Gap generazionale

Alla scoperta che i ragazzi non avessero idea di Silvio Pellico, dello Spielberg e di Maroncelli, attacco una tirata come Dio comanda: com’è possibile che voi non conosciate ecc... concludendo: io quand’ero piccola ero così appassionata del Risorgimento che avevo la raccolta di figurine Panini!

Classe a disagio, un alunno, inferendo dall’esistenza di una raccolta Panini la relativa contemporaneità, come accade oggi, esclama stupito -Perchè prof, a quei tempi LEI C’ERA?

Seconda tirata mia – Come puoi pensarlo? Non era come oggi, che se esce il film di Harry Potter il giorno dopo ci sono le figurine! Ho fatto anche la raccolta dei dinosauri, cosa vuol dire, che vivevo tra i raptor? E chi sono io, HIGHLANDER????-

-prof, chi è Highlander?-

Fra noi e voi, cari ragazzi, se non conoscete Highlander, non c’è solo un gap generazionale, ci sono millenni, ere geologiche, eoni. Mi sento vecchissima.

Saggezza di ragazzi

Mamma, da quando è iniziato il Coronavirus, è tutto un addio. Come faremo a tornare come prima? Così il Figlio piccolo, che non mi è mai sembrato tanto grande come oggi.

Addio per molti ragazzi come lui agli anni di liceo, o agli anni di Università, quando nascono molte amicizie importanti, e puoi incontrare, se hai fortuna, i tuoi maestri, quelli che ti faranno fare le tue scelte ( e nessuno è davvero maestro on line, inutile raccontarsi frottole). Addio, per chi sa quanto tempo, agli abbracci agli amici e ai parenti (o ai baci, qui in Sicilia ci baciamo molto). Quanto ci vorrà per smettere di aver paura, andare con gioia verso un’altra persona, salire in ascensore con qualcuno che non sia un familiare, o vedere splendere un sorriso senza doverlo dedurre al di sopra di una mascherina?

Però le cose davvero importanti sono ancora più importanti di prima e le riconosco meglio di prima. Grazie tesoro.

Didattica a distanza

Si può fare, si fa. Ma è tristissima…

La cosa peggiore per me è pensare che è stato tutto inutile, tutte le precauzioni, le regole rigidissime e strettamente osservate, inutili. Per un mese e mezzo i ragazzi sono entrati a puntate dagli accessi più strani, sono rimasti inchiodati nei banchi, non toccavano né gesso né il computer della classe, non chiedevano nemmeno di uscire per andare in bagno, ovunque scorrevano fiumi di disinfettanti per le mani, finestre e porte ovunque spalancate, noi docenti sedevamo al centro del vento, vento impetuoso ma sempre meglio del Covid: tutto inutile.

Didattica a distanza, qualcosa in loro resta, certo, imparano meno, ma imparano. Soprattutto serve a simulare davanti ai ragazzi una quotidianità che non c’è più, a dare loro un ritmo giornaliero. In fondo in fondo, è tanto.

Cuccioli

Supplenza in una prima, ragazzini appena usciti dalle scuole medie, ai quali spesso non è ancora cambiata la voce. Quando c’è supplenza, ancor prima che il docente entri, la mente dello studente è ormai settata sul Non si fa niente, inutile quindi tentare discorsi densi di contenuti. Si parla di quel che stiamo vivendo, che si è appena vissuto: il Coronavirus e il lock down. E anche quelli più baldanzosi, che cercavano la caciara, con vocette incrinate hanno mormorato: Avevo paura per i miei nonni, vivono con noi; …per i miei zii; …per mio padre, si era operato da poco al cuore…

Tenerezza infinita.

Cibo di guerra, 4

Ovvero come la guerra modifica il valore delle cose.

In Umbria, quando i Tedeschi si ritiravano dalla linea gotica, occuparono anche i casolari più sperduti delle campagne. In uno di questi un contadino passò quei mesi dormendo seduto quasi dentro il camino, con la roncola nascosta nella giubba: davanti a lui, sul pavimento dormiva un soldato tedesco e prima di addormentarsi fissava la botola del soffitto che chiudeva l’accesso alla soffitta dei salumi. Se me chiede d’andà su lo ammazzo co’ la roncola, aveva detto il contadino alla moglie. Non accadde, ma l’avrebbe fatto di certo. Un salame, una fetta di prosciutto, quando da un anno non si avevano proteine che non fossero un po’ di latte valevano più di una vita.

E così, più a Sud, una ragazzina che scappava dai bombardamenti in città per raggiungere la zia a Roma città aperta, doveva portare con sé due valigie, una con i salumi e la farina, l’altra con l’argenteria e i ricordi di famiglia. Uscì di città, iniziava la salita, il peso era intollerabile. Lasciò la valigia delle cose preziose e arrivò a Roma, ugualmente festeggiata da tutti. Che importava ormai un po’ di metallo?

Ricordiamo, ricordate, raccontiamolo a figli e studenti cosa è stato.

 

 

La scuola come capro espiatorio

E questo lo scrivo come Cicero pro domo sua. Gli abbandoni scolastici, la crisi del mercato del lavoro, la disoccupazione giovanile vengono attribuiti ai tagli al sistema dell’istruzione italiano che impedirebbero una formazione aggiornata dei ragazzi. E questo è vero solo nel senso che le persone laureate più valide non faranno mai gli insegnanti, visto lo stipendio che prenderebbero.

Per il resto, la scuola italiana in linea di massima è ottima. Insegna a leggere un testo, ad esporsi in pubblico, a usare la logica matematica, a saper apprezzare un museo e non soltanto un pub quando si esce dalla propria città, a cavarsela in inglese (d’accordo, per l’inglese si dovrebbe fare di più). Contrasta la dispersione come può e favorisce in ogni modo l’inclusione. Cos’altro dovrebbe fare? Formare ragazzi a usare l’ultimo programma di grafica o calcolo, che sarà superato l’anno dopo il loro diploma? Piuttosto fornisce gli strumenti per affrontare i cambiamenti del mondo. Sarà per questo che i nostri ragazzi vengono assunti all’estero?

Il vero motivo non è la scuola, ma la bassa retribuzione che in Italia spetta al lavoratore medio. Un ragazzo che non abbia una famiglia solida (in tutti i sensi) alle spalle non ha alcuna spinta a terminare gli studi, sapendo che al massimo guadagnerà, se va bene, il necessario per non morire. Bisogna che il lavoro torni ad essere appetibile.

 

Cronache d’Irlanda,4

Nel cuore della City di Dublino, in mezzo agli affari, alle banche, ai soldi, gli irlandesi hanno voluto questo: https://www.google.com/search?q=famine+sculpture+dublin&client=firefox-b-d&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=0ahUKEwiRzKHLvevjAhUiMuwKHYWJCEcQ_AUIEigC&biw=1220&bih=588#imgrc=jZTf4wWrQVUXiM:

Lungo le rive del Liffey, là dove chi era costretto ad andar via dalla Grande Fame (1845-49) si imbarcava per le lontane Americhe. Come a dire: ora siamo ricchi, ma ricordiamoci da dove siamo partiti. Ricordiamo le sofferenze antiche.

In Italia non c’è nessun monumento a chi partì dai porti di Genova e Palermo, per povertà anch’essi, alla volta delle lontane Americhe, alla fine dell’Ottocento. Sarà per questo che non usciamo dalla crisi?