Storie di ragazzini

Sarà un caso, ma negli ultimi mesi mi sono imbattuta spesso in serie televisive o romanzi che hanno per protagonisti ragazzi o ragazzini. Imperversano ovunque e con caratteristiche simili. Le due serie di Tredici, Verderame di Mari, Abbiamo sempre vissuto nel castello della Jackson, Album di famiglia della Dorrestein.

Bene, questi ragazzini o sono dei geni che a tredici sanno e capiscono tutto, tanto da far supporre che l’anno dopo avranno il Nobel, o sono creaturine circondate da adulti inesistenti, o malvagi, o indifferenti, talvolta pazzi assassini, o sono assassini essi stessi. Mi chiedo se dietro non ci sia un gigantesco complesso di colpa sociale nei confronti delle nuove generazioni, che evidentemente sentiamo di amare male. Oppure un timore neppure tanto vago nei confronti di intelligenze e sensibilità che talvolta intuiamo, anche se non vogliamo riconoscerlo, molto più profonde di quanto vorremmo.

Generazione Ikea

La definizione l’avevo pensata in modo autonomo, credo, ma esisteva già in rete, in rete esiste più o meno già tutto. Aggiungerei solo qualcosa a quanto si può leggere già, perchè è la generazione dei miei Figli, quelli che non sanno la differenza tra ceramica e porcellana, quelli che ti dicono Sono vestito pesante! e con la mano gelata additano la felpina di cotone misto elastam, ignorando la funzione della lana. Sono gli stessi che ignorano, né vogliono imparare, le essenze del legno e come riconoscerle dal colore e dalle venature, che cosa siano stoffe meravigliose come il damasco, il broccato, il lampasso. A loro vanno benissimo le produzioni industriali in atto, e se le cose non durano ancor meglio, perchè se ne comprano nuove. Solo un lungo lavoro da parte mia, condito di aneddoti familiari, ha impedito che i Figli siano allineati con questa tendenza, che comunque ogni tanto li seduce, come le sirene di Ulisse.

E mi chiedo se in realtà sia giusto avere nostalgia di questi stili diciamo pure Ancien Regime, se non sia meglio lasciare i ragazzi all’usa e getta dell’Ikea. In fondo erano materiali costosissimi, elitari, fin troppo raffinati, forse. E la generazione Ikea è già pronta a cambiare città ogni due anni, inseguendo il lavoro chissà dove -impensabile trascinarsi i mobili dei bisnonni per tre continenti-, senza libri e quadri, avendo addosso, in un cellulare, tutto ciò che amano, testi, immagini e posta.

Ma un poco di dolore rimane. Perchè, anche se lampassi e intarsi erano per pochi, almeno da qualche parte esistevano. Adesso è come prendere congedo definitivamente da un’abilità, una tecnica, un’arte altissime. Un dire addio allo studiolo del Duca d’Urbino, alle splendide sete delle dame di Teodora nel mosaico di Ravenna. Nessuno li vuole più.

Ragazzini

Ragazzini poveri di periferia, che vorrei fossero ricordati da qualcun altro oltre me, poiché la vita già al principio gli ha già tolto tanto.

Uno di un paio di decenni fa, un alunno di mia madre quando mia madre insegnava in quartiere terribile. Aveva sei sorelle più grandi e andava a scuola con i loro vestiti smessi, perché a casa erano poverissimi, e i compagni lo prendevano in giro -camicette a fiori o con le ruches, cose del genere. Mia madre di nascosto gli portò qualche maglietta e felpe dei miei fratelli e il giorno dopo lui a scuola aveva finalmente gli abiti giusti e si pavoneggiava a torace gonfio, un vero leoncino, davanti ai compagni ammutoliti. Iniziò pure a studiare un po’.

Un altro visto una mattina su un furgoncino aperto, di quelli che usa chi fruga nella spazzatura. Era seduto su un mucchio di ferraglia e teneva alto davanti a sé, come un trofeo, un vecchio veliero della Playmobil, di certo trovato in cassonetto. Lo scafo era scolorito e ammaccato, ma lui non lo vedeva, il suo visetto era estasiato.

E infine quello che ricordo con più tristezza, un alunno di quando, per un anno, ho insegnato in una scuola di periferia. Una scuola carina, in un quartiere abbastanza tranquillo anche se povero. A novembre i carabinieri portano  un diciassettenne che non aveva terminato l’obbligo scolastico e ovviamente finisce nella mia prima. Diciassette anni di chissà che vita in mezzo ad agnellini di tredici. Era diventato la star della classe, disturbava continuamente, di studiare nemmeno a parlarne, niente libri, quaderni, penne; godeva inoltre di una salute di ferro, mai un raffreddore, un’influenzetta che lo tenesse a riguardo un paio di giorni, tanto per far prendere fiato a me a ai colleghi.

Poi una mattina chiedo al suo compagno di banco di leggere un passo del testo. Il diciassettenne sbianca in viso, si fa piccolo piccolo e sta buono per tutta l’ora. Quando la lezione finisce, si alza dal banco, mi gira intorno, poi mi tira la manica e con una vocina pietosa sussurra –A mia non mi chiedesse mai di leggiri. Nun saccio leggiri, m’affruntu- (trad. Non mi chieda mai di leggere, non lo so fare e mi vergogno). E in attimo ho visto quanta, quanta gente doveva essersi disinteressata di lui, per anni e anni; e cosa lo aspettava; l’ho preso da parte, i compagni sullo sfondo con gli occhietti curiosi -Tu devi imparare a leggere, devi, hai capito? da oggi. Aspetterò che tu impari- Risoluta a promuoverlo. Tre giorni dopo è sparito e non lo abbiamo visto più.

