Povere bestie

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Ogni tanto mi piace soffrire. Lo scelgo con consapevolezza e poi l’intera famiglia ne fa le spese.

Ad esempio, un paio d’anni fa ho letto comprare il libro di Foer, scrittore americano di origini ebraiche, sugli allevamenti di animali da macello negli Stati Uniti. Voi che leggete qui, se volete continuare a mangiare carne senza pensieri, non comprate questo libro. Immagino che la situazione degli allevamenti americani, a quanto descritto nel libro, sia molto peggio  che in Europa; ciò non toglie che situazioni piuttosto simili possano esserci anche da noi.

Il libro si è aggiunto in me allo stupore di vedere la straordinaria intelligenza del coniglietto regalato a uno dei miei figli. Non posso negarlo: uccidiamo creature senzienti. Forse i pesci meno, mi dico, spero. Risultato: in questa casa non si mangia più coniglio. E poca carne in generale.

Poca carne anche di maiale, animale che francamente odio, essendone stata inseguita in campagna da un esemplare quando ero bambina e, pur in bicicletta e molto veloce, non riuscivo a distanziarlo…il maiale non è tanto pacifico ed è anche notevolmente rapido per la stazza che ha. Ma un giorno ho visto come lo si uccide, ne ho udito il pianto simile a quello di un neonato, pianto che si alza molto prima che l’uomo mostri il coltello o apra il cancello.E non l’ho più dimenticato.

Una soluzione nel libro di Foer è prospettata…ma la racconterò in un prossimo post, il tempo a mia disposizione è finito.

Chi diavolo era la zia Teta?

-Chi diavolo era la zia Teta?-

Questa è la domanda ricorrente nelle nostre sere d’agosto quando ci incontriamo con tutti i cugini in Umbria.

Ricordiamo vagamente una donna anziana e alta, su per i monti di Costacciaro, sullo sfondo di una vecchia cascina traboccante di polli e granaglie; ma quali fossero i rapporti di parentela che la legavano ai miei genitori e ai miei innumerevoli zii, restano un mistero. Ma a casa nostra i rapporti con cugini anche di sesto e settimo grado erano un legame indissolubile, pari alla forza che tiene gli elettroni intorno al nucleo.

-Siamo parenti!- ci veniva tuonato dagli adulti –Ci sono legami di sangue!-

Gli adulti erano altissimi e queste parole suonavano come leggi divine. Per cui nessuno osava lamentarsi quando si andava a trovare la zia Teta. In fondo non ve ne era motivo. Superato il momento degli abbracci  e dei complimenti su come eravamo cresciuti, si arrivava alla merenda. Non ci sono parole per descrivere le torte salate e le dolci. Non si pensava nemmeno a giocare: si mangiava e basta. E quando arrivava la sera e i grilli cantavano, le lucciole splendevano sul grano di giugno, i campi esalavano l’odore di erba e fango, nessuno di quelli che eravamo bambini allora ha pensato a farsi dare e a scrivere le ricette di quelle torte. La realtà allora era eterna.

Adesso le vorrei quelle ricette, vorrei tornare a quei tempi con un sapore, come Proust con la madaleine, e non potrò mai più. E per questo scrivo adesso quelle superstiti, quelle delle altre grandi donne della mia famiglia, la mia nonna Anna, la zia Esterina, la nonna di Giuseppe, marito di mia cugina, e mia cugina Vittoria. Mie no, non ne ho. Non segreti culinari che non vengano da altre più grandi di me in tutti i sensi.