Nessuna vistosa autorità regale, 14

Quando sono tornato al motel, dopo Janine e il barista, Anastasia era seduta sul bordo del letto e non sembrava essersi accorta della mia assenza. La stanza aveva odore di chiuso. I rammendi delle lenzuola, le tende polverose, entravano nella coscienza con tutta la loro abiezione. Le cose che si sopportavano per una notte d’amore io le sopportavo per una fuga.

-Andiamo, ci cercano-

il suo respiro era pesante, terminava con un sibilo. Ha annuito ed è andata in bagno. Lo scroscio dell’urina e dell’acqua. Il dono ricevuto mentre mi alleggerivo sulla prostituta, la figura di Anastasia giovane, si disintegrava, sogno malato, miraggio, fantasma.

Lei si è accomodata nel sedile, è stata in silenzio finchè non siamo arrivati in aperta campagna, poi ha mormorato

-Rasputin- ha biascicato scuotendo la testa..

-Lui mi voleva perché ero io. Tutti gli altri perché ero Anastasia Romanova. Anche il soldato, quella notte a Ekaterinburg – e ha detto questo nome con rabbia, come se raspasse a una porta – mentre mi violentava, tremava e aveva paura perché ero la granduchessa. E tutti quelli dopo, anche loro mi hanno voluta per questo. Anche tu, nel tuo modo, mi hai voluto per questo e basta-

-Era così prima, ora non più-

Lei annuisce –E’ vero. Ora sono tua moglie nel modo giusto, e anche se il tempo sta finendo, non importa-

-Ancora no- e acceleravo prendendo l’autostrada -Sai pregare Anastasia? Hai mai pregato?-

-Pregavo, prima. Prima che uccidessero tutti. Poi ho smesso-

Pregavo sì. Pregavo che non finisse presto, che non finisse in modo ignobile, indegno di una donna che non aveva mai voluto niente. Quando il suo nome era famoso e tutti parlavano di lei a New York e i giornali pubblicavano la sua foto, avrebbe potuto sposare un americano ricco e sopravvivere bene, rilasciando interviste di tanto in tanto e facendosi fotografare seduta su un bel divano, con qualche figlio, e tappeti persiani sotto i piedi. Qualche riccone americano, desideroso d’Europa, avrebbe volentieri sposato la bella donna che lei era negli anni trenta. Ma lei ha preferito non avere nulla, che accontentarsi. E finiva con me, su qualche strada americana, in qualche clinica o prigione, dopo anni di gatti e patate. Regale, ma triste.

-Ho fame- Un altro bar accanto a un distributore, sotto alberi alti. Tutto verde, ben messo.

-Scendo io, cosa vuoi?-

-Un doppio hamburger  con salsa cheese e una Coca Cola-

Non era la colazione di una principessa, né di una contadina, né di una donna di ottant’anni, ma forse era la sua ultima colazione libera. E aveva qualcosa a che fare con la scelta di non sposare un riccone. Se non si poteva avere il filetto alla Stroganoff che veniva preparato nella  reggia degli zar, tanto vale un hamburger.

Bancone del bar americano, ultimo amico mio, altare su cui deposito la mia fuga e la mia disperazione per pochi attimi, per il tempo necessario a preparare un doppio hamburger e posso fare finta che tutto sia normale e giusto. Lo specchio mi restituisce la figura di un cinquantenne a pezzi, occhiaie, faccia pesta camicia sporca. Ehi mister, non sono io, c’è un errore, ridatemi la mi faccia, quella è la faccia di un uomo in fuga, di un uomo finito perché ha perso la sua bella amata. Invece io sto solo accompagnando chi dice di essere l’ultima Regina verso la fine, ma lo sapevo che doveva finire, siamo persone mature. Siamo americani coraggiosi. Non c’è bisogno di ridursi così.

Caffè con un dito di bourbon. Anche più di un dito, mister. Giusto per potersi voltare e affrontare il mondo saggio che da sempre evito.

-Cominci presto, eh?- ha fatto il cameriere. Ho scosso le spalle.

-Giusto per tenersi su-

 Quello mi ha fissato appena troppo a lungo e ho sentito sulla pelle tutti i pensieri della notte e l’abbraccio con Janine e il motel squallido, tutti tatuati sulla pelle. Gli sguardi obliqui delle persone ai tavoli erano i chiodi che fissavano una rana alla tavoletta dell’esperimento. Sono io, sono l’idiota americano che si è fatto incantare dalla regalità, come qualche nostro connazionale che pensava di comprare il Colosseo. Io forse ce l’ho fatta, forse ho avuto, ho comprato la regalità, ma ci ho girato attorno senza possederla davvero e ora me la stanno togliendo. Al prossimo distributore me la toglieranno. E non sapevo ancora togliere quei forse dal discorso, neppure alla fine della fuga.

Quando lei ha finito di mangiare, è sporca di ketchup gli angoli della bocca. In altri momenti l’avrei trovata odiosa, ma ora era tutto senza importanza. Tutto cadeva a lato, come foglie secche, restava solo quel po’ di strada che ancora avevamo e quel che conteneva. L’ho pulita come avrei pulito una bambina.

-Stai attenta- come se fosse fondamentale, ora che stavano per prenderci, farsi prendere puliti

Quando sono ripartito è avvenuta una cosa strana. Forse il bourbon, forse qualcos’altro. All’improvviso ho sentito l’aria fresca, profumata dei campi, e i rami degli alberi frusciare per il vento, e gli uccelli cantare in alto. Come è possibile che ci sia la vecchiaia, come è possibile morire e finire se tutto questo è dato, questa forza, questo slancio. Sembrava quasi che si volesse morire e finire, che lo si decidesse, caparbi e sciocchi, quando la felicità era a portata di mano. La fine come scelta. Forse ero io che mi arrendevo, lei che si arrendeva. Stavamo per dare un consenso spaventoso. E gli uccelli tuonavano più forte dagli alberi alti e io mi sentivo felice anche se stavo per finire con lei. Tutto era possibile, anche i sogni più folli, rispondeva il clamore degli uccelli e dei rami. Ma come, dove. La durata, il colpo di scena era nelle pieghe di questo canto, di questa strada, che si apriva come se ballasse, ariosa, un ventaglio che si faceva di qua e di là. Primavera anche per l’asfalto, per tutte le strade d’America. E per noi due che primavera era? Lei taceva e guardava fuori dal finestrino, con tutte le sue rughe addosso.

-Voglio sapere cosa pensi di me, non me l’hai mai detto. Sono un piccolo borghese, vero? Anche se ieri mi hai chiamato Maestà-

Ero un piccolo borghese americano, non era facile da dire. L’avevo sposata per sperare di avere accanto il massimo di una nobiltà e di un passato che non mi toccavano. Solo un piccolo borghese poteva sposare questo incerto resto di regalità; quando di re veri non ce ne erano più, tutti mantenuti in vita artificialmente da parlamenti e popolo per nostalgia.

Ha annuito guardando i campi. -Sei stato molto buono. Io certe volte sono odiosa-

-E’ che sei troppo principessa-

-Da Irina ho tirato le calze alla cameriera. Lei rifacendo la stanza non le aveva raccolte e io gliele ho tirate perché altrimenti non sarei sembrata la granduchessa che sono. Chiunque si aspettava una cosa del genere. Era il periodo in cui tutti mi stavano a guardare per sapere chi ero. E io li ho fatto contenti.- Sorride

– A casa non l’avrei mai fatto di sgridare una cameriera per questo. Ma se avessi mostrato, dopo Ekaterinburg, come eravamo state cresciute noi ragazze, nessuno avrebbe creduto che ero Anastasia. Ci alzavamo alle sei di mattina, dormivamo su brandine. Ricamo, studio e niente feste. Chi l’avrebbe creduto?-

-Ma tu perché volevi che ti credessero quella che sei, Anastasia?-

Di nuovo guardava i campi

-Per essere meno sola. Per parlare con qualcuno dei miei genitori e dei giorni felici, quando eravamo tutti insieme-

-E anche per i soldi depositati nelle banche inglesi- presto, dovevamo dirci tutto. Non c’era più tempo. Ci dovevamo anche offendere, se necessario, ma non ci poteva più essere nulla di non detto.

-Sì, anche. Ma anche, non solo per questo. No, non solo per questo-

Il tesoro dei Romanov, che ormai giaceva al sicuro.

-E quelli che dicono che lo zar non aveva depositato nulla all’estero?-

questo era nelle testimonianze del processo. Alcuni cugini di Nicola II avevano giurato che lo zar aveva milioni in denaro e gioielli nelle cassette di sicurezza di Londra. Altri avevano giurato che non c’era niente. Tutto doppio, come sempre.

