Il pranzo dei morti, 10

-Un brindisi, carissimo e vi dirò oltre-

Non per sempre, solo come purgazione, una fase di distacco lento dal mondo al quale tanti legami avvingono il morto che già agogna alla beata condizione celeste. E come sancire il distacco definitivo e l’entrata del mondo celeste? Come se non con un banchetto che riunisca le persone più vicine al morto che siano anch’esse nell’Aldilà? Un brindisi, un pranzo; il fior fiore della compagnia, i cari amici che ci furono di scorta nella vita terrena e il fior fiore di questa terra benedetta che è la Sicilia; il massimo fasto della carnalità e della materia nel momento dell’addio; come l’ultima notte con una donna amata, o come …e qui un piccolo calcio del d’Ingalbes interruppe il discorso del principe, che già stava commuovendosi sulle bellezze del mondo materiale, tanto da farlo vagheggiare a chiunque, mentre il convegno presente tutto richiedeva meno che di sottolineare la carnalità che il marchese sembrava negare fieramente. Forse, ragionava il d’Ingalbes, troppo di sé le aveva tributato finora, e troppo poco ne aveva tratto. Come lui medesimo, d’altronde, che se si ritrovava povero era per aver troppo amato il mondo e aver sperato che gli desse prima o poi quelle gioie che sempre annunciava.

In quella si aprirono i battenti e Gerlando in livrea d’onore, blu oltremare con i galloni e i bottoni d’oro, s’inchinò e annunciò

-Lor signori sono invitati a prendere posto. Inizia il pranzo che il Monsù di questa nobile dimora ha allestito in onore del Marchese di Carabas-

Sedettero ai quattro lati dell’enorme tavolo. Nei piatti i soli avevano una faccia dipinta dentro il cerchio e i raggi come tentacoli; sembravano cantare e ridere alle foglie nel bordo. E su quei soli il maggiordomo depose arancine tonde e dorate che imitavano i soli e cantavano sotto i denti al primo morso,  spalancando sotto la crosta croccante il riso caldo giallo di zafferano e spezie, profumato della carne nascosta nel cuore che si annunciava e non si mostrava subito. E si proseguiva a mordere per raggiungerla, tenerissima, tagliata a piccoli cubi legati ai piselli.

-Marchese, non assaggiate?- chiese sorridendo il principe Lancia –Questo arancino è immagine vivissima di quanto abbiamo appena passato: la scorza fritta che crocchia sotto i denti è la durezza della morte, che esiste solo per schiudere il cuore saporitissimo della vita spirituale. Assaggiate, è un ordine-

-Non posso, non ho più lo stomaco- il marchese era grigio in volto-

-Neppure noi, amico mio, abbiamo più lo stomaco!- il Rioasaltas alzò davanti al volto un arancino –eppure vedete? La morte ruvida, dura, brutta è la crosta; un attimo e si rivela l’interno magnifico, ricco e profumato: la vita presente dopo la morte, tutti insieme- e addentò la crosta dell’arancino con uno sguardo estasiato da innamorato.

– Davvero amico mio eravate destinato alla corte del re, con la vostra eloquenza- sorrise il marchese. Ma era un sorriso difficile, perché da tanto non sorrideva che aveva perso l’esercizio.

I tre invitati fingendo di conversare lo spiarono dischiudere la bocca e dare il primo morso. Un morso piccolo piccolo, che tuttavia produsse un suono che sembrò un inno di vittoria cantato a squarciagola.

Totò versò il vino nascondendo la sua gioia e il Ripasaltas lo guardò con desiderio struggente, quindi alzò il calice

-A noi, amici miei! A noi che siamo sempre insieme! A questa bella vita nuova!-

-A noi!- e tutti bevvero.

-Coraggio amico mio, non potete non unirvi al brindisi!-

il marchese con mano tremante alzò il calice e lo posò subito

-Non posso…- mormorò

– Pensate al sangue di Nostro Signore che ci garantì questa vita dopo la morte- gli sussurrò il Ripasaltas –tutto questo che ci è imbandito è santificato e trasmutato. Sembra vino e non lo è, è solo immagine del vino terreno. Unitevi a noi, presto-

Gli altri ascoltarono trepidanti e trepidanti lo videro bere il vino rosso come un rubino, profumato come un fiore. E videro il viso dell’amico prendere una sfumatura più rosta come se il vino bevuto avesse passato alle guance il suo colore

E anche donna Cubitosa, nascosta insieme a Gerlando dietro l’uscio, vide la tinta rosata salire al viso del marito e battè le manine grasse senza far rumore: La vita ritornava, debole e delicata, ma tornava! Potenza del vino di Giarratana, color rubino e profumato di mare e sassi scaldati dal sole! Sangue e vino; il vino che faceva sangue, vivo, ruscellante nelle vene, sangue buono a vivere, a cantare, a mordere, a cadere insieme nel letto.

