Nessuna vistosa autorità regale, 2

Quando tornavo da Anastasia, era come avanzare a tentoni in una grotta scura senza sapere che cosa vi si trovava. Arrivavo e mi veniva addosso la penombra. E cercavo di figurarmela altrove, ma era impossibile vedere quella vecchietta in un cucinino di New York o Berlino, illuminato da un tristissimo neon; oppure in una villetta linda d’America, in una bella casa bianca di Parigi. Stranamente le patate, il buio, le si addicevano. La stranezza le si addiceva. Parlo al passato perché ora non è più così, ora non le si addice più niente, se non essere come tutti. Gli Stati Uniti d’America mi hanno tolto anche questo.

 Che c’entrano le patate? Janine te lo dirò. Mi ispiri. Tra un attimo te lo spiego. Anche Alena in qualche modo si vendeva e tu lo sai. No, non ti scostare la sottoveste, mi stendo solo per stanchezza e tenerezza, non voglio più niente. Solo ricordare e capire. Le patate, dicevamo. Erbacce e patate sono state la fine dell’amore con Alena.

  Una sera Alena mi ha chiesto perché il mio giardino fosse pieno di erbacce. Ne parlavano tutti, a suo dire. In quel momento esatto per me la storia è finita. Le sue parole come un coltello che tagliava. Neppure lei, con tutti i suoi viaggi, con la sua apertura mentale tanto sbandierata con vestiti e dichiarazioni di diritti umani, capiva. Continuava a volere il prato ben tagliato, l’ordine, la regolarità. Le tendine delle sue finestre erano candide e ricamate. Non c’era niente da fare, questo continente inghiotte tutto e tutti in una marea di cotone bianco e di detersivi. Sbianca l’anima e la rende innocua. Sterilizza, anestetizza.

  Le ho risposto che il prato a me piaceva così. Come accendere la luce. I viaggi, i capelli lunghi ondeggianti da squaw, l’aspetto hippy erano una menzogna, agli altri e a sé stessa, fatta per irretire, per conquistare. Non c’era nessuna ribellione in lei, nemmeno in quel suo concedersi facile all’amore, in quell’abbandono che fino a ieri mi era sembrato libertà. Una povera ragazza che fingeva di provare ciò che sapeva di dover provare. Che fingeva rivolta e novità quando in fondo al cuore desidera la Casa Americana. Janine sei meglio tu, con la tua Marylin eterna stampata nel cuore e nei capelli.Oppure non era menzogna. Forse c’era una connessione tra quella finta libertà e la vita comune. Senza re si cade, prima o poi, anche senza volerlo e senza accorgersene, nel desiderio di una vita pacifica enoiosa, nel matrimonio borghese, nel Prato ben tagliato, nell’ordine. Solo un re garantisce la libertà dal banale.

 E io posso essere re. Forse. Se mia moglie è davvero regina.

Poi, quando vedevo Alena nei corridoi del college, solo con uno sforzo mi tornavano in mente i nostri abbracci.

Le patate. Le erbacce nel prato. Com’è linda questa stanzetta, così linda che sa d’ospedale, il letto pulito, il comodino con l’abat-jour e forse la Bibbia nel cassetto.  E il calendario: oggi è il 13 Aprile 1983. Io e quella che credo Anastasia fuggiamo da due giorni.

 Non voglio nulla, sono solo troppo stanco, Janine. Perché fuggo?Le patate, le erbacce, la fuga, tre domande diverse, ma una sola risposta, che è il Prato Americano e che deve essere verde, fitto, ben tagliato.

 Iniziamo. Le patate sono importanti per lei, la rendono sicura del cibo. Le vuole ammucchiate  al piano terra, di sopra le stanze da letto sono immacolate. Forse le ricordano quando si è salvata con Ciakovsky, e viveva con lui in Romania a Baia a mare. Forse, cioè se è Anastasia. Insomma, le patate l’hanno salvata. Anche in Germania, quando attendeva la sentenza del Tribunale e viveva nella casupola dentro la ForestaNera, era circondata di patate. E di gatti, come qui. Casa mia è l’ultimo rifugio e lei vuole che abbia l’aspetto degli altri rifugi che ha vissuto. Non posso toglierle questo.

