Il pranzo dei morti, 2

Non lo amava, si ripeteva Cubitosa sotto il cielo tiepido di marzo. Aveva provato a cambiare e non ce l’aveva fatta. I vestiti sontuosi, gli ambienti eleganti li lasciava ad altri.

Non aveva voluto rinnovare neppure il giardino. Nata Ximenes, baronessa di Geraci e Giarratana, amava solo le piante dell’isola e lo sfondo del monte Pellegrino di Palermo.

-La dimora è vostra, Marchese- aveva detto al marito –e vi farete ciò che vorrete; ma il giardino è per me e non vi sarà cambiato nulla-

Quindi tra il palazzo e il bastione delle mura sul porto, aranci, carrubbi e fichi d’India, nulla di più: e più che nelle sale di gusto francese le piaceva stare là, sotto alberi che le ricordavano la sua vita libera in campagna, quando si infilava un abitino vecchio e correva verso mille avventure. Adesso la mattina era un incubo. Ore alla toletta, parrucche e cipria, e il busto che non si voleva chiudere. Ma rispetto a ciò che adesso incombeva sulla casa, alla morte del marchese per digiuno e accidia, tutti i contrasti con lui, e i suoi tradimenti e le infinite delusioni della vita, erano davvero nulla, un scherzo da bambini.

Quella mattina di tre settimane prima, quando la malattia del marchese era iniziata, aveva sentito come ogni giorno, lontano lontano, oltre i guardaroba e i brevi corridoi che separavano la sua stanza da quella del marchese, il ben noto, lieve tramestio che precedeva il risveglio del marito – il maggiordomo in capo addetto alla persona di Sua Eccellenza, Gerlando, che tanto somigliava al suo padrone da sembrane il gemello, per gli stessi lineamenti generosi; il maggiordomo in seconda Totò, svelto e arguto, e due cameriere; Un piccolo esercito a passo di marcia, che ogni giorno alle otto del mattino, attraversava il primo piano dell’ala sud della dimora; un altro, composto di due cameriere e due governanti avrebbe attraversato, un’ora dopo, lo stesso lato della dimora per svegliare la marchesa.

Un uscio che cigolava, un tramestio educato e ritmato di mocassini con fibbie dorate, di scarpine coi tacchi a rocchetto; Totò avrebbe aperto le tende e ravvivato il fuoco nel camino, Gerlando avrebbe servito il caffè e vestito il marchese e le due cameriere avrebbero eseguito gli ordini di Gerlando, e preso gli abiti e le scarpe, arieggiato le coltri e sorriso a Sua Eccellenza, che amava avere persone felici intorno a sé.

Ecco, si chiedeva adesso donna Cubitosa, c’era stato qualcosa di diverso quella mattina nel dormiveglia dolce che precedeva l’assalto dei quattro figli, le istruzioni da impartire, le visite da fare e ricevere? Un rumore sinistro, una malinconia aleggiante, la traccia di un incubo premonitore? No, niente, e scuoteva il capo desolata nell’aria tiepida. Tutto nel tramestio quotidiano e nelle sale era stato come sempre sereno e francese. Il pericolo –sortilegio, malattia o maledizione che fosse- era tutto oltre le cortine tirate del letto del marchese. Come ogni mattina Gerlando le avrà tirate dicendo

-La riverisco Eccellenza. Rendiamo grazie a Dio del nuovo giorno-

e il pericolo, il nucleo oscuro era stato svelato e si era propagato in tutto il palazzo, portando tenebre sulle tappezzerie francesi a uccellini e fiori, sul cielo turchino di Sicilia, sulle tinte pastello.

L’annuncio era giunto come un fendente di spada. Donna Cubitosa era seduta alla toletta e due cameriere la pettinavano

-Marchesa…Vostra Grazia….come dire…è successo che…- la guardarobiera Cettina, tratta da miseria grandissima, in virtù del suo bel faccino e della timidezza che le dava maniere fini, restò flessa nell’inchino

-Dite, cara, coraggio- lei amava le cameriere che il marito sceglieva come amanti, perché le risparmiavano la fatica coniugale che le aveva fatto fare ben quattro figli, dopo parti difficilissimi –Dite!-

-Il marchese, ebbene…-Cettina prese fiato e parlò in fretta, come se temesse d’arrestarsi – Sua Grazia dice di essere morto-

Ecco, l’unico rimprovero che adesso donna Cubitosa si muoveva, con dolore infinito, era il guizzo, il lampo brevissimo di gioia selvaggia; perché nella concitazione del momento aveva creduto che il marchese fosse morto e si era vista libera. Poi l’ombra era scesa. L’orrore della morte. Il desiderio che tutti vivessero per sempre.