Guardò Gerlando: il maggiordomo aveva gli occhi pieni di lacrime. Guardò la sala dischiudendo appena il battente: vide il Ripasaltas sfiorare con la mano la natica di Totò mentre gli chiedeva altro vino. E sia! Pensò. Che importanza ha tutto, in fondo? Dalla tappezzeria di seta gli uccellini cinguettavano, i fiori sbocciavano. E sorrise.

I tre gentiluomini con gioia repressa e di sottecchi guardarono il marchese mangiare l’arancino. Aveva iniziato a sbocconcellarlo; ma quando era giunto al ripieno, alla fusione di ragù, carne e spezie, i morsi si erano fatti più veloci, e quasi non masticava più, assorbendolo come una piantina riarsa l’acqua. Quando ebbe finito gli altri tirarono il fiato di nascosto. Totò iniziò a servire il timballo di pasta

.Straordinario questo cibo dell’aldilà, davvero il compendio di quanto di meglio offra la terra…-sussurrò il marchese- sembra difficile che ne avremo di altrettanto buono e spirituale-

-Lasciate fare al nostro Buon Signore- replicò il d’Ingalbes –non c’è limite al suo amore-

Il Pranzo dei morti, 9

Quando Totò entrò nella sala, a piccoli passi discreti, trovò i tre gentiluomini con gli occhi brillanti e divertiti

-Favorite di annunciarci al marchese- intimò il barone di Ripasaltas e le sue parole suonarono come una dichiarazione di guerra alla follia e a ciò che rende brutta la vita.

Sale e salette sul porto tutte accese per l’arrivo di due navi dall’Oriente; vociari lontani di scaricatori e picciotti, tutto sospingeva i tre e li rendeva curiosi, timorosi e tuttavia certi della vittoria. Movimento, flusso e forza intorno a un centro divino, gridava tutto intorno a loro e li faceva sorridere.

Resi così lieti, quando Totò aprì i battenti della sala da pranzo e Gerlando s’inchinò davanti a loro, si fermarono stupiti. Ricordavano la vasta sala, ma non così, con quei girali di acanto verde e narcisi gialli alle pareti e sulla tavola, e identici sui piatti di porcellana; con quei sottopiatti dorati come soli, e quel contrasto feroce di colore, giallo e verde, ripetuto ovunque, che scuoteva per originalità e chiamava alla rivolta, alla partenza dei bastimenti, all’uscita dalla terra delle nuove piante; tutto ciò rinsaldava l’impresa che avevano in animo di compiere.

Un lieve rumore di passi, un bisbigliare sommesso d’incoraggiamento, e il marchese di Carabas fece il suo ingresso. Nulla sul volto di Gerlando rivelava la fatica tremenda di quel percorso dalla camera da letto alla sala, della vestizione, dei lunghi discorsi persuasivi della marchesa per convincere il marito e del quieto, folle mormorio di lui, così spaventoso nel suo delirio

(Un pranzo, con i vostri amici; No! non mangerò, non ho più lo stomaco; e poi sono morto chi volete che voglia vedere un morto? E quali amici poi?

I vostri, il Lancia, Il Ripasaltas, il d’Ingalbes, che morirono ier l’altro in un naufragio durante uno scontro fra pirati barbareschi e flotta trapanese: lo sciabecco che doveva trasportarli a Napoli, dal nostro caro Re, s’inabissò in un batter d’occhio, sfondato da una cannonata.

E com’è che se son morti non li ho avuti accento a me?

Chiedetelo a loro marchese, che ne so io dell’Aldilà?

E’ vero, devo chiedere a loro, chissà dove sono stati messi…mi dovrò vestire, forse.

Certo! E di tutto punto! Quale completo preferite, quello zafferano o quello verde reseda? Zafferano? Gerlando, presto! Redingote, il panciotto con i bottoni di madreperla e le coulottes con la passamaneria verdina! E la parrucca col codino! No, no, marchese, ormai l’avete detto, essi vi attendono, non potete rifiutarvi più. Dovete raccontarvi tutto. Non vorrete andare in camicia da notte!

Sì, devo sapere. Come sarà stato per loro il morire? Lieve come per me o doloroso? Poverini, in tutta quell’acqua di mare…E ci vedremo ora che siamo tutti nell’Aldilà? Mi piacerebbe rammentare con loro la vita sulla terra. E uscire magari per la passeggiata sulle mura: credo che saremo invisibili a tutti. Sì, c’è ancora un po’ di gioia in serbo per me in questa grande nebbia che la morte è…

Di tutto converserete, marchese, a tavola sarete solo voi morti; sarà la vostra cerimonia d’introduzione nell’Aldilà, credo.

Ma non è necessario mangiare, non ho fame, non posso inghiottire: dove finirebbe il cibo, se non ho stomaco? No, non vado, non mi vesto.

