Nozze a Persepoli, parte 3 (ultima, davvero solo per archeologi)

Damarato – Non hanno necropoli, anzi le ritengono empie. Darice me lo spiegò a sera, tenendomi tra le braccia come un bambino a cui far capire qualcosa di difficile. Quando si muore, in Persia, il corpo viene lasciato in cima alle torri del silenzio. Quelle torri bianche che vedevo ai margini del piano, esili come fuscelli e senza aperture, con uno strano fregio scuro alla sommità.

In esse solo i sacerdoti necrofori possono entrare e deporre il cadavere sul tetto a terrazza, dove intorno a un grande foro centrale vi sono tre giri concentrici di letti di pietra, il più interno per i bambini, il mediano per le donne, l’esterno per gli uomini. Gli avvoltoi che perennemente dimorano sul tetto –era quello il fregio sommitale, fregio di orrore vivente- quando un corpo viene disteso là e abbandonato, seguendo gerarchie e logiche imperscrutabili a noi uomini, si distaccano dal muretto a gruppi di due e pasteggiano delle carni morte.

Darice diceva che era rapido: un colpo di becco per la testa, uno per il ventre e poi gli artigli afferrano le viscere e l’avvoltoio si alza in volo per un rifugio sicuro dove consumare in calma il pasto. In ampi cerchi ritorna poi per scarnificare il resto. Sì, mia moglie ha parlato con voce ferma, limpida come sempre, come dopo gli abbracci o al risveglio del mattino. Normale l’orrore, la recisione del legame, l’accettazione di ogni fine. Quando si muore si torna a fondersi con la luce dalla quale si è scaturiti, il corpo non deve infettare elementi sacri, né terra, né fuoco, né acqua, né deve essere ricordato o protetto, giacché è stato solo l’involucro dell’anima, transitorio. Presteresti attenzione o cura a una brezza che oggi c’è e domani non c’è? Ha concluso lei.

E io non potevo parlare, non ho più potuto parlare per giorni, silenzioso come le torri dei loro morti, fermato nella mente, che tornava greca, dal ricordo dei lamenti omerici sugli eroi insepolti pasto di corvi e cani, e da Antigone improvvisamente davanti a me, velata come si addice a chi accetta la morte per non vedere cosa la morte fa a un corpo amato. Perché questo noi Greci rifiutiamo, sapere cosa accade a chi abbiamo amato, e come e quanto si distrugga. Ti ho turbato, non andrò oltre-

Nearchos –E c’è un oltre, in questo orrore, oltre quello che hai rivelato?-

Damarato –Sì. Il distacco di chi resta nel consegnare il cadavere. Tutti vestiti di bianco affidano il letto con l’amato morto al necroforo e vanno via, a testa alta e passo veloce. Li ho visti. Non un lamento, una preghiera, un capo chino o una veste stracciata. La consegna di un involto, nulla di più. E gli avvoltoi scendono.

Darice giurava che sentono le persone amate vicine nella luce e forse è vero, ma non mi bastava. In un certo senso era troppo razionale. Il corpo non è nulla, è una forma transitoria con la quale giocare, come con tutte le forme si può giocare, e dunque lo si abbandona in pasto agli avvoltoi. Logico, razionale, sì. Ma non basta. L’ossessione per la forma che ci tormenta è anche rispetto della persona amata, che in primo luogo è appunto forma, unica, indivisibile. Darle sepoltura non è solo sottrarsi alla sua trasformazione, ma anche rispettare quel che la persona avrebbe voluto, che nessuno vedesse l’oltraggio della morte alla forma che fu solo sua. Seppelliamo, bruciamo; poi facciamo ritratti in pietra, perché quel volto non vada perduto. Darice, quando ha udito questo e ha udito che le chiedevo di seguire il nostro rituale, sgomenta si è ritratta da me e non è più tornata. Io Greco ho fatto inorridire una donna barbara. Non ci sono state lacrime e grida, un distacco saggio e rapido, un distogliere lo sguardo da un’empietà. Inconciliabili, come acqua e olio. Le ho lasciato tutte le ricchezze che Alessandro mi aveva dato, per il bambino, e appena ho potuto sono tornato ad Atene. Pane e olive, sì, felicemente; e i discorsi e la filosofia nell’agorà: ma senza mio figlio, e con il desiderio di provare ancora quella tremenda libertà che ti ho detto, nel mio cuore non più interamente greco-

Solo le acque dell’Ilisso parlarono per qualche minuto, poi Nearchos mormorò, senza guardare l’amico

