Il pranzo dei morti, 11

I tre gentiluomini con gioia repressa e di sottecchi guardarono il marchese mangiare l’arancino. Aveva iniziato a sbocconcellarlo; ma quando era giunto al ripieno, alla fusione di ragù, carne e spezie, i morsi si erano fatti più veloci, e quasi non masticava più, assorbendolo come una piantina riarsa l’acqua. Quando ebbe finito gli altri tirarono il fiato di nascosto. Totò iniziò a servire il maialino allo spiedo.

.Straordinario questo cibo dell’aldilà, davvero il compendio di quanto di meglio offra la terra…-sussurrò il marchese- sembra difficile che ne avremo di altrettanto buono e spirituale-

-Lasciate fare al nostro Buon Signore- replicò il d’Ingalbes –non c’è limite al suo amore-

-Vorrei restare con voi quando inizierà la punizione- e il marchese finì il vino nel calice che subito Totò riempì, secondo gli ordini ricevuti dalla marchesa: Il bicchiere sempre pieno, il piatto pure.

-Temo che non sarà possibile. Nessuno di noi quattro ha peccato allo stesso modo-

-Eppure lo vorrei proprio-

-Ecco vedete –esclamò il Lancia – forse il vostro peccato è di esser capriccioso –fate e disfate a vostro piacimento senza ascoltare leggi e ragione-

-E dunque? Che ne sarà di me, che punizione avrò?-

-Chissà- s’inserì il Ripasaltas –forse avrete da dimorare in qualche sorta di collegio, quelli in cui si mandano i figli disobbedienti. Che so, una disciplina molto rigida: sveglia alle sei, lavarsi con l’acqua fredda e, se non si rispettano le regole, in ginocchio sui ceci secchi! Stanze gelate, messe lunghissime all’alba…le solite cose-

-Oppure- intervenne il d’Ingalbes- un qualche lavoro fiaccante la volontà, come quello dei nostri segretari. Mettere in ordine carte e ricevute. Dire sempre di sì. Ordinare secondo un qualche criterio i libri-

Il marchese tentennava la testa e intanto infilzava il maialino, badando a raccogliere la crema alla carne che ne grondava. I tre amici si scambiarono sguardi esultanti.

-E voi, conte d’Ingalbes, che peccato avete? Per cosa sarete punito, e come, se mi consentite?- mormorò il marchese con lo sguardo nel piatto.

-Io?- annaspò il d’Ingalbes –Io? Ma credo…penso…-

-Orsù conte, lo sappiamo tutti quelli che siamo seduti a questa bella tavola. Avevate sempre molti desideri. Desideravate ciò che non potete avere e avete vissuto di sogni pazzi –

il Lancia pronunciò queste parole quasi supplicando. Aveva tante volte messo in guardia il d’Ingalbes dalle spese eccessive a cui si era abbandonato e tante volte era andato in suo soccorso con denari che non erano mai stati restituiti.

-Non si tratta di desideri, ma d…di obblighi. C’è un decoro, un onore da mantenere che…- quasi balbettava, la vergogna era insostenibile e tutti i commensali lo guardavano

-Allora forse sarà l’onore il vostro peccato. Non temete, noi abbiamo i nostri di peccati- lo aiutò il Ripasaltas conciliante.

Il d’Ingalbes sorrise con occhi pieni di lacrime e iniziò a descrivere il suo peggior incubo, che sarebbe poi stata la sua punizione, perché per tutti ciò che si teme maggiormente sarà ciò a cui si sarà condannati, in quanto ciascuno sa già in vita cosa si è meritato. E lui…lui sarebbe stato costretto a recarsi a una festa, Una di quelle belle feste dei padri, belle non tanto per il lusso, che pure era magnifico, ma per la conversazione che tintinnava gioiosa come cristalleria, e per le belle trovate delle toilettes delle dame, ognuna col suo proprio stile e col piacere di farne sfoggio. E sì, sarebbe andato, ma senza parrucca incipriata, e senza le belle marsine di seta confezionate dal suo sarto, senza camicia col jabot ricamato, bensì in brache e camicia di tela bigia e sporca, a piedi nudi, come uno dei suoi contadini: E tutti gli invitati avrebbero riso di lui, non in maniera evidente, questo no! Avrebbero sorriso, più che riso, accostando le teste per non farsi sentire, le dame dietro i ventagli –ma non sarebbe stato meno evidente e doloroso. Nei bei saloni dorati e affollati di dame e gentiluomini i molti specchi avrebbero riflesso e moltiplicato la sua umiliazione…Il marchese di Carabas trovò insopportabile la pietà che provava per l’amico. Smise di mangiare e provò a consolarlo