Ma la cerimonia di ammissione nel mondo spirituale prevede un pranzo in pompa magna. Un addio al mondo in cui si mangia, poi non vi sarà più cibo. Gli angeli vi metteranno lo stomaco al suo posto solo per questo giorno. Andate, vi aspettano)

 Totò sosteneva il marchese per il gomito, seguendolo nei suoi piccoli passi faticosi. I tre nobiluomini ammutolirono, tentando di riconoscere il loro amico in quel lemure, in quella creatura grigia, fatta di quattro zeppi nuotanti in un vestito sontuoso.

Al d’Ingalbes salirono le lacrime agli occhi e per nasconderle bevve d’un fiato il bicchiere di rosolio che aveva in mano, Ripasaltas serrò i denti e il principe Lancia si precipitò a sostenere l’amico malato.

-Siete voi, siete voi- mormorava rauco il marchese. Tutti quindi si chiusero intorno al malato e vi furono istanti pieni di esclamazioni, riconoscimenti, balbettii, lacrime. Gerlando in mezzo ciò si ergeva come un faro sulla roccia flagellata dalla tempesta. Infine si sciolsero dall’abbraccio e si guardarono

-Come siete belli amici miei! E giovani…-mormorò il marchese accasciandosi a capotavola –davvero ingiusta la morte…-

-Oh, non datevene pensiero!- fece il d’Ingalbes –molto meno di quanto non si tema da vivi. Un tuffo nell’acqua profonda ed eccoci qua-

-Non fu dunque lungo e doloroso per voi?-

-No, carissimo- il principe Lancia si era asciugato le lacrime e sorrideva. Trovando scialbo quanto detto dal d’Ingalbes, lo integrò a suo talento (era da sempre così, s’abbelliva tutto, forte del suo gusto e della sua intelligenza) -Non era bello farsi riempire d’acqua, c’era un senso di oppressione, come una grande mano sul petto che premesse e premesse, ma è stato un battibaleno. Poi è arrivata subito una gran luce beata che ci ha sospinto via in avanti. E per voi, come fu?-

Il marchese fece un gesto vago, a testa bassa

-Un tedio lunghissimo, e quanto più mi annoiavo e tutto diventava grigio, lo stomaco e il cuore si consumavano, come stoffe vecchie nella liscivia. Sentivo la forza defluire. E’ stato terribile. Niente luce, neppure un pochino. Devo essere all’Inferno, credo-

-All’Inferno? Oh no, quello solo per peccatori grandissimi, che si compiacciono anche in morte di ciò che hanno fatto. Noi, amico mio, siamo solo piccoli peccatori; ricordate che ci sentivamo sempre un po’ in colpa?-

Il marchese non era convinto –Perché allora quando siete morti non vi ho incontrato, ier l’altro? Io sono morto già da quindici giorni!-

-Bevete un sorso di vino e vi spiegheremo. Ecco, bravo. Il fatto è che per noi peccatori nell’Aldilà costruito dal Buon Dio, un Aldilà che non è proprio quale la Chiesa Santissima ce lo dipinge in vita, le cose stanno diversamente-

E venne descritto quanto segue, dal principe che sempre nella loro piccola compagnia era stato il più dotato di una sorridente intelligenza che gli faceva accettare la vita con spirito ed eleganza .

Quando si muore, disse, si muore in modi molto diversi. Alcuni vedono la gran luce sospingente e chiamante, altri si spengono come candele al lumicino, piano piano. Ciò comporta un’accoglienza diversa. Chi ha visto la gran luce entra in una specie di festa dove incontra tutti i morti che l’hanno preceduto, dai re ai mendicanti; chi si spegne lentamente viene posto in un grande nebbia morbida, nella quale lentamente emergono, come conchiglie dalla sabbia, gli amici già morti. Il criterio è fondato non sui meriti, ma sul carattere del moriente; per cui l’indole delicata assapora il delicato vapor acqueo, il carattere robusto la luce violenta.

-Per sempre?- la voce del marchese tremava appena.

Il pranzo dei morti, 8

Il monsù aveva dovuto chiedere la ricetta del pesce spada a una vecchia megera nel quartiere della Calispera dietro il porto, con l’unica scorta d’uno sguattero e sotto il giuramento del silenzio; una certa donna Metra (oh, con quale reverenza questo nome aveva pronunciato la marchesa!). Ah, aveva sospirato il monsù,  terra di selvaggi, di gente dal sangue troppo forte, che quando volevano una cosa, non mollavano fino a che non l’avevano ottenuta! Gente alla quale il sangue correva così forte nelle vene da ottundere ogni raziocinio, ogni ragionamento sensato. Pazzi, pazzi e incivili! Fargli lasciare la cucina mentre tutto ferveva e aveva bisogno di lui! Meno male che ciò che volevano erano sciocchezze e non terre o ricchezze, altrimenti chi li avrebbe fermati i siciliani? Sì sciocchezze, amore per lo più, ma anche onore e decoro, e rispetto dei legami di sangue, tutte cose che lui non ammetteva.

