Unes-Co: ricostruire la quotidianità nelle affollate mete turistiche — looking for europe

Venezia e Firenze sono ormai il museo di sé stesse, già da molti anni. Allora meglio Napoli, con tutti i suoi problemi…

Ho condiviso volentieri questa coraggiosa proposta, ma la trovo altrettanto artificiale che clonare Tutankhamon…ma forse sbaglio.

Ingenti flussi turistici stanno trasformando molte località in veri e propri parchi tematici dove tutto è predisposto per l’estemporaneo compiacimento del visitatore. Venezia ne è un esempio, ma ciò accade in numerosi altri luoghi. Per ripristinare l’autenticità delle mete turistiche più affollate è nato un curioso e ben strutturato progetto anche se, ahinoi, si tratta […]

via Unes-Co: ricostruire la quotidianità nelle affollate mete turistiche — looking for europe

Programmazione della scena finale

Credo in un Aldilà bellissimo, non solo i campi di fragole che Gandalf vagheggia a un affranto Pipino, ma anche scampagnate, brindisi e caciara, partite di pallone e gare di ruzzolone su bei declivi erbosi. Ciò nonostante,  voglio vivere ancora a lungo, qualche decennio almeno, per recuperare tutti gli anni che le infauste politiche del lavoro hanno tolto ai patti pensionistici che ho sottoscritto con lo Stato quando ho firmato il mio contratto (vale a dire che sarei andata in pensione a 57 anni!). No, con l’aiuto di Dio, spero di vivere abbastanza da rifarmi del tradimento e da obbligare lo Stato a ridarmi in qualche modo quanto sottratto.

Il problema vero è il passaggio, cioè la soglia, l’attimo estremo davanti alla Grande Nemica. Quello fa paura davvero. Vagheggio atteggiamenti titanici stile Springsteen in Wrecking  Ball: Take your best shot, let me see what you got...(prendi il tuo colpo migliore, fammi vedere cosa sai fare).

Mi vedo nobile e splendida come in Vi presento Joe Black:

Dovrei aver paura?-

-Non uno come te-

Bellissimo.

Nel frattempo ogni tanto penso di organizzare il mio funerale. Farò una lista dettagliata di coloro che potranno parlare alla cerimonia, onde evitare che qualche pseudo amico o lontano cugino che mi flagella sin dall’infanzia dicano quattro idiozie su di me. Poi, niente fiori, per favore, né quelle cose tristi tipo fiore che non marcisce, ma cesti e cesti di arance e limoni, e archi di rami di ulivo e querce, tutte le piante che hanno rallegrato la mia vita; e per musica il coro finale di Wrecking Ball, sparato a tutto volume. In fondo sarà, deve essere, una festa. Au revoir, no?

Irlanda 2018,5

Dublino in questi giorni si preparava alla visita del Papa

5C88C092-6A43-472F-A4EF-E9CF0C2CF99DMolta euforia in giro, trasporti confusi. La religione come identità, contro il dominio inglese, è solo un ricordo, bruciante come i patrioti uccisi prima del 1916. Di quest’ultimi si indica il luogo della morte e delle orazioni, con rispetto serio e sentito, come in chiesa. D’altronde nei negozi non si trova nulla di inglese,  nemmeno il tè. Gli inglesi non sono mai menzionati, come se non esistessero.

Gli Irlandesi sono gente forte, un grande popolo. Per delicatezza non parlano degli inglesi, ma nei Musei glorificano il loro passato celtico e vichingo. E io mi commuovo ogni anno a immaginare come vivevano.

842AEE91-0779-4857-B4E9-691D477D5F64I Celti irlandesi non avevano moneta e la ricchezza di ogni clan era tesaurizzata come collana d’oro intorno al collo del capo clan, con un diametro enorme, circa 3 volte la mia mano -certo, tanto chi la strappava dal collo di uno così?

B4E65937-BC82-4B5D-AD08-00017E13D438I loro vestiti dovevano essere terribili, strati e strati di coperte di lana, agganciati con enormi spilloni come questi sopra. Nella torba poi si trova di tutto, anche le scarpe, come queste, medievali, fatte per evitare il fango e l’acqua

FA49FC9E-AC7D-44A9-A6FC-3DC8C1F03C62Ecco,  mi commuovo perché penso che sono stati molto più forti e coraggiosi di noi, serrati in belle case calde a piagnucolare per sciocchezze, nani sulle spalle di giganti.