-Per questo non vieni più a sentire Zenone alla Stoà?-

-L’ho udito parlare di fuoco e distruzione e troppo dolorosi i ricordi mi hanno assalito; al tempo stesso, nessuna verità nelle sue parole, non la libertà delle forme, il distacco severo dal corpo amato. La verità non è degli uomini, né delle filosofie, ma questo, amico mio, custodiscilo nel tuo cuore e non ripeterlo ad alcuno: qui non può essere detto, in Persia sì. Zenone parla e costruisce mondi in cui non trovo lo sguardo che Darice per un attimo solo posò su di me quando le spiegavo la nostra sepoltura e il desiderio di rendere eterno in un ritratto il volto perduto che mai più si ripeterebbe; uno sguardo pieno di un desiderio tremendo, assetato di quello che descrivevo, profili nelle steli funerarie, busti, epitaffi, e maschere d’oro –quello che in Persia non si può fare e sfoga nei profili metallici per precisione, nei materiali preziosi, il desiderio di fare eterno. Lo sguardo che si ha davanti a una rivelazione. Un attimo, uno solo, poi si è allontanata per sempre, invertire la rotta è troppo difficile e nemmeno saggio, ma certo se io non sono più interamente greco, lei non è più interamente persiana. Ma quale filosofia spiegherà la mia nostalgia, il suo desiderio?-

Nozze a Persepoli, parte 2 (racconto da archeologi)

Nearchos – Anche in Atene, e nell’Ellade tutta, molte sono le mescolanze: il Minotauro assomiglia molto ai lamassu di cui parli, se pur l’inverso, corpo umano e testa taurina-

Damarato – Ma il Minotauro fu mostro feroce da perseguitare e uccidere con gioia; i lamassu invece vegliano e proteggono con mitezza. In tutta l’Ellade abbiamo orrore della mescolanza, mio giovane Nearchos, e da qui discende tutto-

Nearchos –Conduci uno strano discorso, molto antico. Gli dei, i miti, le antiche storie sono stati resi remoti da Alessandro il Grande e dai nostri maestri filosofi. Nessuno più vi crede davvero-

Damarato -Le antiche storie continuano ad agire in noi e ci modellano, come fa una matrice dopo che il bronzo vi è stato colato. L’oggetto che ne esce nulla sa della cavità che gli diede forma, ma quella forma reca per sempre. E dunque noi Greci cresciamo persuasi che ogni vivente e ogni non vivente abbia una sua forma e che tale debba restare. Mostri coloro che recano su di sé i segni della mescolanza. Proviamo orrore del caos, di ogni caos. Apollo, signore dei limiti, ci ha fatto questo dono. Mantieni la forma e ti sentirai giusto; astieniti dalla mescolanza e sarai perfetto; astieniti dal contatto con chi è diverso. Alessandro è andato contro questa legge ed è morto anzi tempo-

Nearchos –Sei cresciuto in Atene, onorando i limiti apollinei e tuttavia a Persepoli è stato un ritorno a casa. Oscuro come certi vaticini,  e ancora ruoti intorno al centro del tuo discorso oscuro, come il sole intorno alla terra-

Damarato -Immagina di spezzare la forma in cui sei stato calato. Di sentire infrangersi i contorni che ti rendono te e percepire una vicinanza nuova a tutto il resto, una vicinanza tale da farti riversare per un attimo nelle acque di un fiume, nelle zolle del campo, nella tua sposa. Di farti acqua terra o donna, velocità, germinazione, freschezza. C’è un riposo in questo, oltre che una gioia. Una festa con poco vino, il giusto, e la brezza fra gli ulivi. L’io può sembrare allora un carcere, l’individuazione un giogo-

Nearchos –L’io è tutto quel che ho. Non posso rinunciarvi, nonostante le tue parole ammantino di bellezza questa scelta-

Damarato –Non ricordi le parole del maestro che proprio in questo luogo ascoltò Socrate? Come, e con quale dolore e sapienza, descrisse l’anima costretta a scegliere in quale forma incarnarsi ancora. Tu non hai alcun possesso. Il prigioniero non possiede il carcere, lo patisce. E tuttavia ti capisco, nemmeno per me è stato facile in principio. E se non fossi stato trascinato dal desiderio per la mia misteriosa Darice, così mista, forse non sarei riuscito nell’impresa. Le grandi notti di Persepoli con lei, quando il mondo sembrava spaccato a metà, sopra la notte fredda e piena di stelle, sotto la terra sabbiosa, in mezzo noi che rimescolavamo tutto. Alessandro mi rimproverava, benignamente, ma turbato. Sei più persiano di Dario, diceva fissando i miei ricci sulle tempie, la tunica ricamata, e così dicendo rideva, ma scuoteva il capo. La stessa perplessità nei Magi dei templi. Alessandro mi giudicava troppo persiano, i sacerdoti troppo poco-

Nearchos –Io stesso non riesco a figurarmi te al modo persiano. La nostra semplicità ti aveva stancato, temo. In fondo cosa offriamo noi greci? Libertà non più, ormai; solo discorsi, molti e molto belli, e cene con pane, olive, e agnello se va bene. E piccole case, grandi agorai. Ma nei discorsi cerchiamo di dare forma alle idee e alle cose, in questo simili agli dei che diedero le forme al caos. Ti ho fatto sorridere?-