-E infine forse scoprirete, al termine della punizione, che si può vivere anche così, in brache a camicia bigia e a piedi scalzi; e sarete più ricco di prima, pur nella povertà più cupa. Credete conte, a me questa bella marsina che mia moglie mi forzò ad indossare per ricevervi pesa come se fosse un’armatura antica. E di gran lunga preferirei la povertà a certi pesi della ricchezza-

Si udì a questo punto un suono da una delle porte che conducevano verso il salone, un suono strano come una specie di singhiozzo o l’inizio di cinguettio; e subito Totò versò altro vino e battè il bastone per chiedere il pesce spada alla cannella.

Aveva singhiozzato donna Cubitosa, nascosta dietro l’uscio. Subito Gerlando le aveva passato un fazzoletto, dove soffocare il pianto: per carità di Dio, che il marchese non s’avvedesse d’essere spiato, e non capisse che era tutta un’impostura! Quindi le lacrime presero a scorrere copiose sul visetto della marchesa ed erano lacrime di gioia e gratitudine, perché tutti i suoi sogni più folli si stavano avverando, non solo di veder il marito mangiare come un cristiano e non come un uccellino ferito; ma anche di sapere qualcosa in più della sua anima, che sempre le era rimasta nascosta.

Gerlando le fece un cenno: il piatto del marchese col maialino tornava quasi intatto.

Ora c’è il pesce spada, Ora c’è il pesce spada, si ripetè in cuore la marchesa, sperando non so quale miracolo e protezione dal greco modo.

-Sapete?- disse il marchese a capo chino come se non ce la facesse a tenersi dritto – sono capriccioso ed è il mio più gran peccato, come avete ben detto. Ma ce ne è un altro collaterale, forse causa del capriccio. Il fatto è che quello che non mi piace per me è intollerabile. Non sopporto cose che non mi piacciano. Una tappezzeria, un accostamento sbagliato di colori, una comportamento volgare, uno sguardo sbagliato…mi fanno stare davvero male.-

Tutti tacevano: Totò versava il vino. E lui proseguì, con una vocetta tremante che non era la sua -Così la mia vita è stata sempre una fuga, una fuga da quel che non mi piaceva. Mi sono chiuso in bozzolo di cose belle e ho fuggito il resto…anche mia moglie, i miei figli, troppo rustici, troppo contadini. La marchesa poi…che strani gusti ha: non esita a frequentare persone di bassissimo rango. Donne e ciarlatane dell’angiporto, persino; o i contadini del suo feudo-

E donna Cubitosa ebbe una fitta al cuore, sotto il grosso seno, e sentì tutta per intero l’umiliazione di udire quelle parole in presenza di Gerlando, che serrava le mascelle –lei lo vedeva bene con la coda dell’occhio- e alzava il mento, come per resistere. Poi, soltanto poi, venne lo smarrimento: era giusto spiare simili confessioni? E come si poteva continuare avendole sentite?Tutto il futuro possibile con quella larva di marito andò in frantumi, come uno specchio colpito da una mazza. Tutto era finito e perduto. Si appoggiò alla parete e Gerlando la sostenne. Quindi senza far rumore la accompagnò nelle sue stanze.

Il Pranzo dei morti, 7

Una mattina stranamente grigio-rosa e molto fredda gli inviti erano stati recapitati, scritti su biglietti che recavano ad acquarello lo stemma dei Carabas, la torre con tre leoni intorno.