 Quale sentenza, mi chiedi. Quella del Tribunale tedesco che doveva decidere se era vero quanto lei diceva da anni, di essere Anastasia Romanova, figlia dello zar Nicola II, unica scampata all’eccidio di Ekaterinburg. Ah, ti ricordi qualcosa. Sì, è una storia che piace alle donne. Piace e non si vede il tragico. Il Tribunale è stato come Ponzio Pilato. Ha detto che non si poteva né affermare né negare che lei fosse Anastasia e non un’impostora, una certa Anna Anderson, contadina polacca.

Ti sembra strano che non si possa dire chi sia? Lo è, eppure è così, anche adesso per me, dopo tanti anni. Molti della corte dello zar l’hanno riconosciuta per Anastasia, anche la nonna. Di questi alcuni hanno ritrattato la dichiarazione in tribunale. Si diceva che chi l’aveva riconosciuta l’avesse talvolta fatto per il desiderio di tornare al tempo passato, a quando ancora c’erano i re, per sperare che ancora durasse qualcosa della loro vita antica, quando tutto per loro era ancora bello. Si diceva anche che lei fingesse di essere Anastasia per intascare l’eredità degli zar depositata nelle banche inglesi prima della Rivoluzione.

 Le prove c’erano per entrambe le ipotesi, almeno quel tanto che bastava per imbastire il processo. Un neo, una deformazione dell’alluce, cose di questo genere. Poi lei non ha voluto sottoporsi ai test decisivi, come quelli dei denti. Se è Anna Anderson, non ha voluto rischiare. Se è Anastasia, quando ha percepito che intorno a lei le cose cambiavano, che le banche pagavano i testimoni affinché ritrattassero, si è sottratta a un esame umiliante, con un gesto regale davvero. Altro doveva segnalare che lei era Anastasia. Che cosa? Il portamento, i capricci, il sacrificio, il disprezzo del vantaggio. Tutto quello che è la regalità. Ma perché ti dico queste cose?

  Lo so che capisci, ma è che noi stiamo fuggendo. L’ho rapita dal manicomio di Charlottesville. Ci cercano. Non mi tradirai? Può essere, in ogni caso ci prenderanno. Questione di poche ore. E’ già due giorni che fuggiamo. Lei ha più di ottant’anni, dove vuoi che vada. Sì, sono molto più giovane di lei. Lo dirai che siamo fuggiti, sì lo dirai. Chiamerai la polizia appena sarò uscito.

 Hai paura dei pazzi vero? Lei lo è secondo i medici. Non lo è, secondo me, e io sono l’unico che può giudicare. Oppure no, è pazza, ma ancora deve darmi qualcosa. Deve dimostrarmi che non ho perso la mia vita sposandola, deve darmi la prova che lei è Anastasia Romanova. Oppure deve dimostrarmi di non essere Anastasia, e rivelarmi quel che temo di essere, uno sciocco,ingenuo americano, uno di quelli che compravano il Colosseo durante la guerra.Solo tramite lei saprò chi sono stato e chi sono. Almeno questo me lo deve. Ma devo andarci piano con lei. Sapessi come è delicata, un uccellino disseccato, peserà quaranta chili, ed è piena di lividi e rughe. Farfuglia, certe volte,mormora cose strane. Però in altri momenti è lucidissima e terribile.

 Non è possibile che ancora non sappia chi sia? Oh, questaè una storia lunga davvero. Qualcuno di noi sa come si comporta una principessa? Come si riconosce, cosa fa, cosa dice? E sappiamo forse che cosa fa una contadina mitomane o delinquente che vuole sembrare principessa?

 Tutto è stato sempre doppio con lei. Dalla cugina Irina,che l’ospitava a New York, ha tirato le calze alla cameriera che aveva rifattola sua stanza senza raccoglierle. E’ un gesto da principessa? O da contadina che pensa a fare la principessa?

Ho avuto in certi momenti la certezza che fosse Anastasia. Folgorazioni brevi, e poi di nuovo il dubbio. Ad esempio, quando le ho fatto la mia richiesta di matrimonio,nell’appartamentino di New York che pagava Gleb. Stava là con una donna di mezza età, Missis Smith, pagata da Gleb anche lei.

Teneva lo sguardo severo fisso su me, vecchissima, con tutti i suoi sessantasette anni addosso.

-Vi ringrazio- con un cenno verso i tulipani che le avevo inviato la mattina– A cosa devo questo dono?-

In piedi, col cappello in mano ad alta voce ho pronunciato le fatidiche parole, preparate nelle strade odiose di New York,mille volte cambiate tra me e me

-Signora, vi chiedo di sposarmi- nessun titolo, né principessa, né granduchessa. Non sapevo chi lei fosse e forse la sposavo per questo. 