Damarato – Ricordavo le gelatine di rose e le carni speziate sulle terrazze di Persepoli. Là nessun discorso, certo, solo unioni di corpi. Il logos è qui, ma il logos non bastava in quei giorni. Un’ubriacatura senza vino, perenne, terminata poi nell’orrore e nel risveglio come da un incubo. Un anno circa dopo il matrimonio, poco prima che il nostro re morisse e quando a Darice già si gonfiava il ventre per la gravidanza, avevo preso a fare lunghe cavalcate nei dintorni di Persepoli. In principio era bello. Il mio cavallo era veloce e in poco tempo ero lontano e la città davvero appariva lucente e irta come una corona a mezza costa sul monte, il sogno di un re, il luogo dove tutto si arenava e si concludeva e così doveva essere. Tutto in pace, tutto giusto. Ma contemplandola da lontano notavo una mancanza dal magnifico paesaggio di qualcosa che era essenziale e doveva bilanciare la vista. Il disagio era tremendo, non riuscendo io a nominare cosa fosse necessario e sembrando empia quella vista di una città fatta da soli viventi. Mancavano, infine l’ho compreso, le necropoli fuori dalle mura della città, quell’ammasso così familiare di avvallamenti e lapidi e muriccioli alla buona che incontriamo fuori da ogni porta di Atene e di ogni città greca –

Nearchos – E dove erano le necropoli?-

Orfeo in Ade, 2

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Un sospiro più nitido, un fruscio a terra -devono essere cadute le tue bende. La luce mattutina, che schiarisce il cielo là in fondo, ha sciolto i veli. Di certo ora mi vedi; ma se sei Eurididce, come spero contro ogni realtà di segni, riconosci in me il tuo sposo nella figura che ho, avvolto nel mantello, col berretto in capo? E se non sai chi sono, con quale oppresso cuore segui chi ignori? O non mi riconosci o non sei Euridice.

Davanti a queste domande cade il divieto di Ade. Mi volto. Contro l’oscurità ti vedo, un’Euridice divisa, mosaico di frammenti, alcuni luminosi, leggeri, di sostanza lucente e rimproverante, altri opachi, carnosi, pieni d’ombra e peso, che assalgono e divorano gli altri. Ti leggo come le note di un canto tremendo e capisco. Ciò che sei divenuta dopo la morte, il corpo di luce incorruttibile, è vinto dal corpo terreno e scuro al quale ti costringo col mio desiderio; e tanto penoso è il soccombere di quel tuo nuovo e così bello essere splendente, muto, che vedo quasi delle sbarre, dei graticci di metallo nerissimo intorno ad esso. Velocemente, dolorasamente ti accosti ai limiti che ti attendono oltre quella soglia di terra tanto vicina, le parole che confondono e non spiegano, lo spazio e il tempo, i muri intorno ad ogni cosa e cuore.

E tu non scompari. Resti immota a farti divorare dall’assunzione del corpo terreno, a lasciare che l’ombra e la carne pesante mangino la luce e la carne nuova di cui ti vestì Ade, immersa in un nuovo oblio, poggiata su una memoria e un’obbedienza che mi sono sconosciute. Muta mi guardi e nei tuoi occhi doloranti c’è l’incredulità e la vergogna che sia io, l’amato, a farti questo, a trarti fuori dalla tomba. Riportarti là fuori sarebbe ucciderti.

Il divieto di Ade era tutela, non punizione di Orfeo. Il dio sapeva che se avessi osato guardarti in morte, nel dono col quale la vita vera ci chiama a sé, non avrei più potuto condurti fuori dal Tartaro. E non posso offenderti in questo modo.

Sono io a lasciarti andare. Senza pronunciare parole l’anima mia si ritira e ti abbandona e nel ritirarsi resuscita intorno a te le bende, i veli che si allacciano da soli -un ultimo tralucere dell’Euridice nuova che riprende la signoria, poi rientri nel Tartaro. Nell’aria resta gratitudine, una sorta di benedizione. Hermes sorride.

Orfeo in Ade, 1

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tratto da:https://palazzoblu.it/evento/orfeo-ed-euridice-ovvero-lamore-al-di-la-della-morte/

Siamo già qui, Euridice; in fondo al corridoio di terra nera e grassa il cielo è una moneta brillante; fra i cipressi persino la falce di luna. Tutto parato a festa, in tua attesa. Ade mi consegnò te come questi cipressi: dritta, velata e silente. Adesso dietro ti sento incedere debolmente, come strisciando, penosissima; ricordo i tuoi passi affrettati a palazzo, le risa come conchiglie che cadessero su una pietra, dopo le nozze, e non ti ritrovo.

Ma tutto in quest’impresa fu diverso da come credevo. Credevo d’andare sotto terra e salivo, prima in una sorta di mollezza elastica, poi di rigidità, come di colonne e alti fusti d’alberi, e sale ampie, agorai, soffitti altissimi; silenzio, buio e solitudine ma come provvisori, sospensioni di una vita che sentivo tumultuosa e sorridente oltre le pareti, in spazi ancora più ampi e felici; un segreto gigantesco ovunque, al quale il mio corpo s’opponeva; e, pur scendendo sempre più, sentivo di ascendere e intanto ogni elemento si faceva leggero, duro, glorioso.

