La cosa più terribile che ho fatto

Qualche anno fa ho dovuto traslare la salma di mio padre dalla tomba dove era ospitato alla sua collocazione definitiva. Il direttore del piccolo cimitero del Centro Italia dove papà riposava mi aveva telefonato tre volte

-Signora è sicura di venire da sola? Se la cassa non è in ordine, dobbiamo aprire e lei dev’essere presente per legge- ma no, nessuno veniva con me.

Quella mattina gelida di marzo, mentre imboccavo il viale del Cimitero, pensavo ciò che mi tormentava da mesi ormai, che forse l’avrei visto come era diventato in morte e non riuscivo a pregare altro che Allontana questo calice da me. Allontana questo calice da me. Proprio qualcosa che sentivo superiore alle mie forze. Ma nessuno rispondeva.

La ghiaia gelida, il silenzio degli operai a testa bassa, le siepi di mortella e i cipressi. Allontana questo calice. Davanti alla lastra i colpi che l’aprivano ricordavano quelli che l’avevano suggellata e che mi avevano fatto cadere nell’età adulta. Non so bene, non ero in me, ma ricordo con quale facilità hanno tirato la bara, come se fosse vuota. Il mio capitano fortissimo, che da ragazzo si era imbarcato sui pescherecci dell’Adriatico per racimolare quei quattro soldi necessari a comprarsi i libri del Liceo: che aveva lavorato nei deserti d’Arabia per fare una casa alla mamma; che quando eravamo piccoli ci sollevava alti sopra la sua testa e ci rotolava da una spalla all’altra; quel capitano che era mio padre era stato ridotto a un nulla dalla morte, un fuscello, una fogliolina che non pesava. Il mio povero capitano tenuto dalla morte.

E poi, quando non potevo più nemmeno pensare una sola parola, l’immagine splendida: la bara era nuova e lucente, come quel giorno tremendo in cui era stata chiusa, come se non fossero passati tanti anni. L’ultimo dono di un papà alla sua bambina.

Vienna 1683, parte 4

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20 Agosto

L’imperatore Leopoldo raccoglie un vasto esercito, e presto sarà qui; l’hanno annunciato fuochi e segnali dalle alture. Padre Marco sarà con loro, in casa ne siamo certi; e se davanti ai soldati, come io credo, avrà il medesimo fuoco nelle parole che ha avuto con noi a Vienna, la vittoria è sicura, quale che sia il numero degli uomini giunti in soccorso.

Appena è così risorta la speranza di vivere, sono caduto nell’incertezza: prenderò i voti o piuttosto non diventerò ufficiale dell’imperatore? Perché di me stesso non so più nulla, e ancor meno della mia vita; e considero con sempre maggiore ammirazione e affetto coloro che stanno sulle mura, le loro uniformi che rendono nobile ogni volto; anch’io forse dovrei e vorrei difendere la patria, seguire i generali in terre straniere e lontane e conoscere davvero il mondo del quale nulla so e nulla mai saprò, se dovessi entrare in convento. Dunque appena sospende il terrore è pronta a piombarmi addosso l’incertezza, sì che non posso stare tranquillo mai -che Dio abbia pietà di me e della mia misera vita.

23 Agosto

I nostri soldati parlano dagli spalti con i nemici, oggi li ho uditi. Domandavano il nome della bevanda e lo ottenevano: kawah, kaweh. Ridevano, ciascuno ripeteva, storpiandole, le parole dell’altro e quelle voci che oltrepassavano le mura, che forse non avrebbero dovuto risuonare, mi hanno stranamente commosso. Esse dimostravano vero quanto avevo intuito, che noi e loro siamo tutti ugualmente infelici, disperati, tutti pietosamente in lotta sotto lo sguardo tranquillo della morte. E dunque unità, sotto ogni assedio e opposizione, sotto ogni guerra; ciò che ci divide è materiale e pesante, sono i corpi, le fisionomie, le ricchezze, e quanto di esso sembra immateriale, il desiderio di dominio e conoscenza, o l’ambizione, ha invece uno scopo materiale, il denaro, il bottino. Ciò che ci unisce è invece immateriale e subito disperso e soffocato nel mondo terreno, sono le voci, i palpiti dei cuori identici in ogni luogo e sotto ogni sole, pallido o forte che sia, è l’aroma della bevanda che soccorre, anche quando i nemici vorrebbero farci tutti morti. Immateriale, ma per questo più solido e duraturo di ogni ostilità, solo che si voglia intenderlo.

24 Agosto

Ecco, è giunto il nemico più temuto, il morbo. Le persone, sfinite di fame e paura, cadono preda di febbri violente e muoiono senza che i pochi medici presenti in città possano soccorrerli in alcun modo. Il cielo è velato, torbido il Danubio. Dell’imperatore più nessuna nuova e i Turchi attendono in silenzio, come presso un’agonia della quale si desideri la fine.

28 Agosto

Mio padre mi ha proibito d’uscire, perchè la nostra casa per ora è risparmiata da esso ed ogni contatto con l’esterno potrebbe portarvelo. Prego la Madonna per ore. Non ho più paura, anche se la morte non è mai stata tanto vicina. Dalla finestra guardo la città, i tetti appuntiti sotto il cielo cupo, che non riesce a sciogliersi in pioggia, e sento tutto in bilico, sotto l’azione di una pressione estrema, la cui natura è indefinibile. Avverto l’anello delle mura prossimo ad aprirsi, ma non riesco a vedere se sarà per lasciare entrare i nemici, o per l’espansione della città vittoriosa che dilagherà in residenze, giardini, feste. Affido in cuor mio Vienna alla Santissima Madre di Dio e offro per la sua salvezza la mia vita, inutile, della quale non so che cosa fare.

7 Settembre

Sono stato ascoltato, in parte. Poche ore dopo le ultime parole scritte in questo diario sono caduto preda della febbre che miete tante vittime in città. Per nove giorni ho vissuto come a gran velocità, sì che l’anima mia non riusciva a fermare nulla in sè; solo la febbre in me galoppava e mi donava, nel suo folle transito, una lucidità straordinaria. Così ho conosciuto nitidamente la fedeltà di Hans, il doloroso amore di mia madre; i loro volti comparivano al termine d’ogni vampata, presso il mio capezzale, immutabili e costanti, commoventi, con tutto il loro destino scritto, la condanna all’amor materno, i limiti e le libertà della servitù. E pure l’aver inteso la città in bilico, l’ultima volta che scrissi, era dono del morbo che stava per prendermi, quasi che la vicinanza dell’angelo mortifero doni vista più acuta. Ma il sacrificio mio non è stato accettato e la Provvidenza mi ha lasciato qui, mentre sarebbe stato tanto facile trapassare nella gran velocità che dissi sopra, un salto breve, un piccolo volo.

Adesso invece, nella città oppressa, come sarà? Perchè nulla è mutato, i Turchi alle porte, la morte signora, la fame ad ogni casa, l’imperatore che s’annuncia sempre e mai giunge. Nella convalescenza tutto è lento, e quasi rimpiango la concentrata intensità che il morbo consentiva. Stanco e debole, insisto che per me non s’abbiano riguardi; non voglio brodi nè decotti, solo che mi si lasci pregare, che mi si lasci accostare in cuore alla santa umiltà che è del caro padre Marco, di cui tanto sento l’assenza.

8 Settembre

Questa convalescenza è peggio della malattia. Sono spossato e il tempo afoso aggrava le mie condizioni. Il morbo dilaga in città; grazie a Dio in casa nessun altro, eccetto me, l’ha contratto. Accetto, accetto tutto.

9 Settembre

Vi è un arrivo nell’aria, ignoro se per me o se per la città, qualcosa che che non oso sperare; un annuncio, una letizia sui tetti, un qualche scioglimento. Sono molto debole, non posso scrivere oltre. Mia madre, che Dio sempre la benedica, non mi lascia mai.

10 Settembre

Oggi sto appena meglio. Hans mi ha portato notizie dagli spalti, dove tutto è immobile. Le sentinelle fissano il campo nemico, i Turchi fissano noi, in attesa di saccheggio e bottino, in attesa che il morbo si propaghi ancora ed essi possano entrare in una città ricca e morta. Il cielo è caldo e giallo, gli uccelli neri. Mi recano per desinare brodi strani, mai visti, vischiosi, fatti con chissà cosa, prodotti da amore e disperazione. Non voglio riguardi, ma mia madre mi sospinge con gli occhi e li trangugio a forza, quando so che vorrei soltanto essere dimenticato.

11 Settembre

Languore, languore infinito. Sono ancora a letto, tengo questo quaderno sotto al cuscino, ma mia madre non vuole che scriva, perchè mi stanco. Mio padre stamane è passato a salutarmi prima del desinare e aveva modi e volto alacri, pieni di una gioia segreta e trattenuta a stento. Non ha risposto alle mie domande, ha solo sorriso in un modo misterioso che mi ha quasi restitutito le forze, e per un istante mi ha fatto tornare allegro ed energico come quando ero bambino ed egli mi teneva sulle ginocchia.