Irlanda 2018, 4

Adventure per vedere le Cliffs of Moher, poiché sembra che se non le hai viste, dell’Irlanda non sai nulla. 4 ore di pullman; mano mano che si avanzava verso ovest le case si diradavano e si acquattavano, come spaventate dalla vicinanza dell’Atlantico, le distese erbose di allargavano. Arriviamo e quel che abbiamo visto era questo:

54FC9E85-8F4B-4B1F-BFC2-DAB149E5C2DEDisperati e sperando che la nebbia fosse solo in alto, ci precipitiamo giù al paese e saliamo sul battello che fa il giro delle Cliffs dal mare.

Battello è una parola grossa: una chiatta devastata, con un equipaggio uscito per direttissima dalla serie Netflix Vikings -teste pelate, barboni rossi, molti tatuaggi ovunque. Le onde erano alte, ma il desiderio di vedere le Cliffs era più forte.

Bene, io ho visto i gorghi terribili dello Stretto di Messina, sono stata trasportata dalla corrente, le onde mi hanno fatto voltolare e schiantato a riva; ma le onde dell’Oceano Atlantico sono molto, molto più spaventose. Sentivo l’enorme massa d’acqua che le faceva montare a 3 e 4 metri d’altezza, e abbattersi sulla poppa della chiatta tra le risate nemmeno tanto vagamente avvinazzate dell’equipaggIo. Insomma, l’Oceano non è il Mediterraneo. Ho fatto appena in tempo a vedere questo

5B46E41E-3836-4541-80C4-77FE19518D2Ce sono corsa sotto coperta in preda al più violento attacco di mal di mare che abbia mai avuto, fra le pacche sulla schiena dei Vichinghi.

Irlanda 2018, 2

Alcune donne e alcuni bambini in Irlanda hanno i capelli dello stesso colore della Venere di Botticelli,  E il cielo va a cento all’ora, super accelerato.

Si sente nelle strade, nei visi delle persone, che la crisi economica è finita per loro. Però questo non li rende arroganti. Hanno la gentilezza di chi si sente immeritatamente benedetto. God bless Ireland.

 

Figlio e musica

Per il Figlio Più Grande entrare in macchina e accendere l’autoradio è un unico, sinuoso movimento. Non accende il motore se non c’è musica, anzi di più, la canzone che ha in mente in quel momento. Non importa che sua madre lì accanto abbia fretta, faccia tardi al lavoro: la vera benzina è la musica. In fondo lo capisco. Non per niente  Platone conosceva bene il potere della musica…

Il pranzo dei morti, 15

Donna Cubitosa si avvicinò lentamente al gran letto. Le cortine erano chiuse e per terra giacevano gli abiti del marito, come la muta di un serpente. Tese la manina grassa per scostare il tendaggio e un’altra mano afferrò la sua, tirandola dentro.  E cadde sulle lenzuola candide come se facesse un tuffo in mare e in piena allegria lei e il marchese si uinirono ridendo; e ridevano delle pene inutili, del desiderio e della vita che tornavano, come sempre tornano se uno vuole, dei tradimenti sciocchi e inutili, delle sofferenze che ora, lo vedevano bene, erano un nonnulla.

Poi, dopo l’amore, il marchese, affondato tra le braccia della moglie, mormorò del suo risveglio, come da un brutto sogno.

Non era stato, no, come una torcia accesa nelle tenebre, o come il sole all’alba, bensì qualcosa di molto più radicale; non una luce dall’esterno a diradare un errore, ma più una ricostruzione rapidissima; un essere rimesso a posto pezzo per pezzo. Mentre quella sera faceva l’elogio della durata e della certezza davanti all’amico Lancia che sembrava sprofondare sempre di più nella sua sedia emanando intorno a sé buio, che spegneva la foglia oro di braccioli e schienale, aveva sentito di salire verso l’alto, insieme al calice col quale stava incitando al brindisi, e intorno c’erano bisbigli lieti e occhietti approvanti, mentre si alzavano le perdute cose e ritrovava tutto ciò che aveva creduto morto e finito. In un gran marasma aveva sentito come se qualcuno gli staccasse la testa, la ruotasse e la rimettesse sul collo, di modo tale che aveva visto sotto una diversa angolazione. O meglio, come se un architetto chiudesse una finestra su una parte e la aprisse in quella opposta: tutto era cambiato in un lampo.

