Strascichi del Coronavirus

Mi avventuro dal parrucchiere: colore, taglio eccc…e devo stare due ore buone. Messaggio del Figlio Piccolo: Oggi pranzo a casa.

-Come mai?-

-Mi sento un po’ giù-

Ansiosa e ansiogena come sono, allerto con moderazione il Figlio Grande, in vacanza a casa. Dagli un’occhiata quando torna, per favore. Non l’avessi mai fatto. Mi arrivano dal grande resoconti dettagliati di temperatura e valori pressori del piccolo. Quando torno lo trovo bocconi sul letto, che mormora: È stato terribile mamma….. Insomma, pare che sia stato accolto dal Fratello Maggiore in assetto antisommossa, costretto a indossare una Fpp2, e a misurare il misurabile.

Giustificazione del Maggiore: mangia così tanto che, se si sottrae agli arancini previsti con gli amici, deve avere qualcosa di grave!

Per un semplice mal di testa 🙂. Ancora un po’ di strada da fare per il ritorno alla vita normale.

Sicilian fusion, 2

Dietro le bancarelle del mercato che vendono vestiti, un giovane pakistano dal viso triste fa orli e riparazioni a 3 euro, circondato da anziani locali che, con le mani incrociate sul bastone, commentano il lavoro svolto. Davanti al pakistano, una ragazza cinese prova l’abito appena finito, in mezzo a due bambini dalla pelle nera che giocano a palla. Più avanti, un suonatore di fisarmonica attacca la musica del Padrino, in mezzo ai profumi del ristorante mauriziano.

All together, così si fa.

Lo specchio

Si dice che i cani assomiglino ai padroni. E guardando la mia Kate ho scoperto molto di me. Il suo abbaiare agli altri cani per tenerli a distanza, frutto di paura, corrisponde ai miei sbalzi d’umore, alle mie risposte aspre, fragili baluardi contro l’invadenza altrui. Il suo entusiasmo è il mio, il suo desiderio di controllo del gruppo familiare è il mio.

E ora che Kate ha raggiunto un’età che in anni canini la rende poco più grande di me, io in lei vedo ciò che sarà di me fra poco: la calma e l’indifferenza frutto dell’esperienza e soglia della vecchiaia, la forza tenuta a bada, e una grande, grande stanchezza.

Orfeo in Ade, 1

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tratto da:https://palazzoblu.it/evento/orfeo-ed-euridice-ovvero-lamore-al-di-la-della-morte/

Siamo già qui, Euridice; in fondo al corridoio di terra nera e grassa il cielo è una moneta brillante; fra i cipressi persino la falce di luna. Tutto parato a festa, in tua attesa. Ade mi consegnò te come questi cipressi: dritta, velata e silente. Adesso dietro ti sento incedere debolmente, come strisciando, penosissima; ricordo i tuoi passi affrettati a palazzo, le risa come conchiglie che cadessero su una pietra, dopo le nozze, e non ti ritrovo.

Ma tutto in quest’impresa fu diverso da come credevo. Credevo d’andare sotto terra e salivo, prima in una sorta di mollezza elastica, poi di rigidità, come di colonne e alti fusti d’alberi, e sale ampie, agorai, soffitti altissimi; silenzio, buio e solitudine ma come provvisori, sospensioni di una vita che sentivo tumultuosa e sorridente oltre le pareti, in spazi ancora più ampi e felici; un segreto gigantesco ovunque, al quale il mio corpo s’opponeva; e, pur scendendo sempre più, sentivo di ascendere e intanto ogni elemento si faceva leggero, duro, glorioso.

Alcuni luoghi erano più densi di altri, come di passo fatale, una fonte, un boschetto di alberi bianchi, da dove qualcuno era appena andato via, ne sentivo ancora la presenza fremente, sì che ero sospinto ad avanzare in cerca. Nulla di ciò adesso avverto dietro a me, nulla di questa debolezza e malinconia, nessun sospiro di fatica terribile, come quello udito dietro a me poco fa. E’ di qualcuno al quale la vita sulla terra fu peso, non di Euridice. Davvero mi segue chi invocavo con l’anima quando cantavo presso il trono terribile di Ade? Quando ero presso il seggio immenso fatto di tutti gli esseri, volti umani, sfingi, tritoni, fiori di ogni luogo e pietre con occhi immensi, gemme sorridenti, tutto ruotante attorno al dio la cui sommità era quasi invisibile? Non ricordo che cosa cantai e come pregai; so però che nello sguardo di Ade vi fu come un barlume di pietà, sopra il suo abito di pelliccia, piume e squame; pietà non per la nostra separazione, piuttosto la compassione che ispira un bimbo, di tutto ignaro. Allora egli ti estrasse velata, da dietro il trono, come se tu fossi sempre stata là, in mia attesa -poi il divieto di guardarti, fino alla meta.

