Nessuna vistosa autorità regale, 5

Sono un po’ matto. Mi piace come lo dici, con quella risatina tenera. Sei tutto quello che Anastasia non è più, morbida e tenera.

Sono un po’ matto.

 Siete matti, vi adoro, era il telegrammadi Gleb dopo le nozze. Perché credo, o spero, che sia Anastasia, se non ho prove? Che significa prove? Ti dirò ancora.

Il giudice di pace che ci ha sposato mi ha guardato prima sorpreso e poi severo, come se fossi un pervertito. A quanto pare era peggio sposare una donna vecchia che una ragazzina. Sostenni lo sguardo del giudice, a testa alta. Non è vecchia, è antica, antichissima. E, mister, mi sta rendendo un’Altezza Imperiale.

Era vestita dell’abito blu; sul colletto tre gardenie bianche e un cappellino con una breve veletta che le ombreggiava gli occhi. Stava molto bene per i suoi anni -quanti? Settanta, settantadue? E io quarantasei. Alle sue spalle per un attimo, evanescente, una cattedrale enorme, altissima,coperta d’oro, il tappeto rosso al centro, gli invitati nei banchi e lei incedente al braccio del padre, vestita di bianco e d’ermellino. Sempre l’immagine di come avrebbe dovuto essere, sempre una figura che faceva più misero il presente. Sempre immagini doppie, quando arrivava la certezza che fosse Anastasia.

 Non ti basta? E’ vero, non basta, per questo sono qui e ne parlo. Altre volte la tristezza accompagnava una certezza debole. Le ho dato la stanza accanto alla mia, le porte erano aperte, in modo che le stanze comunicassero, e sono sempre rimaste aperte. Sotto la camicia da notte bianca ed enorme sentivo i seni cascanti, le vene bluastre e tutti i segni dell’età. Le guance incavate per i molari mancanti, il viso afflosciato su sé stesso,come se mancasse un sostegno interno. Con una fitta al petto ho pensato a come avrebbe dovuto essere la prima notte di nozze di tutti e due. E forse lo ha pensato anche lei. Sembrava perduta e come offesa, adirata con sé stessa per essere come era. Certo non potevo baciarla sulla bocca, né carezzarle i seni, o cose del genere. Mentre mi avvicinavo piano, lei mi guardava fisso senza espressione e ai lati sorgevano i fantasmi di tutti quelli che l’avevano avuta quando era bella, di tutte le chiacchiere che avevano riempito le riviste di allora, dal soldato tedesco che l’aveva salvata a Berlino ai play boys di NewYork, gente che non l’ha amata o l’ha amata male, cercando in lei quello che lei non era; una fitta siepe di figure pallide, così tanti da fare pena. Che altro poteva fare se non averli e lasciarli entrare in sé, che altro le restava. E ora che non poteva più, era moglie, americana, al sicuro. Povera Anna Anastasia, che hai avuto tutto troppo tardi.

Che farò, che dirò: la prima notte andava celebrata in qualche modo. A un passo da mia moglie caddero tutte le figure. Ho fattol’unica cosa che mi andava di fare, l’ho abbracciata. Lei è restata rigida,sentivo il suo corpo secco e strano, troppo magro sulle spalle, troppo gonfio ai fianchi.

-Benvenuta-

 Lei non diceva niente, sorrideva un poco. L’ho fatta coricare, le ho rimboccato le coperte.

-Staremo benissimo insieme-

Che non veda mai rimpianto, mi sono detto, almeno questo non lo veda, lei che ha visto tutto,l’odio, il desiderio, la furia, il sangue, l’abbandono. Ci sono riuscito. In questa cosa sola sono riuscito. Perché lei in me ha visto tutto, affetto,ambizione, allegria, ira, fastidio, insofferenza; ma mai rimpianto di averla sposata.

 Poi nel mio letto da solo, sono restato ad occhi sbarrati fino all’alba. Anna/Anastasia russava.

Altre volte, la certezza che non fosse Anastasia, ma Anna la contadina polacca. Due giorni dopoil matrimonio.