Il principe Lancia pianse leggendo il biglietto d’invito. Le voci che giravano in città e che davano il marchese in fin di vita erano dunque false. E la gioia gli faceva salire singhiozzi dal petto. Amava il marchese di Carabas, dai tempi di Parigi, durante il viaggio delle pazzie, come lo avevano chiamato tra loro; a quando tutto era ancora intatto, croccante come i panini della vecchia alla Kalsa, da mordere spezzando la crosta in allegria. Condividere la nostalgia, ragionava, unisce più che ogni altra cosa; e saperlo malato in agonia lo aveva spezzato dentro. Certo sarebbe andato e con gioia. Avrebbe stretto le mani dell’amico e domandato la causa di quelle strane dicerie; avrebbero riso insieme delle pettegole palermitane che riempivano la città di malignità nella passeggiata serale. La fine era ancora lontana…

Il conte d’Ingalbes, seduta nella terrazza della sua dimora nel quartiere di Seralcadio, quando lesse il biglietto inghiottì la saliva. I pranzi in casa del marchese erano famosi per bontà e abbondanza e lui non mangiava bene da tanto, oh, da così tanto! La sera doveva accontentarsi di tazze di latte in una sala da pranzo dove la carta da parati pendeva tristemente in lembi impolverati. Sì, sarebbe andato. Nelle belle sale dell’amico avrebbe messo in un canto l’invidia ed evitato con cura ogni confronto con la sua casa. Sorridente e generoso come un tempo, come a Parigi, quando tutto andava bene e c’erano i denari e ancora non era necessario trafficare con i pirati barbareschi per guadagnare quattro scudi.

Il barone di Ripasaltas si accigliò dopo la lettura dell’invito, si raddrizzò la parrucca scivolata sulla fronte e subito si ricompose.. Ultimamente non aveva molta voglia di passare nottate con i vecchi amici; era in partenza per Napoli dove il Re doveva insignirlo di un’onorificenza e dove c’era un giovane ufficiale con occhi meravigliosi. A Palermo ogni cosa e persona era ormai vecchia e passata di moda, orrendamente passata; a contatto con Napoli egli vedeva la sua città in altro modo. Tuttavia non poteva rifiutare, anzi era un modo per prendere congedo e salutare i vecchi amici con i quali aveva compiuto a Parigi follie delle quali adesso si vergognava. Strano però: l’invito era in contrasto con quanto aveva saputo a palazzo reale della follia che aveva colpito l’amico di un tempo. Andare avrebbe avuto il vantaggio di prendere notizie direttamente e poter sussurrare le novità intorno a quella faccenda a chi poteva favorirlo presso il Re.

Tra nostalgia, avidità e superbia, tutti e tre gli amici furono uniti da una sorpresa: alla fine del biglietto d’invito c’era una postilla sottolineata, nella quale si raccomandava di conferire con la marchesa prima del pranzo. Con la marchesa! Con quella piccola, grassa donna bruna che meglio avrebbe figurato al mercato, tanto era rozza nei modi, cresciuta com’era stata in quel feudo sperduto di Giarratana! Il cui unico pregio erano i soldi; quella moglie per la quale non finivano di compatire il loro amico! Perplessi posarono il biglietto e guardarono a lungo fuori dalle finestre quella loro Palermo sempre in lotta per la vita. Un mistero crescente e sorridente strisciava fino ai davanzali e li rendeva impazienti.

Ed era stato così che la mattina del 30 marzo molto presto, due grandi pesce spada, tutti ritorti e con l’occhio sbarrato, dalla feluca di casa erano stati issati con funi su per le mura dove era edificato il palazzo Carabas, insieme a molte enormi balate di ghiaccio; e che grandi sacchi di zucchero e riso, ceste di carne freschissima avevano ingombrato il cortile della cucina; mentre lassù, nell’appartamento del marchese il grigio si addensava in un vortice e lui si spegneva, sempre più inconsistente e vuoto di organi e pensieri, pieno solo di sogni malsani e malinconie.

Resisti! Resiti un giorno ancora, caro, sciocco, affascinante marchese!