Donna Metra gli aveva dato la ricetta. Stecca il pesce con chiodi di garofano, che purificano dalla morte. Marina con succo d’arancia che addolcisce la vita. Soffriggi la cipolla che invita e cuoci nel soffritto il pesce.Poco prima di toglierlo dal fuoco, aggiungi un cucchiaio di miele, che conserva e preserva, noce moscata che parla di favole lontane e invita al viaggio e pepe che scuote.

Quando aveva chiesto in quali proporzioni usare gli ingredienti la risposta era stata:

-Non c’è legge in queste cose, se non quella che il cuore comanda. Ma il cuore, ricorda, deve essere puro e pura l’intenzione. Il cibo non deve essere solo buono e non deve essere solo medicina, ma entrambe le cose. E’ dono divino, arte, magia, e miracolo, tutto insieme. Il tuo cuore è puro, come quello di chi ti manda, e riuscirai.

E il tuo marchese guarirà di ogni malvagio sortilegio. Visto che donna Cubitosa ci tiene tanto a quello straccetto di marito-

E ora, ora che l’ora fatale era giunta, donna Cubitosa quasi singhiozzava alla finestra, sentendo vicina la prova: avrebbe avuto buon esito la serata frutto del suo ingegno e della sua fantasia? Le avrebbe restituito il marito? Oppure, come vedeva bene soltanto adesso, l’indomani tutta Palermo sarebbe stata piena della nuova che il marchese di Carabas era matto e matto sarebbe restato per sempre? il grido dei portieri, il rumore d’una carrozza e il tramestio dei torcieri la strapparono alle sue angosce.  Si asciugò gli occhi con la manica e si avviò incontro ai suoi ospiti.

Il principe Lancia, il conte d’Ingalbes e il barone di Ripasaltas erano nella sala rosa di palazzo Carabas. Illuminata a giorno, sembrava una nave in fiamme lanciata contro l’oscurità che montava dalle finestre sul porto. Nelle ciotole di porcellana si ergevano piccole colline di confetti rosa, nelle bottiglie di cristallo rosolio alla rosa. Tutto era rosa e festoso come sempre, ma si avvertiva una gravità nuova nell’aria, che prima non c’era.

A piccoli passi affrettati, preceduta da un impassibile Gerlando, la marchesa entrò e strappò un sorrisetto al principe Lancia, che in città era noto per la malignità nei giudizi. Senza busto, in abito da casa, a testa bassa: che marchesa era?

-Perdonate la libertà con la quale vi accolgo- disse sedendo al centro fra i tre –ma, confidando nella vostra discrezione e nell’affetto che nutrite per mio marito, devo avvisarvi che egli si trova in una condizione particolare. –

-E’ malato!- esclamò il conte d’Ingalbes, vagamente spaventato dal possibile contagio: come avrebbe pagato il medico? donna Cubitosa scosse il capo

-Non proprio, non in modo tradizionale. Egli sta benissimo, ma, vedete…è difficile dirlo…crede di essere morto-

i tre ospiti sobbalzarono come un sol uomo

-Sì, purtroppo è così. Sta benissimo, ma si crede morto. Dice di non aver più cuore e stomaco. Eppure per il resto, ragiona benissimo e riconosce tutti. Solo, non vuole vivere, perché si crede morto-

-Devo vederlo!- il principe Lancia balzò in piedi

-Aspettate principe! Devo prima spiegarvi il motivo per cui siete qui. Dovete fare in modo che egli mangi. Sta benissimo, ma non mangia e diventa sempre più debole. Io quindi vi ho invitato affinché, distratto dalla vostra compagnia, pranzi come si deve, come una volta. E perché ciò accada, voi tutti dovrete fingere di essere morti-

I nobiluomini la fissarono allibiti. Il conte d’Ingalbes fece un gesto di scongiuro e scosse il capo.

-Aspettate, aspettate prima di rifiutare! Il marchese non vuole cure, né prediche, né di sentirsi dire che non è vero quanto lui crede di sé: se vogliamo che mangi e che dunque si salvi, deve avere intorno suoi pari, suoi simili. Non impariamo tutti dai simili, dai buoni compagni di vita, di strada? Da soli cosa impareremmo mai? Egli dunque, deve imparare di nuovo a mangiare, il che significa poi imparare a vivere. Se lo amate come avete dimostrato sinora, continuate a farlo nella cattiva sorte. Fingetevi morti, usate la vostra fantasia e rallegratelo: il cibo verrà da sé e mangiando, tornerà alla vita solita. Perché il cibo è vita, non altro. Vi prego quindi di immaginare davanti un’aldilà che egli possa condividere, se potete, e di rallegrarlo della nuova condizione-

