Una scena bellissima (il caso non esiste)

Nella mia città, o forse, più in generale, nelle città, ci sono i Raccoglitori, coloro che vivono di quel che trovano nei cassonetti. Indifferenti, sorridenti e cortesi, hanno un loro stile, almeno in questa zona: una donna sulla cinquantina, abbronzata come una sciatrice, sfoggia zaini e tute davvero carine, tanto che solo guardandole le mani si capisce la sua attività; il ragazzo ungherese che parla da solo e indossa sempre giubbotti col cappuccio, anche d’estate, declinando con fermezza e gentilezza ogni offerta di magliette a maniche corte.

Ieri pomeriggio ero con Kate, la mia cagnolina, in una via un po’ defilata rispetto alla principale. Un uomo anziano, dritto e dal bel viso, con indosso giacca e pantaloni lisi e un cappello a larghe tese, si avvicinato al cassonetto della spazzatura e ha iniziato a mangiare qualcosa che prendeva dall’interno, con calma e signorilità, come se spilluzzicasse patatine al tavolo di un bar elegante.

E’ stata una pugnalata. In un lampo ho pensato di dargli dei soldi e subito dopo con dispiacere ho realizzato che ero uscita senza borsa e quindi senza portafoglio, come sempre quando esco col cane. Ebbene, proprio allora, un’automobile ha inchiodato e la ragazza che guidava è scesa, si è avvicinata all’uomo, gli ha detto qualcosa, che non ho udito a causa della distanza, e gli ha messo in mano una banconota. L’uomo sembrava confuso e si è allontanato lento, come se passeggiasse con una bella signora.

Strascichi ( o prosecuzione) del Coronavirus

Sull’autobus, con la Fpp2 che indossavo dal mattino presto e che aveva ormai disseccato le mucose di naso e bocca, sono stata costretta a vedere la seguente scena. Un tizio, con non una mascherina, ma una specie di casco tipo Guardie dell’Impero di Guerre Stellari, ha iniziato a sgridare tutti coloro che avevano la mascherina abbassata sul naso; quindi ha preso a fotografarli urlando che avrebbe inviato le immagini alla Procura della Repubblica. I tizi interpellati si sono slanciati ruggendo su di lui e ne è nata una rissa, infine sedata per l’intervento di qualche persona di buon cuore, alla quale il conducente aveva assistito indifferente con rimbrotti bonari e generici. E’ ogni giorno così, mi ha detto, è peggio del virus.

Ho continuato a piedi. E continuerò a farlo.

Sicilian fusion, 2

Dietro le bancarelle del mercato che vendono vestiti, un giovane pakistano dal viso triste fa orli e riparazioni a 3 euro, circondato da anziani locali che, con le mani incrociate sul bastone, commentano il lavoro svolto. Davanti al pakistano, una ragazza cinese prova l’abito appena finito, in mezzo a due bambini dalla pelle nera che giocano a palla. Più avanti, un suonatore di fisarmonica attacca la musica del Padrino, in mezzo ai profumi del ristorante mauriziano.

All together, così si fa.

Di un piccolo museo e del modo di sedersi

A gennaio ho visitato una casa museo, deliziosa e straordinaria, la Casa di Mario Praz, a Roma: https://www.casemuseoitalia.it/it/Museum.asp?POIID=13. Magistralmente spiegata, la consiglio a tutti.

E così ho, in un certo senso, incontrato l’amato autore di Gusto Neoclassico, poichè, come lui, credo che la casa è l’uomo, e che dalla casa si capisca l’uomo, se si sa guardare bene.

Rimpiango di non poter di lui leggere, perchè scritto troppo piccolo ormai per me, e non esiste in versione kindle, La filosofia dell’arredamento, del quale, da qualche parte on line, devo aver però carpito alcune delle osservazioni che seguono sull’evoluzione delle sedie, che, come tutto il mobilio, riflettono non solo il proprietario, ma la società cui appartiene, con tutte le sue norme.

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(Immagini prese dal web)

Una seduta come questa, del Settecento, ci dice cosa si pensava degli ospiti in visita, e cioè dì quello che devi dire e vattene. Relazioni fondate sulla brevitas, comunicazioni sintetiche e argute.