-C’era un uovo di Fabergè che mi piaceva tanto. Papà me lo faceva tenere in mano ogni Pasqua. Fabergè mi voleva bene. Un giorno, mentre andava via dal palazzo si era chinato su di me e mi ha chiesto:” Come desidera Sua Altezza che sia l’uovo di questa Pasqua? Lo zar ha detto di farlo come voglio” e io gli dissi che lo volevo azzurro, con dentro un uccellino che cantasse. E così fu. Papà diceva che quell’uccellino ero io, nata per rallegrare la famiglia-

-Ed è in Inghilterra? Insieme al denaro?-

Lei ha annuito

-Papà mandò casse intere in Inghilterra al principio della guerra. Così tutto quel che è mio è là. Presto se lo spartiranno-

Che strano, non avevamo mai parlato di questo. E di quante altre cose non avevamo mai parlato, tutti presi dai gatti, dalle spie in strada, dalle erbacce e dai vicini? Il tempo sprecato mi piombò addosso come una manata tra le scapole. Forse per tutti era così, magari quando sta morendo qualcuno di caro, e ci si accorge con allarme e paura che non si ricordano bene i racconti di chi sta andando via, non si è stati a sentire con attenzione. Una presenza che svapora e non si può più afferrare, come la nebbia. Quanti chilometri avevamo ancora davanti, quanta strada? Cosa era meglio cercare di sapere?

-Tanto si sono presi già tutto. Si sono sempre presi tutto-

Nessuna vistosa autorità regale, 13

Nel sedile era piccolissima, guardava davanti  a sé, biascicando con la bocca –una nuova abitudine contratta in manicomio, che la faceva ancora più vecchia. Era vecchissima.

-Vuoi che torniamo in Europa? Posso fare dei documenti falsi, e ritirare tutti soldi in banca e..-

Lei ha inclinato il capo e mi ha guardato. Era la foto famosa del 1917, vestita di bianco con le perle, i capelli sciolti. Era lo stesso viso con cinquant’anni di dolore in più, gli stessi occhi tristi. Era più Anastasia che mai, per un attimo solo.

-Sto qua. Anche se c’è il manicomio. Non era così male, erano gentili-

-Gentili? Gentili come?-

-Sembrava…sembrava…Tsarkoe Selo- e la sua voce s’incrina.

Era la prima volta che nominava Tsarkoe Selo di sua volontà. Era la fine, quando le cose devono essere dette per forza, perché non c’è più tempo. Gli alberi, vero? E il silenzio ovattato, la quiete falsa, il bianco lattiginoso, i passi felpati e la cortesia dei modi che era quella dei tuoi servitori di allora.

-Ti ricordi il medico dello zar, Botkin?- il padre di Gleb

Ha annuito

-C’era un dottore uguale a lui, ma senza barba. Scherzava e mi sorrideva sempre con un inchino, ma quando mi sentiva il polso diventava serio, niente lo distoglieva-

Non so se sta parlando di Botkin o del medico del manicomio

-Che ti diceva?-

-Principessa, va tutto bene, avete la salute di un cosacco. E papà mi chiamava cosacco-

Non piangeva, non era commossa. I ricordi freschi e quelli antichi slittavano uno nell’altro. Dovevo continuare

-Era tutto bello a Tsarkoe Selo?-

sprofondava in sé stessa come quando l’avevo vista la prima volta  in manicomio. Prima che temessi di averle fatto troppo male, ha avuto uno scatto

-No. Rasputin non mi piaceva-

Qui bisognava entrare piano piano, per non svegliare bruscamente qualcosa di troppo oscuro. Bisognava parlare come con i bambini

-Che tipo era?-

-Cattivo. E non era lui, era qualcun altro. Tutto cambiava quando arrivava, la luce restava fuori dalle finestre-

Il genere di cose che avrebbe confermato la necessità di un ricovero ai medici del manicomio. Ma quel che aveva detto era vero. Era un uomo buio.

-Lui arrivava e i miei genitori cambiavano, le stanze cambiavano. Anche Botkin. Tutto diventava fatto di ombra. Ma Aleksej guariva e splendeva. E solo Aleksej contava. Era tutto. Era il prossimo zar-

Le ho accarezzato piano la mano e subito, come se si sentisse confortata, ai è assopita, forse per i medicinali, o forse perché quel che ha detto era troppo per poter essere sostenuto. La testa le pendeva da un lato e tutte le rughe erano più profonde. Vizza e bianca sopra il vestito nero, e io continuavo ad andare portando il piccolo, vecchio uccellino per  strade senza fine, che si aprivano docili davanti al cofano in  edifici o alberi, senza cose importanti da guardare, senza farsi ricordare, una ninna nanna che riconciliava col mondo e con i brutti sogni: nulla può accadere di male, andiamo, andiamo.

Sempre più lieve e accartocciata nel sedile, un uccellino stremato, una foglia secca. Pochi capelli, molte vene blu a rilievo sul dorso delle mani. Quando si è riscossa i suoi occhi ci hanno messo un sacco di tempo a tornare chiodi neri, per un minuto buono vagando come in una nebbia, facendosi largo in una vischiosità, di pensieri e sogni. Quando è tornata a me le ho sorriso, lei ha sorriso e si è voltata verso il finestrino. La campagna era grigia di nuvole e pioggia.

-Dove dormiremo?-

-In un motel-

-Uno di quelli per amanti?- sembrava divertita

Sì. Era l’unico posto dove non avrebbero chiesto i suoi documenti, perché avrebbero visto solo me, lei sarebbe restata in macchina.

Ai finestrini delle macchine parcheggiate nel piazzale figure vaghe di donne che cercavano di non farsi vedere. Le righe della pioggia sembrano volerle cancellare. Attendevano gli uomini, che erano dentro a prendere la stanza. Tutti felici. Io lasciavo nel sedile un fagottino d’ossa, il vecchio uccellino europeo, che sa troppo per poter essere creduta, e potrà darmi tutt’al più qualche ricordo in parole smozzicate. Eppure non mi sentivo da meno degli uomini in cui mi sono imbattuto alla reception..

La stanza era grande e spoglia, il letto aveva lenzuola pulite, ma le molle rotte. Lei si è stesa subito, senza passare dal bagno. Si avvertiva l’atmosfera amorosa intorno a noi, filtrava dalla porta, dalle pareti, ci avvolgeva e non ci toccava

-Posso portarti solo in questo tipo di posto, mi dispiace.-

-Oh, va benissimo- Se non può essere Tsarkoe Selo, allora meglio la topaia che la villetta.  Se non posso giocare a carte con un granduca, meglio il cameriere che un commerciante.

-Qui non chiedono i tuoi documenti-

ha annuito ad occhi chiusi. La sua stanchezza era contagiosa, mi sono steso vicino a lei. Era la prima volta che eravamo nello stesso letto, come se in questa fuga che sarebbe stata breve colmassimo tutte le alcune, facessimo ciò che non avevamo ancora fatto.

-Sono già stata in questo tipo di motel, tante volte – ha mormorato lei –sì, è stato bello. Tanto tempo fa- aveva gli occhi chiusi, come se dormisse, ma dalla tensione dei muscoli del collo sapevo che non dormiva.

-Marc era meraviglioso. E anche Franz. Ma nessuno bastava davvero-

-Forse a nessuno basta qualcun altro-

-Sì. Avrei dovuto capirlo prima. E’ stato sbagliato cercare così a lungo-

-Cosa cercavi?-

–E’ stato contagioso. Rasputin mi guardava, mi voleva, io lo sapevo e rabbrividivo. E quel che accendeva i suoi occhi io l’ho cercato in molti uomini. Cercarlo è stato bello. Gleb mi rimproverava, diceva che non era da me. Io continuavo, ma non ho mai raggiunto quel fuoco. Lui provava sempre ad entrare nelle stanze da letto di noi ragazze. Le cameriere avevano paura, lo chiudevano fuori e lui rideva in un modo terribile. Tatiana cercava di sorridere, e si vedeva che non ce la faceva. Ma Aleksej guariva. Solo questo contava, perché mamma e papà tornavano felici e tutto sembrava di nuovo possibile-

Rasputin aveva gli occhi di fuoco nero che sfondavano la barba lunga, i capelli lisci spioventi. Un fuoco così intenso che, mentre attraversava il palazzo reale, guariva Aleksej. Era una conseguenza secondaria, ma nessuno lo capiva.

Lei continuava a raccontare cose d’amore, di quando era giovane negli trenta, quando ancora sperava in un processo giusto e i ricchi americani le offrivano ospitalità. Aveva ballato nuda sui tetti di New York, era invitata a tutte le feste

Mormorando si è assopita. Meglio dormire. Rasputin, Aleksej e gli amori disordinati rientravano nell’ombra. Alla finestra le stelle brillavano feroci, in un grido d’allarme. C’era qualcosa ancora da fare, da dire, da sapere e chiedere. Ma non sapevo cosa e nell’angoscia mi sono stretto a lei, le ho preso la mano. Nello stesso letto vicini, dentro lo stesso cerchio di luce. La sua mano bruciava di pena la mia, così contorta e nodosa com’era. Il buio oltre il cerchio dell’abat-jour era affollato e bruciante, si sentivano tutti gli amanti suoi e le mie donne, e divampavano gli occhi di Rasputin fissi su Anastasia,

Ma Anastasia russava, il suo respiro aspirato finiva in un rumore che era una specie di risposta ridicola all’aria amorosa che ancora soffiava intorno a noi. Allora me ne sono andato e ho cercato Janine.

