Mamme e decolli

Al decollo di un volo, poi terribile per il maltempo, sento squillare il cellulare del passeggero dietro di me. Mi volto, era un ragazzino di non più di 15 anni che risponde sereno

–Che stai facendo? Stiamo decollando!-

-Ma è mia mamma- con voce da agnellino.

-Spegni subito!-

-Ma è mia mamma…-supplichevole e come se questo fosse bastevole a scusare la situazione.

-Non hai capito, sta piombando su di te il comandante, perchè lo sto chiamando io- concludo odiosamente.

Lui avvilito spegne il cellulare. E ancora mi chiedo se la rovina di questo paese non siano -e quindi siamo le madri-, quel sentimento misto tra timore e rispetto che sappiamo incutere così bene ai figli adolescenti, quella serie di obblighi e ricatti morali che li graveranno per tutta la vita in mille modi e costringeranno le loro mogli a interminabili pranzi domenicali con noi e costringeranno loro a non decollare.

Io ci ho provato a non essere così. Spero che i Figli non avrebbero mai risposto a una mia telefonata in quella situazione, anzi che avrebbero avuto il cellulare spento; e che crescano capaci di non sentire come un dovere il rispondermi, il non deludermi, il venire a pranzo con me. Non so se ci sono riuscita, non interamente, non ancora. E subito si presenta l’altra faccia della medaglia e penso che mi piace il rispetto che in Sicilia esiste per la Madre, quella sfumatura di venerazione che la sua figura o presenza genera in ogni abitante dell’isola, tale che ancora alcuni, se devono giurare, giurano sulla propria madre. Che esista ancora un deterrente, qualcosa che non ci si senta di infangare. In fondo non so cosa pensare.

Povera patria

Sicuramente di economia non capisco nulla, e non vorrei scatenare discussioni politiche. Ma vedo in questi giorni l’Italia ridotta a una questione di spread. Forse i giornali danno un risalto eccessivo alle valutazioni delle agenzie di rating; forse le agenzie di rating, che non è che non possano mai sbagliare, obbediscono a logiche troppo severe per una povera umanista come me.

Fatto sta che non riconosco l’Italia in queste discussioni. Sarà che ho una concezione quasi hegeliana dello Stato, un grande rispetto (senza sconfinare nel nazionalismo, ovviamente). Sarà che so cosa le devo e cosa devo a tutti gli italiani brava gente come me. Non solo lo stipendio a fine mese, il che, con i tempi presenti, è già tantissimo; ma addirittura la vita mio figlio.

Uno dei Figli a sette anni ha subito un’operazione terribile, per la quale era necessaria una microsonda laser che, oltre che a Roma e a Padova, esiste solo negli Stati Uniti e in Israele, tanto è rara la patologia. Il radiologo che ha eseguito l’urografia era bianco come un lenzuolo mentre mi diceva: Avete pochi giorni per salvarlo. Padova lo ha ricoverato in 24 ore. Il chirurgo che doveva operarlo quella mattina, passeggiando avanti e indietro nel corridoio, batteva un pugno sull’altra mano, soffiandoci sopra e mormorando tra sé come un pugile prima di uno scontro -aveva eseguito solo sei operazioni del genere. Mi ha restituito mio figlio illeso dopo qualche ora. E il viso del chirurgo non lo scorderemo mai, lo abbiamo stampato nel cuore.

In altre nazioni non sarebbe bastato vendere la casa -e l’avremmo fatto di corsa, felici di avere qualcosa da vendere- solo per sperare di poterlo operare. Per me l’Italia è soprattutto questo, un posto dove si cerca di salvare, dove c’è una sanità straordinaria, al quale devo mio figlio e quindi la mia stessa vita. Molto, molto di più di quello che politici e mondo della finanza vedono.

Io butterei giù tutto!

-E ricostrurei belle case nuove- E’ stato il commento del mio nipotino, lui abituato a luoghi modernissimi in America, quando a sei anni ha visto per  la prima volta una cittadina umbra. Io avuto un fiotto al cuore e pensando a come noi abitanti di là abbiamo cari quei muri medievali anneriti, a come sentiamo che ci hanno formato, ho sussurato

-Tesoro, un po’ ti capisco. Però questi muri così vecchi hanno qualcosa che i muri nuovi non hanno-

-Cosa?-

-Le storie di chi ci ha vissuto-

La risposta l’ha tacitato per un quarto d’ora, infine ha concordato con me. E penso che sono incatenata a quelle storie.