E questa visione nuova di un attimo tanto l’aveva messo sottosopra che era svenuto; ritrovandosi poi nel letto con una gran forza e vita che scorreva veloce, carica di sangue, in tutto il corpo.

E quando, poco prima di Natale, nove mesi dopo nacque Salvatore, tutti fecero visita per rallegrarsi con donna Cubitosa che nel gran letto da puerpera splendeva come un sole sotto ai ricci neri, più grassoccia che mai, mentre nessuno badava al marchese seduto presso la moglie. Ma lui era contento così, perché sapeva che era giusto e la chiamava regina, baciandole la manina, e signora del mio cuore. Quando il piccolo Salvatore piangeva, donna Cettina, senza più badare al marchese, lo recava in fretta alla marchesa affinché lo allattasse, anche davanti a tutti. Gli altri quattro figli giocavano rumorosamente nelle stanze adiacenti.

Lo zio del marchese era morto per l’Immacolata, spegnendosi senza dolore nel suo letto come una candela. L’eredità che sarebbe giunta avevano deciso che sarebbe andata sulle terre di Giarratana, per rifare le canalette d’irrigazione , le case dei contadini, per lo scavo di un altro pozzo più profondo e il restauro della casa padronale.

La vigilia di Natale vennero in visita il principe Lancia, il barone di Ripasaltas e il conte d’Ingalbes, recando un dono per il piccolo. Donna Cubitosa non li vedeva dal pranzo che le aveva salvato il marito. Sembravano prosciugati, il principe pieno di rughe intorno a occhi e bocca, il Ripasaltas con un’espressione di sussiego e disprezzo, come se altre non ne conoscesse, e il d’Ingalbes magrissimo, con i vestiti che gli cadevano di dosso.

Sembrano morti, si disse donna Cubitosa stringendosi al seno Salvatore e sbirciando il marchese sorridente. Sentendo in pieno tutta la benedizione che l’aveva coperta nel periodo tremendo della malattia di suo marito, sentendo anche che doveva ringraziare con qualche offerta il Qualcuno che da Lassù li amava, pensò a cosa poteva fare per i tre gentiluomini. Per il Ripasaltas una raccomandazione al Vicerè di Spagna che lo portasse ancora più in alto a corte, visto che mai era contento della posizione che occupava, pur essendo notevolissima; per il d’Ingalbes avrebbe disposto, a vita, l’invio del pranzo e della cena che il monsù preparava per i marchesi; e per il Lancia? Per quanto cercasse in cuore, non trovava nulla che si potesse fare per lui, nulla che potesse essergli gradito o desiderato, avendo egli già conosciuto e sperimentato tutto e di tutto essendo deluso e annoiato.

E mentre sospirava di pena lasciandosi andare indietro sui guanciali, credette di cogliere negli occhi del principe fissi su di lei una luce strana, che non voleva chiamare in nessun modo.

Lui tornò ogni giorno, a orari imprevisti, e quella luce strana era sempre più forte, finchè, un mattino che il marchese era stato chiamato da Gerlando per ricevere gli amministratori e lui e lei rimasero da soli, la luce invase il letto della marchesa come un’ondata e nell’ondata c’era il principe che le si faceva addosso mormorando parole dolci, e si alzavano stoffe e si levavano panni.

Donna Cubitosa non aveva mai detto no in vita sua, se non alla morte quando il marchese era malato; e non aveva ricevuto un No l’unica volta che aveva supplicato in vita sua, quando aveva chiesto per il marito.; non conosceva il No. Restò quindi immobile e senza fiato, accogliendolo tra le braccia, come accoglieva tutto e tutti, anche i dolori che le aveva inferto il marchese, stringendolo piano con tenerezza, come faceva col piccolo Salvatore. Il principe piangeva senza singhiozzi, con lunghe lacrime che scendevano fino al collo della camicia; ma non sembrava disperato, piuttosto commosso, o liberato di qualcosa.