Dal suo vestito color prugna chiuso come un’armatura mi guarda e non parla. Non così, non così, mi dice una voce. Lo so, non così. Qui si infrangono definitivamente tutti i sogni di mia madre, ai piedi di questa vecchia che non parla, che ha gli occhi come spade. C’è rumore di vetri infranti, di grida lontane. Sembra offesa. Severa come una statua di Athena

-Sapete chi sono? Chi sposerete, Anna o Anastasia?-

-E voi, sapete chi siete? –

Lei si alza, fa un passo verso di me con gli occhi di fuoco fissi nei miei, e io ho quasi paura

-Sono Anastasia. Ed è questa certezza, questa sola, a spingervi verso di me-

 -Mi va bene anche Anna Anderson. Ma voi sì, sieteAnastasia-

Non lo penso, non ne sono sicuro, e questo traspare. Non so come, ma traspare.

 Lei ora trema. Un’ira regale, davvero. Era la bambinache eludeva sorelle maggiori e governanti per fuggire sugli alberi, che mordeva le cuginette? Devo riscattarmi -Sì. E vi sposo per avere la cittadinanza americana e fuggire quella terribile Germania dove non si può fare niente. Così a voi va bene?-

 -Sì. L’America vi piacerà, insieme a me. Non sonol’americano solito, sono un po’ europeo, molto europeo-

Fa un gesto con la mano come per dire che non capisco.

-L’Europa non esiste più-

-L’Europa siete voi, madame. Sposo un frammento di storia. In fondo sono uno storico-

Sorride per la prima volta

 -Avete avuto il coraggio di evitare le rose. Chiunquealtro, qui da voi, avrebbe inviato rose rosse-

-Ve l’ho detto, non sono interamente americano. Lo scoprirete vivendo con me-

 -Sarò il vostro museo? La cassa di manoscritti antichiper saziare il vostro bisogno di secoli?-

 -Sarete mia moglie e farete di me un granduca- non socome, per una volta sola, mi escono di bocca le parole giuste. Solo davanti a questa vecchia donna.

-Allora vi sposerò- fa lei.

Le prendo la mano destra e gliela bacio piano, poi l’abbraccio, ma come se fosse di porcellana. Fa odore di acqua di colonia buona ed è leggera leggera, come una farfalla. Mi sembra un po’ come una bambina da proteggere. Le dico piano

-Adesso dovete mangiare un po’ di carne-

Lei sorride, ha i denti un poco grigi, ma sono tutti, non ne manca uno. Mi spezza il cuore. Da allora ho il cuore spezzato.

Anna o Anastasia

E’ il mistero dei misteri, il supermistero. Hollywood e la Disney vi hanno prosperato. Si salvò davvero la granduchessa Anastasia dall’eccidio dei Romanov a Ekaterinburg? La giovane donna salvata dal suicidio a Berlino, che in seguito fu chiamata Anna Anderson, era la granduchessa? Parlava russo, francese, tedesco. Somigliava ad Anastasia, aveva persino le stesse cicatrici. Alcuni la riconobbero, altri no. Alcuni mormoravano del gran tesoro degli Zar in sua attesa presso le banche inglesi, altri dicevano che nelle banche inglesi non vi era nulla. Pare che i servizi segreti di mezza Europa fossero in allerta. Il processo a Berlino doveva stabilire chi fosse. Anna/Anastasia rifiutò le visite mediche decisive. I giudici furono salomonici: non si poteva né affermare né negare che quella donna fosse la Granduchessa di tutte le Russie. La donna si ritira in una casetta nella Foresta Nera in compagnia di centinaia di gatti.

E qui interviene una sorta di principe azzurro, John Eacott Manahan (https://it.wikipedia.org/wiki/Anna_Anderson) un amico di Gleb Botkin, il figlio del medico degli Zar, ucciso a Ekaterinburg. Il principe azzurro è un professore di Storia presso l’Università della Virginia, USA. Ha 25 anni meno della donna e ciò nonostante la fa giungere negli Stati Uniti e la sposa. Per lei passaporto americano, agiatezza, una vita comoda; per lui…Che cosa fu per lui questo matrimonio? Si sa che si autodefiniva Granduca un attesa. Cosa credeva, come stava, era felice con lei? I vicini si lamentavano del prato incolto dei due, della sporcizia della casa. Lui se la va a riprendere in manicomio dove l’avevano internata i servizi sociali americani. Fuggono insieme per tre giorni -che cosa si sono detti? La riprendono e lei muore di polmonite pochi mesi dopo. Viene cremata il giorno stesso della morte, molto in fretta. Poi qualcuno fa avere ai medici che fanno le analisi del DNA sui presunti corpi dei Romanov un frammento dell’intestino di lei conservato per vent’anni in naftalina ( curioso vero? che si conservi un pezzo d’intestino di quella che sembrava solo una povera matta per tutto questo tempo).