E intanto dal porto montavano i racconti sulla cattura dei due pesci: erano maschio e femmina; quando la femmina era stata arpionata, il maschio si era lanciato contro la feluca, ma con una tale furia, con un tale desiderio di liberare la compagna, che il lanciatore s’era commosso e non aveva lanciato subito il secondo arpione e solo il richiamo dei rematori l’aveva scosso e costretto a lanciare; che la cattura del maschio era durata ore, trattandosi di un maschio enorme e fortissimo; e che all’improvviso, quasi avesse udito un comando, il maschio si era fatto prendere, cessando ogni lotta e offrendo il dorso al lanciatore; e per ultimo, che la feluca che doveva recarli a Palermo aveva avuto un tal favore prodigioso di venti che in poche ore era sotto il palazzo, di certo per volontà di santa Rosalia.

Donna Cubitosa udendo in lontananza tali racconti pregava, ma non disse a nessuno questi pensieri di preghiera; e vedeva, come se fosse stata là sulla torretta della feluca, lo sfolgorio argenteo dei pesci nell’acqua blu piena di gorghi, la femmina gonfia e il maschio che la seguiva veloce, il guizzo di essi nell’acqua, come di mare la sera dentro il mare blu del mattino, il guizzo così elegante e morbido che desiderò essere pesce, non avendo mai visto una simile fusione tra un elemento naturale e la creatura, un così perfetto, felice adattamento; e quindi l’arpione doppio, la fuga, l’occhio disperato del maschio accanto alla compagna.

Pregava; forse questo era un segno che il banchetto doveva farsi, e con quel menù; e non disse ad alcuno che, mentre dalla terrazza vedeva issare i due pesci spada, uno di essi aveva fissato il suo occhio di vetro nel suo e torcendosi in un guizzo (o erano le funi umide che scivolavano sul corpo lucente?) aveva cantato con una voce strana e metallica

In greco cantami

Se vuoi incantarmi

In greco cuocimi

Se vuoi usarmi

Davvero quelle parole le erano state dette, in quell’attimo che aveva la profondità di un abisso e il calore del sole ardente? O non era piuttosto la sua mente vacillante per la preoccupazione che le aveva generate e attribuite al pesce?

Nel dubbio decise di fare come se fossero state vere, in fondo non rischiava nulla. Dentro montava un ricordo come una luce, il racconto di una serva a Giarratana, quando la sera si sedeva sulle scale sotto le stelle, lei, la marchesina, la governante e il personale di casa, padroni e servi tutti insieme. Questa, Immuzza di nome, era di Messina, finita a Giarratana per matrimonio. E una volta aveva raccontato come si pescava il pesce spada nello Stretto.

I pescatori pescavano il pesce spada, detto anche pesce cavaliere, cantando una nenia greca antichissima, di cui nessuno sapeva più il significato. Dall’alto delle torri montate sulle barche il lenzatore distingueva nei flutti ritorti dello stretto di Messina il guizzo del pesce e lanciava il richiamo; i fiocinatori iniziavano la cantilena che risuonava cupa e vogliosa sopra l’acqua, alzandosi di tono e aumentando in velocità man mano che l’imbarcazione veloce si avvicinava al pesce e lo arpionava, seguendolo poi fino a che, sfinito, non rallentava e si lasciava prendere.

Gli si cantava in greco per prenderlo, dunque; ma cucinarlo in modo greco, lei non sapeva che volesse dire. E c’era un solo modo per saperlo, un modo che nessuno doveva sapere. Un modo che sarebbe giunto dal basso, come dal basso era giunto il ricordo della nenia greca, come in basso erano la terra e la cucina, e tutto ciò che vi era di buono e amorevole.

Il pranzo dei morti, 2

Non lo amava, si ripeteva Cubitosa sotto il cielo tiepido di marzo. Aveva provato a cambiare e non ce l’aveva fatta. I vestiti sontuosi, gli ambienti eleganti li lasciava ad altri.

Non aveva voluto rinnovare neppure il giardino. Nata Ximenes, baronessa di Geraci e Giarratana, amava solo le piante dell’isola e lo sfondo del monte Pellegrino di Palermo.