Alcuni luoghi erano più densi di altri, come di passo fatale, una fonte, un boschetto di alberi bianchi, da dove qualcuno era appena andato via, ne sentivo ancora la presenza fremente, sì che ero sospinto ad avanzare in cerca. Nulla di ciò adesso avverto dietro a me, nulla di questa debolezza e malinconia, nessun sospiro di fatica terribile, come quello udito dietro a me poco fa. E’ di qualcuno al quale la vita sulla terra fu peso, non di Euridice. Davvero mi segue chi invocavo con l’anima quando cantavo presso il trono terribile di Ade? Quando ero presso il seggio immenso fatto di tutti gli esseri, volti umani, sfingi, tritoni, fiori di ogni luogo e pietre con occhi immensi, gemme sorridenti, tutto ruotante attorno al dio la cui sommità era quasi invisibile? Non ricordo che cosa cantai e come pregai; so però che nello sguardo di Ade vi fu come un barlume di pietà, sopra il suo abito di pelliccia, piume e squame; pietà non per la nostra separazione, piuttosto la compassione che ispira un bimbo, di tutto ignaro. Allora egli ti estrasse velata, da dietro il trono, come se tu fossi sempre stata là, in mia attesa -poi il divieto di guardarti, fino alla meta.

Pochi passi adesso ci separano dalla luce. E tu non parli, non fremi, non ti rallegri, non pensi alla notte nuziale che ci attende. Mai, quando mi purificavo per l’impresa, avrei creduto questo. Ti immaginavo diversa e provata; ma ero certo che il ricordo della bellezza vissuta insieme avrebbe cancellato in te con la sua forza ogni figura di ciò che tutti attende. Adesso non so più. Conosco, o conoscevo, la potenza del legame nostro: se esso più non vale, allora non sei tu.

Forse, negli occhi di Ade, quella luce non era di pietà, ma di inganno? Forse non Euridice consegnò, ma una donna qualunque, estratta dal novero di infinite che la Moira travolse; una che non amò Orfeo, che mai corse con lui tra i pini di Tracia. Questa è la punizione per avere osato varcare il limite più saldo. E intanto, nel timore dell’inganno, devo rimproverarmi nostalgia per il gran tripudio di vita che ho sentito nelle sale infere, scorto nel trono inconcepibile di Ade. A confronto esili, solitari, orribilmente fragili, i due cipressi là in fondo, la luna che schiarisce nell’alba, tutto ciò che ci aspetta; e quasi piccolo il mio palazzo, miserabile ogni gioia.

Labirinto (completo)

Il testo di Capodanno era solo l’inizio…

 

Labirinto

Qui, nel mondo sotto al sole, vogliono che io torni ad essere degli uomini e delle cose, che ancora mi disperda nel dedalo di cuori e strade, ma ormai so che non serve tentare di conoscere quanto è all’esterno di me. Questo mi resta del mio soggiorno nel Labirinto, dove a nulla valevano i simboli dipinti all’ingresso delle gallerie, i disegni e le mappe che ne riproducessero l’andamento: piuttosto giovava la conoscenza del cuore, sapere quanto tempo si potesse reggere la solitudine o la speranza.

Poichè questo tesoro di sapienza avevo appreso nella sede del Minotauro, che Gea stessa, impietosita, non potendo disubbidire al Fato e concedere libero il passo al mostro, si sottraeva però a lui che, desideroso di morte, tentava di squassarsi contro le rocce della dimora sotterranea; Gea addolciva i di lui giorni con lisce pareti pietrose e pavimenti levigati, replicava in sè, nelle sue membra di terra, ciò che egli pativa per renderlo meno solo e davanti al suo vagare apriva gallerie differenti per aspetto e andamento a secondo del sentimento che lo muoveva, affinchè, nella più cupa solitudine che nessuna creatura poteva mitigare, almeno le zolle gli rispondessero. Così nel groviglio più fitto vi era la riproduzione di un’angoscia oscurissima, nel cunicolo che saliva dritta verso la superficie, e poi s’inabissava, la speranza di libertà rivelatasi fallace.

All’arrivo del nostro gruppo di vittime, i fratelli di apparente sventura, giunti nel Labirinto molti anni prima, avevano parlato un greco di oscuro significato: il tributo al Minotauro non era di sangue versato, ma di compagnia e sorrisi. Poi capii, io per primo tra i miei compagni. Temendo che il muto patto fra Gea e il mostro non avesse a scuotere le fondamenta di Creta, era stato stabilito il tributo di fanciulli, e per questo soltanto, non per la morte, ma per la vita. Noi e gli altri prima di noi, con la nostra compagnia, dovevamo essere confine al labirinto scavato dalla furia della creatura divina, limite al disperato vagare di chi svuotava il suolo dell’isola, impedendo agli abitanti l’orgoglio di colonne, guerre e parole.

