Atmosfera natalizia e brodo di cappone

Per il pranzo di Natale, a casa mia in Umbria, si faceva sempre il brodo di cappone con i cappelletti. Io lo odiavo.

Adesso, per ogni pranzo di Natale, faccio il brodo di cappone con i cappelletti (credo l’unica in tutta l’isola). I  miei figli lo odiano, ma io lo faccio lo stesso. Mi piace continuare a fare quello che facevano le donne forti e allegre che hanno fatto la mia infanzia, che non avevano paura di lavorare, resistere e aiutare. Mi piace anche dare una continuità, onorare quel che mi è stato tramandato. Solo perchè così si fa. Magari un giorno i miei figli faranno il brodo di cappone a Natale.

Storie di povere ragazze, 2 (in onore di tutte le Lise del Ciuco)

Una parente di mia nonna, negli anni ’20, a Roma, prese in casa una ragazza dalle montagne tra Umbria e Marche, come aiuto in casa. Si usava così, allora, in cambio di vitto, alloggio e di un piccolo salario.

La ragazza si chiamava Lisa, detta la Lisa del Ciuco, perchè l’unica cosa che sapeva fare era accudire un piccolo somarello, su per le colline. Appena entrata a Roma fu terrorizzata dai muri, lei che aveva visto solo alberi. Apriva le imposte al mattino e gridava -Me vengono addosso, me vengono addosso!- era il segno, il primo, che la città era troppo mostruosa per lei.

Poi fingeva di rassettare la stanza della signora, occhieggiando la sua toletta mattuttina; quindi si cospargeva il viso di farina, a mò di cipria, mormorando –Sò bella anch’io, mica ce vuole tanto-

Invano la signora le offriva la cipria. Lisa fa da sé, mormorava. e usciva a far la spesa tutta bianca di farina. Non sapendo leggere, inveiva contro il salumiere accusandolo di truffa. Due etti di zucchero. E che siano due etti! Il salumiere si disperava: ma guarda no? Sò due etti! leggi! E lei, alzava il mento e gli voltava le spalle: Faccia lei! Ma poi se la vedrà con la signora! Il terrore dei commercianti del quartiere, tutta bianca e disperata, pronta a lanciare accuse, vagando con la sua sporta lontano dai muri.

Poi un giorno tornò annunciando che aveva visto Sua Santità a Santa Maria Maggiore. Tutto bello, grande, fermo, in preghiera! Bello!

Lisa, il Papa non esce dal Vaticano (erano gli anni pre-Concilio). Ma lei insisteva: se dico che l’ho visto, l’ho visto!

Era la statua di Pio IX in preghiera, alta due metri, nella cripta della chiesa. Impietosita, la mia parente la rimandò a casa, con una buona liquidazione. E dicono di averla vista correre col suo somarello per le colline, felice come mai si era vista prima.

Lasciar fare al Boss

Bisogna fargli largo e prima ancora bisogna coltivare dentro di sé una piccolissima e sana diffidenza verso l’autorità, ogni autorità, fosse anche quella di un medico che emette la sentenza con le lacrime agli occhi. Sapere che non è sempre vero ciò che lo sembra.

ma che ne sapete voi? bisogna mormorare dentro di sé; e insieme rivoltarsi con tutto l’essere contro ciò che sembra il corso ineluttabile e naturale delle cose, una sorta di gigantesco Questo no!; allora si crea un piccolissimo spazio, una sottile fessura per l’azione dell’invisibile, per un cuore che riprende a battere.

Colpi da maestro che riescono poche volte nell’arco di una vita, che non ci si riesce a imporre e devono venire spontanei. Segue una gratitudine dilagante, un colossale Domine, non sum dignus.

Storie di povere ragazze, 1 Ankhesenpaaton

450px-Tutankhamun_at_Luxor_temple_2

Tutankhamon e Ankhesenpaamon © Ad Meskens / Wikimedia Commons

Le ultime indagini genetiche, di cui sono noti solo i risultati finali, dimostrano che Tutankhamon era figlio del predecessore Akhenaton, il quale lo aveva generato da una sorella. Dalla bella e amatissima  Nefertiti aveva infatti avuto solo sei figlie; la terza delle quali era Ankhesenpaaton.  Questa a nove anni sposò il fratellastro Tutankhaton, di pochissimo più grande di lei. I due ragazzini furono affiancati da un Consiglio di reggenza, guidato dal sacerdote Ay. In breve tempo i due sovrani chiusero il culto monoteista di Aton, imposto all’Egitto da Akhenaton,  fecero riaprire i templi e mutarono l’ultima parte del loro nome da -Aton ad -Amon.

Secondo Howard Carter, scopritore della tomba di Tutankhamon, il faraone fu ucciso a diciotto anni. Rinvenne infatti nella mummia una lesione sulla nuca e due frammenti endocranici che difficilmente si spiegano con la pratica della mummificazione. Gli studi più moderni attribuiscono invece  la morte precoce  di Tutankhamon a infezioni o traumi. Nella tomba ci sono anche i feti mummificati di due bambine, uno di cinque, l’altro di circa sette mesi di gestazione. Figlie di un doppio incesto, non sono arrivate neppure a nascere.

Devo dire che l’ipotesi di una morte naturale per Tutankhamon, non mi convince, e come me altri. Esiste infatti una lettera di Ankhesenpaton  al re degli Hittiti, nella quale la regina chiede un figlio del re, un principe, come sposo. Mi vogliono far sposare uno dei miei sudditi e ho paura… Il principe hittita, dal curioso nome di Zannanza, appena giunto in Egitto, scomparve. Ankhesenpaton risulta poi sposata al sacerdote Ay.