E ogni tanto mi chiedo se mai saprò qualcosa di questi ragazzini, che fine abbiano fatto, quali stradoni di periferia li abbiano inghiottiti, o se la vita in qualche misterioso modo sia stata poi pietosa con loro.

 

Piccoli consigli

che vorrei dire a tutti ragazzi che fra poco faranno gli esami di Stato e usciranno da scuola; giusto quelle quattro cosette che la vita mi ha insegnato a mazzate e che vorrei fossero utili ad altri; non ordini, per carità, nè prescrizioni, solo il desiderio di vederli sbagliare meno degli adulti, loro che sono già meglio di come eravamo noi.

-non fare il bagno dopo aver mangiato o aver bevuto bibite fredde

-se non capite qualcosa, a meno che non si tratti di principi di analisi matematica o dell’espansione dell’universo, vuol dire che NON vogliono farvela capire

-se qualcuno vi mette a fretta, ad andare, a decidere, a firmare o ad aderire, voi fermatevi un attimo

-fate ogni giorno qualcosa che non si possa misurare

-quando la vita vi metterà con le spalle al muro, e questo purtroppo accadrà, perché è il suo compito quello di mettere spalle al muro, voi, anche se non l’avete mai fatto prima e non volete farlo e non ci credete tanto, pregate quel Qualcuno che da lassù e chissà perché ci ama

-ricordarsi che in fondo, e forse anche in superficie, tutto sta andando per il meglio, anche se non sembra affatto.

 

Auschwitz

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In Polonia non si trova mai scritto Auschwitz nelle indicazioni stradali. Il luogo è sempre e soltanto indicato come Oswiecim.

Ti avvicini e in giro non vedi niente di particolare, nella bella primavera che ci ha accolto in Polonia, solo alberi in fiore e casette col tetto rosso a spioventi. Poi lentamente si sprofonda, le ciminiere delle fabbriche in lontananza e come una vergogna sulle facciate, fino al piazzale dove già alle sette di mattina ci sono file chilometriche per entrare, come un tempo.

Un ragazzo, punta i piedi pallidissimo, non entra. -Non sono degno di calpestare questo suolo- dice e resta due ore sotto gli alberi del piazzale.

Varchi il cancello e ci sono guide in tutte le lingue, ma non in tedesco. Poi all’improvviso tutti i film che hai visto sono veri. Il doppio filo spinato, le torrette, i capelli, le scarpe, le valigie col nome ben scritto, gli occhiali, i vestitini dei bambini, in un crescendo insostenibile fino alle camere a gas e ai forni crematori.

Il caos degli ammassi di oggetti trova opposizione nel rigore degli allineamenti dei caseggiati e delle finestre, nel nitore dei profili e delle strade, nell’ordine allucinato di chi esegue gli ordini senza fiatare, senza chiedersi nulla. Sei in un lago di male, un male che filtra e dilaga subdolo cosicchè quando esci nei tetti e nelle finestre dei dintorni continui a vedere i tetti e le finestre di Auschwitz, come se quella fosse la forma di ogni cosa dopo e ci vogliono dei giorni per liberare la visione e scrollarsi di dosso quella melma viscida.

Uno dei ragazzi ha pianto per tutta la visita, il suo viso era una maschera di lacrime e non parlava, non poteva parlare. Se siete così meravigliosi, ragazzi, allora però c’è speranza. Fiera di voi.

Figli e bagno

Lasciamo stare il fatto che i Figli riempiano i due bagni di casa con prodotti che neanche una Figlia avrebbe, né per quantità, né per qualità -dieci shamppo diversi, uno per ogni tipo di capello, gommine varie, gel modellanti, bagnoschiuma alle 256 vitamine, ecc…:  lasciamo stare che le loro docce durino ore, che le loro rasature siano dei capolavori. Il vero problema è come avvertano, con antenne invisibili, che io mi sto truccando, o facendo la doccia: subito iniziano a chiamarmi come se avessimo un incendio in casa

-Mammamammamamma!-

Ma l’altra sera, senza volerlo, li ho traumatizzati. All’ennesimo Mamma!, sono andata loro incontro dimenticando di avere sul viso la maschera all’argilla verde. Li ho visti paralizzarsi sconvolti. Hanno balbettato

-Mamma, non lo fare mai più…-

Sveglie e usignoli

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Un alunno, uno di quelli scavezzacollo che quando chiedono di uscire una è contenta, così ha cinque minuti di pace, però buono e pronto a chiedere scusa, l’altro giorno era più tremendo del solito. Parlottava, si girava, non prendeva appunti. Non potendone più a un certo punto grido

-Marco!- (nome di fantasia)

Lui salta da seduto stile fumetto, boccheggia, poi fa

-Prof che paura! Meno male che la sua voce è stata non paurosa, non lo so come dire, un po’ sveglia, un po’ usignolo..-

E io ridevo troppo per fargli una nota o per dirgli ciò che pensavo, vale a dire

-E tu, mio caro ragazzo, quando l’hai mai udito un usignolo, tu che vivi incorporato al divano davanti alla PS 4?-