Il lungo viaggio per mare, lo sbarco trionfale a Cnosso, noi muti per il terrore. Appena la porta di bronzo  si richiuse alle nostre spalle udimmo il suo bramito caldo. Una torcia tremava presso lo stipite ed egli era fermo al bordo del chiarore. Il mio sguardo percorse il suo corpo: mi salvai perchè, quando fissai la testa, abbandonai per grazia degli dei le forme usate fino ad allora dalla mente e accettai di entrare dove nulla di già appreso valesse. Solo così, sopra le belle membra e il gonnellino scarlatto, potei affrontare la testa di toro lentamente ruotante. La nuca, china e offerta, da vittima sacrificale, non da fiera, mi trattenne sul limitare di Ade. Coloro che ci avevano preceduto debolmente si mossero quindi dall’ombra incontro a noi, ci fecero festa, con le forze consentite dalla vita sotterranea. Nella remota galleria che serviva da cimitero, seppellimmo quelli che, fra i compagni di gioco sul ponte della nave infiorata, erano morti alla vista del nostro ospite; dal numero dei tumuli appresi i molti anni del mostro celati nel vigore del suo corpo, nel muso setoso.

Vi era mitezza ovunque, nel luogo, nelle persone; nulla che offendesse o legasse. Per le prime lune non potei consentire a questo e coltivavo in me rabbia e dolore, badando che non si smorzassero. Trascorrevo i giorni a contemplare le aperture nelle volte delle sale coniche, da dove quotidianamente si provvedeva a noi. Le ceste colme di cibo, legna e tele scendevano con funi più lunghe della mia voce, risalivano prima che potessi liberarmi dai compagni che mi tenevano e mi imploravano di non tentare – chi era fuggito, riconosciuto subito per il pallore e l’abito, era stato messo a morte, destino che mi appariva più invidiabile del mio. Mi consolava solo la vista del Minotauro, l’attenzione che imponeva all’anima desiderosa di comprendere la giuntura fra parti così diverse, di trovarne il centro che le reggeva. Dopo tale sospensione gli affanni tornavano, ma indeboliti e remoti – sino a che non fui definitivamente vinto dalla bovina mansuetudine che mi aveva atteso: tanta pietà mi ispirava che restai, vissi, e infine fui là felice.

Sotto il suo sguardo lentamente ritrovai in me quel che credevo perduto, stagioni, luoghi e volti, rinnovati da una brezza o da un’ombra dalle aperture; per lui, per trattenerlo accanto a me e impedire che col vagare estendesse il labirinto, estrassi tesori inaspettati, la figura del giusto padre, della cara madre, di tutti i fatti che avevo vissuto. I miei ricordi, quando divennero parole e cessarono d’essere dolorosi, contribuirono ad allungare la porzione di storia nota nel Labirinto, che a sera gli anziani amorosamente ripetevano. Io e i miei compagni ricostruivamo insieme genealogie, fissavamo date, notavamo stupiti i mutamenti degli oggetti abbandonati in patria, lo sviluppo e la varizione degli eventi da un prigioniero all’altro, il portico dell’agorà lucente di belle tinte farsi nel ricordo altrui scuro di fuliggine e di anni, la breve lite ai confini divenire guerra sanguinosa e protratta. Il Minotauro muto guardava e ascoltava, poi d’un tratto si agitava, come annoiato. Temendo la sua disperazione, e che essa lo inducesse ancora ad avventarsi contro le pareti di terra, recitavamo allora i versi degli antichi poemi, al suono dei quali egli si tendeva, fremeva e piangeva, nell’intimo non duplice come all’aspetto, ma di pura sostanza, toccata davvero soltanto dall’entusiasmo che aveva mosso i poeti; davvero figlio, come si narrava, del signore del mare e di un’antica regina dell’isola.

I compagni più anziani ci narrarono infatti che in tempi remoti il dio dell’acqua informe aveva vestito il sembiante di toro per la regina dell’isola che l’aveva invocato. Da quel lontano amore era nato il Minotauro. Ci turbava in questa storia non la nascita del mostro, ma la presenza degli dei fra gli uomini e sulla terra, e quanto vicini fossero stati un tempo coloro che ci avevano abbandonato e tuttavia ci tormentavano con allusioni e istinti senza mai rivelarsi, senza concederci nel Labirinto un rito che ci consolasse! Unica consolazione, oscura, era il mostro. Egli da sotto terra ci accostava al cielo molto più che qui, nel mondo umano, dove abbondano riti, libagioni, e primizie numerose, lucenti di sole. Se gli dei inaccessibili e smaltati si erano ritratti, a noi, vittime del Labirinto, avevano lasciato un pegno vivente della loro potenza, generatore di nostalgia infinita per l’epoca nella quale essi erano presenti sulla terra e con le forme giocavano. Figli di un tempo triste e meccanico, nella natura costretta entro specie fissate, nell’ordine noto, sentivamo gli dei operare ormai solo sull’invisibile e sui segreti moti del cuore, ma contemplavamo attenti nel Minotauro l’antica libertà, la mescolanza inconcepibile.

