Ope legis

Elenco qui solo alcune cose, le più urgenti, che vorrei veder proibite ope legis, dall’alto e senza discussioni:

  1. la plastica. Le industrie che la producono riconvertite subito alla produzione di magnifici contenitori di vetro o in società di consegna a domicilio di latte, detersivi, acqua, ecc..con stupendi vuoti a rendere, ovviamente di vetro
  2. i matrimoni in Sicilia tra la seconda metà di maggio e la fine di ottobre. Un familiare è stato a un matrimonio fissato per il tardo pomeriggio. 38 gradi all’ombra, pioggia di cenere vulcanica stile ultimi giorni di Pompei e una cerimonia civile durata un’ora buona in quanto la celebrante ha fatto la storia dell’amore tra i due sposi (ragazzi, meglio in chiesa, le chiese sono fresche…). I primi piatti, in numero di sei, sono stati serviti alle 11; vi lascio immaginare il resto.
  3. i jeans e le camicie maschili attillate d’estate. Riconversione della moda maschile allo stile Luigi XIV per l’inverno (non se ne può più di abiti blu o grigi!) e per l’estate ai caftani colorati che i nostri concittadini nati in Africa sfoggiano senza versare una stilla di sudore -loro sì, che sanno come si fa.

Apocalypse today

All’alba, il boato del vulcano e la pioggia di terra nera in un caldo già terribile prima che sorgesse il sole.

I ragazzi che fanno gli esami, emotivamente devastati da un anno e mezzo di pandemia e Dad, piangono al termine del colloquio perchè è l’ultimo giorno nella loro scuola (io sono stata FELICE di uscire di scuola! Finalmente l’Università!).

I militari del posto di blocco, al sole sotto le nostre finestre, verso le due chiedono di usare a turno il bagno della scuola. Hanno gli anfibi, la camicia di cotone pesante, il giubbotto antiproiettile e grondano sudore. Stazionano qualche minuto in più nella portineria, per riprendersi; gli offriamo il caffè freddo, un bicchiere di latte di mandorla. Loro quasi si commuovono, bevono e tornano fuori, nell’inferno.

44 gradi, terra nera ovunque.

Pescivendolo poetico

Il pescivendolo che mi rifornisce di pesce ha 2 numeri di telefono, un fisso per i clienti normali, un cellulare (riservatissimo) per i clienti migliori (=polli da spennare). Ovviamente rientro, consapevolmente, tra i polli.
Lo perdono per due motivi:

  1. il pesce meraviglioso, pescato qua davanti o poco oltre
  2. l’afflato poetico che manifesta solo al cellulare.

Ieri ho telefonato (al cellulare)

-Buongiorno, che pesce ha oggi?-

-Signora! Signora!- commosso -Sul mio bancone c’è tutto il mare!-

Cronache etnee

All’alba ci ha svegliato il tremore ritmico di vetri e porte. Sono corsa in terrazza, pensando ad una mareggiata, sebbene mai il mare avesse dato simili fenomeni, e infatti era l’Etna. Un boato dopo l’altro e il cane impazzito di terrore. Questa era la colonna di fumo a nord:

e questa era a est, mentre si abbatteva sulla città:

E’ il decimo parossismo in pochi giorni, con tutto quel che ne consegue: aeroporto chiuso, balconi, strade e terrazze coperte da terra nera, fiori e piante in delirio che, così fertilizzati, sbocciano a più non posso, ecc..Sui social, che non frequento, mi dicono che impazzi l’hashtag #nonscopopiù#; c’è chi ha disegnato nella terra caduta sul balcone di casa la Venere di Botticelli.

Io spero solo di non fare la gioia di qualche archeologo del futuro.

Piccola storia delle arance moderne

In primis, grazie a tutti dell’affetto: Mi siete mancati. Ora va molto meglio e così..I’m back!

Piccole osservazioni su frutti che non amo molto, se non sotto il profilo decorativo. Portate in Sicilia dagli Arabi (pare), si diffusero molto poco sino al Rinascimento, perido nel quale affiorano nei dipinti, simbolo di status elevato, nel ritratto dei coniugi Arnolfini:

da Wikipedia, s.v.

o come sfondo alla Primavera di Botticelli:

da Wikipedia, s.v.