Nessuna vistosa autorità regale, 12

Mi ero fatto una scaletta di obiettivi. Sono un tipo scientifico. Intanto abituare il personale del manicomio alla mia presenza. Andavo ogni giorno a trovare Anastasia, sorridevo alle infermiere e mi informavo con i medici dello stato di salute di mia moglie, mostravo di credere a ciò che mi dicevano e fiducia nelle cure prestate.

I medici avevano visi saggi e stanchi, il contatto con la malattia, o la presunta malattia, invecchia. Se avessero pensato che non sempre è malattia, sarebbero stati meglio, ma non potevo dirglielo. Fingevo come non avevo mai finto e mi veniva facile. Ero stupito e fiero di me stesso.

Quando andavo là, mettevo giacca e cravatta. Anastasia non mostrava di riconoscermi, inerte e grigia nella poltroncina di plastica. Continuava a fissare la luce della finestra, come se dentro ci fosse qualcosa o qualcuno  che la ipnotizzasse, o come se fosse percossa da un fragore.

-Stia tranquillo, è serena- ripetevano le infermiere.

Quando ero a casa contemplavo questa serenità che non era incanto, nè estasi, ma una specie di paralisi, ottenuta con mezzi chimici, falsa come una moneta falsa, come i sorrisi delle vicine. Non era sua, in nessun modo; non veniva da lei, non dalla luce, ma da una cosa che arrivava di soppiatto, con l’inganno, nel cibo o nell’acqua, da qualcosa di non detto. Le vene blu delle gambe si erano estese, erano ragnatele che minacciavano la pelle giusta, sana. Però ogni tanto mi stringeva il braccio, e talvolta mi guardava con vivacità: il suo modo di farmi intendere che lei c’era ancora ed era vigile.

Ogni giorno le facevo fare un po’ di moto. Così li abituavo a vederci in giro. La facevo alzare, le davo il braccio e andavamo in giro per i corridoi. Lei lasciava fare, come un sacchetto vuoto, un mucchietto di stracci. Poggiava sul mio avambraccio una piccola mano senza forza, contorta, nodosa e macchiata e a me sembrava di portare in giro una cosina senza peso, un uccellino, un ossicino vecchio, un fuscelletto di paglia, lei che era stata così pesante, per sé e per me. La pena mi spezzava il cuore, montava la voglia di ridarle peso e importanza, di tornare a sentire la sua voce adirata e capricciosa, come quando fu delle patate, e di udire di nuovo il suo passo, ora così leggero, su per le scale di casa. Non permetterò che riduciate a un niente mia moglie, la contadina polacca, la regina di Russia! Pian piano le facevo fare percorsi sempre più lunghi: un giorno un corridoio, un altro due e così via fino a che, in capo ad una settimana, non siamo arrivati in giardino. Seduti su una panchina guardavamo davanti a noi la strada oltre la siepe, la libertà, la vita.

Fingevo, fingevo disperatamente, come non ho mai fatto. La sera cadevo stremato.

Finchè non è venuto il giorno giusto. Tutti si erano abituati a vedermi girare con lei nei corridoi e in giardino. Eravamo sulla panchina, il sole stava tramontando e tutto sembra d’oro. Non l’avevo deciso prima di fuggire, ma la mattina avevo preso molti soldi in banca e adesso era troppo triste stare qui, mentre il mondo brillava, troppo triste aspettare mentre la vita e il sole stavano finendo, con la strada che chiamava ad alta voce, allegra come un vecchio compagno di bevute che passi sventolando il cappello. La mia macchina era proprio davanti al prato, oltre la siepe. Un’occhiata rapida intorno, tutti erano assorti in qualcosa, tutti guardavano da un’altra parte, era una cappa fatata, un incantesimo predisposto, lo so, ne riconoscevo il sapore e la luce, riconoscevo l’amore che ci stava dietro e lo muoveva a formare una cupola sopra di noi.

Sopraffatto dalla gratitudine, stringevo la manina vecchia che poggiava sul mio braccio

-Granduchessa Anastasia-

lei è scattata e mi ha guardato. Ci siamo guardati per un tempo indefinito, come se fosse un addio, agganciati ci siamo alzati e ci siamo avviati giù per il prato in lieve discesa, con una strana euforia, la sentivo anche in lei dietro la sua vecchiaia terribile, dietro le macchie, le rughe, le articolazioni nodose.

Andiamo mia cara, c’è ancora da vivere, sapere e fare. Lungo il pendio verso la siepe, per un attimo ho avuto la sensazione di correre su un prato tenendo per mano una candida fanciulla. Nessuno faceva caso a noi, la siepe era alta e fitta. Quando ne ho scostato i rami con un braccio per far passare Anastasia, gli uccellini dagli alberi hanno tuonato con fragore il loro canto. Che siate benedetti! Che possiate usare bene il tempo che avrete! Avete varcato la soglia che non perdona!  Verranno e vi troveranno, ma voi intanto saprete quel che nessuno sa…il Cielo sorrideva quando ho aperto la portiera e ho fatto accomodare in macchina mia moglie, che in quei minuti ha come volato accanto a me, guardando avanti dove io guardavo. Solo quando ho avviato il motore, lei che fino a quel momento mi aveva seguito docile senza guardarmi, si è voltata

-Grazie Maestà-

la sua voce passava attraverso i molto sedativi e la lunga solitudine e arrivava impastata. Maestà, finalmente. Ero re. Ero re anche se lei dovesse essere una contadina. Un senso di onnipotenza mi ha invaso: John il liberatore, il vittorioso sul sistema, il capitano di un vascello a vele spiegate, che dirigevo contro i marosi verso una terra di libertà, un cavaliere su un cavallo spronato alla gran carriera nel mio feudo –guai a chi entra!, ero, finalmente, re, perché avevo osato qualcosa che era assolutamente pura, perché assolutamente inutile, e interamente coraggiosa, perché avevo dovuto vincere tutto il me stesso che mi aveva condotto ad essere professore in un College degli Stati Uniti. In questi tempi è così che si diventa re – ehi, amici, basta poco, in realtà, tutti possiamo essere re, e vi assicuro che è una gioia immensa, anzi non è una gioia, è un compimento, una manifestazione piena e naturale come il fragore degli stormi nei rami, come un gigantesco Sì che deve per forza essere pronunciato. Soprattutto con gioia.

-Andiamo- poi mi ha fatto, come al suo cocchiere. Sì Maestà.

vaGuidavo piano, nessuno ci avrebbe seguito per un po’. Non sapevo dove andare, ma avevo con me il denaro prelevato la mattina in banca e la strada si schiudeva dolce tra le due file di alberi. Badavo a non passare il limite di velocità. Non dovevano fermarci per qualche infrazione. Eravamo già fuori dalla città. Dovevamo entrare in un’altra città prima di fermarci, se non volevamo essere notati. Ma questi pensieri pratici, che prima mi erano pesanti e frutto di volontà, ora erano facili e superficiali, schiuma sulla superficie, mentre la profondità si arrotola in ondate calde. Avevo avuto la mia investitura. Ero re, l’aveva detto lei. Col mio valore avevo conquistato il titolo. Ma non sapevo chi era lei che mi investiva, lei che aveva fame e voleva un hamburger.

La cameriera bionda e truccatissima mi aveva sorriso prosperosa. Due panini con hamburger, due Coca, due patatine

-Hai fame, honey?- la sua voce era un mare di melassa che conteneva un enorme pericolo. Così qui arrivava la fine, in un mare di melassa, nei capelli e nel rossetto alla Marylin. Se avesse pensato che fossimo in due, che stavo portando la cena a qualcuno, sarebbe stato troppo pericoloso. Forse già ci cercavano.

-Andiamo-

Lei non ha chiesto dove, non lo ha mai chiesto a nessuno. Vagabonda dal 1917 e ora eravamo nel 1983. Doveva essere stanchissima

-Sei stanca?-

Ha annuito

-Ci prenderanno?-

.-Prima o poi sì- la mia risposta era caduta tra strada e alberi, nel movimento che ci trasportava, lieve e transitoria come il giro delle ruote. Tutto passa, anche il manicomio, il dolore, la fuga e la gioia, ma c’è qualcosa di innominato che dura e fa andare all’attimo successivo. Lei lo sapeva.

Nessuna vistosa autorità regale, 9

Dobbiamo sottrarci al contagio, non resta altra via.  Sottrarsi a ciò che ancora resta di vita normale.

Intorno a me si fa il vuoto. Gli sguardi altrui sono un cerchio di cemento grigio, Il grigio è dappertutto, tranne che nel viso da vecchia di Anastasia, lì c’è il blu delle occhiaie, il nero dei denti mancanti, ma non il perfido grigio. Continua a spiare le due spie là fuori. Quando la chiamo si volta con uno scatto fiero e vivace uguale a quello della foto di Anastasia bambina. Per questo scatto del capo io la amo, per gli occhi che sono due punte nonostante l’età e che fanno sembrare artificiali le rughe e le macchie della pelle. Per le rughe, le macchie, le vene blu io la odio, perché mi sembrano colpa sua, mi sembra che avrebbe potuto rifiutarle se avesse voluto e io allora avrei avuto l’unica donna che ho mai davvero desiderato.