-Come dite, cara?-

Cettina aveva ripetuto

Dice di essere morto…dunque è vivo?- la ragazza aveva annuito piangendo.

-E si crede morto?- di nuovo un sì con la testa.

-Cettina, voi lo conoscete bene, io e voi lo sappiamo, adesso ditemi: è malato? E’ impazzito?-

-Vostra Grazia…no!- gridò Cettina terrorizzata

-Accompagnatemi da lui- e aveva licenziato tutte le cameriere -Andate. Oggi resto in casa e non annunciatemi nessuno-

Ricordava adesso che l’odore di lavanda nel guardaroba non l’aveva consolata come faceva di solito in tutte le preoccupazioni che aveva avuto in vita sua; e che l’uscio di noce della camera del marchese era sembrato una bocca infernale, un nero capace di inghiottire ogni sole e felicità. Aveva fatto un bel respiro e l’aveva spalancato con tutta l’autorità che era stata capace di pensare.

Un incubo, messo come sulla scena di un orrido teatro, un palcoscenico da anime del Purgatorio. La luce era stranamente biancastra; stranamente le tende erano tirate, mentre il marito le voleva sempre aperte; nella penombra tutto, oggetti, trumeau veneziani e porcellane, sembrava in pianto. Gerlando e Totò erano in piedi a capo chino, svuotati come vestiti appesi; e solo con uno sforzo l’occhio coglieva, al centro del gran letto a baldacchino, la forma che dava origine alla tristezza tremenda del luogo: il corpo cioè del marchese, ma come risucchiato all’interno, senza più forza e muscoli, solo una larva pallida al centro di un nodo di lenzuola, che la fissava con occhi nerissimi e disperati. Lui che era sempre stato così vivo, così potente, che aveva riempito anche troppo le sale e le vite altrui con la sua presenza, era un punto grigio dal quale il grigio si diffondeva nella stanza e mangiava i bei colori pastello dello stile francese. Solo a fatica, in quel grumo di grigio, lei aveva ritrovato i bei lineamenti generosi, la bocca ampia, gli occhi grandi, che un giorno di tanti anni prima l’avevano spinta a sorridere al suo futuro marito. In un certo senso, era come assistere a un furto.

Cibo di guerra, 2

Il 4 Giugno del 1944, a Roma. La fame finiva, arrivavano gli americani. La strada dove abitava mamma, per qualche minuto fu una bilancia impossibile. In fondo, verso nord, sparivano le retrovie tedesche, stanche e impolverate; dal lato della via Appia arrivavano gli Americani in un suono lontano di marcetta allegra. Le finestre erano tutte serrate, il silenzio profondissimo. Nessuno in strada. Le persiane serrate, ma dietro ogni persiana decine di occhi febbricitanti per l’attesa.

Mamma era andata con una vicina a chiudere il portone e vi aveva trovato, accasciato dietro un’anta, un soldato tedesco, giovanissimo. Sfinito, ansimava appoggiato al fucile. Troppe bombe a mano negli stivaloni, sotto al sole di Giugno.

La vicina gli aveva portato un bicchiere d’acqua e mamma gli diceva, sostenendogli il capo per farlo bere

-Resta. Americani buoni. Tu prigioniero, cibo- già si sapeva che gli Alleati avevano un sacco di cose da mangiare.

il soldato scuoteva il capo

-Berlin. Casa. Mama-

E se ne era andato a testa china, a raggiungere gli altri tedeschi, verso Berlino in fiamme. Poi, di corsa a casa, a spiare dietro le imposte. Il nonno era ripiombato tetro sulla poltrona di cuoio e la nonna  gli faceva una specie di report

-Sono vestiti tutti uguali- gli ufficiali si distinguevano solo per le stellette.

-Hanno la pelle nera!-

-Sorridono! Che bei sorrisi!-

Il nonno quasi spariva nella poltrona, annichilito. Troppo nuovo, troppo nuovo tutto in una volta.

