Auschwitz

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In Polonia non si trova mai scritto Auschwitz nelle indicazioni stradali. Il luogo è sempre e soltanto indicato come Oswiecim.

Ti avvicini e in giro non vedi niente di particolare, nella bella primavera che ci ha accolto in Polonia, solo alberi in fiore e casette col tetto rosso a spioventi. Poi lentamente si sprofonda, le ciminiere delle fabbriche in lontananza e come una vergogna sulle facciate, fino al piazzale dove già alle sette di mattina ci sono file chilometriche per entrare, come un tempo.

Un ragazzo, punta i piedi pallidissimo, non entra. -Non sono degno di calpestare questo suolo- dice e resta due ore sotto gli alberi del piazzale.

Varchi il cancello e ci sono guide in tutte le lingue, ma non in tedesco. Poi all’improvviso tutti i film che hai visto sono veri. Il doppio filo spinato, le torrette, i capelli, le scarpe, le valigie col nome ben scritto, gli occhiali, i vestitini dei bambini, in un crescendo insostenibile fino alle camere a gas e ai forni crematori.

Il caos degli ammassi di oggetti trova opposizione nel rigore degli allineamenti dei caseggiati e delle finestre, nel nitore dei profili e delle strade, nell’ordine allucinato di chi esegue gli ordini senza fiatare, senza chiedersi nulla. Sei in un lago di male, un male che filtra e dilaga subdolo cosicchè quando esci nei tetti e nelle finestre dei dintorni continui a vedere i tetti e le finestre di Auschwitz, come se quella fosse la forma di ogni cosa dopo e ci vogliono dei giorni per liberare la visione e scrollarsi di dosso quella melma viscida.

Uno dei ragazzi ha pianto per tutta la visita, il suo viso era una maschera di lacrime e non parlava, non poteva parlare. Se siete così meravigliosi, ragazzi, allora però c’è speranza. Fiera di voi.

Figli e bagno

Lasciamo stare il fatto che i Figli riempiano i due bagni di casa con prodotti che neanche una Figlia avrebbe, né per quantità, né per qualità -dieci shamppo diversi, uno per ogni tipo di capello, gommine varie, gel modellanti, bagnoschiuma alle 256 vitamine, ecc…:  lasciamo stare che le loro docce durino ore, che le loro rasature siano dei capolavori. Il vero problema è come avvertano, con antenne invisibili, che io mi sto truccando, o facendo la doccia: subito iniziano a chiamarmi come se avessimo un incendio in casa

-Mammamammamamma!-

Ma l’altra sera, senza volerlo, li ho traumatizzati. All’ennesimo Mamma!, sono andata loro incontro dimenticando di avere sul viso la maschera all’argilla verde. Li ho visti paralizzarsi sconvolti. Hanno balbettato

-Mamma, non lo fare mai più…-

Sveglie e usignoli

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Un alunno, uno di quelli scavezzacollo che quando chiedono di uscire una è contenta, così ha cinque minuti di pace, però buono e pronto a chiedere scusa, l’altro giorno era più tremendo del solito. Parlottava, si girava, non prendeva appunti. Non potendone più a un certo punto grido

-Marco!- (nome di fantasia)

Lui salta da seduto stile fumetto, boccheggia, poi fa

-Prof che paura! Meno male che la sua voce è stata non paurosa, non lo so come dire, un po’ sveglia, un po’ usignolo..-

E io ridevo troppo per fargli una nota o per dirgli ciò che pensavo, vale a dire

-E tu, mio caro ragazzo, quando l’hai mai udito un usignolo, tu che vivi incorporato al divano davanti alla PS 4?-