Poi, alla metà del Settecento, un medico britannico, Lind, capì che lo scorbuto, prima causa di morte dei marinai imbarcati sui grandi bastimenti, era da attribuire alla carenza di vitamina C . Arance e limoni, capaci di resistere per mesi nelle stive delle navi, divennero ricercatissimi. La Sicilia allora ne era la maggior produttrice del Mediterraneo e i proventi del commercio di agrumi resero belle le città della costa e moltiplicarono le belle ville sull’Etna.

Alla fine dell’Ottocento, solo i più ricchi in Europa potevano gustare arance e mandarini, ormai riservati agli equipaggi delle navi. Manet li raffigura sul bancone del locale più elegante di Parigi

da Wikipedia, s.v.

e il Narratore della Recherche ricorda che la duchessa di Guermantes ai suoi ospiti offriva dopo cena solo una spremuta di arance -raffinatezza suprema.

E oggi? Sparito lo scorbuto, spariti i bastimenti di un tempo, sparite da negozi e supermercati le arance migliori, che amo anch’io, quelle rosso scure, uniche al mondo perchè colorate dal terreno lavico, di varietà Moro o Sanguinello, le ho ritrovate a Londra, in forma di costosissime spremute. E quel che resta sa un po’ di decadenza.

Tra orrido e sublime

Catania, lungomare

L’orrido risiede nel pensiero del suono tremendo che avrà prodotto, nel Medioevo, l’incontro tra il fronte lavico e l’acqua del mare; il sublime nel perfetto, inconsueto equilibrio tra due colori che solitamente non accostiamo, il blu e il nero.

Sicilian fusion, 2

Dietro le bancarelle del mercato che vendono vestiti, un giovane pakistano dal viso triste fa orli e riparazioni a 3 euro, circondato da anziani locali che, con le mani incrociate sul bastone, commentano il lavoro svolto. Davanti al pakistano, una ragazza cinese prova l’abito appena finito, in mezzo a due bambini dalla pelle nera che giocano a palla. Più avanti, un suonatore di fisarmonica attacca la musica del Padrino, in mezzo ai profumi del ristorante mauriziano.

All together, così si fa.

Maggio 878, 4 (ultima parte)

0619_-_Siracusa_-_S._Lucia_alla_Badia_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_22-May-2008

Mi alzo. Un drappello d’Arabi avanza verso di me.  La spada pesa, mi chiama.  Le mani tremano, come la notte che vendetti i gioielli di mia madre per avere farina. Qui muore Demetrio Nikeforos, stratega di anni ventitre, senza aver mai saputo nulla, visto nulla; non ho tradito eppure ho tradito; ho amato, malamente; non ho visitato nulla del vasto mondo; solo i nemici che dormono in me conosco bene; non sono stato nulla, o lo sono stato per troppo breve tempo. Questo è il mio epitaffio.

In capo al gruppo di nemici vi è un giovane dal volto asciugato dal vento e dalla sabbia fra i quali fu generato e visse. Per morire desidererei un aspetto altrettanto secco, oppure il volto di Eudossia mentre era sospinta in chiesa. Mentre penso questo tutto si fa nuovo, rifondato. Forse c’è ancora qualcosa. La Torre adesso è di materia definitiva e inattaccabile, e si oppone alla morte, un  nitido, candido rettangolo sopra la massa informe. Purezza, avorio, forza, procedenti dallo sfascio e dalla putredine; volti, forme restaurate; tutto nuovo, finale e iniziale insieme; se da questa fine nasce la grazia che perfeziona il tempo, forse davvero ciò che non si osa sperare è oltre la soglia, nei liquami del corpo disfatto.

Mi volto verso l’arabo che si è fermato davanti a me. I suoi occhi sono azzurri, il volto bello, annoiato. Davvero in questi occhi, in questo istante, in questa lama protesa è la mia morte? Sì, è così. L’arabo, questo che mi fissa da un tempo brevissimo e immemorabile, sarà il mezzo della fine; questo e nessun altro. Io non lo vincerò.

Tutto intorno si fa anfiteatro, per un attimo, e poi sprofonda di nuovo. Restiamo io e lui. Invidio la solidità nutrita di buon cibo, di sonni ininterrotti, che il mio avversario manifesta.