Non molto diverse le sedute nell’Ottocento, un filo più morbide in ossequio alla mentalità borghese, ma sempre visite brevi, un tè, un caffè, un biscottino, non di più, il messaggio è identico.

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E oggi? In un’età così apparentemente socievole, amante in teoria di discussioni democratiche e franchi scambi di opinioni che possono durare anche l’intera notte, si è arrivati a questo:

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La sbandierata accoglienza del divano è solo apparente, perchè nessun ospite sarà davvero a suo agio sul pizzo della penisola, nè oserà distendersi in essa. Il vero messaggio è Distendetevi davanti alla televisione, non parlate, ascoltate zitti e, appena possibile, addormentatevi buoni buoni. E appena questa tappezzeria sarà un po’ logora, comprate un’altro divano.

Ho sbagliato epoca, ne sono sempre più certa.

Correzione a Cronache d’Irlanda,4

Correzione/ integrazione al post precedente: in Italia esiste un monumento agli emigranti. Devo la segnalazione a QuasiBiancaneve : https://wordpress.com/read/blogs/61910712.

Si trova a Genova, ma è nascosto. Non riesco a postare il link. L’articolo è comunque su GenovaQuotidiana.com, numero del 18 Giugno 2019.

Peccato, mi piace. Quello svettare crestato sopra il blocco rettangolare dà in qualche modo l’idea del doloroso distacco dalla terra natale.

Cronache d’Irlanda,4

Nel cuore della City di Dublino, in mezzo agli affari, alle banche, ai soldi, gli irlandesi hanno voluto questo: https://www.google.com/search?q=famine+sculpture+dublin&client=firefox-b-d&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=0ahUKEwiRzKHLvevjAhUiMuwKHYWJCEcQ_AUIEigC&biw=1220&bih=588#imgrc=jZTf4wWrQVUXiM:

Lungo le rive del Liffey, là dove chi era costretto ad andar via dalla Grande Fame (1845-49) si imbarcava per le lontane Americhe. Come a dire: ora siamo ricchi, ma ricordiamoci da dove siamo partiti. Ricordiamo le sofferenze antiche.

In Italia non c’è nessun monumento a chi partì dai porti di Genova e Palermo, per povertà anch’essi, alla volta delle lontane Americhe, alla fine dell’Ottocento. Sarà per questo che non usciamo dalla crisi?

Una tenera vecchietta

Alla fine di una mattina di shopping con uno dei Figli, mi si avvicina una vecchietta molto, molto old style, e mi chiede di aiutarla ad attraversare la strada, un corso molto trafficato.

Io le offro premurosa il braccio, lei sorride sotto un’alta cotonatura candida e profumata di Violetta di Parma, e ci avviamo. Mentre scambiamo due parole, noto che mio Figlio si serra a me, appiccicato al mio fianco. Chiacchiero e penso che forse quella tenera vecchina è una fata, intenta a mettermi alla prova, come nelle favole; e forse, quando saremo al di là della strada, riceverò una splendida ricompensa…
Arrivati sul marciapiede, lei accenna a una cura medica, chiede qualche soldo e sparisce. Appena mi rimetto dalla tristezza, chiedo a mio figlio perchè mi fosse stato così addosso. Risposta – Pensavo che ti rubasse il portafoglio-

Mai così distanti l’uno dall’altra, direi. E mi sento sempre più come mi vedono i Figli, tenera e ingenua come i cinquantenni su Internet. E’ proprio vero.

Hanno solo i soldi

Ieri sono andata a comprare le mandorle più buone del mondo, vicino al mercato del pesce. Il negozietto è un antro muscoso, il negoziante ha un viso esaltato e abbronzato. Mi viene in mente di prendere là anche i regalini per gli amici del Nord Europa: pomodori secchi, pesto di pistacchi, erbe per il pesce e origano.

-Faccia piano- dico al negoziante che metteva le cose nel sacchetto- perchè devo spedirli-

Unni?- fa lui (che bello che nessuno si faccia i fatti suoi, lo dico sul serio, fa sentire meno soli)

Glielo dico, lui alza la faccia esaltata e dall’alto dei suoi cenci grida –Bbonu fa signoruzza, chiddi anu solo i sodda! nenti, nenti, solo i sodda!– (trad. Fa bene signora, quelli hanno solo i soldi, nient’altro)

Hanno solo i soldi, ma chi altri se non un povero siciliano oggi direbbe questo? uno che campa vendendo quattro cose, fra muri scrostati, in una via che per decadenza nulla ha da invidiare a certi quartieri del Cairo dietro il suk. Vi assicuro, mi è sembrato un re.