-La dimora è vostra, Marchese- aveva detto al marito –e vi farete ciò che vorrete; ma il giardino è per me e non vi sarà cambiato nulla-

Quindi tra il palazzo e il bastione delle mura sul porto, aranci, carrubbi e fichi d’India, nulla di più: e più che nelle sale di gusto francese le piaceva stare là, sotto alberi che le ricordavano la sua vita libera in campagna, quando si infilava un abitino vecchio e correva verso mille avventure. Adesso la mattina era un incubo. Ore alla toletta, parrucche e cipria, e il busto che non si voleva chiudere. Ma rispetto a ciò che adesso incombeva sulla casa, alla morte del marchese per digiuno e accidia, tutti i contrasti con lui, e i suoi tradimenti e le infinite delusioni della vita, erano davvero nulla, un scherzo da bambini.

Quella mattina di tre settimane prima, quando la malattia del marchese era iniziata, aveva sentito come ogni giorno, lontano lontano, oltre i guardaroba e i brevi corridoi che separavano la sua stanza da quella del marchese, il ben noto, lieve tramestio che precedeva il risveglio del marito – il maggiordomo in capo addetto alla persona di Sua Eccellenza, Gerlando, che tanto somigliava al suo padrone da sembrane il gemello, per gli stessi lineamenti generosi; il maggiordomo in seconda Totò, svelto e arguto, e due cameriere; Un piccolo esercito a passo di marcia, che ogni giorno alle otto del mattino, attraversava il primo piano dell’ala sud della dimora; un altro, composto di due cameriere e due governanti avrebbe attraversato, un’ora dopo, lo stesso lato della dimora per svegliare la marchesa.

Un uscio che cigolava, un tramestio educato e ritmato di mocassini con fibbie dorate, di scarpine coi tacchi a rocchetto; Totò avrebbe aperto le tende e ravvivato il fuoco nel camino, Gerlando avrebbe servito il caffè e vestito il marchese e le due cameriere avrebbero eseguito gli ordini di Gerlando, e preso gli abiti e le scarpe, arieggiato le coltri e sorriso a Sua Eccellenza, che amava avere persone felici intorno a sé.

Ecco, si chiedeva adesso donna Cubitosa, c’era stato qualcosa di diverso quella mattina nel dormiveglia dolce che precedeva l’assalto dei quattro figli, le istruzioni da impartire, le visite da fare e ricevere? Un rumore sinistro, una malinconia aleggiante, la traccia di un incubo premonitore? No, niente, e scuoteva il capo desolata nell’aria tiepida. Tutto nel tramestio quotidiano e nelle sale era stato come sempre sereno e francese. Il pericolo –sortilegio, malattia o maledizione che fosse- era tutto oltre le cortine tirate del letto del marchese. Come ogni mattina Gerlando le avrà tirate dicendo

-La riverisco Eccellenza. Rendiamo grazie a Dio del nuovo giorno-

e il pericolo, il nucleo oscuro era stato svelato e si era propagato in tutto il palazzo, portando tenebre sulle tappezzerie francesi a uccellini e fiori, sul cielo turchino di Sicilia, sulle tinte pastello.

L’annuncio era giunto come un fendente di spada. Donna Cubitosa era seduta alla toletta e due cameriere la pettinavano

-Marchesa…Vostra Grazia….come dire…è successo che…- la guardarobiera Cettina, tratta da miseria grandissima, in virtù del suo bel faccino e della timidezza che le dava maniere fini, restò flessa nell’inchino

-Dite, cara, coraggio- lei amava le cameriere che il marito sceglieva come amanti, perché le risparmiavano la fatica coniugale che le aveva fatto fare ben quattro figli, dopo parti difficilissimi –Dite!-

-Il marchese, ebbene…-Cettina prese fiato e parlò in fretta, come se temesse d’arrestarsi – Sua Grazia dice di essere morto-

Ecco, l’unico rimprovero che adesso donna Cubitosa si muoveva, con dolore infinito, era il guizzo, il lampo brevissimo di gioia selvaggia; perché nella concitazione del momento aveva creduto che il marchese fosse morto e si era vista libera. Poi l’ombra era scesa. L’orrore della morte. Il desiderio che tutti vivessero per sempre.