Mi colpisce inaspettatamente al braccio sinistro, di striscio, come un invito. Non il dolore, ma l’odore mi sveglia. E’ quello del sangue, che respiravo sulle mura quando ancora combattevo, ferroso e aspro in testa, che subito dilegua e lascia luogo a un aroma di miele e di fiore schiacciato, vischioso. Io, Demetrio, ero il guerriero che versava più sangue nemico. Non sprezzante, ma incredulo di ciò che formava la paura altrui, colpivo come danzando e i nemici erano ombre di luna che scivolavano nel buio sugli spalti, un bagliore d’occhi e scimitarra insieme, null’altro; alzavo questa spada e colpivo, senza temere e senza odiare, senza pensare a nulla, solo alla gola, al cuore del nemico che si offriva docile alla lama; e non ero mai diverso all’alba. E il giorno dopo pregavo di avere la fede necessaria a non concedere più sostanza di un’ombra ai nemici che avrei incontrato.

Costui che è davanti adesso è un’ombra egli pure, e adesso rifluisce quella facilità.

Il movimento col quale sguaino la spada è un semicerchio, come il Porto Grande.

Alzo e abbasso la spada davanti a me, compiendo lo stesso arco che fu il volo di mia madre dalle mura, avvolta nel sudario, quando un nemico sconosciuto, più temibile degli Arabi, a nostra insaputa aveva cavalcato l’aria salmastra e covato nei cibi avariati, nelle strade infette per i cadaveri, nei mucchi di sporcizia. Gettavamo in mare i corpi avvolti in bende, con pietre alla cintura, sperando che intossicassero il campo nemico e compissero così i morti quel che i vivi non riuscivano a fare, e con la malattia, piuttosto che con la spada, sconfiggessero i nemici.

E il volo di lei dalle mura, per la sepoltura marina,  il corpo, compatto come una statua nella tela candida, che era sceso in una  ampia curva, adesso serve per calare la punta della spada sull’arabo che vacilla, sorpreso dalla potenza e dalla bellezza del mio colpo.

Nei suoi occhi s’accendono ammirazione e rabbia -già questa è vittoria. Mi volgo al duello come a un gioco. Si avventa su di me a spada levata, io gli oppongo la mia, curvandomi all’indietro, e così duro per un istante infinito. Duro, come sugli spalti al principio dell’assedio, quando ancora non avevo paura, quando ancora ero la gloria di Siracusa e le notti erano vaste e colme di speranza.  Il fuoco che non brucia i corpi teneri nella fornace, i leoni ammansiti nell’arena, il fanciullo risparmiato sul monte -credi, credi.

L’arabo si libera, di nuovo si avventa. Io mi avvento con la sua stessa forza. Questa forza che spinge uno verso l’altro è simile alla forza che spingeva me ed Eudossia nei primi tempi del matrimonio.

E la mia spada affonda nella carne morbida dell’arabo; con un piacere fisico, come quando sugli spalti ho infierito la prima volta sul corpo di un arabo che aveva ucciso, e assaporavo il rumore dei calci sul ventre che si sfondava.

Inutile, repentina bellezza del duello; capisco che qualcosa o qualcuno mi sospinge dentro il passato dal quale attingo forza e figure per combattere -la spada alta levata adesso  è la Torre Grande; dalla vita terminata, dai luoghi scomparsi, traggo l’unica risposta possibile agli assalti del nemico, combaciante con le sue mosse, quasi che tutto sia esistito solo per consentirmi il patrimonio di atti che costruiscono questo scontro ammirevole, e nel farsi schemi di duello consumano la colpa e mi fanno lieve; la punta schivata, l’affondo parato, attingendo prescienza dei colpi nel canale invisibile che mi lega agli occhi turchini.

Che cosa ormai resta da usare come risposta o come attacco? Sottile avanza la paura, nelle membra striscia e s’insedia, e mi offre i cadaveri della breccia, i loro volti mangiati. Credi, credi, ai cieli aperti sopra Stefano protomartire, al fanciullo risparmiato sul monte. Non posso più credere e mentre paro il nemico interno quello esterno s’avventa. Io acconsento. Unitario in ogni fibra reggo l’urto al centro del petto, ripetendo in me la chiusura del vecchio servo quando lo picchiavo. Subito il corpo risponde nel modo consueto, con la meraviglia, con le dita che cercano l’elsa  e gli occhi che cercano l’avversario nel buio incipiente, invano, perchè quel che era mio adesso non lo è più, nè dita, nè occhi, nè nemico- recisi sono i fili.