 

Della fine numerosi furono i segni: i nuovi arrivati erano duri, ironici, sicuri; non credevano al sacrificio richiesto, al Labirinto, alla penombra che rendeva preziosi i gesti, intensi i ricordi, i versi degli eroi. Le provvigioni dall’esterno diminuirono e talvolta dalle aperture ci offesero suoni di risa e passi affrettati. Temevamo qualche rivolgimento politico; piuttosto avremmo dovuto guardarci da quella voglia di fare e agire che i nuovi arrivati mostravano in sommo grado, figlia di un’inquietudine che non si placava. Che altro fu, se non un’incapacità di contemplazione a determinare l’anticipato schianto del portone di bronzo? l’ospite divino sparì nell’ombra, più toro che mai nel passo rigido. I nostri cuori restarono in attesa presso il filo scarlatto e ben ritorto, poi l’urlo che oltrepassandoci divenne muggito ci orientò nel buio, attraverso il gorgo di cunicoli. Io corsi più veloce e giunsi prima degli altri, appena a tempo per vedere il fanciullo estrarre la spada dal fianco del mostro; negli occhi del mostro ci fu una resa, poi nell’abbassarsi delle palpebre un consenso a qualcuno invisibile presso di lui, infine un sollievo. Subito giunsero gli altri ed io vidi solo allora il volto dell’assassino metallico di sudore, che sulla Terra avresti detto bello. Teseo, il nome gridato sopra il mostro ucciso; ateniese, come noi; il suo scopo la liberazione della patria dal tributo odioso, dell’isola dal mistero intollerabile sotto i piedi. A questo si era allenato nel palazzo reale di Cnosso, empia, insufficiente imitazione umana del Labirinto, figurandosi mostri nel buio, rinsaldando il proprio cuore, costringendosi ad avanzare quando la virtù mancava; e il Minotauro, dopo aver visto sempre tutto sottrarsi al suo cospetto, la madre, la terra impietosita, i fanciulli al portone, felice era andato incontro a ciò che verso di lui avanzava senza paura, la spada, la mano ferma, gli occhi brillanti.

Volontà degli dei era che all’infanzia del mondo succedesse una misurata giovinezza di uomini soli e potenti: non più mostri, in nessun luogo; i navigatori riportavano, dall’oscuro Oriente, dal periglioso Occidente, solo mercanzie e notizie su porti e strade, non storie o pegni di sirene e grifoni; misteri e mescolanze si erano ritratti ai confini del cosmo e a noi spettava farci causa delle cose. Col fanciullo in testa uscimmo nel vero Labirinto del mondo illuminato dal sole: nessuno dedusse dal nostro numero e aspetto la bontà del mostro, nessuno credette che dentro la terra avevamo avuto la nostra parte di felicità e si contò solo chi mancava. Adesso vivo in una grotta e fuggo gli uomini; di tanto in tanto mi si recano cibo e notizie e così apprendo che Teseo regna incontrastato su un mondo senza sorprese.

 

 

Perchè gli europei hanno conquistato mezzo mondo (recensione a metà)

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/13/haiti-subaqueo-usa-sostiene-di-aver-trovato-relitto-della-santa-maria-di-cristoforo-comobo/983560/

Il libro in questione è di Jared Diamond e si intitola Armi, acciaio, malattie (https://it.wikipedia.org/wiki/Armi,_acciaio_e_malattie) . Sono ancora metà lettura, causa i motivi per i quali rimando agli ultimi post :). Ora, io non sono brava a scrivere recensioni, non ricavo facilmente il quadro d’insieme necessario, e sono troppo sintetica, ma questo è un libro importante, che fornisce, o prova a fornire, una spiegazione scientifica al dominio che da cinque secoli gli europei hanno instaurato sulle Americhe e l’Australia.

Perchè gli europei? Intanto è strano vederci connotati così, monoblocco, noi che siamo così pronti ai distinguo dentro l’Europa dai parapetti antichi. Sono gli occhi di un americano, e tali sembriamo. Visione un po’ rustica, ma pare sia la più diffusa. E poi la tesi affascinante. Nella fascia mediterranea, mediterranea in senso ampio, diciamo dalla Mesopotamia alle Colonne d’Ercole, si sono create le condizioni migliori per lo sviluppo dell’agricoltura, intorno al 13.000 a.C. Le piante a disposizione  erano più docili alla selezione; e più docili gli animali d’allevamento, mucche, ovini, canidi, rispetto a tutte le altre zone del pianeta. Una fascia privilegiata, disposta in senso est-ovest e tale dunque da facilitare la diffusione delle conquiste in zone che avevano lo stesso clima.

Più ricchezza e sicurezza, dunque, ma anche più malattie, derivate dal contatto con gli animali, vaiolo, raffreddore, morbillo o lebbra, verso le quali l’uomo europeo sviluppò presto una relativa immunità. Quando gli europei varcarono l’Atlantico, furono le malattie l’arma più micidiale di conquista: gli indigeni morivano a migliaia al semplice contatto con i nuovi arrivati, rendendo facilissima l’occupazione territoriale.