Vienna 1683, parte 2

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29 Luglio
Con Hans, tale è il nome dello sguattero mio amico, oggi siamo usciti di casa. Io non volevo, temevo che fosse male o che male sarebbe stato giudicato dal precettore e dai miei genitori, ma nel suo sguardo vi fu una tale sorpresa per la mia esitazione, che temetti, più di un castigo o d'un peccato, d'apparirgli un bambino che non può decidere alcunchè, mentre sono quasi un uomo, e sarò presto, se Dio vuole, un sacerdote, e nulla devo paventare se non la mia coscienza e il giudizio divino. In me non trovavo ragioni che mi vietassero quell'atto, inaudito, ma non cattivo. E che forse padre Marco d'Aviano non percorreva a grandi passi le strade di Vienna, pregando e confortando a gran voce, intrattenendosi con tutti, ricchi e poveri? Perchè non avrei potuto e dovuto io seguire il suo esempio?
Dunque andai con Hans.
Egli si recò sul lato orientale degli spalti, che pare conosca benissimo, a vedere, disse, se v'era bisogno di aiuto. Desidera combattere, odia i Turchi, conosce tutti gli artificieri delle mura e tutti i tipi di armi. E mentre egli discuteva con gli armigeri che bonariamente lo schernivano, io, badando a non farmi scorgere dagli ufficiali, fra i quali avrebbe potuto esservi un amico o un cugino, mi guardavo intorno, per cogliere ciò che avrebbe potuto non presentarsi più alla mia vista.
Celato da sacchi di sabbia ebbi l'agio di vedere tutto per bene, il piano ondulato verso l'Ungheria, i boschi ombrosi, le tende turche a perdita d'occhio. Quanti sono i nemici, e quanto pochi siamo noi, soprattutto diversi! Fui fulminato, terrorizzato dalla differenza. Noi e la città, solidi, compatti, stabili come le nostre spesse mura; e loro mobili, scorrevoli, come le variopinte stoffe che fanno le loro tende, dalle quali senza posa uscivano leggeri e sorridenti, quasi fossero a un gioco, non alla guerra. Hanno volti strani e scuri, straniere grida, canti stridenti, non riuscivo a fermarmi su nulla e nessuno -tutto si fondeva in un immenso animale che s'avvolgeva intorno a Vienna per soffocarla.
Credo d'essere svenuto; e dico credo, perchè ciò che accadde è che il mio corpo si sottrasse alla vista troppo spaventosa, e s'accasciò tra i sacchi, mentre l'anima restava vigile. Mi soccorsero con tenerezza e scherno leggero, ma mi rianimò non la birra, che mi fece tossire, perchè non vi sono abituato, bensì un odore nuovo, strano e penetrante, credo il medesimo che avvertii nel cortile nostro due giorni or sono. Appena riscosso ho avuto vergogna e sono fuggito, scansando le mani che si tendevano a sostenermi, seguito da Hans impaurito e contrito. Mi sono ripromesso di mostrare domani a tutti il mio coraggio.
 
5 Agosto
Sugli spalti, ogni giorno, con Hans, e pieno di rimorso: se mia madre sapesse quanto ne sarebbe addolorata! Eppure sento che è come se fossi chiamato là, come se là vi fosse qualcosa che devo conoscere o fare. Non sono più svenuto, nè il campo nemico mi è apparso ancora come un animale; fiero di me stesso, sento i soldati chiamarmi per nome. Soffro la differenza rispetto a noi che i Turchi manifestano, ma ho imparato a vedere gli elementi diversi che compongono il loro accampamento e a contemplarli con calma. Distinguo tutto, le tende dei misteriosi giannizzeri, che vengono da una vita terribile, l'accampamento riservato del Gran Visir Kara Mustafà, le tende dell'harem sorvegliate dagli eunuchi. Spio come avvolgono i turbanti, con gesti lenti e sicuri, quasi fosse un compito sacro, guardo come sellano cavalli asciutti come i loro cavalieri; ammiro, verso il campo di Kara Mustafà, il baluginio di gemme e soprattutto respiro l'odore che sovrasta ogni altro, misterioso e affascinante, acuto tanto da giungere al cervello e da farlo vigile come nell'imminenza d'un pericolo. E' un mondo tutto sbagliato secondo la nostra fede, ma quando considero i singoli volti adesso vedo uomini come i nostri, riconosco nei visi loro, nelle voci diversamente intonate, le medesime nostre espressioni, i nostri medesimi sentimenti, e avvezzato alle loro fisionomie, alle loro tinte brune, più non provo timore, ma la medesima compassione che mi ispirano i miei connazionali, tutti morituri, fragili e miserabili.
E intendo ciò che significava lo sguardo di padre Marco, che l'opposizione fra noi e loro è falsa, voluta da terrene, non divine, ragioni, che la sostanziale unità fra noi è la sola, vera realtà. Le differenze riguardano solo i desideri di potere, le fisionomie, o le costumanze, cose esterne, transitorie, capaci di suscitare in me solo curiosità. E confesso a queste pagine e ad esse soltanto, che vorrei uscire dalle mura, parlare con i Turchi, sedere con loro e capire il loro linguaggio; che vorrei conoscere tutto, ogni luogo e persona, perché gioia più grande non vi è al mondo.
 
7 Agosto
Giorni di mine, come a ricordarci che essi sono qui e non scherzano, che troppa fratellanza non è adesso possibile. Sono come bambini: vogliono le nostre cose, i nostri giocattoli, stoffe, gioielli, arredi, che strapperanno senza capire.
 
11 Agosto
Di nuovo dalle mura l'odore nuovo e caldo. I soldati mi spiegarono che si sprigiona da certi pentolini che i turchi mettono sul fuoco e tolgono per tre volte, versandone quindi un liquido che non bevono subito. Sotto l'effetto potentissimo dell'aroma vedo tutto meglio, l'opposizione e l'unità che ci dividono e legano. Confronto i colori di ciascun popolo: noi tingiamo di giallo le pareti delle case, nel tentativo di simulare quel sole che tanto poco vediamo; essi hanno nelle tende e negli abiti tutti i colori esistenti, in strisce e pannelli, tanti quante sono le terre che governano, senza timore della violenza che i contrasti fra le tinte offrono alla vista. E mi chiedo se questo non significhi altro, che noi dominiamo cercando di rendere tutto uniforme, come in obbedienza a un principio solido e imperioso, ed essi invece accogliendo le differenze in nome di quel che sia simile alla mobilità e agilità loro, forse il commercio o il denaro. Ma tale fantasmagoria di differenze è apparenza, subordinata a Colui che dispose  l'intera varietà del mondo; e da qualche parte, nascosta ma sostanziale, c'è l'unità fra noi e loro, che rende la guerra, ogni guerra, e quest'assedio, un errore atroce. Un medesimo cielo ci copre, un medesimo Padre ci ha voluto.
 
12 Agosto
E' un assedio stanco, questo, ben diverso da quelli fierissimi che il precettore l'anno passato mi fece studiare, forse per fortificarmi. I Turchi intorno alle mura, passeggiano, festeggiano, si esercitano con grida troppo selvagge per non essere simulate. L'aroma straniero che ho detto si effonde di continuo e vorrei tanto assaggiare la bevanda che lo genera.
 

Storie di pittori,2

immagine presa dal web

Siti di riferimento: http://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Pisa_Toulouse_Lautrec_a_Palazzo_Blu.

https://nellamiastanza.wordpress.com/2010/03/03/la-passeggera-della-cabina-54-di-henri-de-toulouse-lautrec/

Nel 1896, durante un viaggio per mare, Toulouse Lautrec si innamorò di una bella e giovane donna, la passegegra della cabina 54, identificata con la figura dell’affiche qui riprodotta. Si innamorò al punto tale da proseguire il viaggio fino a Lisbona, pur di poterla ancora contemplare. Solo l’intervento di un amico lo costrinse a tornare in sè e a sbarcare. Non risulta che la giovane gli abbia mai rivolto la parola.

Mademoiselle, non mi guardate sebbene io sia vicino a voi già da molto. Di certo mi avete visto a colazione, o sul ponte, mentre ero girato, e avete avuto orrore di me. La vostra discrezione vi impedisce uno sguardo che riterreste indiscreto o troppo curioso. Accetto da voi anche questo. Non guardatemi. Vi passerò i miei pensieri, come un mago. In fondo sono un po’ mago, so mostrare agli altri ciò che non vogliono vedere. Che le prostitute possono essere ragazze dal riso innocente, o che la più grande ballerina di Parigi che tanto tutti ammirano ha un viso tragico.

E così, ascoltate, verrò in Senegal con voi. Non potrò darvi il braccio, deforme come sono; né potrò mai sorreggervi l’ombrellino affinchè il sole dell’Africa non macchi il vostro bel viso. Ma guarderò sempre dove voi guardate.

Nessuna vistosa autorità regale 17 ( e ultimo)

immsgine presa dal web


Al risveglio era giorno in una stanza bianca e profumata, un attimo ancora di ritorno profondissimo. Una donna silenziosa come una cattedrale aveva preparato il bagno, recato i vestiti e la valigia con i documenti nuovi di Anna Anderson. Nel bianco era nata Anastasia e nel bianco era morta.

Il resto –Berlino, il manicomio, riconoscimenti e disconoscimenti, lo sapevo già.

Il resto ero anche io, l’americano. Americano, questo diceva tutto di me, anche se da sempre rifiutavo l’essere americano. Aveva uno sguardo così disperato che dovevo staccarla da tutto quel ricordare. Missy, ecco Missy mi avrebbe aiutato.