I tre si guardarono muti, poi il principe Lancia mormorò, come a sé stesso

-Sarebbe anche divertente. Ognuno fingererebbe una sua propria condizione ultraterrena, quella che la sua vita gli ha preparato, giacchè ognuno di noi sa cosa ci stiamo preparando per quando saremo dall’altra parte, non è vero? E nessuno di noi pensa di andare dritto in Paradiso, come se fosse stato un santo, non è forse vero? Già il Purgatorio sarebbe tanto, per gente come noi! Forse ci varrà anche come confessione, davanti al Buon Dio, con buona pace dei preti che ci circondano, sempre più inutili! –

il barone di Ripasaltas scosse il capo

-sarebbe facile cadere in contraddizioni di ogni genere che il marchese non mancherebbe di rilevare. Dovremmo concordare bene…-

-Io adesso vi lascio- disse la marchesa alzandosi –decidete liberamente, secondo coscienza. Fra un quarto d’ora manderò Totò e a lui comunicherete la vostra decisione. Qualora decideste di stare al gioco e di fingervi morti, dirò al marchese che siete morti in naufragio, mentre vi recavate a Napoli, a presentarvi al nostro buon, nuovo Re. Buona serata, signori, e grazie, qualunque cosa scegliate di fare-

E negli occhi di lei brillò come una sala sfolgorante di luci, luci di dolore e lacrime, ma anche di pietà per quei tre signori ai quali tanto di ovvio era stato necessario spiegare, la grammatica dell’amore persino; e anche luce di condiscendenza, di abbassamento e tristezza per l’essersi abbassata tanto. Ma nessuno di loro pensò questo, o volle pensarlo nella sua interezza; solo si accorsero che la marchesa aveva occhi bellissimi, fra ciglia lunghissime, nei quali si poteva cadere e volare; e pure pensarono che era giovane, giovanissima. La videro andar via, un poco traballante sui tacchetti di seta, con un sentimento nuovo di ammirazione.

Scese il silenzio nella sala rosa e dorata. Nessuno parlava, né guardava gli altri, bensì un punto nel pavimento di ceramica che sembrava a ciascuno particolarmente interessante. Infine il principe sospirò, quindi sorrise

-Curioso che sia capitato proprio a lui, nevvero? A chi più di ogni altro nella nostra bella compagnia ci sospingeva verso le avventure, i lidi ignoti, la bella Parigi. Come se avesse esaurito tutto e ora niente lo tenga fra noi-

-Forse noi tre abbiamo ancora motivi per lottare, egli ha sempre avuto tutto- il conte d’Ingalbes mesto pensava a sé e alle privazioni nascoste cui si sottoponeva ogni giorno, peggiori d’ogni battaglia per gente come loro.

-Curioso, sì. Ma è sempre stato il più malinconico di noi. La vita non era mai abbastanza per lui. Dunque la lascia, come si lascia un’amante che ci ha tradito- mormorò il barone di Ripasaltas, che poi si riscosse con fierezza, pensando che doveva allenarsi a sconfiggere le ostilità, che fossero a Palermo o Napoli, nelle vesti di un amico malato di ente o di intrighi di corte –Ma non lo permetteremo!-

-No!- concordarono gli altri

-La follia non ci toglierà l’amico!-

-No!-

balzarono in piedi unendo i bicchierini di rosolio, quindi il principe Lancia scrutò il viso degli altri due

-La sua stanchezza è anche la nostra. Il suo tedio è anche il nostro. Ma non ci siamo ammalati perché avevamo altre cose da desiderare davanti a noi, come l’isola agognata davanti alla prua di una nave. Questo dobbiamo ricostituire in lui stasera, la direzione verso una meta. Prima mostreremo di essere come lui, vale a dire morti, poi lo indurremo a mangiare e, quando avrà mangiato legandosi di nuovo alla linfa della vita, instilleremo nel suo cuore il desiderio di qualcosa. E avremo vinto-

-Che diremo dell’esistenza da morti, che grazie al Buon Dio ancora ci è ignota?- il d’Ingalbes non era molto convinto e il Ripasaltas, che in pochi istanti aveva concepito un piano, gli pose una mano sulla spalla dicendo

– Stabiliamo di essere morti nel naufragio d’una nave per Napoli. Stabiliamo di essere tutti al Purgatorio, grazie alla divina bontà che ci ha evitato l’Inferno. Il Paradiso non sarebbe credibile per gente come noi e l’Inferno ci toglierebbe la possibilità di parlare serenamente. Dunque Purgatorio. E dobbiamo mantenerci la possibilità di immaginare un Purgatorio personale a ognuno di noi. Dobbiamo avere un margine di libertà, altrimenti sarebbe facile per noi cadere in contraddizione. Ora possiamo fare che nel Purgatorio ciascuno di noi abbia una punizione diversa, isolato dagli altri?-

il conte d’Ingalbes tremava di sdegno

-No no no no! Nessun contatto fra cibo e Aldilà! Nessun legame possibile! Aiutiamolo sì, ma senza pranzo. Torneremo domani mattina-