Alla finestra, a spiare le spie, a un tratto la paura, come un artiglio sulla spalla. Mi volto e mi accorgo che anche Anastasia ha paura, la mia stessa paura, quella di essere avvelenati. Non stringo più mani, nemmeno al college. Non mangio fuori di casa, nemmeno ai rinfreschi durante i congressi. Invano i colleghi mi offrono tartine o drink, io vi vedo solo rischi di avvelenamenti.

Intorno a me si fa il vuoto. Il frigorifero diventa subito tossico solo a pensarci, tutti i cibi di casa grondano sostanze chimiche mortali. I due là fuori e tutto il sistema senza re e senza capitani che ha generato i due, non esiterebbero certo a ucciderci. Non in un lago di sangue, non in modo troppo clamoroso o troppo visibile, ma col veleno sì. Senza rumore questa povera vecchia, avanzo di un’Europa altrettanto vecchia, e il suo marito americano, americano per finta, saranno tolti dai piedi. E’ così che fanno, nulla di spettacolare, senza far parlare o sospettare, senza che intorno ai nemici vi sia una parola o un ricordo.

Lei non mangia più, nemmeno quello che le porto io

-Anastasia, vieni con me- La trascino in macchina, mi fermo, entro in un fast food e le prendo un hamburger con patatine. Lei nell’addentarlo ha la faccia di una bambina golosa e affamata. Mangia con voracità, senza alzare lo sguardo. Si pulisce l’angolo della bocca col dorso della mano, cercando di non farsi vedere

-Me ne prendi un altro?_

Sedotta dai grandi USA, finalmente. Conquistata a colpi di tritato di manzo. Non con le case linde, le famiglie perfette, ma con il cibo da cowboy. Anche lei, come tutti gli dei del mondo, come i grandi artisti e i perseguitati e le culture di tutto il mondo, è finita nel calderone americano, nell’ondata gigantesca che porta tutto tra New York e San Francisco. E’ la bambina che saliva sugli alberi, che mordeva la cugina, che si faceva rimproverare e punire dalle governanti. Boccacce e scherzi. E mac Donald’s me la fa ritrovare.

Da quel giorno mangiamo sempre così, e sempre in posto diverso. Chilometri e chilometri. La macchina è piena di cartacce e cestini di fast food. Prima di ritornare in un posto passa un mese. E i due ogni tanto li vedo nello specchietto retrovisore, sempre vestiti da spie, ma con un’aria appena di disappunto. Appena appena, ma già mostrare un qualche sentimento è un segno forte per gente come loro, allenata all’impassibilità. Sei un genio amico mio, hai fatto centro, mi dico da solo. Non sono mai stato così fiero di me stesso.

Dopo un anno i due fuori di casa diventano un’abitudine, e un’abitudine è la solitudine, e il televisore acceso, l’odore di terra. Così gli ebrei sono sopravvissuti ai campi di sterminio, così i nativi d’America alle riserve. Ma lei va giù, si spegne. L’odore di acqua di colonia non c’è più. Qualche volta mette i vestiti nuovi, ma la sua tristezza li annulla. Si lascia andare, non si lava più. L’erba del giardino copre quasi le finestre, i gatti aumentano.

Ho sentito la prima volta l’odore alla finestra, mentre spiavamo le spie. Io ero alle sue spalle. Era pungente e stantio –urine vecchie, stratificate, gocce su gocce nell’arco della giornata, ognuna col suo odore che si posa sugli altri. E mi sapeva di vecchi zii decrepiti nel prato, quando ero piccolo ed ero inorridito e incantato da quell’odore, da quella inconcepibile vecchiaia. Ma mi rifiutavo di pensare che venisse da lei, così pulita.

Una sera, mentre salivamo le scale, l’ho sentito nitidissimo, e veniva da lei. Anastasia non si lavava più, l’odore di gatto e  di orina vecchia era suo. In camera la faccio sedere sul letto. Lei ha occhi piccolissimi e neri, tra guance ancora sporgenti e piene, se guardo bene spostando le rughe e le macchie della pelle, certe volte è il viso della bambina di Tsarkoe Selo

-Ti preparo un bagno-

-Lasciami stare-

L’acqua scorre nella vasca copre i mormorii di protesta di lei, che infine si arrende perché forse le ricorda qualche capriccio antico, una cameriera che le preparava il bagno in qualche residenza fredda e vasta, perché sussurra incantata Annuska, Annuska.

E’ paralizzata. L’aiuto a spogliarsi e vorrei non vedere il suo corpo da vecchia che lei tenta di coprirsi con le mani nodose, i seni vizzi, la schiena curva come un punto interrogativo. Vorrei non sentire l’odore di urina che sale dall’inguine che guardo appena, bianco e violaceo, senza peli, in una specie di infanzia malata e maligna, appassito per la vecchiaia, però senza ombre, come un ritorno alla bambina di un tempo, la bambina violata e uccisa nella cantina di Ekaterinburg. (Il sangue, il sangue di genitori e fratelli, il sangue a fiotti e schizzi, e gli spari). Un ritorno falso e offensivo, un simulacro indecente. Lei tollera ogni giorno questa cosa su di sé e non so come faccia. Forse è così che ci si abitua alla morte, spiandosi ogni giorno addosso questa decadenza. E mentre distolgo il viso

-Marja, Marja stai giù!- sussurra spaventata.

L’infanzia, così tutelata dalla zarina, uccisa in pochi attimi nello scantinato, e poi dopo, quando il soldato l’ha presa nel bosco. Il mio gesto di denudarla l’ha portata a quella notte. Ancora Ekaterinburg e Marja che si alza e afferra la baionetta del carnefice accanto a lei. Da questo capisco che sa che le ho guardato il ventre.  So che d’ora in poi sarà così che mi parlerà, con i ricordi della sua vita prima di essere Anna Anderson, che non ci sarà più nulla di nuovo per lei, ma solo ripetizione, e che il dolore o la nostalgia saranno il suo linguaggio. La guido alla vasca e mi sento un carnefice. Pietà. Pietà per l’inguine vizzo e senza peli. Pietà perché è scomparso ciò che incantò Ciakoski e la salvò, ciò che tanti uomini videro e amarono negli americani della sua giovinezza. Per me questo è stato conservato, questa vecchia ho voluto.

Nessuna vistosa autorità regale, 8

Anastasia sconvolta. In piedi accanto alla finestra guardava in strada da dietro la tenda. Più che guardare, puntava, come un cane da caccia. Non si è voltata quando sono entrato

-Principessa- Profumava di acqua di colonia. Quando io esco, lei passa ore in bagno. Pelle vecchia e acqua di colonia di un altro tempo, Guerlain Imperiale –sa di secco, sfinito e antico, come un libro del Cinquecento pieno di polveri e segreti.

-Principessa-

-Sssh. Sono qui-

-Chi?-

-Loro. I sovietici-

 Al di là del viale c’era un’automobile con due uomini seduti che guardavano davanti a sé. Apparentemente non avevano nulla da fare.

-Sono lì da ore. Sono loro-

La costrinsi a bere un té. Lei era impettita in punta di sedia. Come se dovesse andare via

-Sono loro, mi hanno trovata-

-Aspetta, non è sicuro. Vediamo cosa fanno- era una prudenza che non mi apparteneva, che esercitavo solo per lei. Dopo un’ora la macchina con i due era ancora là.

-Vado alla polizia-

-No. Resta-

Restammo seduti sul divano tra le patate, a fissare la televisione accesa

-Se sono spie, non fanno nulla per nascondersi-

-Non si nascondono perché non hanno paura. Anche gli americani vogliono che io sia controllata. Non faranno certo una guerra ai russi per me-

Per addormentarsi, quella sera mi ha chiesto di restare con lei. Ci ha messo un po’. Appena il suo respiro regolare ho piegato e messo a posto i cumuli di vestiti. Ammucchiava gli abiti, li lasciava cadere a terra, ma le lenzuola le cambiava e le lavava ogni tre giorni. Le sue pantofole erano vecchissime, la vestaglia era consunta ai gomiti, ma possedeva dieci boccette di acqua di colonia e faceva il bagno tutte le mattine.

Nel sonno geme. La consolo, la carezzo sulla mano ossuta, con troppe vene sporgenti e lei si placa. Per distrarla, la mattina dopo esco di buon ora a comprarle dei vestiti. I due (o altri due) sono sempre là nella macchina . Appena passo mettono in moto e mi seguono. I loro visi non li riconosco e so che presto non li ricorderò neppure. Sono anonimi, sfuggenti come acqua o sabbia. Visi che non si possono ricordare, capelli lisci, castani, lineamenti regolari, occhiali scuri sugli occhi. Non sembrano russi, però: sono morbidi come americani. Ma poco importa, tutti i servizi segreti e i loro uomini si somigliano, perché devono entrare dappertutto, vedere tutto, uomini nebbia, uomini fango. Io non mi curerò di voi! Dico allo specchietto retrovisore.