Le finestre si spalancarono, tirate dagli stessi soldati americani ed entrò, in un tripudio di dentoni candidi, facce nere, e stellette, una pioggia di barrette di cioccolato, confezioni di pane bianco, caramelle mille gusti.

-Non toccare! Non chinarti, non umiliarti! Ci comprano così!-  gridò il nonno balzato in piedi alla figlia.

E poi mamma raccontava di aver intercettato lo sguardo del padre sulle calze bianche che le scivolavano giù fino alle caviglie. Gambette magre di guerra, e quel desiderio di andare avanti che le brillava negli occhi, che era tutta lei. E lui era crollato di nuovo in poltrona, sconfitto davanti a quella fame. Mia mamma mangiava, finalmente.

Il cibo ritornava e nel cielo si allargava la bandiera a stelle e strisce, al ritmo del boogie.

Povere bestie

pikwizard-d5168b8d8288a603b28ebd7c1060acbd

Ogni tanto mi piace soffrire. Lo scelgo con consapevolezza e poi l’intera famiglia ne fa le spese.

Ad esempio, un paio d’anni fa ho letto comprare il libro di Foer, scrittore americano di origini ebraiche, sugli allevamenti di animali da macello negli Stati Uniti. Voi che leggete qui, se volete continuare a mangiare carne senza pensieri, non comprate questo libro. Immagino che la situazione degli allevamenti americani, a quanto descritto nel libro, sia molto peggio  che in Europa; ciò non toglie che situazioni piuttosto simili possano esserci anche da noi.

Il libro si è aggiunto in me allo stupore di vedere la straordinaria intelligenza del coniglietto regalato a uno dei miei figli. Non posso negarlo: uccidiamo creature senzienti. Forse i pesci meno, mi dico, spero. Risultato: in questa casa non si mangia più coniglio. E poca carne in generale.

Poca carne anche di maiale, animale che francamente odio, essendone stata inseguita in campagna da un esemplare quando ero bambina e, pur in bicicletta e molto veloce, non riuscivo a distanziarlo…il maiale non è tanto pacifico ed è anche notevolmente rapido per la stazza che ha. Ma un giorno ho visto come lo si uccide, ne ho udito il pianto simile a quello di un neonato, pianto che si alza molto prima che l’uomo mostri il coltello o apra il cancello.E non l’ho più dimenticato.

Una soluzione nel libro di Foer è prospettata…ma la racconterò in un prossimo post, il tempo a mia disposizione è finito.

Chi diavolo era la zia Teta?

-Chi diavolo era la zia Teta?-

Questa è la domanda ricorrente nelle nostre sere d’agosto quando ci incontriamo con tutti i cugini in Umbria.

Ricordiamo vagamente una donna anziana e alta, su per i monti di Costacciaro, sullo sfondo di una vecchia cascina traboccante di polli e granaglie; ma quali fossero i rapporti di parentela che la legavano ai miei genitori e ai miei innumerevoli zii, restano un mistero. Ma a casa nostra i rapporti con cugini anche di sesto e settimo grado erano un legame indissolubile, pari alla forza che tiene gli elettroni intorno al nucleo.

-Siamo parenti!- ci veniva tuonato dagli adulti –Ci sono legami di sangue!-

Gli adulti erano altissimi e queste parole suonavano come leggi divine. Per cui nessuno osava lamentarsi quando si andava a trovare la zia Teta. In fondo non ve ne era motivo. Superato il momento degli abbracci  e dei complimenti su come eravamo cresciuti, si arrivava alla merenda. Non ci sono parole per descrivere le torte salate e le dolci. Non si pensava nemmeno a giocare: si mangiava e basta. E quando arrivava la sera e i grilli cantavano, le lucciole splendevano sul grano di giugno, i campi esalavano l’odore di erba e fango, nessuno di quelli che eravamo bambini allora ha pensato a farsi dare e a scrivere le ricette di quelle torte. La realtà allora era eterna.

Adesso le vorrei quelle ricette, vorrei tornare a quei tempi con un sapore, come Proust con la madaleine, e non potrò mai più. E per questo scrivo adesso quelle superstiti, quelle delle altre grandi donne della mia famiglia, la mia nonna Anna, la zia Esterina, la nonna di Giuseppe, marito di mia cugina, e mia cugina Vittoria. Mie no, non ne ho. Non segreti culinari che non vengano da altre più grandi di me in tutti i sensi.