L’esclamazione cadde e provocò un silenzio profondissimo, nel quale si udirono solo i richiami lontani dei marinai dal porto e sembrarono come un grido di guerra. Tutti riconoscevano in cuor loro la verità di quelle parole; e tuttavia qualcosa non andava…Forse fu per il piacere del bel gesto, di fare bella figura; oppure colse l’eccessiva logica di quelle parole; ma il Ripasaltas dopo qualche istante mormorò pensieroso

-Non so, siete nel giusto amico mio, certo, ma..ma non è come dite! O meglio, è come dite secondo ragione, non secondo verità, perché sapete che verità e ragione non sempre coincidono. Se seguite il cuore, il cuore di cui nessuno più oggi parla, vederete che non possiamo andarcene così questa sera. Avrebbe il sapore dell’assassinio- e tacque soddisfatto. Aveva posto il dubbio senza prendere posizione; lasciare aperte tutte le strade, questa era la politica. A corte, si disse, non avrebbe certo sfigurato.

Di nuovo il silenzio e nel silenzio marinai e onde brevi che comandavano Partite! Partite, presto!

Il principe Lancia lo guardò ammirato e lo seguì nel ragionamento

-Ricordo certe storie dei precettori e delle balie, su Persefone che mangiò tre chicchi di melograno nel regno di Ade e per questo fu legata per sempre al regno dei morti e non potè tornare da sua madre Demetra. A nicaredda! strillava la mia vecchia balia, troppa siti avvi! Dunque si mangia nel regno dei morti.

Il nostro pranzo di stasera potrebbe essere l’ultimo insieme per prendere congedo dalla terra e passare dall’altro lato. In fondo nella storia che diremo siamo morti insieme, come abbiamo vissuto insieme. Un ultimo pranzo per salutarci prima di avviarci alla punizione individuale. Gli arancini del monsù possono ben passare come gradino da ascendere per avviarci all’aldilà, dove gusteremo il cibo spirituale che trascende il cibo di questa terra.

E la punizione di ciascuno sarà quel che a ognuno verrà in mente. I nostri peccati sono così diversi, signori- e qui una luce brillò negli occhi del principe di Lancia, che ben conosceva i gusti del Ripasaltas per i bei ragazzi- sono così diversi, che non sarà difficile immaginare e favellare di condizioni del tutto personali. Voi, caro conte- e si rivolse al d’Ingalbes con un sorriso –cercate di vedere in altro modo la faccenda. Non sarà un’offesa al cibo, ma la sua esaltazione. Conosciamo bene l’abilità del monsù di questa dimora. I suoi arancini restituiscono l’immagine dell’Eden, glorificano la bellezza originaria della terra prima del peccato originale. Stasera sarà il cibo prima della caduta per essere ammessi alla vita eterna.

Tentiamo signori; glielo dobbiamo e lo dobbiamo a questa povera donna che in fondo ama suo marito e lo sta scoprendo soltanto adesso. E, mi raccomando, iniziamo dal vino!-

Quando Totò entrò nella sala, a piccoli passi discreti, trovò i tre gentiluomini con gli occhi brillanti e divertiti

-Favorite di annunciarci al marchese- intimò il barone di Ripasaltas e le sue parole suonarono come una dichiarazione di guerra alla follia e a ciò che rende brutta la vita.

Il pranzo dei morti, 6

Donna Cubitosa entrò in cucina .Là le sembrava di stare nella radice delle cose. Per arrivare in cucina bisognava scendere di mezzo piano le scale di servizio dell’ala est e si arrivava subito in un enorme sala seminterrata, che aveva quattro finestrone poste in alto, come pentoloni che rovesciassero non minestre, ma fiumi di luce, non sufficienti tuttavia a fugare l’oscurità dagli angoli. Un enorme camino a destra dell’ingresso, i fornelli a sinistra e poi tavoli, tavolini, stipi, appendini pieni di mestoli e casseruole e da una cosa all’altra un continuo via vai di persone che nell’enorme ambiente sembravano stranamente minuscole, sguatteri, cuochi, pasticcieri, e, circondato da un nugolo di sotto cuochi, il monsù che costava la rendita del feudo di Geraci e che era ritenuto il migliore della Sicilia occidentale.

La marchesa lasciò entrare in sé la strana pace di un luogo tanto pieno di attività. Si stava bene là sotto. Era un grosso ventre confortevole che partoriva ogni giorno la vita della dimora, pensò la marchesa, quello da cui suo marito aveva reciso ogni legame. Lo ristabilirò, si disse lei, masticando un tozzo di pane, lo aggancerò di nuovo alla vita. Il Monsù le fece la reverenza

-Comandate marchesa-

-Quali sono le pietanze preferite dal marchese? Ordino che le prepariate tutte per il pranzo di sabato prossimo-.