-Missy sapeva come si fanno le cose. Ha fatto bene, ma è strano che una della tua stirpe sapesse come si fanno bene le cose. Sono abilità da borghesi, o da contadini-

ecco, i suoi occhi ora scattavano di nuovo, colpiti da una verità nuova

-A casa non avrebbero dovuto evitare i giudizi negativi sugli altri. Avrebbero dovuto farci capire come sono le persone. Invece davanti a noi ragazze si taceva di ogni male. Potevamo solo carpire una mezza parola, una frase di volata che subito veniva rimangiata; se domandavamo spiegazioni venivamo punite. Il mondo come copia di Tsarkoje Selo, un giardino fatato, le sale bianche e oro. Missy era stata cresciuta in modo ben diverso, oh sì, ben diverso. Sì sapeva come fare, sapeva avere amanti e segreti, lei sì-

-Non avercela troppo con lei. In fondo aveva ragione. Dove saresti andata col bambino, da sola? Come saresti uscita dalla Romania?-

-Adesso che non ho nulla, che non ho mai avuto nulla, penso che dovevo restare col piccolo, a costo di morire. Non ho avuto colpa dell’essere principessa, figlia dello zar, dell’essere ricca e bella. Davanti al plotone di Ekaterinburg ero innocente. Ma a Bucarest no. Non dovevo aprire le mani, non dovevo cercare Missy. Lo sapevamo che non veniva invitata  volentieri da noi. Solo visite di cortesia, obblighi di parentela. Missy era troppo diversa. Forse perché era inglese. L’Inghilterra non ci ha voluto accogliere. Gli inglesi fanno solo quello che gli conviene. I Russi solo quello che non conviene-

-Missy ha fatto quello che sapeva di dover fare. E tu non hai mai più saputo nulla di lui?-

ha scosso il capo e guarda fuori.

-L’hai cercato?-

ha scosso di nuovo il capo.

-Ho provato a contattare Missy, che non ha mai risposto. Non ha mai voluto vedermi per riconoscermi, nemmeno quando era in privato a Berlino. Altri che sono venuti a vedere se ero Anastasia, mi hanno riconosciuto, ma hanno negato che fossi io. Sai, tanti, tanti davvero. Vladimir, Kira. Vedevo brillare una luce speciale nei loro occhi, sai come quando vedi qualcosa che ti piace, che sembra che ti attenda da molto tempo…o una persona che non vedi da tanto. Trasalivano, si stringevano un attimo la giacca sul petto e poi negavano-

-Forse l’hanno fatto per salvarti-

-Forse hanno avuto tutti la stessa paura. Ma avrei preferito morire sapendo qualcosa del piccolo, piuttosto che vivere così. Non ho avuto tempo di volergli bene, non ho avuto niente-

-Sarebbe morto anche lui, se fosse restato con te. Sareste morti entrambi.  Missy ha fatto l’unica cosa che poteva fare. Anzi, ha fatto tanto per voi due. Avrà seguito il piccolo, l’avrà affidato a una famiglia che lo ha fatto crescere bene. E ora lui sarà vivo, chissà dove-

Silenzio. Il verde della campagna si distendeva più forte, e il cielo era troppo azzurro per i discorsi che stavamo facendo. Oppure era una conferma della mia speranza. Azzurro e verde gridavano che disperazione e fallimento erano falsi. Davvero forse era vivo, da qualche parte. Mancava qualcosa in questa storia.

-Come si chiama?-

-Non avevo deciso il nome, non sapevo come l’avrei chiamato. Poi appena la levatrice me l’ha dato in quegli stracci sporchi e lui ha posato quegli occhi acuti su di me ho saputo il suo nome. Roman-

Roman. Un colpo al cuore. Ragazzo mio, si conosce con la geometria. Il mondo è geometria. E anche la verità è geometria se arriva con questo colpo di luce.  E quando le cose ti dimostrano questa geometria della verità, al cuore manca un battito, perché è troppo bello. Nessun altro modo.

Roman, si chiama Roman. Tutto va a posto. Roman, come il capostipite della famiglia. In tutte le grandi famiglie imperiali l’ultimo si chiama come il fondatore. Augusto e Romolo Augostolo. Costantino e Costantino XI. Inizio e fine coincidono. Roman il capostipite aveva avuto una figlia Anastasia. L’ultima Anastasia Romanova ha partorito l’ultimo Romanov e l’ha chiamato Roman. Tutto va a posto. Anastasia è veramente Anastasia. Nessuna contadina polacca avrebbe potuto pensare a questo nome. Solo chi ha amato e meditato a lungo la sua famiglia, chi è stato educato a farlo. E io da anni sono sposato all’ultima Romanov e questa vecchia che da tanto tempo mi è accanto è l’Ultima Granduchessa di tutte le Russie, anche se si sporca di ketchup, anche se ha le scarpe vecchie e una bocca nera un po’ sdentata.

E io sono davvero il Granduca di tutte le Russie, anche se ho la camicia sudata e sto per essere arrestato dalla polizia americana. Non riesco a parlare, perché adesso che lei è Anastasia e lo è sempre stata, tante altre cose vanno a posto, e la geometria si moltiplica e produce pace mentre si moltiplica. Solo io potevo e dovevo sposarla, solo io, professore di storia in College, potevo capire questa geometria e sapere come si chiamava il fondatore dei Romanov e le leggende sulle dinastie.  Sì, tutto va a posto.

E un re c’è, da qualche parte. Uno che porta molto del dolore del mondo. Farà la fame in qualche cittadina russa, rumena o tedesca; sarà un misero impiegatuccio in qualche paese oltre la cortina di ferro. Avrà camicie lise, vecchie giacche, zuppa di cavolo. E si chiederà perché a volte alza la testa, ha scatti d’ira, sente di essere diverso –così gentile con i poveracci, così affamato di fagiano e composte di frutta. Penserà di essere matto, a sentire che quei tigli alti, e certe stoffe bianche mosse dal vento, sembrano fatti per lui. Il re assente, che avrà figli che avranno figli. Da qualche parte un re ci sarà. Non lo so, forse il mondo è fatto sempre delle stesse cose, alcune portate in alto e onorate, altre in basso e dimenticate, a giro, dall’alto verso il basso e viceversa, senza fine. Così prima o poi il discendente di Anastasia tornerà. Nei campi il granturco è alto e morbido, in cima alle colline gli alberi e le case seguono i pendii. La pace mi scoppia dentro. Amo questa America per la prima volta con tutto il cuore, questa terra fertile e profonda, ben lavorata, che genera città, pannocchie e case in collina, nel silenzio dei campi, nel nascondimento di Anastasia.

Si alza una piccolissima felicità, come una piantina.

Grido e il grido non esce. Vi perdono tutti, psicologo, casalinga, direttori, case ordinate; perdono tutte le emanazioni del Prato Americano; continuate a esistere, non importa, io vi lascerò fare, povere, povere emanazioni che testimoniano solo il Grande Sogno. Io lascio il sogno, lo abbandono qui, lo offro a questa terra che nessuno guarda, e alle zolle che producono più di voi, che sanno far posto e nutrire. Non so se saprò nutrire, ma farò posto. Mi scanserò a margine e accoglierò. Come l’America ha in qualche modo assurdo accolto, e in qualche modo assurdo protetto mia moglie.

In fondo adesso la polizia può anche raggiungerci.

Nessuna vistosa autorità regale, 15

Ce ne stiamo andando, stiamo finendo e tu devi darmi una consolazione, devi darmi un senso perché da quando ti ho sposato sono senza senso. Se sei figlia di re, sai che la gente della tua razza, è finita in modi più gloriosi, uccisi in modo eroico. Montezuma, Luigi XVI e Maria Antonietta, Cesare, i tuoi genitori. Le loro ultime parole, l’ultimo sguardo, contesi da storici e nostalgici. Sono diventati immaginette, spesso odiate, nella memoria collettiva. La tua fine, la nostra fine, è invece in questa strada dritta, che corre nella grassa terra americana, in qualche piazzola di sosta, dove saremo presi da una pattuglia di agenti sudati, e nessuno si ricorderà mai di noi.

Così l’America fa finire i re. L’Europa li ammazza, l’America li spegne; li impantana nella rete della sanità nazionale, della sicurezza pubblica, che è un altro modo di uccidere. Ti ricordi il manicomio?

E’ che non posso credere che finisca così. In qualche modo un re deve continuare a esistere da qualche parte. Un mondo senza re, sarebbe troppo strano. Adesso che non possiamo più dare la colpa a nessuno, che nessuno è responsabile di niente e i poteri sono nebbiosi, fatti di molte persone, ognuna innocente e colpevole al tempo stesso, il re nascosto e dimenticato ci sta bene.

-Davvero non resta nulla?- mi esce una voce un po’ suadente, falsa, speriamo che non se ne accorga.

– Niente-

-Qualcosa sì. Qualcosa a cui non vuoi pensare. Che non ti ho mai chiesto-

-Sei buono, tu. Non hai mai chiesto nulla. E io ho preso tutto, ho fatto come volevo-

-Tutti abbiamo preso. Ma resta qualcosa di cui non sai più niente-

Lei si volta finalmente verso di me. C’è ancora un alone rosso di Ketchup sulla guancia e gli occhietti infossati tra le rughe sono una risalita da un’acqua torbida.

