Irlanda 2018, 3

La storia come punti di vista, cioè come sempre.

La nostra guida sul pullman traccia una storia d’Irlanda e arriva ai Romani: il Superpopolo, conquiste, terme, strade eccetera eccetera. Quindi arriva alla domanda cruciale: perché i Romani non hanno conquistato l’Irlanda ? Due interpretazioni.

Versione irlandese: gli esploratori di Cesare, venuti in Irlanda, chiesero di incontrare i Re delle Highlands e, vedutili circondati dai loro guerrieri, consigliarono al loro generale di non affrontare simili eroi. I Romani cioè ebbero paura.

Versione italica: gli esploratori di Cesare, venuti in Irlanda, videro terra e abitanti e consigliarono al loro generale di non sprecare vite di soldati per un paese dove niente se non erba cresceva, troppo freddo per una vita civile.

Qual è la verità, nessuno lo sa, ma io inclino per la seconda versione.

Cibo di guerra, 3 (Bombardamento di San Lorenzo, Roma 19 Luglio 1943)

 

260px-Bombardamento_di_RomaRoma, 19 Luglio 1943. Mi madre che abitava sull’Esquilino vicino la stazione Termini, aveva 14 anni e molta fame.

Verso le 11 di mattina era andata a Piazza Vittorio a fare la spesa, con la sporta a rete come quelle che si usavano allora, e ogni tanto tornano di moda come borse. Tutti pensavano che Roma non sarebbe stata mai bombardata, per il Papa e per il Colosseo. Nessuna paura in giro, quella era un cosa che riguardava Napoli. Roma era al sicuro.

E poi sopra le bancarelle le fortezze volanti, a gruppi di tre, a ondate continue. Cercavano la caserma di Castro Pretorio e colpivano il Verano; cercavano la stazione Termini e colpivano San Lorenzo. (Mussolini era a colloquio con Hitler. Gli riferirono del bombardamento di Roma e lui prese a tergersi il sudore dalla fronte col fazzoletto. Sapeva già che finiva tutto. Roma era tutto).

Mia madre non mangiava da un anno. Tra il fumo,  i sibili delle bombe vicinissime, e le urla, vide luccicare su una bancarella delle pesche, rosse e gialle, mature, sugose. Tutto sparì intorno, restavano solo le pesche. E si slanciò a rubarle, tra le grida della gente che scappava

-Ragazzina, và al rifugio!

-Vai a casa, corre!-

Lei non le sentiva, sentiva solo il sugo delle pesche, e di tutta la frutta, di tutta la verdura che non aveva mangiato da un anno. Riempì la sporta e a casa ebbe tante scrollate e urla dai miei nonni disperati, che la davano per morta sotto le bombe.

Poi, dopo la sfuriata, un vociare lontano, come di mare in tempesta. Una corsa in strada e in fondo a via Togliatti la massa di gente, coi materassi sulla testa e i ragazzini in braccio, che prendeva d’assalto i treni (tanto la stazione non era stata colpita). Poi un silenzio improvviso che si propagava e qualche voce appena, reverente, stupita: è Il Papa; è Sua Santità; è uscito dar Vaticano. Il Papa nella foto che tutti conoscete, che benediceva gli sfollati di San Lorenzo e il silenzio arrivava lontanissimo, fino a Termini; e le sue braccia aperte ricreavano il cupolone sopra chi aveva perso tutto.

Cibo di guerra, 2

Il 4 Giugno del 1944, a Roma. La fame finiva, arrivavano gli americani. La strada dove abitava mamma, per qualche minuto fu una bilancia impossibile. In fondo, verso nord, sparivano le retrovie tedesche, stanche e impolverate; dal lato della via Appia arrivavano gli Americani in un suono lontano di marcetta allegra. Le finestre erano tutte serrate, il silenzio profondissimo. Nessuno in strada. Le persiane serrate, ma dietro ogni persiana decine di occhi febbricitanti per l’attesa.

Mamma era andata con una vicina a chiudere il portone e vi aveva trovato, accasciato dietro un’anta, un soldato tedesco, giovanissimo. Sfinito, ansimava appoggiato al fucile. Troppe bombe a mano negli stivaloni, sotto al sole di Giugno.

La vicina gli aveva portato un bicchiere d’acqua e mamma gli diceva, sostenendogli il capo per farlo bere

-Resta. Americani buoni. Tu prigioniero, cibo- già si sapeva che gli Alleati avevano un sacco di cose da mangiare.

il soldato scuoteva il capo

-Berlin. Casa. Mama-

E se ne era andato a testa china, a raggiungere gli altri tedeschi, verso Berlino in fiamme. Poi, di corsa a casa, a spiare dietro le imposte. Il nonno era ripiombato tetro sulla poltrona di cuoio e la nonna  gli faceva una specie di report

-Sono vestiti tutti uguali- gli ufficiali si distinguevano solo per le stellette.

-Hanno la pelle nera!-

-Sorridono! Che bei sorrisi!-

Il nonno quasi spariva nella poltrona, annichilito. Troppo nuovo, troppo nuovo tutto in una volta.

Le finestre si spalancarono, tirate dagli stessi soldati americani ed entrò, in un tripudio di dentoni candidi, facce nere, e stellette, una pioggia di barrette di cioccolato, confezioni di pane bianco, caramelle mille gusti.

-Non toccare! Non chinarti, non umiliarti! Ci comprano così!-  gridò il nonno balzato in piedi alla figlia.

E poi mamma raccontava di aver intercettato lo sguardo del padre sulle calze bianche che le scivolavano giù fino alle caviglie. Gambette magre di guerra, e quel desiderio di andare avanti che le brillava negli occhi, che era tutta lei. E lui era crollato di nuovo in poltrona, sconfitto davanti a quella fame. Mia mamma mangiava, finalmente.

Il cibo ritornava e nel cielo si allargava la bandiera a stelle e strisce, al ritmo del boogie.