Le analisi accertano che il DNA della povera donna è incompatibile con quello dei Romanov.

Ho cercato di ripensare questa storia mettendomi nei panni del professore americano. La storia è lunghetta e si protrarrà per molte settimane, ogni mercoledì. Solo per chi è paziente, indulgente e costante.

Unes-Co: ricostruire la quotidianità nelle affollate mete turistiche — looking for europe

Venezia e Firenze sono ormai il museo di sé stesse, già da molti anni. Allora meglio Napoli, con tutti i suoi problemi…

Ho condiviso volentieri questa coraggiosa proposta, ma la trovo altrettanto artificiale che clonare Tutankhamon…ma forse sbaglio.

Ingenti flussi turistici stanno trasformando molte località in veri e propri parchi tematici dove tutto è predisposto per l’estemporaneo compiacimento del visitatore. Venezia ne è un esempio, ma ciò accade in numerosi altri luoghi. Per ripristinare l’autenticità delle mete turistiche più affollate è nato un curioso e ben strutturato progetto anche se, ahinoi, si tratta […]

via Unes-Co: ricostruire la quotidianità nelle affollate mete turistiche — looking for europe

Programmazione della scena finale

Credo in un Aldilà bellissimo, non solo i campi di fragole che Gandalf vagheggia a un affranto Pipino, ma anche scampagnate, brindisi e caciara, partite di pallone e gare di ruzzolone su bei declivi erbosi. Ciò nonostante,  voglio vivere ancora a lungo, qualche decennio almeno, per recuperare tutti gli anni che le infauste politiche del lavoro hanno tolto ai patti pensionistici che ho sottoscritto con lo Stato quando ho firmato il mio contratto (vale a dire che sarei andata in pensione a 57 anni!). No, con l’aiuto di Dio, spero di vivere abbastanza da rifarmi del tradimento e da obbligare lo Stato a ridarmi in qualche modo quanto sottratto.

Il problema vero è il passaggio, cioè la soglia, l’attimo estremo davanti alla Grande Nemica. Quello fa paura davvero. Vagheggio atteggiamenti titanici stile Springsteen in Wrecking  Ball: Take your best shot, let me see what you got...(prendi il tuo colpo migliore, fammi vedere cosa sai fare).

Mi vedo nobile e splendida come in Vi presento Joe Black:

Dovrei aver paura?-

-Non uno come te-

Bellissimo.

Nel frattempo ogni tanto penso di organizzare il mio funerale. Farò una lista dettagliata di coloro che potranno parlare alla cerimonia, onde evitare che qualche pseudo amico o lontano cugino che mi flagella sin dall’infanzia dicano quattro idiozie su di me. Poi, niente fiori, per favore, né quelle cose tristi tipo fiore che non marcisce, ma cesti e cesti di arance e limoni, e archi di rami di ulivo e querce, tutte le piante che hanno rallegrato la mia vita; e per musica il coro finale di Wrecking Ball, sparato a tutto volume. In fondo sarà, deve essere, una festa. Au revoir, no?

Irlanda 2018,5

Dublino in questi giorni si preparava alla visita del Papa

5C88C092-6A43-472F-A4EF-E9CF0C2CF99DMolta euforia in giro, trasporti confusi. La religione come identità, contro il dominio inglese, è solo un ricordo, bruciante come i patrioti uccisi prima del 1916. Di quest’ultimi si indica il luogo della morte e delle orazioni, con rispetto serio e sentito, come in chiesa. D’altronde nei negozi non si trova nulla di inglese,  nemmeno il tè. Gli inglesi non sono mai menzionati, come se non esistessero.

Gli Irlandesi sono gente forte, un grande popolo. Per delicatezza non parlano degli inglesi, ma nei Musei glorificano il loro passato celtico e vichingo. E io mi commuovo ogni anno a immaginare come vivevano.

842AEE91-0779-4857-B4E9-691D477D5F64I Celti irlandesi non avevano moneta e la ricchezza di ogni clan era tesaurizzata come collana d’oro intorno al collo del capo clan, con un diametro enorme, circa 3 volte la mia mano -certo, tanto chi la strappava dal collo di uno così?