Arancine,  maialino allo spiedo, caponata, pesce spada, sorbetto di gelsomino e sorbetto di limone, babà alla crema con trionfo di frutta, quindi confetteria di ogni tipo, l’elenco era un cantilena magica che già radicava alla vita la marchesa, ancora di più. Arancine dorate col cuore di ragù che si scioglieva in bocca al primo morso come un regalo, il mare di caponata scura distesa nei vassoi , che parlava di strane fusioni e terre lontane rese vicine dalla curiosità e dall’intelligenza, e poi i colori chiari dei sorbetti fatti con la neve dell’Etna che dal cuore dell’inverno parlavano d’estate e rallegravano…questo amava il marchese? Lei non se ne era mai accorta e questo le diede una stretta al cuore perché il monsù non aveva esitato nel fare la lista: anche i sottoposti conoscevano il marchese meglio di lei. I gusti di lui erano una realtà ben nota a tutti nella dimora e ignorata solo dalla moglie, e questo era peggio che ignorare che un marito abbia un’amante, mentre tutta la città lo sa. Anche per questo forse lui si lasciava morire, per l’indifferenza di lei?

Ma non c’era modo di rattristarsi troppo: davvero quel banchetto poteva chiamare alla vita e far sentire forte la ricchezza infinita del mondo a cui il marchese stava rinunciando. Di nuovo il monsù, Marchesa però sarà molto, troppo difficile trovare pesce spada freschissimo qui a Palermo..lo pescano solo nello Stretto. La nostra feluca lo farà arrivare qui in un battibaleno, volerà sino a Messina. Come dev’essere cucinato? E’ il re di ogni banchetto, a lui deve essere accordato il posto centrale e celebrato degnamente con la giusta ricetta…Vedete voi, amico mio, a voi e alla vostra sapienza mi rimetto interamente.

-Madame, sarà il pranzo dell’anno. Sarà meraviglioso-

Una nuova felicità arrivava come una lenta ondata e in questa Cubitosa vedeva gli ingredienti dei cibi salire dal suolo, a uno a uno, e con piccoli fini o tentacoli entrare negli uomini e spingerli verso l’alto, verso il cielo –una profonda unità tra il basso e l’alto, tra il cibo e l’anima che era sacrilego negare. Solo un malvagio poteva restare insensibile davanti a tanta grazia. Poiché il marchese malvagio non era di certo, poteva davvero essere salvato.

E come? si disse lei. Nulla doveva esser dato in sacrificio a quel Qualcuno che da lassù ci ama? Un tributo che ponesse sotto buoni auspici l’impresa?

-Monsù, per il pranzo di quel giorno, fate in modo che ci sia pesce spada e arancini per tutta la gente di casa, fino all’ultimo sguattero-

Nel occhi del Monsù brillò qualcosa, una luce incerta tra ammirazione e commozione

-Sarà come disponete, Vostra Grazia- mormorò nel bellissimo inchino che le fece.

-Gerlando, fate recapitare queste lettere. Sono inviti a pranzo per gli amici del marchese. Per la spesa vi farete dare la lista dal monsù-

Durante i suoi vent’anni di servizio in quella casa il maggiordomo aveva visto molte cose strane, ma nessuna strana come quella. Un invito formale mentre il marchese stava male. Era molto peggio che vedere crollare le mura di Palermo sulle quali il palazzo era costruito: il mondo intero crollava. Qualcosa di questi pensieri si rese visibile sul viso di Gerlando e la marchesa lo rassicurò

-Non temete, non è oltraggio. E’ forse l’unico modo di far mangiare il marchese-

-Ma lui crede di essere morto e a stento beve un poco di brodo-

-Gli faremo credere che lo sono anche gli altri. Sarà il pranzo dei morti. Forse così tornerà a mangiare-

Gerlando esitava e sudava

-Perdonate marchesa. Potrebbe forse farsi subito, con persone diverse…-

Lei capì cosa intendeva Gerlando, e cioè che poteva fingere la stessa cosa lei e sedersi da morta quella sera stessa, iniziando così la cura da subito

-Il marchese in questa casa non ama nessuno. Con le persone che davvero ama e i cibi che predilige, entrambe le cose assieme, tornerà in lui la voglia di vivere. Non c’è altro. Favorite di preparare come apparecchiatura quella del sole radiante-

Gerlando s’inchinò con un sorriso. Non erano crollate le mura di Palermo o quelle della dimora di Sua Grazia, ma altri muri invisibili, ben più saldi e separanti, quelli intorno ai cuori e questo creava una gioia dilagante, come una finestra spalancata su un nuovo, bellissimo giorno. Per la prima volta la marchesa lo aveva ritenuto degno e lo aveva messo a parte dei suoi piani, lui Gerlando semplice maggiordomo. Quando si raddrizzò dall’inchino era più alto e la marchesa colse negli occhi di lui un baluginio nuovo, come un presagio di vittoria, la gioia che annunciava la via giusta.