Per la prima volta decido di partire alla riscossa: finora ho come sognato, adesso basta.

-Troveremo altri avvocati, Anastasia. Costringeremo il tribunale tedesco a riconoscerti-

Lei sussulta spaventata

-No! E allora quelli fuori perché sono qui?-

quelli là fuori sono sempre fuori. C’è un mondo dentro e un mondo fuori e sono diventati incompatibili. E la verità è chiusa dentro. Non farti sulla soglia, non stare alla finestra.

Sì, alla fine la chiamavo Anastasia. Era più comodo chiamarla così, crederla così. Ma i dubbi restavano. Forse passati i cinquant’anni ci si adagia in finte certezze e non si vuole sapere più nulla. Come il metallo fuso dentro una forma prima o poi si raffredda e si adatta ai limiti della matrice.

Ci hanno spiato per un anno intero. Giorni interi alla finestra, dietro una tenda, insieme a lei. I due in macchina sono sempre là, certe volte si ripetono, certe volte cambiano, ma sono sempre uguali, uguali dentro, negli occhi, in ciò che fanno. Io e lei invece siamo unici, siamo tra i pochi che sento unici. Unico era Gleb. Unica Anastasia, e io per mezzo suo, due granduchi in attesa di diventare imperatori. Quando guardiamo insieme là fuori mi sento felice, in un modo strano.  Forse perché sino a prima di sposarla avevo fatto felici molte persone e mai me stesso. Ero stato come mi volevano e ora, a guardare indietro, stavo malissimo. Mie adesso le patate e il soggiorno oscurato, i due là fuori e questa donna vecchia accanto a me.

Le sorrido, e lei sembra uscire un po’ dal suo torpore. Anche se non mi restituisce il sorriso, quello proprio non sa farlo, c’è una luce nei suoi occhi. Mi stacco dalla finestra e studio il russo. Lei non mostra neppure di notare i miei libri. La Russia, Tsarkoje Selo, le sorelle, i genitori e la fine di tutto, se ci sono, sono sigillati in profondità, escono solo nel sonno, quando mormora e mormora sempre più spesso da quando ci sono le spie

Maman non riesco a fare questo punto.  Il ricamo, il francese, la musica e i giochi decisi dalla zarina. Le ragazze tenute in un’infanzia perenne, lontana dal male. Niente mondanità, niente balli. Il ricamo, fiori, alfabeti, gattini, mentre la Russia moriva. Un mondo magico nel palazzo, così magico e chiuso che non ricadeva all’esterno.

-Maman, come siete bella –

Il viso triste, sempre triste, delle vecchie foto della zarina Alessandra. Un viso che anche da ragazza in qualche modo sapeva cosa sarebbe accaduto, e non ha mai tentato di tornare indietro. Per amore di Nicola, o perché non conosceva altra strada. Era adulta anche da ragazza.

Due grandi assenti dalle invocazioni notturne, Rasputin e il bambino avuto da Ciakoski. Se Ciakoski esisteva, se hanno avuto un bambino

Troppo buio, maman. Accendete la luce. Troppo buio dopo la nascita di Alksiei. Non si sfida la felicità, non bisogna chiedere troppo. Con quali parole Rasputin avrà guarito il piccolo, con quali preghiere o incantesimi resta un segreto. O lo era già allora quando venivano pronunciate. Il bianco che gli zar avevano eretto con pazienza intorno alle figlie, che ancora durava intorno a mia moglie nonostante le patate e le tende tirate, non doveva, non poteva essere intaccato dal nero..

Le spie là fuori erano grigie. come i loro vestiti, come le canne delle loro pistole. Un grigio non di compromesso, di accordo tra parti opposte, ma di manipolazione, di bianco affascinato dal nero. Macchiato dal nero. Si notano appena, non si distinguono gli uni dagli altri. Nella loro assimilazione a chi li comanda peccano contro ciò che si deve fare per vivere Io e lei obbiamo sottrarci al contagio, non resta altra via.  Sottrarsi a ciò che ancora resta di vita normale.

Nessuna vistosa autorità regale, 7

C’era una volta un re e una regina che erano quasi felici. Avevano quattro bellissime figlie, un palazzo d’oro, un palazzo di marmo, un palazzo di ambra e un palazzo di lapislazzuli. Nei parchi dei palazzi le betulle e le querce si inchinavano al loro passaggio e formavano grandi archi. Passavano tre mesi in ogni palazzo e quando si spostavano in carrozze d’oro da una dimora all’altra il popolo ai lati della strada era un grande sorriso. Le sale ridevano piano quando le principesse vi passavano. Talvolta correvano giocando e viali e stanze si accendevano allo scalpiccio dei loro piedini.

Ma il re e la regina non erano felici perché mancava loro un figlio maschio, l’erede al trono. Nessun marito di nessuna delle figlie avrebbe potuto mai avere il loro sangue purissimo e reggere degnamente il paese incantato, così pensavano, così era stato detto loro e così era scritto nel Libro della Legge. Di notte nelle sue stanze la regina si toglieva gli abiti, si toglieva il sorriso che aveva indossato durante il giorno, davanti alla corte e alle figlie, e piangeva, finalmente piangeva tutte le sue lacrime. La vita le sembrava oscura in tutta quella luce in cui viveva e il suo cuore era nero come la notte. Una maledizione le era stata fatta, singhiozzava fra sé e sé, una maledizione potentissima, che aveva pronunciato

-Avrai tutto quel che si può desiderare, tranne ciò che vuoi veramente-

Forse, si diceva la regina, il mondo in realtà era buio e si accendeva solo per maleficio quando la famiglia reale passava. La natura di tutto era buia e malvagia, di certo. Nemmeno l’acqua della regina d’Ungheria riusciva a lenire i suoi mal di testa quando aveva a lungo rivoltato in sé stessa queste cose; e nemmeno le voci delle sue figlie nel parco.

-Datti pace, regina. Ottenere ciò che manca alla felicità è strada sicura per l’infelicità più grande-

le sussurrò un giorno la vecchia nutrice delle quattro fanciulle e la regina, furente, la confinò nelle cucine del palazzo e non volle più vederla. Niente e nessuno doveva lenire il suo dolore .

Una notte chiara, piena di aliti profumati e di sussurri, il re tornò dalla regina con molta tenerezza. Nove mesi dopo nacque un figlio maschio. La luce dorata durò ancora un anno. Le quattro figlie cantavano

-Maman, adesso siamo sette. Prima eravamo sei ed era un numero brutto. Adesso siamo sette, il numero perfetto. Maman, siete felice?-

Sì sono felice-

La regina sorrideva alle fanciulle e il suo sorriso brillava più dei diamanti nel diadema che aveva in testa.

Poi il bambino reale si ammalò. I lividi macchiavano la sua pelle, gli svenimenti lo tenevano lontano dal mondo e i baci della regina non lo risvegliavano. I genitori sedevano presso il suo lettino, chini sul visetto del piccolo e il resto del mondo si spegneva lentamente. Prima divenne oscuro il popolo, che iniziò a mormorare pieno di odio, poi l’esercito che senza re si annoiava, poi infine il parco. Luminose restavano solo le quattro figlie, che erano fatte di felicità.

Quando tutto era ormai diventato pauroso arrivò un contadino che era più buio del buio. Di lui si diceva che fosse santo e che guarisse. La regina si disse che il buio si combatteva col buio. Lo chiamò accanto al lettino del bambino. Quando il contadino passò nei corridoi del palazzo i cristalli e gli specchi si gonfiarono, come sul punto di esplodere, ma lo sguardo della regina li fermò. Comando, posso e voglio che costui giunga e guarisca, a qualunque costo. Il contadino santo pregò e il piccolo guarì. Il re e la regina videro che la luce tornava in tutti i luoghi. Da quel giorno, ogni volta che il bambino stava male, chiamavano il contadino e questi lo guariva. E il suo nome era Rasputin.

Maman siete felice? Ora siamo sette. Ora avete il figlio maschio, e sta bene.

Sì sono felice.

Ma non era più vero. La regina vedeva che la luce delle cose era tornata, sì, ma con un orlo di buio, una striscia nera che aumentava ogni volta che il contadino veniva e guariva il piccolo. Il dolore aveva fatto più acuta la sua vista, che ora discerneva quel che prima restava nascosto. Il mondo era come un enorme dente cariato. La carie scavava sempre di più. Un giorno Rasputin non venne . Il bambino iniziò a deperire. Il contadino non si poteva trovare, era sparito. Ombre nere erano sopra le fanciulle. Allora la regina capì che le favole non esistono. Non esiste neanche questa favola. La realtà vince tutto. E la realtà è sangue e tenebre, gli spari in cantina a Ekaterinburg, il sangue di maman che schizza sulle fanciulle e sul piccolo malato, la fame che spinge quegli uomini a sparare.