Irlanda 2018, 6 (e ultimo)

E dunque bye bye Irlanda, anche per quest’anno, con il mio  splendido nipotino biondo come il grano che mi supplica di restare, con le tue querce, le tue scogliere,  gli abitanti che sembrano usciti da un libro di fiabe, e i negozietti abbandonati che sembrano usciti da un libro di Harry Potter.

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Bye bye. Qui di seguito, notazioni a margine che possono essere utili ai viaggiatori:

1) Inglese: mio nipote dice che parlo inglese come gli italiani nei film, i Figli (uno per spalla) continuano a sibilare  a ogni cosa che dico Mamma che cosa stai dicendo? e gli irlandesi che sorridono, mi capiscono e mi rispondono, nonostante tutto. Non sono come gli Inglesi, che se non dici tutto come vogliono loro tirano dritto per la loro strada, sono gentilissimi davvero.

N.B. continuo a pensare che è stata una follia scegliere come lingua franca una lingua che si pronuncia in modo diverso da come si scrive. Molto meglio l’italiano, allora, o il tedesco.

2) Cibo. Buonissimi il latte, il pesce (provate il salmone selvaggio, wild salmon, è un’altra cosa da ciò che si mangia in Italia come salmone!), la carne, ma presentati in un modo un po’ monotono.

Occhio a quando nei menu trovate scritto tomato: talvolta è ketchup (orrore)!

3) Quando eravamo grandi.

la vera highlite della National Gallery di Dublino, copertina in tutte le guide, è ancora e sempre lui:

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il sublime, eterno Caravaggio. In ogni residenza storica, in ogni facciata degna di questo nome, in ogni profilatura antica di porta o finestra, c’è sempre lo stile italiano, putti, maioliche verdi gialle e blu, capitelli e balaustre. Come a Praga, a Varsavia, a Vienna. Davvero eravamo grandi e  dettavamo legge in fatto di stile. C’è persino il ritratto di un nobile irlandese che si è fatto raffigurare con il Colosseo e il Vesuvio insieme sullo sfondo: a dichiarare a tutti che li aveva visti entrambi, titolo culturale di livello eccelso – che tenerezza!

Ma che è successo dopo l’Ottocento?

Quando eravamo grandi

A Utrecht qualche anno fa ho visto nel pavimento di pietra di una piazza del centro una fessura rivestita di bronzo che l’attraversava tutta; e dalla fessura uscibva una nebbia leggera. (per un’immagine: https://www.ikreis.net/p-673/fietsen-langs-de-limes)

Ho chiesto a una signora che passava

-E’ l’antico limes, quello dei Romani-

Ho sentito un brivido lungo la schiena. Che  qualcuno in Europa fosse fiero del passato romano, tanto da museificarlo nel pavimento di una piazza, come a dire, noi siamo colti, siamo civili, siamo discendenti degli antichi Romani, mi ha commosso, lo ammetto. Noi in Italia facciamo scempio del nostro passato, altri in Europa vanno fieri di esso.

Eravamo grandi, e non mi riferisco certo alle conquiste militari, alla virtus guerriera, all’imperialismo, ma a quel che veramente resta, il diritto, e l’acqua calda nelle terme per tutti: quando i romani arrivarono in Olanda i Frisoni stabilivano il loro capo in base all’altezza del cumulo di spazzatura sul quale aveva costruito la sua capanna.

Eravamo grandi. Forse lo saremo ancora, ma non si vede nessuna luce (Ahi serva Italia...).  O forse sì?

Un amico olandese mi ha detto, per esaltare l’Italia, You have the best foood in the world (e qui mi sono un tantino arrabbiata, perchè di questo non se ne può più, e perchè uno si chiede: se vi piace tanto, perchè non imparate a cucinare la pasta come si deve?); ma poi ha aggiunto and your voice is always full of emotions.

E’ vero. Forse un po’ di luce c’è.