B4E65937-BC82-4B5D-AD08-00017E13D438I loro vestiti dovevano essere terribili, strati e strati di coperte di lana, agganciati con enormi spilloni come questi sopra. Nella torba poi si trova di tutto, anche le scarpe, come queste, medievali, fatte per evitare il fango e l’acqua

FA49FC9E-AC7D-44A9-A6FC-3DC8C1F03C62Ecco,  mi commuovo perché penso che sono stati molto più forti e coraggiosi di noi, serrati in belle case calde a piagnucolare per sciocchezze, nani sulle spalle di giganti.

Irlanda 2018, 4

Adventure per vedere le Cliffs of Moher, poiché sembra che se non le hai viste, dell’Irlanda non sai nulla. 4 ore di pullman; mano mano che si avanzava verso ovest le case si diradavano e si acquattavano, come spaventate dalla vicinanza dell’Atlantico, le distese erbose di allargavano. Arriviamo e quel che abbiamo visto era questo:

54FC9E85-8F4B-4B1F-BFC2-DAB149E5C2DEDisperati e sperando che la nebbia fosse solo in alto, ci precipitiamo giù al paese e saliamo sul battello che fa il giro delle Cliffs dal mare.

Battello è una parola grossa: una chiatta devastata, con un equipaggio uscito per direttissima dalla serie Netflix Vikings -teste pelate, barboni rossi, molti tatuaggi ovunque. Le onde erano alte, ma il desiderio di vedere le Cliffs era più forte.

Bene, io ho visto i gorghi terribili dello Stretto di Messina, sono stata trasportata dalla corrente, le onde mi hanno fatto voltolare e schiantato a riva; ma le onde dell’Oceano Atlantico sono molto, molto più spaventose. Sentivo l’enorme massa d’acqua che le faceva montare a 3 e 4 metri d’altezza, e abbattersi sulla poppa della chiatta tra le risate nemmeno tanto vagamente avvinazzate dell’equipaggIo. Insomma, l’Oceano non è il Mediterraneo. Ho fatto appena in tempo a vedere questo

5B46E41E-3836-4541-80C4-77FE19518D2Ce sono corsa sotto coperta in preda al più violento attacco di mal di mare che abbia mai avuto, fra le pacche sulla schiena dei Vichinghi.

Irlanda 2018, 2

Alcune donne e alcuni bambini in Irlanda hanno i capelli dello stesso colore della Venere di Botticelli,  E il cielo va a cento all’ora, super accelerato.

Si sente nelle strade, nei visi delle persone, che la crisi economica è finita per loro. Però questo non li rende arroganti. Hanno la gentilezza di chi si sente immeritatamente benedetto. God bless Ireland.

 

Figlio e musica

Per il Figlio Più Grande entrare in macchina e accendere l’autoradio è un unico, sinuoso movimento. Non accende il motore se non c’è musica, anzi di più, la canzone che ha in mente in quel momento. Non importa che sua madre lì accanto abbia fretta, faccia tardi al lavoro: la vera benzina è la musica. In fondo lo capisco. Non per niente  Platone conosceva bene il potere della musica…

Il pranzo dei morti, 15

Donna Cubitosa si avvicinò lentamente al gran letto. Le cortine erano chiuse e per terra giacevano gli abiti del marito, come la muta di un serpente. Tese la manina grassa per scostare il tendaggio e un’altra mano afferrò la sua, tirandola dentro.  E cadde sulle lenzuola candide come se facesse un tuffo in mare e in piena allegria lei e il marchese si uinirono ridendo; e ridevano delle pene inutili, del desiderio e della vita che tornavano, come sempre tornano se uno vuole, dei tradimenti sciocchi e inutili, delle sofferenze che ora, lo vedevano bene, erano un nonnulla.

Poi, dopo l’amore, il marchese, affondato tra le braccia della moglie, mormorò del suo risveglio, come da un brutto sogno.