-Tuo figlio-

Non avevamo mai parlato del figlio che aveva avuto dal soldato. Nemmeno il tribunale tedesco aveva mai esaminato la questione. Ai tempi del processo bisognava solo appurare se era Anastasia o no, il resto non era importante. Oppure era una cosa troppo importante. Perché se un figlio ancora esisteva avrebbe avuto diritto all’eredità, in caso di morte di Anastasia, e al trono, se la Russia fosse mai tornata alla monarchia. E questo non doveva essere. In un mondo senza colpevoli le cose non devono durare o ritornare. Non si deve giurare.

Lei si passa una mano sull’alone di Ketchup.

-Sarà vivo?- chiede. Anche lei sente che il tempo sta finendo.

-Sì, deve esserlo. Sarà più grande di me-

Scuote il capo –Vivo..- mormora

-Vivo, perché no?-

-Dove?-

-Non lo so. In Europa credo-

In Europa, dove ancora qualcuno conserva tutto, i mobili e le pietre antiche. Il resto del mondo va in linea retta, senza provare nostalgia; ma in Europa ancora vi sono posti pieni di rimpianto per un passato in cui si era gloriosi. L’Italia, ad esempio, o la Francia.

-Com’è andata?- chiedo alla schiena che ora lei mi rivolge, tutta protesa a guardare fuori dal finestrino.

Si gira pesante come una roccia. il viso vecchissimo, che crolla ai alti della bocca. Una montagna, un dirupo immenso. Una cosa veneranda e paurosa.

-E’ nato di notte. In Romania. A Baia Mare, dove io e Alexander ci eravamo rifugiati vendendo i gioielli del mio corpetto per passare la frontiera. Alexander era ubriaco ai piedi del letto. A ogni doglia beveva dalla bottiglia. Mi guardava con occhi pieni di lacrime. Allora mi chiamò Granduchessa, non l’aveva mai fatto prima, prima non mi chiamava, mi prendeva e basta. Quando stava per fare entrare la levatrice mi ha ordinato di non parlare russo, ma i dolori crescevano e crscevano e non capivo più niente e così, non so come, ho gridato in russo Gran Madre di Dio aiutami, e lui ha scagliato la bottiglia contro il muro. Dopo quel grido la levatrice sembrava che mi abbaiasse, mi odiava. C’era poca luce, le lenzuola erano sporche. Io piangevo, ma non per il dolore, perché mio figlio nasceva in quel modo. E poi…-

-Poi?-

– E’ nato. Era avvolto in stracci quando la donna me l’ha dato. Era bellissimo e mi ha guardato dritto negli occhi.-

-E poi?-

Si agita sul sedile. Si rimette a guardare fuori, i campi arati, la terra nera.

-E poi, e poi. E’ tutto qui. Qui c’è il mio delitto. Io non so se il russo mi è uscito perché in quei dolori non mi controllavo più, o per vendicarmi di Alexander. Forse per vendicarmi. Sicuro, per vendicarmi. Non me lo perdonerò mai. Tre giorni dopo lo hanno ucciso. Gli hanno sparato in strada. Due uomini che parlavano uno strano tedesco. Era sera, le case intorno tutte chiuse. Ho avuto paura, ma di lui non mi importava-

E’ agitatissima, ha chiazze rossastre sotto gli occhi.

-Delitto….non direi-

-L’ho rivelato. L’ho tradito con quattro parole russe. Già tutti intorno erano sospettosi, mi guardavano severi anche se badavo a parlare solo tedesco o stavo zitta. E lui…è vero, aveva sparato come gli altri, però mi aveva salvato la vita.

-Forse badava ai tuoi gioielli. E alla tua bellezza-

-Però mi aveva salvato. Un re è grato per sempre a chi gli salva la vita. E io invece l’ho consegnato con quattro parole russe. Merito tutto quel che c’è stato dopo. Ho tradito il mio sangue, gli obblighi del mio sangue-

la regalità è anche questo sentimento di colpa, dunque. Un re deve vedere gli obblighi. Ma questo che senso di colpa deposita su chi nega gli obblighi?.

-E il mio delitto mi ricaduto addosso. Ero in Romania e in Romania era regina mia cugina Maria. Missy-

Le foto che avevo visto di Maria di Romania quando cercavo notizie su Anastasia erano di una bella donna, dagli occhi pieni di desiderio, fotografata con tiare e tuniche, come un’attrice che interpretasse il ruolo di una principessa orientale.

-A Tsarkoe Selo si parlava di lei solo se stava arrivando e le voci si abbassavano. Era criticata, ma nessun cattivo esempio doveva giungere a noi ragazze, soprattutto se era della famiglia. Ho saputo tutto dopo, dalle due cameriere che erano con noi a Ekaterinburg. Là le giornate erano lunghe e noiose. Preghiere, ricamo e poi chiacchiere. Appena la zarina si allontanava per riposare, noi ragazze ci facevamo dire tutti i pettegolezzi dalle cameriere. A loro non pareva vero, credo che si sentissero importanti. E così ho saputo di Missy. Aveva avuto molti amanti e un figlio…un figlio da un principe rumeno, dato a un orfanotrofio tedesco. E così ha fatto col mio, sapeva come si faceva- la voce le si spezza.

Rallento, ma non mi fermo. Il movimento facilitava il flusso di confessione. Dava l’idea realistica della vita come scorrere e di assecondare lo scorrere raccontando. Non dovevo consolarla, dovevo invece pressarla, o non avrebbe detto più nulla.

-Cioè? Cosa ha fatto?-

Nessuna vistosa autorità regale, 12

Mi ero fatto una scaletta di obiettivi. Sono un tipo scientifico. Intanto abituare il personale del manicomio alla mia presenza. Andavo ogni giorno a trovare Anastasia, sorridevo alle infermiere e mi informavo con i medici dello stato di salute di mia moglie, mostravo di credere a ciò che mi dicevano e fiducia nelle cure prestate.

I medici avevano visi saggi e stanchi, il contatto con la malattia, o la presunta malattia, invecchia. Se avessero pensato che non sempre è malattia, sarebbero stati meglio, ma non potevo dirglielo. Fingevo come non avevo mai finto e mi veniva facile. Ero stupito e fiero di me stesso.

Quando andavo là, mettevo giacca e cravatta. Anastasia non mostrava di riconoscermi, inerte e grigia nella poltroncina di plastica. Continuava a fissare la luce della finestra, come se dentro ci fosse qualcosa o qualcuno  che la ipnotizzasse, o come se fosse percossa da un fragore.

-Stia tranquillo, è serena- ripetevano le infermiere.

Quando ero a casa contemplavo questa serenità che non era incanto, nè estasi, ma una specie di paralisi, ottenuta con mezzi chimici, falsa come una moneta falsa, come i sorrisi delle vicine. Non era sua, in nessun modo; non veniva da lei, non dalla luce, ma da una cosa che arrivava di soppiatto, con l’inganno, nel cibo o nell’acqua, da qualcosa di non detto. Le vene blu delle gambe si erano estese, erano ragnatele che minacciavano la pelle giusta, sana. Però ogni tanto mi stringeva il braccio, e talvolta mi guardava con vivacità: il suo modo di farmi intendere che lei c’era ancora ed era vigile.

Ogni giorno le facevo fare un po’ di moto. Così li abituavo a vederci in giro. La facevo alzare, le davo il braccio e andavamo in giro per i corridoi. Lei lasciava fare, come un sacchetto vuoto, un mucchietto di stracci. Poggiava sul mio avambraccio una piccola mano senza forza, contorta, nodosa e macchiata e a me sembrava di portare in giro una cosina senza peso, un uccellino, un ossicino vecchio, un fuscelletto di paglia, lei che era stata così pesante, per sé e per me. La pena mi spezzava il cuore, montava la voglia di ridarle peso e importanza, di tornare a sentire la sua voce adirata e capricciosa, come quando fu delle patate, e di udire di nuovo il suo passo, ora così leggero, su per le scale di casa. Non permetterò che riduciate a un niente mia moglie, la contadina polacca, la regina di Russia! Pian piano le facevo fare percorsi sempre più lunghi: un giorno un corridoio, un altro due e così via fino a che, in capo ad una settimana, non siamo arrivati in giardino. Seduti su una panchina guardavamo davanti a noi la strada oltre la siepe, la libertà, la vita.

Fingevo, fingevo disperatamente, come non ho mai fatto. La sera cadevo stremato.

Finchè non è venuto il giorno giusto. Tutti si erano abituati a vedermi girare con lei nei corridoi e in giardino. Eravamo sulla panchina, il sole stava tramontando e tutto sembra d’oro. Non l’avevo deciso prima di fuggire, ma la mattina avevo preso molti soldi in banca e adesso era troppo triste stare qui, mentre il mondo brillava, troppo triste aspettare mentre la vita e il sole stavano finendo, con la strada che chiamava ad alta voce, allegra come un vecchio compagno di bevute che passi sventolando il cappello. La mia macchina era proprio davanti al prato, oltre la siepe. Un’occhiata rapida intorno, tutti erano assorti in qualcosa, tutti guardavano da un’altra parte, era una cappa fatata, un incantesimo predisposto, lo so, ne riconoscevo il sapore e la luce, riconoscevo l’amore che ci stava dietro e lo muoveva a formare una cupola sopra di noi.