La moglie di Gleb mi aveva dato una mano a pulire lacasa, prima della cerimonia. Con due cameriere aveva rivoltato ogni cosa,lavato e lucidato da cima a fondo, buttato le cose vecchie. Fiori freschi nei vasi e asciugamani candidi in bagno. Quando io e lei eravamo entrati ero stato colpito  dal profumo, dalla luce e dalla bellezza della mia stessa casa. Le tende candide si muovevano appena,sembravano chiamare a una vita bellissima. Non abbastanza per una principessa,d’accordo, ma in ogni caso il massimo che si potesse fare da me. Lei aveva fatto un cenno del capo, accennato a un sorriso, mormorato

-Che bella casa-

 ma si sentiva che non lo pensava. E poi si era installata in soggiorno e non si era più mossa. Non ha mai sistemato nulla incasa, nemmeno i suoi vestiti.

Due giorni dopo il suo arrivo, ha riempito il soggiorno di patate, prima le ha nascoste dietro il divano e poi, come se si muovessero dotate di vita propria, le ho ritrovate in ogni angolo. Non c’era verso di fargliele togliere

-Basta con queste patate- grido un giorno e faccio per sferrare un calcio ad un mucchio vicino alla porta. Lei si slancia verso di me. Sento la sua mano ossuta e rigida sul mio braccio. E’ la prima volta che mi tocca.

-Solo le patate si conservano. Salvano dalla fame. Lasciale-

la guardo, è disperata. Da quanta fame sorgono questi mucchi, questo desiderio di conservare e vivere sicuri? Un attimo di incertezza, poi comincio a raccogliere le patate per buttarle. Lei mi si butta addosso come può, con furia e forza. Ha gli occhi spiritati, bollicine di saliva all’angolo della bocca e biascica

-lascia lascia-una strega che spintono con furia, pieno di odio. Lei cade all’indietro, su uno dei mucchi di patate, piegata ad angolo retto, come un bastone spezzato. Fisso l’angolo strano del corpo e tremo all’idea che si sia fatta male. Le patate mi cadono di mano. La rialzo. Le mani mi tremano mentre l’accompagno sul divano. Grato che non si sia fatta male, ma pieno di odio per lei, insieme. Non era da principessa la faccenda delle patate, ma da contadina

Nessuna vistosa autorità regale, 4

 Perché fuggo? Janine, le patate,le erbacce, la fuga, tre domande diverse, ma una sola risposta. Alesa aveva detto che la gente aveva orrore del prato di casa mia. E’ stato allora che ho deciso di lasciarla e che ho capito come il Prato Americano è la risposta a ogni domanda. Deve essere verde, fitto, ben tagliato. Da questo dipende tutto, se sarai amato, se avrai successo. Poi scopri che non è vero, che anche col Prato Americano sei sempre un disperato e ti senti ingannato.

Dopo due mesi dall’arrivo di Anastasia in casa mia, il prato non era più americano. Non avevo raccolto le foglie secche né le cartacce che il vento aveva soffiato, non avevo tagliato né innaffiato l’erba. I vicini mi chiedevano con aria intensa “ Come va?”.

-Bene- rispondevo. E declinavo con cortesia le loro offerte di aiuto.

 Mi sono chiesto se vedere dalla finestra quella decadenza, o farmene sorprendere quando rientravo a casa mi piaceva. La risposta era sì, un gigantesco Sì. Mi sentivo più sincero. Era come proclamare al mondo ciò che sono, il che non fa mai male. Senza ostentazione, per carità, solo per correttezza. Non fate conto su di me, amici, cittadini americani: io appartengo ad un altro tempo e ad un altro spazio, anzi mi chiedo come sono capitato qui.

Come sono venuto fuori così, non so.  Non sono mai interamente dove sono. Forse per questo, essendo condannato a sognare, ho scelto l’Europa. Poteva essere un’altra cosa, ma ho scelto l’Europa.

 L’Europa di là dal mare, dove tutto ha avuto inizio, da dovesono salpati gli antenati dei miei genitori e di tutti i genitori americani in cerca di fortuna e pace. Un piccolo continente in penombra, ricco di anfratti e zone luminose, brulicante di gente inquieta e litigiosa, ma con la testa piena di idee e passioni. Quando gli europei arrivavano qui, secondo me si placavano. Sedotti dall’ampiezza degli spazi, si stabilivano dove volevano,  senza quella vicinanza obbligatoria dell’Europa che portava a odiarsi gli uni con gli altri. Qui non erano più sotto gli occhi di qualcuno, ognuno poteva avere il suo.