Disperazione a passo di danza

Qualche anno fa per le strade di qua appariva una strana coppia, entrambi in abiti ottocenteschi. Lui vecchissimo, in frac e cilindro, lei giovanissima, in crinolina e parasole, truccata come Barbie. Lo strascico dell’abito della ragazza lurido e il cilindro di lui consunto. Di tanto in tanto accennavano a un passo di valzer, per quanto lo consentivano le mani nodose dell’uomo, le gambe malandate. Secondo alcuni erano un padre e una figlia, secondo altri amanti. Nel primo caso lui avrebbe voluto in questo modo mostrare la bellezza di lei, nel secondo mascherare la differenza di età, con l’attirare l’attenzione sui loro strani abiti.

In entrambi i casi, follia nostalgica, con qualche venatura di eroismo. Indubbiamente la disperazione ha una fantasia che nelle nostre città la gente comune ignora.

Ragazzini

Ragazzini poveri di periferia, che vorrei fossero ricordati da qualcun altro oltre me, poiché la vita già al principio gli ha già tolto tanto.

Uno di un paio di decenni fa, un alunno di mia madre quando mia madre insegnava in quartiere terribile. Aveva sei sorelle più grandi e andava a scuola con i loro vestiti smessi, perché a casa erano poverissimi, e i compagni lo prendevano in giro -camicette a fiori o con le ruches, cose del genere. Mia madre di nascosto gli portò qualche maglietta e felpe dei miei fratelli e il giorno dopo lui a scuola aveva finalmente gli abiti giusti e si pavoneggiava a torace gonfio, un vero leoncino, davanti ai compagni ammutoliti. Iniziò pure a studiare un po’.

Un altro visto una mattina su un furgoncino aperto, di quelli che usa chi fruga nella spazzatura. Era seduto su un mucchio di ferraglia e teneva alto davanti a sé, come un trofeo, un vecchio veliero della Playmobil, di certo trovato in cassonetto. Lo scafo era scolorito e ammaccato, ma lui non lo vedeva, il suo visetto era estasiato.

E infine quello che ricordo con più tristezza, un alunno di quando, per un anno, ho insegnato in una scuola di periferia. Una scuola carina, in un quartiere abbastanza tranquillo anche se povero. A novembre i carabinieri portano  un diciassettenne che non aveva terminato l’obbligo scolastico e ovviamente finisce nella mia prima. Diciassette anni di chissà che vita in mezzo ad agnellini di tredici. Era diventato la star della classe, disturbava continuamente, di studiare nemmeno a parlarne, niente libri, quaderni, penne; godeva inoltre di una salute di ferro, mai un raffreddore, un’influenzetta che lo tenesse a riguardo un paio di giorni, tanto per far prendere fiato a me a ai colleghi.

Poi una mattina chiedo al suo compagno di banco di leggere un passo del testo. Il diciassettenne sbianca in viso, si fa piccolo piccolo e sta buono per tutta l’ora. Quando la lezione finisce, si alza dal banco, mi gira intorno, poi mi tira la manica e con una vocina pietosa sussurra –A mia non mi chiedesse mai di leggiri. Nun saccio leggiri, m’affruntu- (trad. Non mi chieda mai di leggere, non lo so fare e mi vergogno). E in attimo ho visto quanta, quanta gente doveva essersi disinteressata di lui, per anni e anni; e cosa lo aspettava; l’ho preso da parte, i compagni sullo sfondo con gli occhietti curiosi -Tu devi imparare a leggere, devi, hai capito? da oggi. Aspetterò che tu impari- Risoluta a promuoverlo. Tre giorni dopo è sparito e non lo abbiamo visto più.

E ogni tanto mi chiedo se mai saprò qualcosa di questi ragazzini, che fine abbiano fatto, quali stradoni di periferia li abbiano inghiottiti, o se la vita in qualche misterioso modo sia stata poi pietosa con loro.