Da quel giorno, di tanto in tanto, il principe la visitava. Il marchese non sospettava nulla: riceveva lieto l’amico, ma non passava più notti intere a giocare a faraone, e dopo una mezz’ora di conversazione si allontanava a curare i suoi affari, a ricevere amministratori e capomastri, a visitare feudi, lasciando l’ospite alla moglie.

Gerlando e le cameriere fingevano di non vedere, solo un sorriso smorzato faceva abbassare gli occhi di Cettina, che sembrava quasi soddisfatta quando incrociava il visitatore.

Il principe arrivava cupo e pieno d’ombra; e andava via lieto. La marchesa lo accoglieva come quel giorno prima di Natale. Sorridevano sciogliendosi. Cubitosa non si chiedeva nulla, non voleva nulla, non voleva neppure dolci parole e tenere, false promesse d’amante. Capiva che lui cercava conforto e sostegno andare avanti, niente di più, e non glielo negava. Di vita lei ne aveva tanta: che gli altri attingessero.

Il pranzo dei morti, 11

I tre gentiluomini con gioia repressa e di sottecchi guardarono il marchese mangiare l’arancino. Aveva iniziato a sbocconcellarlo; ma quando era giunto al ripieno, alla fusione di ragù, carne e spezie, i morsi si erano fatti più veloci, e quasi non masticava più, assorbendolo come una piantina riarsa l’acqua. Quando ebbe finito gli altri tirarono il fiato di nascosto. Totò iniziò a servire il maialino allo spiedo.

.Straordinario questo cibo dell’aldilà, davvero il compendio di quanto di meglio offra la terra…-sussurrò il marchese- sembra difficile che ne avremo di altrettanto buono e spirituale-

-Lasciate fare al nostro Buon Signore- replicò il d’Ingalbes –non c’è limite al suo amore-

-Vorrei restare con voi quando inizierà la punizione- e il marchese finì il vino nel calice che subito Totò riempì, secondo gli ordini ricevuti dalla marchesa: Il bicchiere sempre pieno, il piatto pure.

-Temo che non sarà possibile. Nessuno di noi quattro ha peccato allo stesso modo-

-Eppure lo vorrei proprio-

-Ecco vedete –esclamò il Lancia – forse il vostro peccato è di esser capriccioso –fate e disfate a vostro piacimento senza ascoltare leggi e ragione-

-E dunque? Che ne sarà di me, che punizione avrò?-

-Chissà- s’inserì il Ripasaltas –forse avrete da dimorare in qualche sorta di collegio, quelli in cui si mandano i figli disobbedienti. Che so, una disciplina molto rigida: sveglia alle sei, lavarsi con l’acqua fredda e, se non si rispettano le regole, in ginocchio sui ceci secchi! Stanze gelate, messe lunghissime all’alba…le solite cose-

-Oppure- intervenne il d’Ingalbes- un qualche lavoro fiaccante la volontà, come quello dei nostri segretari. Mettere in ordine carte e ricevute. Dire sempre di sì. Ordinare secondo un qualche criterio i libri-

Il marchese tentennava la testa e intanto infilzava il maialino, badando a raccogliere la crema alla carne che ne grondava. I tre amici si scambiarono sguardi esultanti.

-E voi, conte d’Ingalbes, che peccato avete? Per cosa sarete punito, e come, se mi consentite?- mormorò il marchese con lo sguardo nel piatto.

-Io?- annaspò il d’Ingalbes –Io? Ma credo…penso…-

-Orsù conte, lo sappiamo tutti quelli che siamo seduti a questa bella tavola. Avevate sempre molti desideri. Desideravate ciò che non potete avere e avete vissuto di sogni pazzi –

il Lancia pronunciò queste parole quasi supplicando. Aveva tante volte messo in guardia il d’Ingalbes dalle spese eccessive a cui si era abbandonato e tante volte era andato in suo soccorso con denari che non erano mai stati restituiti.

-Non si tratta di desideri, ma d…di obblighi. C’è un decoro, un onore da mantenere che…- quasi balbettava, la vergogna era insostenibile e tutti i commensali lo guardavano

-Allora forse sarà l’onore il vostro peccato. Non temete, noi abbiamo i nostri di peccati- lo aiutò il Ripasaltas conciliante.

