Dell’ebbrezza in Europa

Ciò che segue non è frutto di un mio avvinazzamento, ma di passeggiate serali per i centri storici delle città europee che ho visitato finora.

Ogni nazione europea ha uno stile di ubriacatura, frutto di un genius loci che si manifesta proprio quando cedono i freni inibitori per effetto dell’alcool.

Ubriachi, gli irlandesi diventano malinconici e dolci, gli inglesi aggressivi, i greci, sempre dignitosi,  bevono rakì dalla mattina alla sera e non sembrano mai ubriachi, gli austriaci disperati, i polacchi -finalmente- gentili.

E gli italiani? Ne ho avuto la percezione in Polonia, quando tutto il nostro gruppo saltellava e cantava dietro al cantante del pub. Mi si è avvicinato un nativo, ubriaco fradicio ovviamente, e mi chiede di dove sono

-Ah Italiana! Italiani…buddello!-

Auschwitz

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In Polonia non si trova mai scritto Auschwitz nelle indicazioni stradali. Il luogo è sempre e soltanto indicato come Oswiecim.

Ti avvicini e in giro non vedi niente di particolare, nella bella primavera che ci ha accolto in Polonia, solo alberi in fiore e casette col tetto rosso a spioventi. Poi lentamente si sprofonda, le ciminiere delle fabbriche in lontananza e come una vergogna sulle facciate, fino al piazzale dove già alle sette di mattina ci sono file chilometriche per entrare, come un tempo.

Un ragazzo, punta i piedi pallidissimo, non entra. -Non sono degno di calpestare questo suolo- dice e resta due ore sotto gli alberi del piazzale.

Varchi il cancello e ci sono guide in tutte le lingue, ma non in tedesco. Poi all’improvviso tutti i film che hai visto sono veri. Il doppio filo spinato, le torrette, i capelli, le scarpe, le valigie col nome ben scritto, gli occhiali, i vestitini dei bambini, in un crescendo insostenibile fino alle camere a gas e ai forni crematori.

Il caos degli ammassi di oggetti trova opposizione nel rigore degli allineamenti dei caseggiati e delle finestre, nel nitore dei profili e delle strade, nell’ordine allucinato di chi esegue gli ordini senza fiatare, senza chiedersi nulla. Sei in un lago di male, un male che filtra e dilaga subdolo cosicchè quando esci nei tetti e nelle finestre dei dintorni continui a vedere i tetti e le finestre di Auschwitz, come se quella fosse la forma di ogni cosa dopo e ci vogliono dei giorni per liberare la visione e scrollarsi di dosso quella melma viscida.

Uno dei ragazzi ha pianto per tutta la visita, il suo viso era una maschera di lacrime e non parlava, non poteva parlare. Se siete così meravigliosi, ragazzi, allora però c’è speranza. Fiera di voi.