-Come dite, cara?-

Cettina aveva ripetuto

Dice di essere morto…dunque è vivo?- la ragazza aveva annuito piangendo.

-E si crede morto?- di nuovo un sì con la testa.

-Cettina, voi lo conoscete bene, io e voi lo sappiamo, adesso ditemi: è malato? E’ impazzito?-

-Vostra Grazia…no!- gridò Cettina terrorizzata

-Accompagnatemi da lui- e aveva licenziato tutte le cameriere -Andate. Oggi resto in casa e non annunciatemi nessuno-

Ricordava adesso che l’odore di lavanda nel guardaroba non l’aveva consolata come faceva di solito in tutte le preoccupazioni che aveva avuto in vita sua; e che l’uscio di noce della camera del marchese era sembrato una bocca infernale, un nero capace di inghiottire ogni sole e felicità. Aveva fatto un bel respiro e l’aveva spalancato con tutta l’autorità che era stata capace di pensare.

Un incubo, messo come sulla scena di un orrido teatro, un palcoscenico da anime del Purgatorio. La luce era stranamente biancastra; stranamente le tende erano tirate, mentre il marito le voleva sempre aperte; nella penombra tutto, oggetti, trumeau veneziani e porcellane, sembrava in pianto. Gerlando e Totò erano in piedi a capo chino, svuotati come vestiti appesi; e solo con uno sforzo l’occhio coglieva, al centro del gran letto a baldacchino, la forma che dava origine alla tristezza tremenda del luogo: il corpo cioè del marchese, ma come risucchiato all’interno, senza più forza e muscoli, solo una larva pallida al centro di un nodo di lenzuola, che la fissava con occhi nerissimi e disperati. Lui che era sempre stato così vivo, così potente, che aveva riempito anche troppo le sale e le vite altrui con la sua presenza, era un punto grigio dal quale il grigio si diffondeva nella stanza e mangiava i bei colori pastello dello stile francese. Solo a fatica, in quel grumo di grigio, lei aveva ritrovato i bei lineamenti generosi, la bocca ampia, gli occhi grandi, che un giorno di tanti anni prima l’avevano spinta a sorridere al suo futuro marito. In un certo senso, era come assistere a un furto.

Cibo di guerra, 2

Il 4 Giugno del 1944, a Roma. La fame finiva, arrivavano gli americani. La strada dove abitava mamma, per qualche minuto fu una bilancia impossibile. In fondo, verso nord, sparivano le retrovie tedesche, stanche e impolverate; dal lato della via Appia arrivavano gli Americani in un suono lontano di marcetta allegra. Le finestre erano tutte serrate, il silenzio profondissimo. Nessuno in strada. Le persiane serrate, ma dietro ogni persiana decine di occhi febbricitanti per l’attesa.

Mamma era andata con una vicina a chiudere il portone e vi aveva trovato, accasciato dietro un’anta, un soldato tedesco, giovanissimo. Sfinito, ansimava appoggiato al fucile. Troppe bombe a mano negli stivaloni, sotto al sole di Giugno.

La vicina gli aveva portato un bicchiere d’acqua e mamma gli diceva, sostenendogli il capo per farlo bere

-Resta. Americani buoni. Tu prigioniero, cibo- già si sapeva che gli Alleati avevano un sacco di cose da mangiare.

il soldato scuoteva il capo

-Berlin. Casa. Mama-

E se ne era andato a testa china, a raggiungere gli altri tedeschi, verso Berlino in fiamme. Poi, di corsa a casa, a spiare dietro le imposte. Il nonno era ripiombato tetro sulla poltrona di cuoio e la nonna  gli faceva una specie di report

-Sono vestiti tutti uguali- gli ufficiali si distinguevano solo per le stellette.

-Hanno la pelle nera!-

-Sorridono! Che bei sorrisi!-

Il nonno quasi spariva nella poltrona, annichilito. Troppo nuovo, troppo nuovo tutto in una volta.

Le finestre si spalancarono, tirate dagli stessi soldati americani ed entrò, in un tripudio di dentoni candidi, facce nere, e stellette, una pioggia di barrette di cioccolato, confezioni di pane bianco, caramelle mille gusti.