Voi eravate l’ultima favola Anastasia. Avete provato a scriverla, ma non era più possibile.

Scusa, stavo parlando con mia moglie. Ah, hai sentito parlare di Rasputin? Rasputin era il guaritore della favola. Certo che ne hai sentito parlare. Di questo sì che si parla…

Sono un po’ ubriaco, ti ho fatto versare troppo bourbon. La vodka va in profondità. Il bourbon ubriaca in superficie. Ma né vodka né bourbon  potrebbero cacciare la mia paura. Al primo bourbon ero solo più contento, il secondo mi ha dato alla testa e sono diventato troppo loquace. Il terzo ti fa apparire a me come attraverso un velo di pioggia e così va bene. Se ho paura di Rasputin? No. E nemmeno dei soldati o delle spie sovietiche. Ho paura di non essere nessuno, di non capire niente. O forse dico così perché ho bevuto, forse nego a me stesso tante verità. Quali, vuoi sapere? Ti dirò non una verità, perché non ne ho, ma una paura che poi è passata, perché altri dolori l’hanno cancellata. Quando ci hanno seguito e spiato.

Nessuna vistosa autorità regale, 6

Sì, patate ovunque, Janine e dopo un anno i gatti, decine di gatti a cui dar da mangiare e bere. Come aveva fatto in Germania. L’odore era terribile, ma non potevo dirle nulla, ci teneva troppo. Più un gatto era vecchio e malato, più lei lo accoglieva. Ho cercato di di tollerare i gatti. E poi ho avuto una ricompensa, forse una prova.

Iniziavo a provare riconoscenza per quel che Anastasia creava. Per la penombra e per l’odore di terra e patate, per quel suo stare eretta e immobile al centro del soggiorno, per quel suo nascondere continuo. E’ un riposo. Un riposo che sa un po’ di morte, ma un riposo. Così un giorno le porto un sacco di patate.

-E’ bene fare scorte- le dico porgendolo. Lei si illumina. Non l’avevo mai vista così in faccia, accesa da dentro.

La sera mi saluta dal centro della camicia da notte con un calore nuovo.

La solita camicia bianca lunga fino ai piedi, chiusa al collo da un nastro. Come sempre sulla soglia della porta tra le stanze si è fermata e mi ha salutato. Restava nel suo territorio, nel cerchio di luce dell’abat jour acceso tutta la notte, il recinto invalicabile intorno a lei. Contro il cerchio della camicia candida e della luce si erano infranti tutti i miei pensieri su di lei, tutte le domande e le paure. Respinto, mi allontanavo ogni volta in punta di piedi, senza più parole, come da un altare.

Quella sera mi sono addormentato subito, stranamente. Alle tre mi sono svegliato. Il cerchio di luce dell’abat jour di mia moglie era pieno di mormorii. Parlava nel sonno, piano piano. Mi sono avvicinato per sentire, a piccoli passi senza rumore

-Batiuska, eta apasna – o qualcosa del genere

Forse è russo. Continua a parlare e non capisco. Le parole mi girano intorno, io cerco di acchiapparle e non riesco, nessun suono mi resta, solo un mormorio dolce, come se parlasse a un bambino, come uno scorrere di acqua tenera.

La mattina lei è come prima, io no. Sentire il suo russo è stata una frustata. Almeno, credo che sia russo.  Corro in Dipartimento, in biblioteca prendo una grammatica e un dizionario di russo e sprofondo in essi, lamentando di non averlo fatto prima. Segni e sillabe mi piombano addosso. Non trovo ciò che ho udito, forse ho udito male o forse non è russo, forse la separazione tra le parole non è quella che ho pensato.

La sera dopo preparo un taccuino e una penna. Resto sveglio quasi tutta la notte, seduto nel letto con la schiena poggiata a tre cuscini. Ma lei non parla, si rigira nel letto, russa per un po’. Tutto bianco e muto, come la luce, la sua camicia da notte, la carta – e l’abito di Anastasia bambina nella foto che era su tutti i giornali. E così per molte notti, durante le quali io quasi dimentico del perché sono sveglio e quasi mi abituo al dubbio e torno come ero prima, rassegnato a non sapere.  Scivolo nell’abitudine come su un’acqua placida e ben conosciuta. Facile accettare di non sapere, mentre le patate e le erbacce crescono e fanno salire l’odore di terra fino alle camere da letto.

Poi una notte, la prima notte in cui tornavo ad avere sonno e stavo per sprofondare nel torpore, lei mormora nel cerchio di luce morbida

– Maria, Maria,vniz!- è un grido disperato. Invece di svegliarla e consolarla, scrivo in fretta le sillabe. Geme come il gattino che ho visto in preda alle convulsioni, sull’asfalto dopo che una macchina l’ha investito. Poi si calma, si rigira, le coperte scivolano a terra e io posso vedere le gambe secche, con le vene viola. La copro piano.

Il giorno dopo, da Gleb, dove  tutto profumava

-E’ russo, amico mio, è russo. Maria, Maria stai giù. Eta apasna, è pericoloso-

posa il foglio e si mette una mano sugli occhi. Si riscuote come se emergesse dall’acqua

-Maria, stai giù.  E’ Ekaterinburg.-

la voce si spezza. Non può continuare, le lacrime scendono nella barbona da prete ortodosso.

Cos’è Ekaterinburg, mi chiedi…sì Janine, ricordi bene, è dove hanno fucilato gli zar e tutta la loro famiglia, e pure alcuni servitori e il padre di Gleb. I bolscevichi. Là forse Anastasia è morta. O forse è viva e io l’ho sposata.

Come avrebbe fatto a fuggire? Mentre portavano i cadaveri nel bosco per bruciarli, poiché niente doveva restare di loro e bisognava evitare che diventassero delle icone, dei santi da venerare o vendicare, un soldato, un certo Ciakovski, si sarebbe accorto che uno dei cadaveri delle ragazze respirava appena. Approfittando del buio, appena il convoglio si fermò ai margini di una radura, l’avrebbe tirato giù e nascosto tra gli alberi. Che cosa le avrà sussurrato? Taci, non un fiato, ti aiuterò. E lei aveva capito. Janine, immagina la confusione, gli ordini gridati, fate presto, presto, prima dell’alba, scavate, incediate! l’odore della carne bruciata, dei capelli strinati, e questo Ciakoski che fremeva pensando alla ragazza nascosta. Buon lavoro, compagni ritiriamoci. E Ciakovski che la porta in un’isba e paga il silenzio dei contadini con uno dei gioielli che aveva trovato nel busto di lei. Gli altri gioielli pagheranno la fuga dalla Russia, fino in Romania, e la loro vita là, fino a quando lui non fu ucciso dai servizi segreti russi. Pare che avessero avuto un figlio. Come sia arrivata dalla Romania a Berlino non si sa. Lei stava male quando la trovarono, era in un manicomio.

Sarebbe stato facile riconoscere se era lei? Bastava una radiografia, una visita dentistica. Ma lei ha visto come chi l’aveva riconosciuta per Anastasia, ritrattava, o era costretto a ritrattare. Non ha voluto sottoporsi ad alcune visita medica. Non ha voluto più parlare. Lo ha giudicato troppo pericoloso, per sé e per gli altri. E questa storia che ti ho detto l’ha narrata una sola volta. Sai, ai re basta la parola. Non devono fornire prove.

Hai sonno, vero? Nessuno come me…è la mia condanna. Come me hai avuto solo un altro, un pittore? Ah, no, era più agitato e anche più normale. Lui voleva avere successo, voleva essere famoso. E’ vero io non voglio niente, neppure te, solo certezza e pace. Hai sonno, lo vedo, non negare. Ti racconterò una favola, come ai bambini quando stanno per dormire.

Nessuna vistosa autorità regale, 5

Sono un po’ matto. Mi piace come lo dici, con quella risatina tenera. Sei tutto quello che Anastasia non è più, morbida e tenera.

Sono un po’ matto.

 Siete matti, vi adoro, era il telegrammadi Gleb dopo le nozze. Perché credo, o spero, che sia Anastasia, se non ho prove? Che significa prove? Ti dirò ancora.

Il giudice di pace che ci ha sposato mi ha guardato prima sorpreso e poi severo, come se fossi un pervertito. A quanto pare era peggio sposare una donna vecchia che una ragazzina. Sostenni lo sguardo del giudice, a testa alta. Non è vecchia, è antica, antichissima. E, mister, mi sta rendendo un’Altezza Imperiale.

Era vestita dell’abito blu; sul colletto tre gardenie bianche e un cappellino con una breve veletta che le ombreggiava gli occhi. Stava molto bene per i suoi anni -quanti? Settanta, settantadue? E io quarantasei. Alle sue spalle per un attimo, evanescente, una cattedrale enorme, altissima,coperta d’oro, il tappeto rosso al centro, gli invitati nei banchi e lei incedente al braccio del padre, vestita di bianco e d’ermellino. Sempre l’immagine di come avrebbe dovuto essere, sempre una figura che faceva più misero il presente. Sempre immagini doppie, quando arrivava la certezza che fosse Anastasia.