Il d’Ingalbes sorrise con occhi pieni di lacrime e iniziò a descrivere il suo peggior incubo, che sarebbe poi stata la sua punizione, perché per tutti ciò che si teme maggiormente sarà ciò a cui si sarà condannati, in quanto ciascuno sa già in vita cosa si è meritato. E lui…lui sarebbe stato costretto a recarsi a una festa, Una di quelle belle feste dei padri, belle non tanto per il lusso, che pure era magnifico, ma per la conversazione che tintinnava gioiosa come cristalleria, e per le belle trovate delle toilettes delle dame, ognuna col suo proprio stile e col piacere di farne sfoggio. E sì, sarebbe andato, ma senza parrucca incipriata, e senza le belle marsine di seta confezionate dal suo sarto, senza camicia col jabot ricamato, bensì in brache e camicia di tela bigia e sporca, a piedi nudi, come uno dei suoi contadini: E tutti gli invitati avrebbero riso di lui, non in maniera evidente, questo no! Avrebbero sorriso, più che riso, accostando le teste per non farsi sentire, le dame dietro i ventagli –ma non sarebbe stato meno evidente e doloroso. Nei bei saloni dorati e affollati di dame e gentiluomini i molti specchi avrebbero riflesso e moltiplicato la sua umiliazione…Il marchese di Carabas trovò insopportabile la pietà che provava per l’amico. Smise di mangiare e provò a consolarlo

-E infine forse scoprirete, al termine della punizione, che si può vivere anche così, in brache a camicia bigia e a piedi scalzi; e sarete più ricco di prima, pur nella povertà più cupa. Credete conte, a me questa bella marsina che mia moglie mi forzò ad indossare per ricevervi pesa come se fosse un’armatura antica. E di gran lunga preferirei la povertà a certi pesi della ricchezza-

Si udì a questo punto un suono da una delle porte che conducevano verso il salone, un suono strano come una specie di singhiozzo o l’inizio di cinguettio; e subito Totò versò altro vino e battè il bastone per chiedere il pesce spada alla cannella.

Aveva singhiozzato donna Cubitosa, nascosta dietro l’uscio. Subito Gerlando le aveva passato un fazzoletto, dove soffocare il pianto: per carità di Dio, che il marchese non s’avvedesse d’essere spiato, e non capisse che era tutta un’impostura! Quindi le lacrime presero a scorrere copiose sul visetto della marchesa ed erano lacrime di gioia e gratitudine, perché tutti i suoi sogni più folli si stavano avverando, non solo di veder il marito mangiare come un cristiano e non come un uccellino ferito; ma anche di sapere qualcosa in più della sua anima, che sempre le era rimasta nascosta.

Gerlando le fece un cenno: il piatto del marchese col maialino tornava quasi intatto.

Ora c’è il pesce spada, Ora c’è il pesce spada, si ripetè in cuore la marchesa, sperando non so quale miracolo e protezione dal greco modo.

-Sapete?- disse il marchese a capo chino come se non ce la facesse a tenersi dritto – sono capriccioso ed è il mio più gran peccato, come avete ben detto. Ma ce ne è un altro collaterale, forse causa del capriccio. Il fatto è che quello che non mi piace per me è intollerabile. Non sopporto cose che non mi piacciano. Una tappezzeria, un accostamento sbagliato di colori, una comportamento volgare, uno sguardo sbagliato…mi fanno stare davvero male.-

Tutti tacevano: Totò versava il vino. E lui proseguì, con una vocetta tremante che non era la sua -Così la mia vita è stata sempre una fuga, una fuga da quel che non mi piaceva. Mi sono chiuso in bozzolo di cose belle e ho fuggito il resto…anche mia moglie, i miei figli, troppo rustici, troppo contadini. La marchesa poi…che strani gusti ha: non esita a frequentare persone di bassissimo rango. Donne e ciarlatane dell’angiporto, persino; o i contadini del suo feudo-

E donna Cubitosa ebbe una fitta al cuore, sotto il grosso seno, e sentì tutta per intero l’umiliazione di udire quelle parole in presenza di Gerlando, che serrava le mascelle –lei lo vedeva bene con la coda dell’occhio- e alzava il mento, come per resistere. Poi, soltanto poi, venne lo smarrimento: era giusto spiare simili confessioni? E come si poteva continuare avendole sentite?Tutto il futuro possibile con quella larva di marito andò in frantumi, come uno specchio colpito da una mazza. Tutto era finito e perduto. Si appoggiò alla parete e Gerlando la sostenne. Quindi senza far rumore la accompagnò nelle sue stanze.