Insomma, per quel che ho letto finora, gli europei avrebbero conquistato mezzo mondo perché figli di una società ricca, articolata, gli artigiani della quale erano solleciti a inventare nuove armi e nuove imbarcazioni; e per i nuovi, terribili virus di cui erano portatori. Fin qui sono arrivata.

Tutte queste cose sono vere. Eppure non bastano. Direi che uno non attraversa l’Atlantico solo per questo. C’è sempre qualcos’altro che fa muovere la gente, il solito quid che non può essere pagato o derivare da un pagamento. Ci vuole un modello forte, condiviso universalmente dalla società di appartenenza,  per salpare da Palos con tre caravelle. E credo che sia Ulisse, non solo l’Ulisse dell’Odissea, ma anche quello dantesco. Quel desiderio di andare più avanti per vedere cosa c’è, che era stato di Alessandro Magno, il quale pianse sulle rive dell’Indo quando i suoi soldati si rifiutarono di avanzare; quello che i Romani persero nelle selve di Teutoburgo. Non intendo dire che sia un modello giusto, o non sempre e comunque giusto. Ma che probabilmente agiva nei nostri antenati per imprese anche tremende o atroci.

 

Athena e Perseo, 3 ( e ultimo)

Il corpo di Medusa è vibrante senza forma in ogni recesso della caverna, prende tutto, e c’è qualcosa di mostruoso in questo, qualcosa che non deve esserci assolutamente; quando ero nella cassa con Danae, con mia madre, lei si faceva minuscola per lasciarmi aria e spazio, raggomitolata in un angolo, carezzandomi con una mano, cullandomi con una ninna nanna; e poi, da ospiti nel palazzo di Polidette, sempre sulla soglia, sempre a guardarmi crescere, a insegnarmi a vivere, ma con una parola o uno sguardo appena, senza volere nulla. Come se fossi ancora sotto i suoi occhi e il suo sorriso dolce, come sospinto da chi nella cassa mi salvò, senza pensare mi giro e cammino all’indietro. Sulla soglia alzo lo scudo e di nuovo la fascinazione si alza come una trappola di lacci. Vedo riflesso un volto terribile per volontà e desiderio, e il modo in cui mi vuole è mostruoso per intensità, così mostruoso che non posso staccarmi e pensare, ma solo fissare le serpi sibilanti dal capo, gli occhi piccoli e innocenti nel loro desiderio. Ma guardo, guardo il riflesso nello specchio e nella bocca fra i dentini vedo un vapore, e nel vapore di nuovo passano e si ripetono senza sosta gli armati di prima, i milioni di passi, saluti, volti tutti uguali, ma ora li guardo come insieme a mia madre Danae, da sotto al suo amore che mi faceva unico e che mi dava spazio. In nome di lei, di chi mi ha fatto spazio, alzo il falcetto e il taglio è netto, un colpo senza incertezze, come se una mano guidasse la mia.

Il sangue nero di Medusa sprizza e mi inonda fumante; e nel vapore che si alza si afflosciano le serpi ad occhi chiusi, la massa del corpo si ritrae e si dissecca, si disperde la nebbia fuori dalla caverna, il sole si tende nel cielo. Non era niente, niente, una figura di sogno buona a tener buoni i bambini, un otre gonfio di nulla, tutto quel che ci fa paura è vapore di buio. Ma avanzo fuori e nella luce gloriosa gli alberi di carne umana sono tutti là, immoti e candidi a milioni e mai più si muoveranno, scheletrici e morti nella vita ritornata.

Athena appena fuori dalla soglia sembra triste, a fatica sorride, ansante, e tende la mano. Io le do la testa di Medusa. Adesso non ha più nulla di tremendo, è una sorella e basta, è una fanciulla dai capelli sudati sulle tempie, che tiene l’elmo in mano e si allontana scrollando le spalle, verso le colline a sud.

Athena e Perseo, 2

Allora io volevo tornare indietro, e non sapevo se davvero avrei potuto lasciare così, soli e senza vendetta, gli sventurati; ma Athena fu di nuovo una voce alle spalle, martellante all’udito e al cuore, pulsante con i suoi battiti. Lo scudo, fratello, ricorda lo scudo per guardarla, solo nello scudo, solo di riflesso, e il falcetto per reciderle la testa insaziabile, odiosa, che vuole il mondo intero; un gran pericolo, Perseo, tu e tutti…E intanto avanzavo sospinto dalla voce di Athena.