Non era stato, no, come una torcia accesa nelle tenebre, o come il sole all’alba, bensì qualcosa di molto più radicale; non una luce dall’esterno a diradare un errore, ma più una ricostruzione rapidissima; un essere rimesso a posto pezzo per pezzo. Mentre quella sera faceva l’elogio della durata e della certezza davanti all’amico Lancia che sembrava sprofondare sempre di più nella sua sedia emanando intorno a sé buio, che spegneva la foglia oro di braccioli e schienale, aveva sentito di salire verso l’alto, insieme al calice col quale stava incitando al brindisi, e intorno c’erano bisbigli lieti e occhietti approvanti, mentre si alzavano le perdute cose e ritrovava tutto ciò che aveva creduto morto e finito. In un gran marasma aveva sentito come se qualcuno gli staccasse la testa, la ruotasse e la rimettesse sul collo, di modo tale che aveva visto sotto una diversa angolazione. O meglio, come se un architetto chiudesse una finestra su una parte e la aprisse in quella opposta: tutto era cambiato in un lampo.

E questa visione nuova di un attimo tanto l’aveva messo sottosopra che era svenuto; ritrovandosi poi nel letto con una gran forza e vita che scorreva veloce, carica di sangue, in tutto il corpo.

E quando, poco prima di Natale, nove mesi dopo nacque Salvatore, tutti fecero visita per rallegrarsi con donna Cubitosa che nel gran letto da puerpera splendeva come un sole sotto ai ricci neri, più grassoccia che mai, mentre nessuno badava al marchese seduto presso la moglie. Ma lui era contento così, perché sapeva che era giusto e la chiamava regina, baciandole la manina, e signora del mio cuore. Quando il piccolo Salvatore piangeva, donna Cettina, senza più badare al marchese, lo recava in fretta alla marchesa affinché lo allattasse, anche davanti a tutti. Gli altri quattro figli giocavano rumorosamente nelle stanze adiacenti.

Lo zio del marchese era morto per l’Immacolata, spegnendosi senza dolore nel suo letto come una candela. L’eredità che sarebbe giunta avevano deciso che sarebbe andata sulle terre di Giarratana, per rifare le canalette d’irrigazione , le case dei contadini, per lo scavo di un altro pozzo più profondo e il restauro della casa padronale.

La vigilia di Natale vennero in visita il principe Lancia, il barone di Ripasaltas e il conte d’Ingalbes, recando un dono per il piccolo. Donna Cubitosa non li vedeva dal pranzo che le aveva salvato il marito. Sembravano prosciugati, il principe pieno di rughe intorno a occhi e bocca, il Ripasaltas con un’espressione di sussiego e disprezzo, come se altre non ne conoscesse, e il d’Ingalbes magrissimo, con i vestiti che gli cadevano di dosso.

Sembrano morti, si disse donna Cubitosa stringendosi al seno Salvatore e sbirciando il marchese sorridente. Sentendo in pieno tutta la benedizione che l’aveva coperta nel periodo tremendo della malattia di suo marito, sentendo anche che doveva ringraziare con qualche offerta il Qualcuno che da Lassù li amava, pensò a cosa poteva fare per i tre gentiluomini. Per il Ripasaltas una raccomandazione al Vicerè di Spagna che lo portasse ancora più in alto a corte, visto che mai era contento della posizione che occupava, pur essendo notevolissima; per il d’Ingalbes avrebbe disposto, a vita, l’invio del pranzo e della cena che il monsù preparava per i marchesi; e per il Lancia? Per quanto cercasse in cuore, non trovava nulla che si potesse fare per lui, nulla che potesse essergli gradito o desiderato, avendo egli già conosciuto e sperimentato tutto e di tutto essendo deluso e annoiato.

E mentre sospirava di pena lasciandosi andare indietro sui guanciali, credette di cogliere negli occhi del principe fissi su di lei una luce strana, che non voleva chiamare in nessun modo.

Lui tornò ogni giorno, a orari imprevisti, e quella luce strana era sempre più forte, finchè, un mattino che il marchese era stato chiamato da Gerlando per ricevere gli amministratori e lui e lei rimasero da soli, la luce invase il letto della marchesa come un’ondata e nell’ondata c’era il principe che le si faceva addosso mormorando parole dolci, e si alzavano stoffe e si levavano panni.

Donna Cubitosa non aveva mai detto no in vita sua, se non alla morte quando il marchese era malato; e non aveva ricevuto un No l’unica volta che aveva supplicato in vita sua, quando aveva chiesto per il marito.; non conosceva il No. Restò quindi immobile e senza fiato, accogliendolo tra le braccia, come accoglieva tutto e tutti, anche i dolori che le aveva inferto il marchese, stringendolo piano con tenerezza, come faceva col piccolo Salvatore. Il principe piangeva senza singhiozzi, con lunghe lacrime che scendevano fino al collo della camicia; ma non sembrava disperato, piuttosto commosso, o liberato di qualcosa.