 Lentamente hanno creato la casa americana, il pratoamericano, l’anima americana, linda, obbediente, ricca. Qualcosa però si è perso, in un punto imprecisato di quest’evoluzione.  Hanno voluto essere perfetti. Sono patriottici, fedeli, sinceri, onesti; sono come le tendine delle loro cucine,candide o a quadretti, esattamente come dovrebbero essere. Ma la loro perfezione è così impossibile che per essere sostenuta li costringe a bere nei week end, a prendere antidepressivi, a sparare. Pochi la reggono senza aiuti. Essere perfetti porta a giudicare, non a capire. Disperati, i miei americani si appigliano alle regole per non vedere che regole possono non essere date e che si può vivere senza. Portano con loro la colpa che spinse i padri a lasciare l’Europa, soffrono di essere senza passato e per negare la sofferenza perseguono la perfezione.

Io no, io dico forte che vorrei un passato, che questo continente è troppo nuovo per me, e impedisce i sogni. Il mio prato antiamericano lo proclama a tutti e tutti fingono di non capire.  Capiranno, prima o poi. In questo disordine vedo meglio le cose. Mi espongo a un giudizio che scopro irrilevante e ho un mucchio di tempo per me, per quelle che da ricerche storiche stanno diventando sogni.

Quando mi sono sposato era il tempo degli ultimi re; ora c’è il tempo nuovo della democrazia.

Parlo bene? Grazie. Anche i miei studenti me lo dicono.Sono affascinati da me, ma poi non mi chiedono la tesi, vanno dai miei colleghi, dai professori importanti che li possono aiutare, io li posso tutt’al più incantare.

 No, il College non ha preso bene il mio stile di vitadopo il matrimonio. Il direttore  un giorno mi ha detto che mi trascuravo, che forse era il caso di incontrare lo psicologo. Improvvisamenteho visto che i miei vestiti erano vecchi e che avevo la barba lunga. Non me ne ero accorto prima.

Ho fatto il colloquio e ho finto di farlo di buon grado,per non creare sospetti. Lo psicologo era la massima emanazione del Prato. Aveva il suo studio al secondo piano del College, per studenti e docenti. Era giovane, alto e allampanato, sempre sereno, una sorta di  fenicottero.

Lo studio era quasi uguale a quello del Direttore,chiaro e pulito, con pochi libri pochissimo letti. Si è mostrato empatico, simpatico. Condivideva il disagio al quale ho accennato subito. Condivideva così tanto che stavo sulla difensiva.

-Quanto ritiene sia importante l’aspetto fisico?-

-Ha subito un qualche dolore, una perdita di una persona cara in tempi recenti?-

– Le capita di pensare alla morte?-

Sono uno storico, sono a contatto con la morte tutti i giorni, come i medici, medici e storici sono più vicini di quanto non si creda.Lei non pensa alla morte? Si può vivere senza pensarci? Lui ha l’aria di ritenere la morte un problema che preveda una soluzione. Caro Americano tipo, per il quale non devono esistere tragedie o quesiti irrisolvibili!

 Voglio capire come ragiona, se devo parlare di me,voglio sapere che cosa crede lui, quali sono i suoi pensieri. Accenno al desiderio di vivere in un’altra epoca, lui si irrigidisce, un attimo solo, poi torna empatico. Accenno al dispiacere per le critiche dei colleghi e lui minimizza. Minimizza ogni dispiacere, ogni delusione, ogni ferita. E’ il grande Minimizzatore, niente conta. E poi, tutto va bene, qualunque cosa io dica,qualunque idea io abbia. Non ha idee o giudizi, tutto va bene e nulla va bene,non vi sono certezze se non un luogo mitico dello spirito che è l’equilibrio interiore, vale a dire la non interferenza con la società costituita. Poverino,gli hanno insegnato così e così è convinto di essere empatico. Io invece sprofondo come davanti a una massa elastica e senza volto, solo occhi che spiano, e che assorbe qualunque cosa, ogni urto di parole e colpi, pronta a riapparire di nuovo come prima, assolutamente illesa. Si può solo evitarla, una roba così.

 Ho capito, ho capito tutto. Ragazzi, vi farò contenti,mi sono detto uscendo di là. Comprerò dei vestiti nuovi e saluterò con vivacità, forse con un sorriso. Tanto questo basterà.

Vestiti nuovi, barbiere, sorrisi e saluti. Il Direttore dopo due giorni mi dice

-Ehilà John-dalla sua faccia è convinto che il colloquio con lo psicologo mi abbia fatto bene. E’ facile fare contenti gli altri. Bisogna volerlo. Ma per il prato non ce la facevo a essere come gli altri, era troppo più vero tenerlo trascurato come lei voleva, troppo rispondente a me, per renderlo uguale a quello dei vicini.