Una brutta storia davvero, con tanti punti oscuri. E chi mi fa più pena di tutti è proprio Ankhesenpaton, povera ragazzina fatta sposare prima al fratello, col quale magari fino al giorno prima litigava per i giocattoli; poi a un sacerdote di tanto più anziano di lei, che forse, se di omicidio si era trattato per il sovrano, era il mandante; neppure ha potuto abbracciare una delle sue bambine. Povera ragazzina, fatta sposare  qua e là, come un pupazzetto.

 

Ode alla padella in ferro

Stanca delle padelle antiaderenti (sarà graffiata? quali sostanze starà rilasciando nei cibi? e già mi sentivo malata), ormai preda da più anni di un’Operazione Nostalgia su vasta scala, ho acquistato una padella in ferro di una nota marca francese. Ero molto dubbiosa, ma in poco tempo la crosticina dorata dei fritti, la rapidità di cottura, il sapore delle cose cucinate mi hanno conquistato.  E poi, volete mettere il piacere di usare la forchetta di metallo su una padella?

Lemnos

395A9A25-10A3-4A9F-829E-3F94598AE355

Nell’isola greca di Lemnos, di fronte alla Turchia, il vento è così forte che gli alberi non ci sono,  e quei pochi che ci sono crescono come nella foto. I cacciabombardieri attraversano il cielo ogni mattina.

Esci dall’albergo di lusso e sei in un povero villaggio, oppure nel deserto più assoluto. Ma in quelle poche, misere case, si mantiene il ricordo di antiche canzoni greche e turche.

L’isola intera sente la presenza a Nord della Città, di quella Costantinopoli perduta per i Greci nel maggio 1453. Istanbul, che deriva il suo nome dal greco eis ten Polin, nella Città, perchè era la più bella del mondo, la Città per antonomasia.

Nel Mani, penisola del Peloponneso, là dove neppure i Turchi riuscirono a penetrare, negli anni ’50 del Novecento, in un villaggio additavano ancora l’ultimo discendente dei Paleologi. Faceva il pescatore, ma tutti lo veneravano.

 

Le ragioni di un amore

C449350A-EDDB-48CA-805F-CD21126631FFSi tratta del mio amore per la Grecia. In Grecia mi sento benissimo, sono a casa. Ci vivrei. L’altra sera ne parlavamo con i Figli, che condividono questa mia passione. Secondo loro dipende dagli studi fatti. Quello strapparsi a fatica dal Partenone, quella gioia nell’Agora’ le attribuiscono al liceo classico.

Verissimo. Stare nell’Agora’ e pensare che tutto si è compiuto per noi in quei due chilometri che la separano dall’Acropoli – tutto, la politica, la genesi della democrazia e del pensiero filosofico, il teatro e ciò che per noi da esso deriva, il cinema; quello stare fermi a guardare le storie di altri per lasciarsene educare e purificare- tutto è stato la’.

E ancora, uno spazio così piccolo, un popolo così piccolo, che fa tutto questo stretto tra imperi colossali che pensavano solo a riprodursi intatti da millenni.

Eppure, non è solo questo. C’è qualcos’’altro che non so capire. Come in tutti gli amori, le ragioni restano misteriose. Il dio bendato colpisce a caso, anche nei confronti dei luoghi.

La cosa più terribile che ho fatto

Qualche anno fa ho dovuto traslare la salma di mio padre dalla tomba dove era ospitato alla sua collocazione definitiva. Il direttore del piccolo cimitero del Centro Italia dove papà riposava mi aveva telefonato tre volte

-Signora è sicura di venire da sola? Se la cassa non è in ordine, dobbiamo aprire e lei dev’essere presente per legge- ma no, nessuno veniva con me.

Quella mattina gelida di marzo, mentre imboccavo il viale del Cimitero, pensavo ciò che mi tormentava da mesi ormai, che forse l’avrei visto come era diventato in morte e non riuscivo a pregare altro che Allontana questo calice da me. Allontana questo calice da me. Proprio qualcosa che sentivo superiore alle mie forze. Ma nessuno rispondeva.

La ghiaia gelida, il silenzio degli operai a testa bassa, le siepi di mortella e i cipressi. Allontana questo calice. Davanti alla lastra i colpi che l’aprivano ricordavano quelli che l’avevano suggellata e che mi avevano fatto cadere nell’età adulta. Non so bene, non ero in me, ma ricordo con quale facilità hanno tirato la bara, come se fosse vuota. Il mio capitano fortissimo, che da ragazzo si era imbarcato sui pescherecci dell’Adriatico per racimolare quei quattro soldi necessari a comprarsi i libri del Liceo: che aveva lavorato nei deserti d’Arabia per fare una casa alla mamma; che quando eravamo piccoli ci sollevava alti sopra la sua testa e ci rotolava da una spalla all’altra; quel capitano che era mio padre era stato ridotto a un nulla dalla morte, un fuscello, una fogliolina che non pesava. Il mio povero capitano tenuto dalla morte.

E poi, quando non potevo più nemmeno pensare una sola parola, l’immagine splendida: la bara era nuova e lucente, come quel giorno tremendo in cui era stata chiusa, come se non fossero passati tanti anni. L’ultimo dono di un papà alla sua bambina.