 Non ti basta? E’ vero, non basta, per questo sono qui e ne parlo. Altre volte la tristezza accompagnava una certezza debole. Le ho dato la stanza accanto alla mia, le porte erano aperte, in modo che le stanze comunicassero, e sono sempre rimaste aperte. Sotto la camicia da notte bianca ed enorme sentivo i seni cascanti, le vene bluastre e tutti i segni dell’età. Le guance incavate per i molari mancanti, il viso afflosciato su sé stesso,come se mancasse un sostegno interno. Con una fitta al petto ho pensato a come avrebbe dovuto essere la prima notte di nozze di tutti e due. E forse lo ha pensato anche lei. Sembrava perduta e come offesa, adirata con sé stessa per essere come era. Certo non potevo baciarla sulla bocca, né carezzarle i seni, o cose del genere. Mentre mi avvicinavo piano, lei mi guardava fisso senza espressione e ai lati sorgevano i fantasmi di tutti quelli che l’avevano avuta quando era bella, di tutte le chiacchiere che avevano riempito le riviste di allora, dal soldato tedesco che l’aveva salvata a Berlino ai play boys di NewYork, gente che non l’ha amata o l’ha amata male, cercando in lei quello che lei non era; una fitta siepe di figure pallide, così tanti da fare pena. Che altro poteva fare se non averli e lasciarli entrare in sé, che altro le restava. E ora che non poteva più, era moglie, americana, al sicuro. Povera Anna Anastasia, che hai avuto tutto troppo tardi.

Che farò, che dirò: la prima notte andava celebrata in qualche modo. A un passo da mia moglie caddero tutte le figure. Ho fattol’unica cosa che mi andava di fare, l’ho abbracciata. Lei è restata rigida,sentivo il suo corpo secco e strano, troppo magro sulle spalle, troppo gonfio ai fianchi.

-Benvenuta-

 Lei non diceva niente, sorrideva un poco. L’ho fatta coricare, le ho rimboccato le coperte.

-Staremo benissimo insieme-

Che non veda mai rimpianto, mi sono detto, almeno questo non lo veda, lei che ha visto tutto,l’odio, il desiderio, la furia, il sangue, l’abbandono. Ci sono riuscito. In questa cosa sola sono riuscito. Perché lei in me ha visto tutto, affetto,ambizione, allegria, ira, fastidio, insofferenza; ma mai rimpianto di averla sposata.

 Poi nel mio letto da solo, sono restato ad occhi sbarrati fino all’alba. Anna/Anastasia russava.

Altre volte, la certezza che non fosse Anastasia, ma Anna la contadina polacca. Due giorni dopoil matrimonio.

La moglie di Gleb mi aveva dato una mano a pulire lacasa, prima della cerimonia. Con due cameriere aveva rivoltato ogni cosa,lavato e lucidato da cima a fondo, buttato le cose vecchie. Fiori freschi nei vasi e asciugamani candidi in bagno. Quando io e lei eravamo entrati ero stato colpito  dal profumo, dalla luce e dalla bellezza della mia stessa casa. Le tende candide si muovevano appena,sembravano chiamare a una vita bellissima. Non abbastanza per una principessa,d’accordo, ma in ogni caso il massimo che si potesse fare da me. Lei aveva fatto un cenno del capo, accennato a un sorriso, mormorato

-Che bella casa-

 ma si sentiva che non lo pensava. E poi si era installata in soggiorno e non si era più mossa. Non ha mai sistemato nulla incasa, nemmeno i suoi vestiti.

Due giorni dopo il suo arrivo, ha riempito il soggiorno di patate, prima le ha nascoste dietro il divano e poi, come se si muovessero dotate di vita propria, le ho ritrovate in ogni angolo. Non c’era verso di fargliele togliere

-Basta con queste patate- grido un giorno e faccio per sferrare un calcio ad un mucchio vicino alla porta. Lei si slancia verso di me. Sento la sua mano ossuta e rigida sul mio braccio. E’ la prima volta che mi tocca.

-Solo le patate si conservano. Salvano dalla fame. Lasciale-

la guardo, è disperata. Da quanta fame sorgono questi mucchi, questo desiderio di conservare e vivere sicuri? Un attimo di incertezza, poi comincio a raccogliere le patate per buttarle. Lei mi si butta addosso come può, con furia e forza. Ha gli occhi spiritati, bollicine di saliva all’angolo della bocca e biascica

-lascia lascia-una strega che spintono con furia, pieno di odio. Lei cade all’indietro, su uno dei mucchi di patate, piegata ad angolo retto, come un bastone spezzato. Fisso l’angolo strano del corpo e tremo all’idea che si sia fatta male. Le patate mi cadono di mano. La rialzo. Le mani mi tremano mentre l’accompagno sul divano. Grato che non si sia fatta male, ma pieno di odio per lei, insieme. Non era da principessa la faccenda delle patate, ma da contadina

Nessuna vistosa autorità regale, 4

 Perché fuggo? Janine, le patate,le erbacce, la fuga, tre domande diverse, ma una sola risposta. Alesa aveva detto che la gente aveva orrore del prato di casa mia. E’ stato allora che ho deciso di lasciarla e che ho capito come il Prato Americano è la risposta a ogni domanda. Deve essere verde, fitto, ben tagliato. Da questo dipende tutto, se sarai amato, se avrai successo. Poi scopri che non è vero, che anche col Prato Americano sei sempre un disperato e ti senti ingannato.

Dopo due mesi dall’arrivo di Anastasia in casa mia, il prato non era più americano. Non avevo raccolto le foglie secche né le cartacce che il vento aveva soffiato, non avevo tagliato né innaffiato l’erba. I vicini mi chiedevano con aria intensa “ Come va?”.

-Bene- rispondevo. E declinavo con cortesia le loro offerte di aiuto.

 Mi sono chiesto se vedere dalla finestra quella decadenza, o farmene sorprendere quando rientravo a casa mi piaceva. La risposta era sì, un gigantesco Sì. Mi sentivo più sincero. Era come proclamare al mondo ciò che sono, il che non fa mai male. Senza ostentazione, per carità, solo per correttezza. Non fate conto su di me, amici, cittadini americani: io appartengo ad un altro tempo e ad un altro spazio, anzi mi chiedo come sono capitato qui.

Come sono venuto fuori così, non so.  Non sono mai interamente dove sono. Forse per questo, essendo condannato a sognare, ho scelto l’Europa. Poteva essere un’altra cosa, ma ho scelto l’Europa.

 L’Europa di là dal mare, dove tutto ha avuto inizio, da dovesono salpati gli antenati dei miei genitori e di tutti i genitori americani in cerca di fortuna e pace. Un piccolo continente in penombra, ricco di anfratti e zone luminose, brulicante di gente inquieta e litigiosa, ma con la testa piena di idee e passioni. Quando gli europei arrivavano qui, secondo me si placavano. Sedotti dall’ampiezza degli spazi, si stabilivano dove volevano,  senza quella vicinanza obbligatoria dell’Europa che portava a odiarsi gli uni con gli altri. Qui non erano più sotto gli occhi di qualcuno, ognuno poteva avere il suo.

 Lentamente hanno creato la casa americana, il pratoamericano, l’anima americana, linda, obbediente, ricca. Qualcosa però si è perso, in un punto imprecisato di quest’evoluzione.  Hanno voluto essere perfetti. Sono patriottici, fedeli, sinceri, onesti; sono come le tendine delle loro cucine,candide o a quadretti, esattamente come dovrebbero essere. Ma la loro perfezione è così impossibile che per essere sostenuta li costringe a bere nei week end, a prendere antidepressivi, a sparare. Pochi la reggono senza aiuti. Essere perfetti porta a giudicare, non a capire. Disperati, i miei americani si appigliano alle regole per non vedere che regole possono non essere date e che si può vivere senza. Portano con loro la colpa che spinse i padri a lasciare l’Europa, soffrono di essere senza passato e per negare la sofferenza perseguono la perfezione.

Io no, io dico forte che vorrei un passato, che questo continente è troppo nuovo per me, e impedisce i sogni. Il mio prato antiamericano lo proclama a tutti e tutti fingono di non capire.  Capiranno, prima o poi. In questo disordine vedo meglio le cose. Mi espongo a un giudizio che scopro irrilevante e ho un mucchio di tempo per me, per quelle che da ricerche storiche stanno diventando sogni.

Quando mi sono sposato era il tempo degli ultimi re; ora c’è il tempo nuovo della democrazia.

Parlo bene? Grazie. Anche i miei studenti me lo dicono.Sono affascinati da me, ma poi non mi chiedono la tesi, vanno dai miei colleghi, dai professori importanti che li possono aiutare, io li posso tutt’al più incantare.