Sopraffatto dalla gratitudine, stringevo la manina vecchia che poggiava sul mio braccio

-Granduchessa Anastasia-

lei è scattata e mi ha guardato. Ci siamo guardati per un tempo indefinito, come se fosse un addio, agganciati ci siamo alzati e ci siamo avviati giù per il prato in lieve discesa, con una strana euforia, la sentivo anche in lei dietro la sua vecchiaia terribile, dietro le macchie, le rughe, le articolazioni nodose.

Andiamo mia cara, c’è ancora da vivere, sapere e fare. Lungo il pendio verso la siepe, per un attimo ho avuto la sensazione di correre su un prato tenendo per mano una candida fanciulla. Nessuno faceva caso a noi, la siepe era alta e fitta. Quando ne ho scostato i rami con un braccio per far passare Anastasia, gli uccellini dagli alberi hanno tuonato con fragore il loro canto. Che siate benedetti! Che possiate usare bene il tempo che avrete! Avete varcato la soglia che non perdona!  Verranno e vi troveranno, ma voi intanto saprete quel che nessuno sa…il Cielo sorrideva quando ho aperto la portiera e ho fatto accomodare in macchina mia moglie, che in quei minuti ha come volato accanto a me, guardando avanti dove io guardavo. Solo quando ho avviato il motore, lei che fino a quel momento mi aveva seguito docile senza guardarmi, si è voltata

-Grazie Maestà-

la sua voce passava attraverso i molto sedativi e la lunga solitudine e arrivava impastata. Maestà, finalmente. Ero re. Ero re anche se lei dovesse essere una contadina. Un senso di onnipotenza mi ha invaso: John il liberatore, il vittorioso sul sistema, il capitano di un vascello a vele spiegate, che dirigevo contro i marosi verso una terra di libertà, un cavaliere su un cavallo spronato alla gran carriera nel mio feudo –guai a chi entra!, ero, finalmente, re, perché avevo osato qualcosa che era assolutamente pura, perché assolutamente inutile, e interamente coraggiosa, perché avevo dovuto vincere tutto il me stesso che mi aveva condotto ad essere professore in un College degli Stati Uniti. In questi tempi è così che si diventa re – ehi, amici, basta poco, in realtà, tutti possiamo essere re, e vi assicuro che è una gioia immensa, anzi non è una gioia, è un compimento, una manifestazione piena e naturale come il fragore degli stormi nei rami, come un gigantesco Sì che deve per forza essere pronunciato. Soprattutto con gioia.

-Andiamo- poi mi ha fatto, come al suo cocchiere. Sì Maestà.

vaGuidavo piano, nessuno ci avrebbe seguito per un po’. Non sapevo dove andare, ma avevo con me il denaro prelevato la mattina in banca e la strada si schiudeva dolce tra le due file di alberi. Badavo a non passare il limite di velocità. Non dovevano fermarci per qualche infrazione. Eravamo già fuori dalla città. Dovevamo entrare in un’altra città prima di fermarci, se non volevamo essere notati. Ma questi pensieri pratici, che prima mi erano pesanti e frutto di volontà, ora erano facili e superficiali, schiuma sulla superficie, mentre la profondità si arrotola in ondate calde. Avevo avuto la mia investitura. Ero re, l’aveva detto lei. Col mio valore avevo conquistato il titolo. Ma non sapevo chi era lei che mi investiva, lei che aveva fame e voleva un hamburger.

La cameriera bionda e truccatissima mi aveva sorriso prosperosa. Due panini con hamburger, due Coca, due patatine

-Hai fame, honey?- la sua voce era un mare di melassa che conteneva un enorme pericolo. Così qui arrivava la fine, in un mare di melassa, nei capelli e nel rossetto alla Marylin. Se avesse pensato che fossimo in due, che stavo portando la cena a qualcuno, sarebbe stato troppo pericoloso. Forse già ci cercavano.

-Andiamo-

Lei non ha chiesto dove, non lo ha mai chiesto a nessuno. Vagabonda dal 1917 e ora eravamo nel 1983. Doveva essere stanchissima

-Sei stanca?-

Ha annuito

-Ci prenderanno?-

.-Prima o poi sì- la mia risposta era caduta tra strada e alberi, nel movimento che ci trasportava, lieve e transitoria come il giro delle ruote. Tutto passa, anche il manicomio, il dolore, la fuga e la gioia, ma c’è qualcosa di innominato che dura e fa andare all’attimo successivo. Lei lo sapeva.

Nessuna vistosa autorità regale, 11

Sono andato dalla vedova di Gleb, da Rose, quando mi hanno tolto Anastasia. Lei cinguettava di quanto le mancasse Gleb, una vocina come campanelli. Piccoli sospiri, piccole parole da un enorme petto grasso, una bambina imprigionata.Ha spinto verso di me il piatto di biscottini.

-Non essere troppo severo verso gli altri John. Siamo tutti dei poveracci, anche quelli che tu odi. E’ l’odio il tuo dolore. Smettila di sentirti superiore-

La freccia ha raggiunto dritta il mio centro. Mentre Rose continuava a mangiare biscottini senza guardarmi, franava tutto ed uscivano le parole che avrei voluto tacere, e le cose che avevano generato quelle parole, le spie, i vicini, la casa sporca di gatti e patate, e lei portata in manicomio. Usciva tutto l’odio alloggiato negli ultimi tempi, e nell’uscire prosciugava le mie energie. Dopo, quando ho taciuto esausto, tutti i fiori della stanza rivelano piccole facce nei petali e gridano di gioia in coro

-Bè? Valla a riprendere, che aspetti?- ha detto lei e si scuoteva dal pettone le briciole con una risatina. -E’ tua moglie, no? Non puoi lasciargliela- tra fiori e volants il suo sguardo era durissimo.

Da Gleb e da questa casa avevo avuto tutto, ma proprio tutto. Sono uscito con la sensazione di tenere tra le mani un regalo.

Un manicomio americano ha verdi prati davanti alla porta, edifici bassi e chiari, personale sorridente. E’ sempre la stessa cosa: l’ospedale, il manicomio, la scuola, gli edifici comunali. E’ la casetta americana elevata all’ennesima potenza. È menzogna all’ennesima potenza. Mancano solo le torte sul davanzale.

-Come si chiama sua moglie?-

-Anastasia Manhan-

-Non risulta-

-Provi Anna Anderson-

Un cenno del capo. L’hanno trovata. E’ sotto falso nome e non lo sanno.

-Guarirà mia moglie?- domando all’infermiera che mi conduce attraverso i corridoi verso Anastasia. Lo sguardo di risposta è rigido e onesto come il berrettino inamidato

-Deve domandare ai medici signore-

Devi sempre domandare a qualcun altro, mai un Sì o un No dati subito. Un prolungare i tempi, nella speranza di fiaccare la domanda, di spegnere ogni richiesta con l’attesa. Finché non vi saranno più domande –questo è il Desiderio ultimo, lo Scopo finale. Fine delle Domande, il mondo in Pace, intento solo a produrre senza sosta. Eppure questo è il luogo dove tutte le domande più terribili si riversano: è vero quel che vedo? Da quali labbra escono le voci che sento? Dov’è il mio bambino che tutti dicono mai nato? Le sento salire in grida queste domande e avvolgersi finendo in mormorii a formare una cupola ronzante sopra queste stanze, un vortice di richieste disperate. Qui c’è possiede una sola Domanda, oppure troppe Domande ed è il Luogo di Spegnimento delle Domande –non date fastidio, soprattutto non date fastidio. Ed è questo silenzio, questo tirarsi indietro nelle risposte che fa impazzire.

Ma mia moglie, signora, non ha mai avuto domande, non ne ha fatte e non ne nasconde; ha già vissuto tutto, sa che è inutile domandare e comunque è stata educata a non domandare mai, soprattutto ciò di cui ha bisogno, quindi potete lasciarla andare. E invece dico

-Guarirà presto, vedrà-

Anastasia è persa nella luce grigia che viene dalla finestra. Riconosco il vestitino nero, non la sua faccia diventata piatta e senza vita. Mi guarda e non mi vede. Tra le mani ha un fazzolettino ingiallito.

-Tiene sempre quello straccetto con sé- dice l’infermiera alzando le spalle. Di sicuro le sembra una prova certa di pazzia. Ma io so cos’è, è l’unica cosa che lei racconta rimasta di Tsarkoe Selo, di quando era felice con i suoi genitori, il fazzolettino che avrebbe ricamato per lei la sorella Olga, la prima delle granduchesse, un piccolo quadrato di bisso con una bella A corsiva a un angolo, quello che si è salvato in un angolo del corsetto senza macchiarsi di sangue. A casa con me non tirava mai fuori, lo teneva nel reggiseno e lo lavava ogni sera. E’ solo un ricordo, ma qui il ricordo diventa follia.

Quando entro e mi siedo accanto alla sua poltrona lei non reagisce, guarda la finestra. Chissà che cosa le hanno dato per spegnerla così.

Ho bisogno che lei voglia venir via, per portarla via. E io devo portarla via, perché saperla qui mi uccide. Le parlo e lei non si volta nemmeno. Solo quando sussurro piano Anastasia e lei mi fissa. Nelle sue pupille c’è una lotta, come un risalire lento da un’acqua fonda e scura. La luce giunge piano ma quando giunge è stabile, prende possesso di un posto che era suo. Mi guarda come se si appendesse a me e mi sento quasi male per averla tratta da quella di specie di sonno artificiale nel quale almeno non soffriva. Ora lei dipende in tutto da me. Non deve far vedere di avermi riconosciuto. Nessuno qui deve sapere che Anastasia è sana.