Cose, paure, rimorsi, incombono come masse minacciose e torbide, mentre il cielo s’allontana veloce. C’è l’arresto contro un fondo e la risalita nell’acqua densa che assorbe e cancella quel che prima aveva torreggiato; cadono la violenza, i torti a Eudossia, gli arabi morti, i giorni di viltà, tutto quel che aveva colmato il cuore creato invece per l’incandescenza popolosa che adesso si rivela, si avvicina.

Maggio 878, 3

0619_-_Siracusa_-_S._Lucia_alla_Badia_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_22-May-2008

Restammo. Duecento bizantini un’oncia di grano, cento un cesto di verdura -poi anche le monete non furono più nulla e non vi fu più cibo. Mangiavamo le rose nei vasi, le radici; bollivamo stoffe, cinghie, scarpe, fino a renderle una poltiglia masticabile -che il ventre fosse pieno o vuoto, i dolori ci stringevano. Ogni cosa esisteva solo per essere o non essere commestibile. Più nulla era l’oro, i palazzi ben costruiti, la nobiltà dei natali, i legami tra le persone e ogni regola di vivere decoroso. Tutto era possibile.

Ho percosso un vecchio servo che era in casa dalla mia nascita, perché l’ho sorpreso a mangiare il pane secco che era il mio pranzo, e mentre lo schiaffeggiavo egli masticava, a bocca serrata.

Le madri ricacciavano in gola ai figli le cose che questi avevano vomitato, non avendo altro con cui nutrirli. Si mormorava che qualcuno mangiasse cadaveri, che uccidesse persino i più robusti e ne conservasse le carni sotto sale. Così il nemico era già all’interno e ci si guardava dai concittadini, dalle vie della nostra stessa città, che difendevamo come una madre.

Con la fame, tutto era perduto e falso. Di nulla mi importava. La morte certa sedeva in teli neri sugli spalti, spingeva le onde del mare, muoveva i corpi a congiungersi, vuotava le cantine, in attesa anche di me, dell’invincibile, immortale Demetrio. Le difese che ero solito alzare contro tali pensieri cadevano. Il silenzio meridiano e profondissimo, che si stendeva per meglio far udire gli schianti cadenzati delle petriere verso la Torre Grande, significava quello finale che ci attendeva; e la gran luce del mezzodì, rotta appena, in cima alle mura, da poche figure avvolte in mantelli scuri, era annuncio di quella divina che si preparava per tutti noi.

Andavo nei luoghi solitari degli spalti, a oriente, là dove non vi erano combattimenti. Con indifferenza Costantinopoli perdeva Siracusa: non un verso, un monito a ricordarla, solo un ultimo luccichio di elmo e lama, il volgersi triste di un profilo su uno sfondo di tenebre. Infine non andai più sulle mura, non abbracciai più Eudossia. Di giorno cercavo avanzi di cibo in cantina e nei vicoli intorno al mio palazzo, o restavo disteso nel letto della mia stanza a guardare il sole dorare ora una ora l’altra parete, addormentandomi per debolezza al tramonto, quando avrei dovuto salire sugli spalti. Mi sembrava di aver già fatto tanto, dato tanto; l’assedio era un’offesa, un torto imperdonabile.

Nelle strade bruciava un sole nuovo, che si sarebbe detto appartenere all’estate, non al principio di primavera. Le mura degli edifici già all’alba parevano di metallo incadescente, il crogiuolo di una divinità antica e crudele che vi rimestasse per trarne armi spaventose, in un candore dove i volti della coppia imperiale erano distanti, la Vergine delle icone presaga e dolorosa, e io stesso una superficie  sottile, curvata ora dall’orrore esterno ora dalla paura interna.