Da quel giorno, di tanto in tanto, il principe la visitava. Il marchese non sospettava nulla: riceveva lieto l’amico, ma non passava più notti intere a giocare a faraone, e dopo una mezz’ora di conversazione si allontanava a curare i suoi affari, a ricevere amministratori e capomastri, a visitare feudi, lasciando l’ospite alla moglie.

Gerlando e le cameriere fingevano di non vedere, solo un sorriso smorzato faceva abbassare gli occhi di Cettina, che sembrava quasi soddisfatta quando incrociava il visitatore.

Il principe arrivava cupo e pieno d’ombra; e andava via lieto. La marchesa lo accoglieva come quel giorno prima di Natale. Sorridevano sciogliendosi. Cubitosa non si chiedeva nulla, non voleva nulla, non voleva neppure dolci parole e tenere, false promesse d’amante. Capiva che lui cercava conforto e sostegno andare avanti, niente di più, e non glielo negava. Di vita lei ne aveva tanta: che gli altri attingessero.

Il pranzo dei morti, 11

I tre gentiluomini con gioia repressa e di sottecchi guardarono il marchese mangiare l’arancino. Aveva iniziato a sbocconcellarlo; ma quando era giunto al ripieno, alla fusione di ragù, carne e spezie, i morsi si erano fatti più veloci, e quasi non masticava più, assorbendolo come una piantina riarsa l’acqua. Quando ebbe finito gli altri tirarono il fiato di nascosto. Totò iniziò a servire il maialino allo spiedo.

.Straordinario questo cibo dell’aldilà, davvero il compendio di quanto di meglio offra la terra…-sussurrò il marchese- sembra difficile che ne avremo di altrettanto buono e spirituale-

-Lasciate fare al nostro Buon Signore- replicò il d’Ingalbes –non c’è limite al suo amore-

-Vorrei restare con voi quando inizierà la punizione- e il marchese finì il vino nel calice che subito Totò riempì, secondo gli ordini ricevuti dalla marchesa: Il bicchiere sempre pieno, il piatto pure.

-Temo che non sarà possibile. Nessuno di noi quattro ha peccato allo stesso modo-

-Eppure lo vorrei proprio-

-Ecco vedete –esclamò il Lancia – forse il vostro peccato è di esser capriccioso –fate e disfate a vostro piacimento senza ascoltare leggi e ragione-

-E dunque? Che ne sarà di me, che punizione avrò?-

-Chissà- s’inserì il Ripasaltas –forse avrete da dimorare in qualche sorta di collegio, quelli in cui si mandano i figli disobbedienti. Che so, una disciplina molto rigida: sveglia alle sei, lavarsi con l’acqua fredda e, se non si rispettano le regole, in ginocchio sui ceci secchi! Stanze gelate, messe lunghissime all’alba…le solite cose-

-Oppure- intervenne il d’Ingalbes- un qualche lavoro fiaccante la volontà, come quello dei nostri segretari. Mettere in ordine carte e ricevute. Dire sempre di sì. Ordinare secondo un qualche criterio i libri-

Il marchese tentennava la testa e intanto infilzava il maialino, badando a raccogliere la crema alla carne che ne grondava. I tre amici si scambiarono sguardi esultanti.

-E voi, conte d’Ingalbes, che peccato avete? Per cosa sarete punito, e come, se mi consentite?- mormorò il marchese con lo sguardo nel piatto.

-Io?- annaspò il d’Ingalbes –Io? Ma credo…penso…-

-Orsù conte, lo sappiamo tutti quelli che siamo seduti a questa bella tavola. Avevate sempre molti desideri. Desideravate ciò che non potete avere e avete vissuto di sogni pazzi –

il Lancia pronunciò queste parole quasi supplicando. Aveva tante volte messo in guardia il d’Ingalbes dalle spese eccessive a cui si era abbandonato e tante volte era andato in suo soccorso con denari che non erano mai stati restituiti.

-Non si tratta di desideri, ma d…di obblighi. C’è un decoro, un onore da mantenere che…- quasi balbettava, la vergogna era insostenibile e tutti i commensali lo guardavano

-Allora forse sarà l’onore il vostro peccato. Non temete, noi abbiamo i nostri di peccati- lo aiutò il Ripasaltas conciliante.