-Verrò a prenderti per andare via. Non dire niente a nessuno. Ma quando verrò e ti dirò Granduchessa, fai tutto quel che ti dico-

Lei continua ad aggrapparsi con gli occhi a me e non parla. Una nuova Ekaterinburg, qui, nel lindo ospedale del luminoso Occidente, qui dove si crede di essere liberi, di curare e guarire. Fingi come allora di essere morta, dagli quel che chiedono, non cambia mai niente, da nessuna parte.

A casa faccio mangiare i gatti disperati, butto le patate, inizio a pulire. Poi mi viene in mente che non posso tornare con lei. E che non so come portarla fuori da là.

-Che c’è di difficile?- squilla la moglie di Gleb–E’ tua moglie, devi pensare a questo soltanto. La vesti bene e la porti via con te. Se dentro di te pensi solo che è tua moglie, e non la tratti da malata, nessuno si accorgerà di niente. E non tornare qui. Al college dì che parti per un viaggio-

-Collegheranno il mio viaggio e la scomparsa di Anastasia-

-Non subito. Prima o poi vi troveranno, è chiaro-

-E allora, che senso ha?-

-Il senso è quel che accadrà nel frattempo-

E adesso che il tempo sta per finire mi dico che non è ancora accaduto quel che speravo accadesse: una certezza, sapere che lei è lei e io Granduca in attesa. E già devo scappare. Devo andare via subito, da lei. Devo lasciare Janine. Dolce Janine. Coi suoi modelli hollywoodiani, i capelli platino e il reggipetto a balconcino. Segue un modello fuori moda e non lo sa. Alena era alla moda. Mia moglie è senza tempo.

Il respiro di Janine è regolare, un soffio debole sotto capelli scomposti. Lascio duecento dollari sul comodino. In fondo ne è valsa la pena, mi ha ascoltato meglio dello psicologo del college.

Lei non si sveglia. Fuori è ancora buio. Tornerò da Anastasia a tempo per lavarla e vestirla per un altro giorno di fuga, l’ultimo forse. Mentre esco dalla città la luce fredda dell’alba sale a ventaglio in fondo alla strada alberata e mi accorgo di avere una fame tremenda.

Mi fermo in un localetto di periferia. L’uomo al bancone è calvo e triste, ha una sigaretta tra le labbra e non alza gli occhi quando gli ordino la colazione. Armeggia in cucina. Poi torna col piatto e ha occhi ammiccanti, subito abbassati sul caffè

-Nottata mister?-

annuisco mentre affondo la forchetta nelle uova. Nello specchio alle sue spalle vedo la strada e una macchina della polizia a luci accese

-Cercano qualcuno-mormora l’uomo –Voi siete di qua mister?-

Scuoto la testa. Non sono di qua, non sono di nessun posto. Cercano qualcuno che sono io con mia moglie. Mangio lentamente. Ho paura. Una colazione fatta male, la macchina fuori pronta a partire, nessun luogo dove andare, e molta brava gente che mi cerca. Essere isolato, cercato come un uomo dannoso agli altri. Anastasia mi ha fatto accorgere di ciò che sono e ho sempre negato.

-Di dove siete?-

-Massachusettes- mento. Prima di una domanda gli occhi dell’uomo lampeggiano. E’ il solto barista di provincia di provincia che vuole sapere tutto, la banca dati della zona.

-Bella terra- e fissa la macchina della polizia che passa di nuovo, la vedo nello specchio.

Ho mangiato un solo uovo.

-Non avete fame?- ancora un lampo negli occhi dell’uomo, subito spento dalle palpebre abbassate. Poco appetito significa preoccupazione. Devo fingere tranquillità. Affondo la forchetta nel piatto.

Il barista è un tipo triste, forse un tempo aveva capelli folti, o un sorriso simpatico, capelli e occhi strappati via a colpi di delusioni d’amore, bourbon e lavoro duro. Io vent’anni fa avevo occhi più baldanzosi, pieni dei libri che avrei scritto, e che non scriverò mai più. Libri che avrebbero potuto cambiare la gente e per i quali non ho avuto e non ho la forza, perché tutta la mia forza è stata impegnata a restare com’ero. Ma Anastasia questo momento non l’ha conosciuto. Si fissava incantata, con occhi sbarrati. Io la fissavo nello specchio attendendo il momento della rabbia, che lei si vedesse com’era da giovane, ai balli o nel parco, o alle feste di New York, quando la città intera le rendeva omaggio; ma quel momento non veniva e gli occhi sbarrati di lei forse vedevano sempre e soltanto gli spari e il sangue, i corpi morti. Incatenata dalla violenza a quell’unico momento, principessa senza storia, senza vita. Guardo di nuovo il barista e lo vedo a occhi bassi, viscido come una lumaca, intento a porre un’attenzione esagerata alla tazza che lava. Nello specchio la luce lampeggiante blu della polizia e due poliziotti che avanzano nel locale. Non ha il coraggio di guardarli e si fa scivoloso come il sapone dei piatti. Il mio amico ha paura. Anastasia non ha avuto paura quando sono venuti a prenderla; e non ha avuto paura neppure di scappare via con me dal manicomio e non ha paura di essere ripresa. Anastasia mia moglie, contadina e principessa, senza paura. Quella l’ha finita tutta in una sola notte.

Tutto a posto, capo?- chiede uno dei due poliziotti. L’altro si guarda intorno. Il barista annuisce a occhi bassi. Sta lavando qualcosa.

-Tutto ok-

-Novità?- e guarda me.

-No, tutto ok, tutto vecchio-

Nessun cenno d’intesa, nessun ammiccamento. Il barista è meno codardo di quanto pensassi. Trattengo il fiato. Forse teme o odia la polizia –una multa, un fermo troppo duro per un eccesso di velocità. Ha sentito la mia paura, ma non mi ha tradito. Appena i due risalgono in macchina mormora, sempre a occhi bassi

-E’ ora di andare-

Lo guardo immobile

-Ha fatto tardi, non è vero? Sono già le sei, presto saranno tutti in giro-

Ok, è meglio sbrigarsi. Gli lascio una mancia generosa e mi precipito alla macchina.

Il motel è davanti a me, edifici bassi e chiari sparpagliati nel verde, come il manicomio. Solo che prato e cespugli sono incolti. Fanno comodo così perché devono nascondere. Sembra un secolo fa e siamo arrivati ieri sera.

Nessuna vistosa autorità regale, 10

Basta, ti ho intristito, vieni qua. Mi hai ascoltato tanto, Janine. I tuoi capelli profumano di lacca da quattro soldi che adesso mi sembra buonissima, e il nylon della tua sottoveste è morbido, anche se non è seta. Come sei morbida tu. Sei un riposo, una chiatta sovraccarica di tutti gli uomini che hai accolto e ora anche del mio racconto. La prima e ultima volta che racconto di me e Anastasia a qualcuno. Tanto sta finendo e nessuno ti crederebbe mai se riferissi le mie parole. E’ come metterle al sicuro. Sei tenera. Vieni qui. Ancora di più.L’inguine vizzo e questa floridezza a buon mercato. Non so più cosa voglio, cosa ho voluto, ma ora è bello averti vicina, vieni più in qua. Non più ossa e pelle vecchia, ma un morbido nel quale cadere e io tra le braccia ho non la prosperosa Janine, ma Anastasia come non l’ho mai vista né in foto né da vecchia, Anastasia come la vedeva Rasputin quando sogghignava sulla soglia della camera da letto, non principessa e non mendicante, senza titoli e senza offese, illesa e bella. Anastasia e basta, prima che l’amore fosse per lei violenza a Ekaterinburg, prima di non essere più fanciulla. In questa figura cado tendendo le mani per afferrarla, ma trovo solo i seni lenti della donna sconosciuta.

Non è niente Janine, Sì, mi gira la testa, sono stato abbandonato, derubato, e sono colpevole. No, non voglio ancora, cinque dollari, mi fai uno sconto. Non è questo. E’ che c’era una giovane donna per me, da sempre preparata e non avrei mai potuto averla. Perché quando lei era lei, ci dividevano troppe cose. Secoli e secoli e un paio di continenti. E ora che la ho, non è più lei, l’ho presa che me l’avevano già cambiata.

La donna mi guarda perplessa, poi alza le spalle, lenta e ampia nel letto. Ha accolto me, da sempre accoglie chiunque e questo l’ha sformata e gonfiata. E’ disfatta in questa stanzetta linda e desolata che sa d’ospedale, un letto pulito, un comodino con l’abat jour e forse la Bibbia nel cassetto.

Perché stiamo fuggendo? Mi chiedi.

Falangi macedoni, coorti disciplinate e inesorabili, flotte a vele spiegate con i cannoni carichi avanzano feroci. Così avrei immaginato e invece  l’attacco frontale non è così chiaro, incontro solo gli avamposti. La fine è fatta di due medici che sono la copia dello psicologo fenicottero al college. Stesso sguardo obliquo e indagatore, stesse maniere miti e voce gentile e contraffatta, molto bassa. Quando apro la porta so già tutto. Sono venuti a prenderla. Mia moglie, la mia principessa, il mio aggancio col passato, dove era possibile e desiderabile essere diversi dagli altri.