Il Pranzo dei morti, 7

Una mattina stranamente grigio-rosa e molto fredda gli inviti erano stati recapitati, scritti su biglietti che recavano ad acquarello lo stemma dei Carabas, la torre con tre leoni intorno.

Il principe Lancia pianse leggendo il biglietto d’invito. Le voci che giravano in città e che davano il marchese in fin di vita erano dunque false. E la gioia gli faceva salire singhiozzi dal petto. Amava il marchese di Carabas, dai tempi di Parigi, durante il viaggio delle pazzie, come lo avevano chiamato tra loro; a quando tutto era ancora intatto, croccante come i panini della vecchia alla Kalsa, da mordere spezzando la crosta in allegria. Condividere la nostalgia, ragionava, unisce più che ogni altra cosa; e saperlo malato in agonia lo aveva spezzato dentro. Certo sarebbe andato e con gioia. Avrebbe stretto le mani dell’amico e domandato la causa di quelle strane dicerie; avrebbero riso insieme delle pettegole palermitane che riempivano la città di malignità nella passeggiata serale. La fine era ancora lontana…

Il conte d’Ingalbes, seduta nella terrazza della sua dimora nel quartiere di Seralcadio, quando lesse il biglietto inghiottì la saliva. I pranzi in casa del marchese erano famosi per bontà e abbondanza e lui non mangiava bene da tanto, oh, da così tanto! La sera doveva accontentarsi di tazze di latte in una sala da pranzo dove la carta da parati pendeva tristemente in lembi impolverati. Sì, sarebbe andato. Nelle belle sale dell’amico avrebbe messo in un canto l’invidia ed evitato con cura ogni confronto con la sua casa. Sorridente e generoso come un tempo, come a Parigi, quando tutto andava bene e c’erano i denari e ancora non era necessario trafficare con i pirati barbareschi per guadagnare quattro scudi.

Il barone di Ripasaltas si accigliò dopo la lettura dell’invito, si raddrizzò la parrucca scivolata sulla fronte e subito si ricompose.. Ultimamente non aveva molta voglia di passare nottate con i vecchi amici; era in partenza per Napoli dove il Re doveva insignirlo di un’onorificenza e dove c’era un giovane ufficiale con occhi meravigliosi. A Palermo ogni cosa e persona era ormai vecchia e passata di moda, orrendamente passata; a contatto con Napoli egli vedeva la sua città in altro modo. Tuttavia non poteva rifiutare, anzi era un modo per prendere congedo e salutare i vecchi amici con i quali aveva compiuto a Parigi follie delle quali adesso si vergognava. Strano però: l’invito era in contrasto con quanto aveva saputo a palazzo reale della follia che aveva colpito l’amico di un tempo. Andare avrebbe avuto il vantaggio di prendere notizie direttamente e poter sussurrare le novità intorno a quella faccenda a chi poteva favorirlo presso il Re.

Tra nostalgia, avidità e superbia, tutti e tre gli amici furono uniti da una sorpresa: alla fine del biglietto d’invito c’era una postilla sottolineata, nella quale si raccomandava di conferire con la marchesa prima del pranzo. Con la marchesa! Con quella piccola, grassa donna bruna che meglio avrebbe figurato al mercato, tanto era rozza nei modi, cresciuta com’era stata in quel feudo sperduto di Giarratana! Il cui unico pregio erano i soldi; quella moglie per la quale non finivano di compatire il loro amico! Perplessi posarono il biglietto e guardarono a lungo fuori dalle finestre quella loro Palermo sempre in lotta per la vita. Un mistero crescente e sorridente strisciava fino ai davanzali e li rendeva impazienti.