 No, il College non ha preso bene il mio stile di vitadopo il matrimonio. Il direttore  un giorno mi ha detto che mi trascuravo, che forse era il caso di incontrare lo psicologo. Improvvisamenteho visto che i miei vestiti erano vecchi e che avevo la barba lunga. Non me ne ero accorto prima.

Ho fatto il colloquio e ho finto di farlo di buon grado,per non creare sospetti. Lo psicologo era la massima emanazione del Prato. Aveva il suo studio al secondo piano del College, per studenti e docenti. Era giovane, alto e allampanato, sempre sereno, una sorta di  fenicottero.

Lo studio era quasi uguale a quello del Direttore,chiaro e pulito, con pochi libri pochissimo letti. Si è mostrato empatico, simpatico. Condivideva il disagio al quale ho accennato subito. Condivideva così tanto che stavo sulla difensiva.

-Quanto ritiene sia importante l’aspetto fisico?-

-Ha subito un qualche dolore, una perdita di una persona cara in tempi recenti?-

– Le capita di pensare alla morte?-

Sono uno storico, sono a contatto con la morte tutti i giorni, come i medici, medici e storici sono più vicini di quanto non si creda.Lei non pensa alla morte? Si può vivere senza pensarci? Lui ha l’aria di ritenere la morte un problema che preveda una soluzione. Caro Americano tipo, per il quale non devono esistere tragedie o quesiti irrisolvibili!

 Voglio capire come ragiona, se devo parlare di me,voglio sapere che cosa crede lui, quali sono i suoi pensieri. Accenno al desiderio di vivere in un’altra epoca, lui si irrigidisce, un attimo solo, poi torna empatico. Accenno al dispiacere per le critiche dei colleghi e lui minimizza. Minimizza ogni dispiacere, ogni delusione, ogni ferita. E’ il grande Minimizzatore, niente conta. E poi, tutto va bene, qualunque cosa io dica,qualunque idea io abbia. Non ha idee o giudizi, tutto va bene e nulla va bene,non vi sono certezze se non un luogo mitico dello spirito che è l’equilibrio interiore, vale a dire la non interferenza con la società costituita. Poverino,gli hanno insegnato così e così è convinto di essere empatico. Io invece sprofondo come davanti a una massa elastica e senza volto, solo occhi che spiano, e che assorbe qualunque cosa, ogni urto di parole e colpi, pronta a riapparire di nuovo come prima, assolutamente illesa. Si può solo evitarla, una roba così.

 Ho capito, ho capito tutto. Ragazzi, vi farò contenti,mi sono detto uscendo di là. Comprerò dei vestiti nuovi e saluterò con vivacità, forse con un sorriso. Tanto questo basterà.

Vestiti nuovi, barbiere, sorrisi e saluti. Il Direttore dopo due giorni mi dice

-Ehilà John-dalla sua faccia è convinto che il colloquio con lo psicologo mi abbia fatto bene. E’ facile fare contenti gli altri. Bisogna volerlo. Ma per il prato non ce la facevo a essere come gli altri, era troppo più vero tenerlo trascurato come lei voleva, troppo rispondente a me, per renderlo uguale a quello dei vicini.

Nessuna vistosa autorità regale, 3

Chi era Gleb, mi chiedi. Bella domanda. Era il figlio del medico ucciso con gli zar a Ekaterinburg, ma anche il miglior professore del College, il fondatore di una nuova religione,  un disegnatore eccellente e molto di più di tutte queste cose insieme. Era l’unica persona felice che ho conosciuto. Splendeva, letteralmente. In modo mite, come un fuoco basso. Dopo la morte del padre, la fuga avventurosa dall’Europa con la madre (avevano mangiato carne di lupo, in Siberia, e uno sciamano gli aveva predetto un attentato e il modo per sventarlo), nel nuovo continente la sua luce ha iniziato a splendere. E’ stato lui che mi ha fatto sposare.

Mi chiedeva, perché non scrivi più? Sto cercando di scrivere sulla regalità, rispondevo. Un giorno mi chiese: perché la regalità?  Perché è ciò di cui abbiamo bisogno. Essere re è rinunciare a sè stessi, disse lui.  Un sacrificio così necessario che lo si circonda di lussi e privilegi, per farlo digerire.  Una rinuncia a sè stessi per la quale ci vuole un così lungo addestramento , da indurre gli antichi a renderlo ereditario, per cercare di sfruttare la genetica e la consuetudine. Lo sapevo che avresti detto questo, Janine, che è meglio essere re che prostituta. Il punto è che non c’è differenza tra le persone. O almeno non c’è differenza nelle sorti, nella quantità di dolore e gioia. La differenza di ricchezza è meno importante di quello che si pensa, anche se è ingiusta e piena di dolore. In pratica tutti la paghiamo. Un re è oppresso di colpa, ha un peso sulle spalle, e il lusso delle sue sale vale come compenso di questo torto.

Me l’ha spiegato Gleb. Non posso scrivere un articolo su questo, mi sbranerebbero, ha detto. Allora dimmi come faccio a conoscere la regalità, dato che non posso scriverne, gli ho detto. Si può vivere la regalità, ancora si può, mi ha detto. Ce ne è ancora un pezzo che vive nascosto in una casupola nella Foresta Nera. Io e altri l’abbiamo riconosciuta, ma non è servito a nulla. E’ Anastasia Romanova, figlia dell’ultimo zar. Quasi tutti i testimoni, pagati dalle banche inglesi o spaventati dai serviz segreti, le hanno negato ogni giustizia. D’altronde, hanno ragione: che succederebbe  se si sapesse che è viva la figlia dello zar? Era la storia che sisussurrava al College da anni. Ah, la ricordi anche tu. E come mi riguarda? Ho insistito.

Bene, lui le ha scritto, l’ha fatta venire a New York,mi ha spinto a scriverle. E’ stato difficile. Ho gettato mille fogli appallottolati, con mille inizi. Poi ho capito che per riuscire dovevo pensarla una principessa. Quindi in preda alla disperazione scrissi di getto

“Altezza Reale,

forse nessun tribunale su questa terra Vi renderà mai giustizia. In pochi Vi conoscono. Ma sappiate che io erigerò un monumento sulla vostra tomba. Con devozione

 Vostro John Manhan,professore di Storia presso Il…College di…Charloettesvlle, Virginia”

La risposta giunse dopo due settimane

“ Egregio e sconosciuto professore, invece di pensare alla signora Anderson da morta, fate qualcosa per lei viva. Non resterà viva ancora per molto. L’Europa è un pessimo posto per una donna anziana

Anastasia

 Gleb le ha pagatoil viaggio fino a New York.  -Senti qualcosa di diverso adesso in America?- mi ha detto

-Sì. La vado a trovare-

 -Buona fortuna. Le principesse, le vere principesse, sono esseri incantevoli e pericolosi a qualunque età-

 Meglio essere re che poveracci? Insisti, certo. Come tutte le Marilyn. Tutti i modelli devono avere i loro miti. Però sei morbida, molto morbida.

 Sai, quando sono andato a un cocktail con lei ho avutola certezza che fosse Anastasia. Lei non voleva venire, odiava mostrarsi. Ma era la prima volta da quando ci eravamo sposati e  dovevo far vedere a tutti i colleghi che lei esisteva. L’ho costretta a indossare un vestitino nero, le perle finte, la borsetta, le ho detto che stava benissimo. Lei era arrabbiatissima, ma appena è arrivata ha alzato la testa, raddrizzato le spalle e ha iniziato a sorridere. Sorrideva a ognuno guardandolo un attimo appena, non più a lungo perché sarebbe stata indiscrezione, ma per quell’attimo l’altro si sentiva innalzato e rispondeva felice. Dentro, troppe persone. Visi tutti uguali, aperti in sorrisi da cocktail, sorrisi che poggiavano sull’ebbrezza di un bourbon. E con mio stupore chi tagliava e annullava tutti quei visi falsi era proprio mia moglie Anastasia (o Anna?) che avanzava con un sorriso non finto,l’unico della sala, con un sorriso che significava a ciascuno

-Sono davvero contenta di vedervi- 

 come ciascuno fosse per lei unico davvero, pur essendo visto per la prima volta. Una gioia speciale per ciascuno nello sguardo e nel sorriso, una gioia da regina. E io che avevo pensato che essere re fosse soffrire adesso ne dubitavo. Oppure la sofferenza di un re è in questa gioia non simulata, eppure obbligata in qualche modo?

 Anastasia sorrideva, nelle presentazioni abbassava appena il capo. In fondo non contava che non fosse vestita di bianco, che non avesse perle vere e diademi, che fosse vecchia. La vera regalità era in questo sorriso lieto, in questo incedere lento e sicuro, in tutto quel che nessuno le può togliere. 
E sì, ho sentito da quale lunga educazione, o feroce addestramento, nasceva quel far sentire gli altri unici e considerati, quel portamento che non la faceva cedere e sembrava però tanto naturale.

 A casa, dopo, era stanca. Prostrata. Quell’attenzione agli altri le aveva tolto ogni forza. Mi ha fatto pena. Lei, Anastasia, anche se con quell’abitino, quelle perle coltivate.