Certo, c’è stata una denuncia dei vicini –giubilo dalle tendine bianche, l’ordine viene ristabilito. Sì, non si vive in questo modo –i gatti offesi salgono sui mucchi di patate, un esercito che si dispone per l’attacco. Avete ragione fratelli, ma io e lei siamo finiti se ci separate.

Mostrano un distintivo e un foglio. E’ l’ordine di portare Anastasia in manicomio. Ma non c’è il suo nome, c’è il nome di Anna Anderson che faccio fatica a ricordare. E’ il nome col quale l’hanno accettata e incasellata. I suoi occhi mi pungono le spalle.

-Non conosco questa Anderson- dico restituendo il foglio e alle spalle degli psicologi spuntano due poliziotti. Si fa sul serio. Non vengono con legioni e coorti, con flotte di vascelli a vele spiegate, con peltasti e falangi, ma con una diagnosi. Pericolosa a sé stessa e agli altri. Pericolosa per l’igiene pubblica. Non la vedo in questo nome, in questa descrizione. Lei non è qui, mister. Lei non è da nessuna parte se non con me vicino. Alzo la voce, tendo la mano per strattonare il poliziotto e un’altra mano, vecchia, grinzosa, macchiata dagli anni e dai dolori, si posa sulla mia e la stringe forte. Anastasia.

-Vado con loro, John. Sono sempre andata- e poi agli psicologi –Datemi il tempo di prendere ciò che può servirmi-Finito quel suo perdersi in mormorii, quel suo chiamare Marja, e il ritorno a Ekaterinburg. Maria Stuarda, Maria Antonietta e tante ancora, tutte regine. Sembra quasi contenta, come se tutto fosse stato per arrivare a questo, una vittima sacrificale che non dà soddisfazione ai suoi carnefici. O come se quei diciassette anni di vita perfetta tra Tsarkoe Selo,  l’Hermitage, le bambinaie, i lini bianchi e i tigli, fossero abbastanza e dovessero essere pagati in questo modo. Questa è la regalità e la devi avere nel sangue, nessuno può insegnarla. Oppresso dalla coscienza della mia borghesità, da tutti i calcoli e i conti che i miei antenati di certo hanno fatto, non trovo nessuna parola per fermarla, solo rotti balbettii, un contadino sconvolto in ginocchio davanti al trono dello zar.

Lei avanza e le vedo intorno svolazzare come tanti straccetti che in fondo hanno piccoli specchi, ciascuno con un’immagine, il parco d’estate, il filo di perle, l’abito bianco con la fascia rossa, la foto con le sorelle e Aleksej e sopra i genitori svettanti tristi,  il pianoforte e lei che cammina dritta con un libro sulla testa. Poi lei è come si ravvolgesse uno strascico e tutti gli straccetti svolazzanti e le immagini che portano si fondono in un unico lungo strascico d’ermellino

-Andiamo vi seguo- prende un sacchetto di plastica e si avvia. E così quel suo varcare la soglia di casa ristabilisce le distanze esatte tra noi, ripristina l’ordine antico, spinge di lato spie, poliziotti, psicologi e tutte le forme di controllo che America ed Europa hanno potuto immaginare, ribalta tutto e s’insedia signore. Ma davanti a chi? A due psicologi che si scambiano uno sguardo che è uno schiaffo, come a dire Vedi? E’ pazza davvero; davanti a poliziotti che si tirano su la cintura, indifferenti più delle patate disseminate nella stanza. Tutto sprecato, amica mia, non c’è più un mondo che possa accogliere questi comportamenti. Amen. La pistola del poliziotto nella pancia ferma la mia marcia al tuo seguito. 

La regalità è giudicata pazzia. Amen, amen. Anche io sono pazzo, ma siccome non sono nato re, non se ne accorgono, amen, amen.

Come? Devo dirti che sei bella, bella come Marilyn? Sì, lo sei, morbida Janine. Dolce Janine, mia Marilyn, come lei tutta artefatta, capelli, mani, occhi; il massimo artificio per la massima semplificazione; piacere agli uomini come vocazione e necessità. Lei invece è la massima complessità senza nessun artificio e non vuole piacere, no di certo…Dolce  Janine…non capisco più niente….

E poi vedo tutti gli dei cavalcare gli States da New York a San Francisco –Anubi dalla testa di sciacallo, Afrodite dal seno pesante semidistesa su una lettiga portata da colombe, la terribile Diana col suo corteo di cani ululanti, la dea madre della preistoria che grida nelle doglie di un parto senza fine, Odino che rotea l’ascia tra schizzi di sangue, Quezalcoatl che arranca ritorto, Horus in forma di falco e infiniti altri, fatti di tutto, di piume, scaglie e fuoco. E li segue con allegria una processione di re, tutti diretti verso la baia di San Francisco, il primo faraone, con la pelle d’oro, Napoleone con la testa coronata di colonne e cupole, Enrico VI sempre in cerca di qualcosa, Elisabetta I circondata da molti velieri, Montezuma col coltello conficcato nel suo petto, Luigi XVI che guarda in alto e dice parole che nessuno sente, Ottaviano Augusto sporco di sangue, Isabella d’Aragona seduta sulle navi di Colombo e li ho visti danzare e ridere, Napoleone bisbigliava con Odino, Venere cingeva per la vita Elisabetta I che si teneva tutta rigida e guardava fisso davanti a sé, Montezuma che inseguiva Anubi gridando a gran voce,  Ottaviano Augusto che spiegava lungamente qualcosa a Luigi XVI, e poi una danza di tutti con tutti, sopra gli States, sciamando tra schiamazzi e brindisi e infine arrivare alla costa orientale e tutti, tutti che entravano nel mare di San Francisco senza guardarsi, senza parlare, ognuno godendo dell’acqua e della fine che l’acqua conteneva, scendendo lentamente nella pace azzurra e fresca  delle onde all’ombra del Golden Gate.

-Accogliere è spegnere-

diceva una voce enorme alla fine del sogno e mi svegliava così. Col cuore in gola balzo dal letto dove Janine dorme e alla finestra buia guardo le strade. Sono vuote nel vento triste, uno strano contrasto col sogno tanto affollato. Assenza, mancanza che chiede spiegazione. C’è qualcosa che devo capire e non capisco nel vuoto davanti a me. Avevo sempre pensato che nel calderone americano tutto perdeva forma, tutto diventava soft, smussato e inoffensivo, pronto a essere usato per un drink, per una lezione al college, spiegato e docile. E questo era il sogno, divinità e re finiti a mollo nella baia di san Francisco e dimenticati; accolti e spenti.

 Ma nel sogno non c’era Anastasia. La fine ultima del vecchio mondo europeo non era nella massa che finiva allegramente nelle acque americane, nel calderone dove ogni cosa aveva una sua strana pace. E questo che significava? Che dovevo anche io gettare qualcosa nel calderone, entrare con mia moglie  nel corteo di re morti, scendere con lei nelle acque dove tutto si perde? Oppure che Anastasia mancava perché non era scritto che finisse? Forse lei non era accolta e quindi durava in qualche modo, in una qualche forma di salvezza?

Aiutami, prego, senza sapere chi stessi  pregando. In quella mancanza c’è qualcosa, qualcosa che devo ancora fare, o scoprire. Il massimo respingimento che è il manicomio, al quale Anastasia è stata condannata, significa che lei non finirà. In qualche modo non finirà.

Nessuna vistosa autorità regale, 2

Quando tornavo da Anastasia, era come avanzare a tentoni in una grotta scura senza sapere che cosa vi si trovava. Arrivavo e mi veniva addosso la penombra. E cercavo di figurarmela altrove, ma era impossibile vedere quella vecchietta in un cucinino di New York o Berlino, illuminato da un tristissimo neon; oppure in una villetta linda d’America, in una bella casa bianca di Parigi. Stranamente le patate, il buio, le si addicevano. La stranezza le si addiceva. Parlo al passato perché ora non è più così, ora non le si addice più niente, se non essere come tutti. Gli Stati Uniti d’America mi hanno tolto anche questo.

 Che c’entrano le patate? Janine te lo dirò. Mi ispiri. Tra un attimo te lo spiego. Anche Alena in qualche modo si vendeva e tu lo sai. No, non ti scostare la sottoveste, mi stendo solo per stanchezza e tenerezza, non voglio più niente. Solo ricordare e capire. Le patate, dicevamo. Erbacce e patate sono state la fine dell’amore con Alena.

  Una sera Alena mi ha chiesto perché il mio giardino fosse pieno di erbacce. Ne parlavano tutti, a suo dire. In quel momento esatto per me la storia è finita. Le sue parole come un coltello che tagliava. Neppure lei, con tutti i suoi viaggi, con la sua apertura mentale tanto sbandierata con vestiti e dichiarazioni di diritti umani, capiva. Continuava a volere il prato ben tagliato, l’ordine, la regolarità. Le tendine delle sue finestre erano candide e ricamate. Non c’era niente da fare, questo continente inghiotte tutto e tutti in una marea di cotone bianco e di detersivi. Sbianca l’anima e la rende innocua. Sterilizza, anestetizza.