Pochi passi adesso ci separano dalla luce. E tu non parli, non fremi, non ti rallegri, non pensi alla notte nuziale che ci attende. Mai, quando mi purificavo per l’impresa, avrei creduto questo. Ti immaginavo diversa e provata; ma ero certo che il ricordo della bellezza vissuta insieme avrebbe cancellato in te con la sua forza ogni figura di ciò che tutti attende. Adesso non so più. Conosco, o conoscevo, la potenza del legame nostro: se esso più non vale, allora non sei tu.

Forse, negli occhi di Ade, quella luce non era di pietà, ma di inganno? Forse non Euridice consegnò, ma una donna qualunque, estratta dal novero di infinite che la Moira travolse; una che non amò Orfeo, che mai corse con lui tra i pini di Tracia. Questa è la punizione per avere osato varcare il limite più saldo. E intanto, nel timore dell’inganno, devo rimproverarmi nostalgia per il gran tripudio di vita che ho sentito nelle sale infere, scorto nel trono inconcepibile di Ade. A confronto esili, solitari, orribilmente fragili, i due cipressi là in fondo, la luna che schiarisce nell’alba, tutto ciò che ci aspetta; e quasi piccolo il mio palazzo, miserabile ogni gioia.

Coronavirus, 5

Decido di spedire al Figlio Maggiore una mascherina, visto che non la trova. Su un notissimo sito di shopping on line faccio una lunga ricerca: tutte risultavano in consegna non prima di Aprile. Finalmente ne trovo una che poteva essere consegnata nella seconda metà di Marzo, ok, nera, ma lavabile e riutilizzabile.

E lui mi scrive che non la indosserà mai perchè sembra un’aggeggio sadomaso….

Atmosfera natalizia e brodo di cappone

Per il pranzo di Natale, a casa mia in Umbria, si faceva sempre il brodo di cappone con i cappelletti. Io lo odiavo.

Adesso, per ogni pranzo di Natale, faccio il brodo di cappone con i cappelletti (credo l’unica in tutta l’isola). I  miei figli lo odiano, ma io lo faccio lo stesso. Mi piace continuare a fare quello che facevano le donne forti e allegre che hanno fatto la mia infanzia, che non avevano paura di lavorare, resistere e aiutare. Mi piace anche dare una continuità, onorare quel che mi è stato tramandato. Solo perchè così si fa. Magari un giorno i miei figli faranno il brodo di cappone a Natale.

Storie di povere ragazze, 2 (in onore di tutte le Lise del Ciuco)

Una parente di mia nonna, negli anni ’20, a Roma, prese in casa una ragazza dalle montagne tra Umbria e Marche, come aiuto in casa. Si usava così, allora, in cambio di vitto, alloggio e di un piccolo salario.

La ragazza si chiamava Lisa, detta la Lisa del Ciuco, perchè l’unica cosa che sapeva fare era accudire un piccolo somarello, su per le colline. Appena entrata a Roma fu terrorizzata dai muri, lei che aveva visto solo alberi. Apriva le imposte al mattino e gridava -Me vengono addosso, me vengono addosso!- era il segno, il primo, che la città era troppo mostruosa per lei.

Poi fingeva di rassettare la stanza della signora, occhieggiando la sua toletta mattuttina; quindi si cospargeva il viso di farina, a mò di cipria, mormorando –Sò bella anch’io, mica ce vuole tanto-

Invano la signora le offriva la cipria. Lisa fa da sé, mormorava. e usciva a far la spesa tutta bianca di farina. Non sapendo leggere, inveiva contro il salumiere accusandolo di truffa. Due etti di zucchero. E che siano due etti! Il salumiere si disperava: ma guarda no? Sò due etti! leggi! E lei, alzava il mento e gli voltava le spalle: Faccia lei! Ma poi se la vedrà con la signora! Il terrore dei commercianti del quartiere, tutta bianca e disperata, pronta a lanciare accuse, vagando con la sua sporta lontano dai muri.

Poi un giorno tornò annunciando che aveva visto Sua Santità a Santa Maria Maggiore. Tutto bello, grande, fermo, in preghiera! Bello!

Lisa, il Papa non esce dal Vaticano (erano gli anni pre-Concilio). Ma lei insisteva: se dico che l’ho visto, l’ho visto!

Era la statua di Pio IX in preghiera, alta due metri, nella cripta della chiesa. Impietosita, la mia parente la rimandò a casa, con una buona liquidazione. E dicono di averla vista correre col suo somarello per le colline, felice come mai si era vista prima.