Protezione Civile, che aveva spaccato una bottiglia vuota e poi l’aveva riempita d’acqua, per far bere Kate. L’antica cortesia del Sud Italia, l’ospitalità greca. Benvenuta davvero, stavolta senza amarezza, solo con il sentimento di essere stata ingiusta poco prima.

Promemoria per il troppo caldo

  1. Indire una raccolta firme per un monumento da erigere in tutte le piazze d’Italia all’ignoto inventore dell’aria condizionata. Ne abbiamo tanti dedicati a imperialisti sanguinari, ne voglio uno per questo benefattore dell’umanità.
  2. Non credere ai consigli sui giornali e on-line su come tener fresca la casa senza aria condizionata. Anche se tieni tutto chiuso di giorno, quando all’esterno ci sono 40 gradi, come oggi, dentro ce ne saranno sempre e comunque 32.
  3. Reprimere il senso di nausea e le lamentele quando ti alzi alle 5,30, i vetri e gli infissi già bollono, il cielo è bianco e il sole rugge. Vomitare e lamentarsi non cambierà le cose.
  4. Non credere a chi ti dice che andare al mare ti rinfrescherà. Non è vero, il mare è una fornace e il tragitto all’andata e al ritorno sarà mortale.
  5. Fare le valige all’istante: chiara, fresca, dolce Umbria!