Nessuna vistosa autorità regale, 3

Chi era Gleb, mi chiedi. Bella domanda. Era il figlio del medico ucciso con gli zar a Ekaterinburg, ma anche il miglior professore del College, il fondatore di una nuova religione,  un disegnatore eccellente e molto di più di tutte queste cose insieme. Era l’unica persona felice che ho conosciuto. Splendeva, letteralmente. In modo mite, come un fuoco basso. Dopo la morte del padre, la fuga avventurosa dall’Europa con la madre (avevano mangiato carne di lupo, in Siberia, e uno sciamano gli aveva predetto un attentato e il modo per sventarlo), nel nuovo continente la sua luce ha iniziato a splendere. E’ stato lui che mi ha fatto sposare.

Mi chiedeva, perché non scrivi più? Sto cercando di scrivere sulla regalità, rispondevo. Un giorno mi chiese: perché la regalità?  Perché è ciò di cui abbiamo bisogno. Essere re è rinunciare a sè stessi, disse lui.  Un sacrificio così necessario che lo si circonda di lussi e privilegi, per farlo digerire.  Una rinuncia a sè stessi per la quale ci vuole un così lungo addestramento , da indurre gli antichi a renderlo ereditario, per cercare di sfruttare la genetica e la consuetudine. Lo sapevo che avresti detto questo, Janine, che è meglio essere re che prostituta. Il punto è che non c’è differenza tra le persone. O almeno non c’è differenza nelle sorti, nella quantità di dolore e gioia. La differenza di ricchezza è meno importante di quello che si pensa, anche se è ingiusta e piena di dolore. In pratica tutti la paghiamo. Un re è oppresso di colpa, ha un peso sulle spalle, e il lusso delle sue sale vale come compenso di questo torto.

Me l’ha spiegato Gleb. Non posso scrivere un articolo su questo, mi sbranerebbero, ha detto. Allora dimmi come faccio a conoscere la regalità, dato che non posso scriverne, gli ho detto. Si può vivere la regalità, ancora si può, mi ha detto. Ce ne è ancora un pezzo che vive nascosto in una casupola nella Foresta Nera. Io e altri l’abbiamo riconosciuta, ma non è servito a nulla. E’ Anastasia Romanova, figlia dell’ultimo zar. Quasi tutti i testimoni, pagati dalle banche inglesi o spaventati dai serviz segreti, le hanno negato ogni giustizia. D’altronde, hanno ragione: che succederebbe  se si sapesse che è viva la figlia dello zar? Era la storia che sisussurrava al College da anni. Ah, la ricordi anche tu. E come mi riguarda? Ho insistito.

Bene, lui le ha scritto, l’ha fatta venire a New York,mi ha spinto a scriverle. E’ stato difficile. Ho gettato mille fogli appallottolati, con mille inizi. Poi ho capito che per riuscire dovevo pensarla una principessa. Quindi in preda alla disperazione scrissi di getto

“Altezza Reale,

forse nessun tribunale su questa terra Vi renderà mai giustizia. In pochi Vi conoscono. Ma sappiate che io erigerò un monumento sulla vostra tomba. Con devozione

 Vostro John Manhan,professore di Storia presso Il…College di…Charloettesvlle, Virginia”

La risposta giunse dopo due settimane

“ Egregio e sconosciuto professore, invece di pensare alla signora Anderson da morta, fate qualcosa per lei viva. Non resterà viva ancora per molto. L’Europa è un pessimo posto per una donna anziana

Anastasia

 Gleb le ha pagatoil viaggio fino a New York.  -Senti qualcosa di diverso adesso in America?- mi ha detto

-Sì. La vado a trovare-

 -Buona fortuna. Le principesse, le vere principesse, sono esseri incantevoli e pericolosi a qualunque età-

 Meglio essere re che poveracci? Insisti, certo. Come tutte le Marilyn. Tutti i modelli devono avere i loro miti. Però sei morbida, molto morbida.