  Le ho risposto che il prato a me piaceva così. Come accendere la luce. I viaggi, i capelli lunghi ondeggianti da squaw, l’aspetto hippy erano una menzogna, agli altri e a sé stessa, fatta per irretire, per conquistare. Non c’era nessuna ribellione in lei, nemmeno in quel suo concedersi facile all’amore, in quell’abbandono che fino a ieri mi era sembrato libertà. Una povera ragazza che fingeva di provare ciò che sapeva di dover provare. Che fingeva rivolta e novità quando in fondo al cuore desidera la Casa Americana. Janine sei meglio tu, con la tua Marylin eterna stampata nel cuore e nei capelli.Oppure non era menzogna. Forse c’era una connessione tra quella finta libertà e la vita comune. Senza re si cade, prima o poi, anche senza volerlo e senza accorgersene, nel desiderio di una vita pacifica enoiosa, nel matrimonio borghese, nel Prato ben tagliato, nell’ordine. Solo un re garantisce la libertà dal banale.

 E io posso essere re. Forse. Se mia moglie è davvero regina.

Poi, quando vedevo Alena nei corridoi del college, solo con uno sforzo mi tornavano in mente i nostri abbracci.

Le patate. Le erbacce nel prato. Com’è linda questa stanzetta, così linda che sa d’ospedale, il letto pulito, il comodino con l’abat-jour e forse la Bibbia nel cassetto.  E il calendario: oggi è il 13 Aprile 1983. Io e quella che credo Anastasia fuggiamo da due giorni.

 Non voglio nulla, sono solo troppo stanco, Janine. Perché fuggo?Le patate, le erbacce, la fuga, tre domande diverse, ma una sola risposta, che è il Prato Americano e che deve essere verde, fitto, ben tagliato.

 Iniziamo. Le patate sono importanti per lei, la rendono sicura del cibo. Le vuole ammucchiate  al piano terra, di sopra le stanze da letto sono immacolate. Forse le ricordano quando si è salvata con Ciakovsky, e viveva con lui in Romania a Baia a mare. Forse, cioè se è Anastasia. Insomma, le patate l’hanno salvata. Anche in Germania, quando attendeva la sentenza del Tribunale e viveva nella casupola dentro la ForestaNera, era circondata di patate. E di gatti, come qui. Casa mia è l’ultimo rifugio e lei vuole che abbia l’aspetto degli altri rifugi che ha vissuto. Non posso toglierle questo.

 Quale sentenza, mi chiedi. Quella del Tribunale tedesco che doveva decidere se era vero quanto lei diceva da anni, di essere Anastasia Romanova, figlia dello zar Nicola II, unica scampata all’eccidio di Ekaterinburg. Ah, ti ricordi qualcosa. Sì, è una storia che piace alle donne. Piace e non si vede il tragico. Il Tribunale è stato come Ponzio Pilato. Ha detto che non si poteva né affermare né negare che lei fosse Anastasia e non un’impostora, una certa Anna Anderson, contadina polacca.

Ti sembra strano che non si possa dire chi sia? Lo è, eppure è così, anche adesso per me, dopo tanti anni. Molti della corte dello zar l’hanno riconosciuta per Anastasia, anche la nonna. Di questi alcuni hanno ritrattato la dichiarazione in tribunale. Si diceva che chi l’aveva riconosciuta l’avesse talvolta fatto per il desiderio di tornare al tempo passato, a quando ancora c’erano i re, per sperare che ancora durasse qualcosa della loro vita antica, quando tutto per loro era ancora bello. Si diceva anche che lei fingesse di essere Anastasia per intascare l’eredità degli zar depositata nelle banche inglesi prima della Rivoluzione.

 Le prove c’erano per entrambe le ipotesi, almeno quel tanto che bastava per imbastire il processo. Un neo, una deformazione dell’alluce, cose di questo genere. Poi lei non ha voluto sottoporsi ai test decisivi, come quelli dei denti. Se è Anna Anderson, non ha voluto rischiare. Se è Anastasia, quando ha percepito che intorno a lei le cose cambiavano, che le banche pagavano i testimoni affinché ritrattassero, si è sottratta a un esame umiliante, con un gesto regale davvero. Altro doveva segnalare che lei era Anastasia. Che cosa? Il portamento, i capricci, il sacrificio, il disprezzo del vantaggio. Tutto quello che è la regalità. Ma perché ti dico queste cose?

  Lo so che capisci, ma è che noi stiamo fuggendo. L’ho rapita dal manicomio di Charlottesville. Ci cercano. Non mi tradirai? Può essere, in ogni caso ci prenderanno. Questione di poche ore. E’ già due giorni che fuggiamo. Lei ha più di ottant’anni, dove vuoi che vada. Sì, sono molto più giovane di lei. Lo dirai che siamo fuggiti, sì lo dirai. Chiamerai la polizia appena sarò uscito.

 Hai paura dei pazzi vero? Lei lo è secondo i medici. Non lo è, secondo me, e io sono l’unico che può giudicare. Oppure no, è pazza, ma ancora deve darmi qualcosa. Deve dimostrarmi che non ho perso la mia vita sposandola, deve darmi la prova che lei è Anastasia Romanova. Oppure deve dimostrarmi di non essere Anastasia, e rivelarmi quel che temo di essere, uno sciocco,ingenuo americano, uno di quelli che compravano il Colosseo durante la guerra.Solo tramite lei saprò chi sono stato e chi sono. Almeno questo me lo deve. Ma devo andarci piano con lei. Sapessi come è delicata, un uccellino disseccato, peserà quaranta chili, ed è piena di lividi e rughe. Farfuglia, certe volte,mormora cose strane. Però in altri momenti è lucidissima e terribile.

 Non è possibile che ancora non sappia chi sia? Oh, questaè una storia lunga davvero. Qualcuno di noi sa come si comporta una principessa? Come si riconosce, cosa fa, cosa dice? E sappiamo forse che cosa fa una contadina mitomane o delinquente che vuole sembrare principessa?

 Tutto è stato sempre doppio con lei. Dalla cugina Irina,che l’ospitava a New York, ha tirato le calze alla cameriera che aveva rifattola sua stanza senza raccoglierle. E’ un gesto da principessa? O da contadina che pensa a fare la principessa?

Ho avuto in certi momenti la certezza che fosse Anastasia. Folgorazioni brevi, e poi di nuovo il dubbio. Ad esempio, quando le ho fatto la mia richiesta di matrimonio,nell’appartamentino di New York che pagava Gleb. Stava là con una donna di mezza età, Missis Smith, pagata da Gleb anche lei.

Teneva lo sguardo severo fisso su me, vecchissima, con tutti i suoi sessantasette anni addosso.

-Vi ringrazio- con un cenno verso i tulipani che le avevo inviato la mattina– A cosa devo questo dono?-

In piedi, col cappello in mano ad alta voce ho pronunciato le fatidiche parole, preparate nelle strade odiose di New York,mille volte cambiate tra me e me

-Signora, vi chiedo di sposarmi- nessun titolo, né principessa, né granduchessa. Non sapevo chi lei fosse e forse la sposavo per questo. 

Dal suo vestito color prugna chiuso come un’armatura mi guarda e non parla. Non così, non così, mi dice una voce. Lo so, non così. Qui si infrangono definitivamente tutti i sogni di mia madre, ai piedi di questa vecchia che non parla, che ha gli occhi come spade. C’è rumore di vetri infranti, di grida lontane. Sembra offesa. Severa come una statua di Athena

-Sapete chi sono? Chi sposerete, Anna o Anastasia?-

-E voi, sapete chi siete? –

Lei si alza, fa un passo verso di me con gli occhi di fuoco fissi nei miei, e io ho quasi paura

-Sono Anastasia. Ed è questa certezza, questa sola, a spingervi verso di me-

 -Mi va bene anche Anna Anderson. Ma voi sì, sieteAnastasia-

Non lo penso, non ne sono sicuro, e questo traspare. Non so come, ma traspare.

 Lei ora trema. Un’ira regale, davvero. Era la bambinache eludeva sorelle maggiori e governanti per fuggire sugli alberi, che mordeva le cuginette? Devo riscattarmi -Sì. E vi sposo per avere la cittadinanza americana e fuggire quella terribile Germania dove non si può fare niente. Così a voi va bene?-

 -Sì. L’America vi piacerà, insieme a me. Non sonol’americano solito, sono un po’ europeo, molto europeo-

Fa un gesto con la mano come per dire che non capisco.

-L’Europa non esiste più-

-L’Europa siete voi, madame. Sposo un frammento di storia. In fondo sono uno storico-

Sorride per la prima volta

 -Avete avuto il coraggio di evitare le rose. Chiunquealtro, qui da voi, avrebbe inviato rose rosse-

-Ve l’ho detto, non sono interamente americano. Lo scoprirete vivendo con me-

 -Sarò il vostro museo? La cassa di manoscritti antichiper saziare il vostro bisogno di secoli?-

 -Sarete mia moglie e farete di me un granduca- non socome, per una volta sola, mi escono di bocca le parole giuste. Solo davanti a questa vecchia donna.

-Allora vi sposerò- fa lei.

Le prendo la mano destra e gliela bacio piano, poi l’abbraccio, ma come se fosse di porcellana. Fa odore di acqua di colonia buona ed è leggera leggera, come una farfalla. Mi sembra un po’ come una bambina da proteggere. Le dico piano

-Adesso dovete mangiare un po’ di carne-

Lei sorride, ha i denti un poco grigi, ma sono tutti, non ne manca uno. Mi spezza il cuore. Da allora ho il cuore spezzato.