-Non toccare! Non chinarti, non umiliarti! Ci comprano così!-  gridò il nonno balzato in piedi alla figlia.

E poi mamma raccontava di aver intercettato lo sguardo del padre sulle calze bianche che le scivolavano giù fino alle caviglie. Gambette magre di guerra, e quel desiderio di andare avanti che le brillava negli occhi, che era tutta lei. E lui era crollato di nuovo in poltrona, sconfitto davanti a quella fame. Mia mamma mangiava, finalmente.

Il cibo ritornava e nel cielo si allargava la bandiera a stelle e strisce, al ritmo del boogie.

Povere bestie

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Ogni tanto mi piace soffrire. Lo scelgo con consapevolezza e poi l’intera famiglia ne fa le spese.

Ad esempio, un paio d’anni fa ho letto comprare il libro di Foer, scrittore americano di origini ebraiche, sugli allevamenti di animali da macello negli Stati Uniti. Voi che leggete qui, se volete continuare a mangiare carne senza pensieri, non comprate questo libro. Immagino che la situazione degli allevamenti americani, a quanto descritto nel libro, sia molto peggio  che in Europa; ciò non toglie che situazioni piuttosto simili possano esserci anche da noi.

Il libro si è aggiunto in me allo stupore di vedere la straordinaria intelligenza del coniglietto regalato a uno dei miei figli. Non posso negarlo: uccidiamo creature senzienti. Forse i pesci meno, mi dico, spero. Risultato: in questa casa non si mangia più coniglio. E poca carne in generale.

Poca carne anche di maiale, animale che francamente odio, essendone stata inseguita in campagna da un esemplare quando ero bambina e, pur in bicicletta e molto veloce, non riuscivo a distanziarlo…il maiale non è tanto pacifico ed è anche notevolmente rapido per la stazza che ha. Ma un giorno ho visto come lo si uccide, ne ho udito il pianto simile a quello di un neonato, pianto che si alza molto prima che l’uomo mostri il coltello o apra il cancello.E non l’ho più dimenticato.

Una soluzione nel libro di Foer è prospettata…ma la racconterò in un prossimo post, il tempo a mia disposizione è finito.

Chi diavolo era la zia Teta?

-Chi diavolo era la zia Teta?-

Questa è la domanda ricorrente nelle nostre sere d’agosto quando ci incontriamo con tutti i cugini in Umbria.

Ricordiamo vagamente una donna anziana e alta, su per i monti di Costacciaro, sullo sfondo di una vecchia cascina traboccante di polli e granaglie; ma quali fossero i rapporti di parentela che la legavano ai miei genitori e ai miei innumerevoli zii, restano un mistero. Ma a casa nostra i rapporti con cugini anche di sesto e settimo grado erano un legame indissolubile, pari alla forza che tiene gli elettroni intorno al nucleo.

-Siamo parenti!- ci veniva tuonato dagli adulti –Ci sono legami di sangue!-

Gli adulti erano altissimi e queste parole suonavano come leggi divine. Per cui nessuno osava lamentarsi quando si andava a trovare la zia Teta. In fondo non ve ne era motivo. Superato il momento degli abbracci  e dei complimenti su come eravamo cresciuti, si arrivava alla merenda. Non ci sono parole per descrivere le torte salate e le dolci. Non si pensava nemmeno a giocare: si mangiava e basta. E quando arrivava la sera e i grilli cantavano, le lucciole splendevano sul grano di giugno, i campi esalavano l’odore di erba e fango, nessuno di quelli che eravamo bambini allora ha pensato a farsi dare e a scrivere le ricette di quelle torte. La realtà allora era eterna.

Adesso le vorrei quelle ricette, vorrei tornare a quei tempi con un sapore, come Proust con la madaleine, e non potrò mai più. E per questo scrivo adesso quelle superstiti, quelle delle altre grandi donne della mia famiglia, la mia nonna Anna, la zia Esterina, la nonna di Giuseppe, marito di mia cugina, e mia cugina Vittoria. Mie no, non ne ho. Non segreti culinari che non vengano da altre più grandi di me in tutti i sensi.