 Sai, quando sono andato a un cocktail con lei ho avutola certezza che fosse Anastasia. Lei non voleva venire, odiava mostrarsi. Ma era la prima volta da quando ci eravamo sposati e  dovevo far vedere a tutti i colleghi che lei esisteva. L’ho costretta a indossare un vestitino nero, le perle finte, la borsetta, le ho detto che stava benissimo. Lei era arrabbiatissima, ma appena è arrivata ha alzato la testa, raddrizzato le spalle e ha iniziato a sorridere. Sorrideva a ognuno guardandolo un attimo appena, non più a lungo perché sarebbe stata indiscrezione, ma per quell’attimo l’altro si sentiva innalzato e rispondeva felice. Dentro, troppe persone. Visi tutti uguali, aperti in sorrisi da cocktail, sorrisi che poggiavano sull’ebbrezza di un bourbon. E con mio stupore chi tagliava e annullava tutti quei visi falsi era proprio mia moglie Anastasia (o Anna?) che avanzava con un sorriso non finto,l’unico della sala, con un sorriso che significava a ciascuno

-Sono davvero contenta di vedervi- 

 come ciascuno fosse per lei unico davvero, pur essendo visto per la prima volta. Una gioia speciale per ciascuno nello sguardo e nel sorriso, una gioia da regina. E io che avevo pensato che essere re fosse soffrire adesso ne dubitavo. Oppure la sofferenza di un re è in questa gioia non simulata, eppure obbligata in qualche modo?

 Anastasia sorrideva, nelle presentazioni abbassava appena il capo. In fondo non contava che non fosse vestita di bianco, che non avesse perle vere e diademi, che fosse vecchia. La vera regalità era in questo sorriso lieto, in questo incedere lento e sicuro, in tutto quel che nessuno le può togliere. 
E sì, ho sentito da quale lunga educazione, o feroce addestramento, nasceva quel far sentire gli altri unici e considerati, quel portamento che non la faceva cedere e sembrava però tanto naturale.

 A casa, dopo, era stanca. Prostrata. Quell’attenzione agli altri le aveva tolto ogni forza. Mi ha fatto pena. Lei, Anastasia, anche se con quell’abitino, quelle perle coltivate.

Nessuna vistosa autorità regale, 1

 Lo so Janine, ti ho preso per altro, là nella strada di Hampton piena d’insegne al neon, quando avevi ancora il rossetto intatto, i riccioli biondi pettinati e mi chiamavi Honey.

 Sei perplessa perché ancora non ti tocco. Ma vedi, è finito il desiderio suscitato dai sussurri dietro al muro della stanza nel motel, mentre mia moglie dormiva. E’ stato un fuoco passeggero, ora voglio solo parlare. Sì, parlare, ti pagherò per questo. Conosco troppo bene quel che puoi darmi, lo conosco sino alla noia, mentre non conosco ancora dopo quindici anni di matrimonio cosa può darmi mia moglie.

  Ancora non so nemmeno chi è. Nessuno sa cosa significa esseresposato a chi non sai chi è. Nessuno conosce un’altra persona, nessuno conosce sé stesso, ma non è questo soltanto. Io di lei non so con certezza neppure il nome. Eppure siamo sposati dal 1969, da quattordici anni. Quattordici anni senza certezze. Come la chiamo? Io la chiamo, e spesso la credo, Anastasia. Molti altri la credono e la chiamano Anna.

  No, non vado con mia moglie, non ci sono mai andato. Sono statocon altre però.

 Con una come te sono stato a Napoli, nel ’44, durante la guerra.Come tutte le italiane, teneva alto il capo, un po’ superba, un po’ annoiata,perché là sanno già tutto, da loro è già successo tutto e tutto è antico: le strade troppo strette, i muri gonfi e carichi. Di noi americani sorridevano,sorridevano di come era facile ingannarci

-Bravi guaglioni, però-

  Bravi guaglioni, pieni di dollari e  giovinezza, che morivano su quei seni magridi guerra, vecchi astuti guaglioni di oggi che muoiono su seni gonfi di benessere americano. Tu invece, Janine, ancora sei giovane e sei americana. Le americane imitano le attrici, vorrebbero essere altro, la mamma americana nel prato americano. Siete colpevoli tutte, perché vi sentite in colpa per aver tradito il modello.

In Italia non ci sono modelli, li hanno finiti un sacco di tempo fa. Sanno già tutto quello che può essere e ne sorridono.

Chi è il tuo modello? E’ Marylin, chi altro? Sempre lei anche se la moda ora è diversa. Mia moglie non segue la moda, anzi non vuole neppure un vestito nuovo. Nemmeno quando ci siamo sposati aveva un vestito nuovo. Davanti al giudice indossava il suo vecchio vestito blu. La Smith l’aveva costretta a una veletta nuova, però. Una principessa nel vecchio vestito blu.