Il d’Ingalbes sorrise con occhi pieni di lacrime e iniziò a descrivere il suo peggior incubo, che sarebbe poi stata la sua punizione, perché per tutti ciò che si teme maggiormente sarà ciò a cui si sarà condannati, in quanto ciascuno sa già in vita cosa si è meritato. E lui…lui sarebbe stato costretto a recarsi a una festa, Una di quelle belle feste dei padri, belle non tanto per il lusso, che pure era magnifico, ma per la conversazione che tintinnava gioiosa come cristalleria, e per le belle trovate delle toilettes delle dame, ognuna col suo proprio stile e col piacere di farne sfoggio. E sì, sarebbe andato, ma senza parrucca incipriata, e senza le belle marsine di seta confezionate dal suo sarto, senza camicia col jabot ricamato, bensì in brache e camicia di tela bigia e sporca, a piedi nudi, come uno dei suoi contadini: E tutti gli invitati avrebbero riso di lui, non in maniera evidente, questo no! Avrebbero sorriso, più che riso, accostando le teste per non farsi sentire, le dame dietro i ventagli –ma non sarebbe stato meno evidente e doloroso. Nei bei saloni dorati e affollati di dame e gentiluomini i molti specchi avrebbero riflesso e moltiplicato la sua umiliazione…Il marchese di Carabas trovò insopportabile la pietà che provava per l’amico. Smise di mangiare e provò a consolarlo

-E infine forse scoprirete, al termine della punizione, che si può vivere anche così, in brache a camicia bigia e a piedi scalzi; e sarete più ricco di prima, pur nella povertà più cupa. Credete conte, a me questa bella marsina che mia moglie mi forzò ad indossare per ricevervi pesa come se fosse un’armatura antica. E di gran lunga preferirei la povertà a certi pesi della ricchezza-

Si udì a questo punto un suono da una delle porte che conducevano verso il salone, un suono strano come una specie di singhiozzo o l’inizio di cinguettio; e subito Totò versò altro vino e battè il bastone per chiedere il pesce spada alla cannella.

Aveva singhiozzato donna Cubitosa, nascosta dietro l’uscio. Subito Gerlando le aveva passato un fazzoletto, dove soffocare il pianto: per carità di Dio, che il marchese non s’avvedesse d’essere spiato, e non capisse che era tutta un’impostura! Quindi le lacrime presero a scorrere copiose sul visetto della marchesa ed erano lacrime di gioia e gratitudine, perché tutti i suoi sogni più folli si stavano avverando, non solo di veder il marito mangiare come un cristiano e non come un uccellino ferito; ma anche di sapere qualcosa in più della sua anima, che sempre le era rimasta nascosta.

Gerlando le fece un cenno: il piatto del marchese col maialino tornava quasi intatto.

Ora c’è il pesce spada, Ora c’è il pesce spada, si ripetè in cuore la marchesa, sperando non so quale miracolo e protezione dal greco modo.

-Sapete?- disse il marchese a capo chino come se non ce la facesse a tenersi dritto – sono capriccioso ed è il mio più gran peccato, come avete ben detto. Ma ce ne è un altro collaterale, forse causa del capriccio. Il fatto è che quello che non mi piace per me è intollerabile. Non sopporto cose che non mi piacciano. Una tappezzeria, un accostamento sbagliato di colori, una comportamento volgare, uno sguardo sbagliato…mi fanno stare davvero male.-

Tutti tacevano: Totò versava il vino. E lui proseguì, con una vocetta tremante che non era la sua -Così la mia vita è stata sempre una fuga, una fuga da quel che non mi piaceva. Mi sono chiuso in bozzolo di cose belle e ho fuggito il resto…anche mia moglie, i miei figli, troppo rustici, troppo contadini. La marchesa poi…che strani gusti ha: non esita a frequentare persone di bassissimo rango. Donne e ciarlatane dell’angiporto, persino; o i contadini del suo feudo-

E donna Cubitosa ebbe una fitta al cuore, sotto il grosso seno, e sentì tutta per intero l’umiliazione di udire quelle parole in presenza di Gerlando, che serrava le mascelle –lei lo vedeva bene con la coda dell’occhio- e alzava il mento, come per resistere. Poi, soltanto poi, venne lo smarrimento: era giusto spiare simili confessioni? E come si poteva continuare avendole sentite?Tutto il futuro possibile con quella larva di marito andò in frantumi, come uno specchio colpito da una mazza. Tutto era finito e perduto. Si appoggiò alla parete e Gerlando la sostenne. Quindi senza far rumore la accompagnò nelle sue stanze.