Ecco la caverna, dritta e nera in fondo alla strada, ad ogni pietrificazione più ampia. Parlami Athena, non smettere di parlarmi, l’entrata della caverna è una bocca gigantesca, il fetore è intollerabile. Ad ogni morte Medusa cresce, fratello, lievita e la caverna si allarga, se non la fermi tu occuperà il mondo intero. Perché io, io che tremo, che non reggo falce e scudo? Il silenzio soltanto mi risponde qui. Athena, sorella mia, mostrati, pronuncia una voce nel cuore, che ormai di me stesso dubito e dubito del mio udito e dei miei occhi stessi, che la caverna ora la vedo vicina e vedo una massa dentro, un corpo enorme che occupa tutto il nero ed è più nero dell’assenza di sole; perché taci, ora che cerco il volto che hai detto di non cercare se non riflesso? Ho paura eppure sono affascinato, e voglio guardare ciò che non deve essere guardato; la testa di Medusa è nascosta dalla sommità dell’entrata, alta nelle tenebre, sarà bellissima e tremenda, un passo ancora e la vedrò, la massa del corpo è immensa e tremante, vibra come vibrano le meduse arenate al tocco dei bastoni, e io non posso non cercarla, un passo ancora e la vedrò, è bello avere paura, non credevo che fosse bello, e nel corpo tremolante vedo, io vedo sì, come in una nebbia adesso che sono così vicino, figure indistinte, uomini in marcia, in abiti scuri, da barbari, come Sarmati e Sciti, senza gonnellino, con armi di metallo nuovo, di forma strana, eppure so che sono armi, e figure sulle vesti, falci, aquile, martelli e soli a quattro braccia, e marciano tutti uguali, tutti insieme, con gli stessi movimenti di braccia e gambe – adesso non sembra più difficile essere uguali agli altri, c’è un riposo tremendo in questa uguaglianza, in questa marcia meccanica, un sollievo come deporre un peso – dove sei Athena, sorella, vergine, sguardo lucente nel buio, dimmi, cosa vedi per me?

Io non sento più la tua voce e la tua presenza, sono solo davanti a Medusa che mi vuole, lo sento, mi pretende e io vorrei dirle sì, e posare tutti miei dolori, il mio essere così faticoso, la mia unicità che adesso mi sembra una catena, io, unico, come ognuno è unico, anzi più unico, io che sono solo con la madre, che non ho davvero nulla e nessuno. In cima alla massa, nel buio, la bocca di Medusa è minuscola, con piccoli dentini triangolari, aperta in mia attesa. Un passo ancora – e Athena tace invisibile, non c’è mai stata, non esiste.

Athena e Perseo,1


Immagine di Misterframe, Pixabay

Athena è stata innanzi tutto una voce all’orecchio, improvvisa e perentoria; solo dopo una presenza nel buio, la civetta sulla spalla, gli occhi terribili e lucenti, che sdegnavano le tenebre, che sapevano essere nulla le tenebre.

Prima che arrivasse io ho sentito che qualcosa o qualcuno arrivava; e per la prima volta in vita ho avuto paura. Non io, ho pensato e implorato senza sapere neppure cosa fosse che si avvicinava; ma ero come legato. Bagnato di sudore gelido ho ascoltato e visto Athena immobile e muto, privato di me stesso. E subito ho inteso, voleva che io uccidessi Medusa, io, principe senza padre e senza regno, e ho pensato che era sogno, o follia da non dire a nessuno. Eppure la mia risposta fu subito sì. Volevo credere che quegli occhi lucenti, quella voce tremenda, quel dominio assoluto, davvero esistessero, perché erano pieni di realtà come nulla su quest’isola e in tutta la mia breve vita. Volevo che Athena esistesse, che esistesse per me un’impresa, anche se avevo paura.

Non dissi nulla, a nessuno. Hermes, secondario rispetto ad Athena, misterioso fratello, mi donò i calzari alati, con un sorriso breve e strano, tra saggezza e cattiveria, come fa lui. Il resto fu lieve, fino al luogo di Medusa, che non so, che non ho mai saputo e non ricordo se fosse nel deserto o presso gli Iperborei, se fosse infuocato o gelido. Era però orribile, questo so e ricordo, inospitale, inadatto alla vita anche di fiere selvatiche. Intorno a me strani alberi alti e bassi, fitti a formare una foresta aperta da una larga strada che conduceva dritto alla caverna di lei. E mentre camminavo, col cuore in gola, col cuore che non avevo mai sentito e ora mi batteva il corpo intero, io scrutavo gli alberi bianchi che ombra non davano, né canto di uccelli, né frutti colorati; li guardavo e non li conoscevo, eppure erano familiari. A questi pensieri il silenzio si approfondiva come un pozzo, la strada si allungava, io avevo l’impressione che i rami bassi si tendessero a tenermi.

Fu Athena a farmi vedere, a strapparmi la cecità dagli occhi umani. Il soprassalto di terrore, poi la sua voce alle spalle, un sussurro appena

-Guarda Perseo, guarda fratello-

E io riconobbi quello che mi era rimasto celato dalla pietà e dall’ingenuità. Braccia i rami, toraci i fusti, teste le sommità degli alberi, fatte statue da agorà, candide e perciò senza vita, uomini e donne, fissate dalla morte in gesti di terrore, in visi urlanti, occhi spalancati, bocche rotonde; oppure visi affascinati, come di chi si sorprenda in uno specchio inatteso.