 In Italia mi sono innamorato del passato. A Napoli c’era sempre qualcosa che non si sapeva, o che si era dimenticato, una profondità che non ho più trovato. Come un pozzo sotto ogni piede e pietra, che solo le leggende o le vecchie storie rischiaravano. E mia moglie è molto, molto più profonda di quelche ho sentito a Napoli, affonda in un passato che ignora anche lei.

Come? Con chi l’ho tradita? Oh. solo con una persona, con Alena.

E’ stato così: guardavo mia moglie mangiare in cucina. Non ha mai cucinato nulla. A massimo prendeva il pan carrè, ci metteva sopra  maionese e cetriolini e mangiava. Nient’altro. La domenica faceva bollire le patate.

  Masticava con i denti davanti, non aveva più i molari e nonvoleva che pagassi un dentista per rimetterglieli. Con lo sguardo perso nelvuoto oltre i barattoli, la busta del pane davanti a sé, come se qualcuno dovesse portargliela via. Troppo triste come scena. Mi è venuto in mente che forse aveva nostalgia di cibi russi, perché lei è russa, o almeno io credo chelo sia; quella volta ho pensato che forse le avrebbe fatto bene tornare amangiarne un po’.

E così ho contattato Alena, la collega di Storia dell’Alimentazione nel mio college. Sì, sono un professore, universitario. Non si direbbe? Lo prendo per un complimento. Lei era un tipo un po’ hippy, era all’inizio degli anni ’70, sai la moda di allora.

 nonno indiano d’America. Da questa mescolanza le deriva la sua speciale leggerezza. Sembra volare nei corridoi e nelle conversazioni, con un sorriso alato, come se avesse nel sangue lo spostamento. Nessuna opposizione è radicale, sembrava sussurrare, possiamo essere felici, ballare insieme in cerchio e sorridere per sempre.

 A pensarci, la storia di cucinare cibi russi forse era una scusa. Alena mi ha accolto con deferenza: lei era arrivata da poco e io ero uno dei professori più noti del College

-Oh certo! Ti porto tutto, ho un libro a casa!-

  Il giorno dopo il libro era tra noi. Kvas, blinis, zuppa dirape. Io e Alena sfogliammo il libro insieme, le nostre teste, le nostre mani si sfioravano.

Ho cucinato. Anastasia mi guardava dal soggiorno,senza provare nemmeno ad aiutarmi, senza chiedermi cosa stessi facendo. Quando fu tutto pronto, apparecchiai bene, con tutte le cose al posto giusto, accesi le candele e la chiamai. Le accostai la sedia dietro e servii la zuppa e i blinis. Lei guardò tutto e cominciò a piangere. Non toccò nemmeno un blinis. Preseil pane in cassetta e la maionese e mangiò quello.

 L’indomani ad Alena ho detto che era tanto piaciuto il pranzo. Davantia un drink ho detto poi quel che era necessario dire per andare a letto insieme.Le piacevano mie ricerche sulla regalità, le trovava strane.

 -Ma io sono regale-ho confessato, un po’ ubriaco -Sono un granduca in attesa-

Lei mi guardò sopra il bicchiere.

-Ho sposato la presunta Anastasia Romanova-

il bicchiere si abbassò, gli occhi si strinsero in un sorriso splendido

-Sei un libro di favole John-

 Ecco, in quel momento l’ho tradita. In quel momento quando hodetto la presunta Anastasia, non prima, né dopo, nel letto di Alena. Non ho avuto rimorso del tradimento fisico, ma il ricordo di quelle parole ancora mi tormenta.

Mi faccio troppi problemi, dici?

 Sì, di sicuro. Quando mi chiedeva scherzando dov’era laregalità, le dicevo che se esisteva, era in mezzo alle patate. E il tuo trono? Che si vedeva solo di notte. Nella casa di Alena c’erano mille souvenir, comeun elenco del telefono, sabbie, fotografie, ceramiche; mille cose erano su dil ei, braccialetti, ricami, perline, i riflessi dei capelli lisci e pesanti da squaw; gli occhi splendevano costanti, come lampadine. Diceva sempre di non fare programmi. Per me era un riposo una creatura che sembrava senza luogo,senza re.

 Per qualche mese ho vissuto diviso in due, spaccato a metà.Alena di giorno, nei corridoi, nel letto del suo alloggio, con allegria; Anastasia al ritorno, terrosa e impettita davanti a una Tv che non guardava,tra mucchi di patate.