Che cosa avevo mai avuto, mi dicevo, che cosa era stato come credevo e volevo? Frode ovunque e sempre, la città, Eudossia, il mio stesso valore. Adesso capisco che nulla invece mi fu sottratto e che della vita ho vissuto tutto; che altro avrei dovuto vivere? Cos’altro, se non questo avvicinarsi al limite, e vedere tutto, ogni luogo e persona mutare e farsi estraneo o sparire? Solo fu più rapido; e solo per viltà avrei desiderato una fine lenta, una morte inaspettata.

Le grida dei rinchiusi e quelle dei carnefici, i tonfi cupi delle travi contro il portone mi chiamano dalle pietre che mi celano. Sento mia moglie rannicchiata in un angolo. Avrà perduto il viso glorioso della soglia? Ancora vorrei rivederlo, quel viso nuovo balenato per un attimo.

Lei è stata il tradimento più atroce. Negli ultimi tempi, più non la conoscevo: a sera usciva e mi lasciava ad udire l’eco del portone richiuso; addobbata con gioielli e abiti lussuosi; aveva i capelli lucidi e spessi  per la penuria d’acqua, pettinati in lunghe trecce, come code di scorpione, non più i ricci vaporosi dell’inizio; i fianchi ossuti e ampi e la tunica dall’alta cintura ben stretta sul seno; l’ultima Eudossia, senza legame con la fanciulla che mi incantò nel vicolo tirando a sè, in un solo attimo, i miei sogni sparsi, con la creatura atterrita il giorno delle nozze in Cattedrale.

Mormoravano che si vendesse ad altri per un po’ di cibo. Una sera che l’ho incontrata in strada quasi non la riconoscevo: aveva lo sguardo di Niceta di Tarso il giorno che gli Arabi lo scuoiarono sotto le mura, sotto i nostri occhi, con le pupille giravano nel bianco impazzite. Nel baluginare dei gioielli che più nulla valevano, ornata come se fosse ancora possibile la vita antica, cercava salvezza tra chi aveva ancora la forza d’amare, o fiaccava la sua fame contro l’anello delle mura, in un lungo vagare, eternamente cercando tra i blocchi di pietra la via al mondo di prima; e adesso so che quella sera avrei dovuto abbracciarla. ricondurla a casa nostra. Non l’ho fatto, ho finto di non conoscerla: mi vergognavo. Come posso essere perdonato? Come ho potuto essere tanto superbo, io che tutto ho violato, anche lei, io che fui il più grande tradimento di me stesso? Quando più non riuscivo ad alzare la spada sopra i nemici, quando mi aggiravo sugli spalti o presso la breccia delle mura e scrutavo la loro fine cercando in essa la prefigurazione della mia, cercando di capire come e cosa essa fosse, l’anima si è aperta a ciò che prima le era estraneo, come le nostre bocche che si aprivano a ingioiare ciò che un tempo era vietato e divenni voragine invece che tempio. Io che ero stato stratega e presidio di Siracusa, il fiore della sua giovinezza, divenni colui che contava i morti,  che accompagnava gli agonizzanti;  memoria degli errori, delle frodi, delle carni putrefatte; colui che abbandonava persino sua moglie.

Fui ingannato e soprattutto ingannai: questa è stata la mia vita, e forse quella di tutti. Che cosa fu vero? le sere con Eudossia, dopo il matrimonio, quando, prima di andare sugli spalti sedevamo vicini nella loggia orientale. Vociari lontani, fili di fumo, acqua e cielo striati di porpora imperiale –e subito un grido dagli spalti, un’ombra sul volto di lei, spezzava la pace; la tinta scarlatta tornava  ad essere il riflesso del sangue sparso, la notte saliente dal mare era lo specchio freddo dei nostri giorni.

Le torce, un crepitare lento e sommesso, poi l’esplosione di un rombo cupo, di potenza rattratta e oppressa, finalmente liberata. L’odore di bruciato, lo strinire di stoffe e capelli alle fiamme sovrastano le urla. La chiesa è in fiamme.  Umidore in tutto il corpo, il cuore forte si prepara col battito alla fine, lui che per molti anni ancora avrebbe potuto rintoccare in questo mio corpo. Distinguo ogni aroma mentre si consuma nel fuoco. Questo è il legno delle travi che ci coprirono, queste le vesti, questi i riccioli di Eudossia, quest’altro proviene dalle sue membra sante e misere che colmarono i miei tempi ultimi. Tutto va con lei in fuoco e fumo.