Ed era stato così che la mattina del 30 marzo molto presto, due grandi pesce spada, tutti ritorti e con l’occhio sbarrato, dalla feluca di casa erano stati issati con funi su per le mura dove era edificato il palazzo Carabas, insieme a molte enormi balate di ghiaccio; e che grandi sacchi di zucchero e riso, ceste di carne freschissima avevano ingombrato il cortile della cucina; mentre lassù, nell’appartamento del marchese il grigio si addensava in un vortice e lui si spegneva, sempre più inconsistente e vuoto di organi e pensieri, pieno solo di sogni malsani e malinconie.

Resisti! Resiti un giorno ancora, caro, sciocco, affascinante marchese!

E intanto dal porto montavano i racconti sulla cattura dei due pesci: erano maschio e femmina; quando la femmina era stata arpionata, il maschio si era lanciato contro la feluca, ma con una tale furia, con un tale desiderio di liberare la compagna, che il lanciatore s’era commosso e non aveva lanciato subito il secondo arpione e solo il richiamo dei rematori l’aveva scosso e costretto a lanciare; che la cattura del maschio era durata ore, trattandosi di un maschio enorme e fortissimo; e che all’improvviso, quasi avesse udito un comando, il maschio si era fatto prendere, cessando ogni lotta e offrendo il dorso al lanciatore; e per ultimo, che la feluca che doveva recarli a Palermo aveva avuto un tal favore prodigioso di venti che in poche ore era sotto il palazzo, di certo per volontà di santa Rosalia.

Donna Cubitosa udendo in lontananza tali racconti pregava, ma non disse a nessuno questi pensieri di preghiera; e vedeva, come se fosse stata là sulla torretta della feluca, lo sfolgorio argenteo dei pesci nell’acqua blu piena di gorghi, la femmina gonfia e il maschio che la seguiva veloce, il guizzo di essi nell’acqua, come di mare la sera dentro il mare blu del mattino, il guizzo così elegante e morbido che desiderò essere pesce, non avendo mai visto una simile fusione tra un elemento naturale e la creatura, un così perfetto, felice adattamento; e quindi l’arpione doppio, la fuga, l’occhio disperato del maschio accanto alla compagna.

Pregava; forse questo era un segno che il banchetto doveva farsi, e con quel menù; e non disse ad alcuno che, mentre dalla terrazza vedeva issare i due pesci spada, uno di essi aveva fissato il suo occhio di vetro nel suo e torcendosi in un guizzo (o erano le funi umide che scivolavano sul corpo lucente?) aveva cantato con una voce strana e metallica

In greco cantami

Se vuoi incantarmi

In greco cuocimi

Se vuoi usarmi

Davvero quelle parole le erano state dette, in quell’attimo che aveva la profondità di un abisso e il calore del sole ardente? O non era piuttosto la sua mente vacillante per la preoccupazione che le aveva generate e attribuite al pesce?

Nel dubbio decise di fare come se fossero state vere, in fondo non rischiava nulla. Dentro montava un ricordo come una luce, il racconto di una serva a Giarratana, quando la sera si sedeva sulle scale sotto le stelle, lei, la marchesina, la governante e il personale di casa, padroni e servi tutti insieme. Questa, Immuzza di nome, era di Messina, finita a Giarratana per matrimonio. E una volta aveva raccontato come si pescava il pesce spada nello Stretto.

I pescatori pescavano il pesce spada, detto anche pesce cavaliere, cantando una nenia greca antichissima, di cui nessuno sapeva più il significato. Dall’alto delle torri montate sulle barche il lenzatore distingueva nei flutti ritorti dello stretto di Messina il guizzo del pesce e lanciava il richiamo; i fiocinatori iniziavano la cantilena che risuonava cupa e vogliosa sopra l’acqua, alzandosi di tono e aumentando in velocità man mano che l’imbarcazione veloce si avvicinava al pesce e lo arpionava, seguendolo poi fino a che, sfinito, non rallentava e si lasciava prendere.

Gli si cantava in greco per prenderlo, dunque; ma cucinarlo in modo greco, lei non sapeva che volesse dire. E c’era un solo modo per saperlo, un modo che nessuno doveva sapere. Un modo che sarebbe giunto dal basso, come dal basso era giunto il ricordo della nenia greca, come in basso erano la terra e la cucina, e tutto ciò che vi era di buono e amorevole.