Il sole. La vita che tornava prepotente. I piatti a foglie d’acanto gialle e verdi e i sottopiatti dorati. Caldo nel cuore e nelle viscere. Tutta la potenza, il calore e la bellezza della vita, la stessa che spingeva i fichi d’India a mettere radici nelle rocce, convogliata in una tavola che doveva resuscitare chi non voleva più vivere né morire.

Il pranzo dei morti, 5

Non basta-si disse la marchesa all’ora di pranzo del quarto giorno. Era davanti allo specchio della sua camera e si vedeva in un modo così nuovo che ne aveva paura. Senza busto il suo corpo dalle spalle all’inguine aveva la forma di un’arancia, rotonda e sugosa; più nessuna forma di vita sotto il seno, tutto un cerchio –così l’avevano trasformata i quattro figli e la sua propria golosità.

Eppure, non poteva dire a sé stessa di non piacersi. Semplicemente era nuova; nuovo il modo in cui le braccia un po’ gonfiate poggiavano sui fianchi e i riccioli scuri si disponevano sulle spalle grassocce; ma non questo le piaceva, quanto la vivacità dello sguardo che restava quello che era sempre stato, vivo e luccicante sopra la nuova massa. Aveva un’aria di Pasqua e Natale; e da lì, da quella linfa che l’aveva gonfiata, poteva e doveva trarre il modo di salvare il marchese.

Perché ciò che era stato fatto finora, ed era tanto, tantissimo, non bastava ancora. Il marchese, tranne qualche guizzo, ancora giaceva senza forze, pallido come la luna; e sempre lamentava fiocamente di essere morto, di non avere più il cuore e lo stomaco.

Che cosa amava davvero? Che cosa davvero faceva battere il cuore che lui lamentava inesistente? Che cosa fa battere il cuore di tutti e davvero tiene legati alla vita? L’amore e il cibo, si rispose, alzando le spalle: che altro c’è in fondo? Se si ama e si mangia va tutto bene; e va bene anche se si fa una sola di queste due cose. Lei stessa non viveva forse senza amore, non aveva forse vissuto da sempre senza amore, se si toglieva quello dei suoi quattro monelli? Ma quando da basso, dalla cucina, si levava il profumo della parmigiana era una carezza sul viso, e il profumo del fico d’India sbucciato un bacio dolce sulle labbra; e questo spiegava le sue rotondità e la sua latente felicità. C’era sempre qualcosa di bello nella vita.

Ma lui non mangiava e non guardava più Cettina, che lo visitava da sola, tutta agghindata e scollata si sedeva sul letto e lo carezzava, invano, il marchese non la sfiorava neppure; né cercava altre donne, una di quelle che rallegravano le festicciole del marchese con i suoi amici. Quanto al cibo, sembrava odiarlo. O era perché si trattava di brodini da malato? Forse il cibo, sì il cibo, ma quale e in che modo? Il cibo servito con i suoi amici, si rispose la marchesa con un sussulto di gioia, come se una fiaccola si fosse accesa nella sua mente.

Il principe Lancia, il conte d’ Ingalbes, il barone di Ripasaltas, con i quali aveva compiuto il viaggio nell’amata Parigi, vent’anni prima e con i quali organizzava feste e partite a faraone che duravano tutta la notte. A lei, in verità, non piacevano. Le sembravano vuoti e deboli. Inoltre, era gelosa di quel viaggio che, con chissà quali malie, li aveva staccati tutti e quattro dalla loro terra; e i loro discorsi, origliati col cuore in gola durante le notti di gioco, le erano sembrati tetri come le loro facce: tutto quel parlare di donne come se parlassero di bambole, senza amore, e tutta quella nostalgia per una terra lontana, dalla quale ogni cura e vantaggio personale li tenevano lontani, erano tristissimi.

Comunque lui li amava. E agli amici della gioventù avrebbe unito quel che c’è di più viscerale, ciò che lega alla vita con doppia fune, il cibo. Avrebbe dato un pranzo per loro, con tutte le pietanze predilette dal marchese.

Ma gli invitati avrebbero saputo avvincere il marchese con i loro discorsi e tenerlo a tavola e, approfittando della distrazione, indurlo a mangiare qualcosa? Per questo avrebbero dovuto fingersi morti, come lui; affratellati da un medesimo destino, avrebbero dovuto descrivere al marchese l’Aldilà e condividerlo con lui e inventarsi discorsi tali da essere verosimili e affascinanti al tempo stesso. Donna Cubitosa tremò: non erano i tipi da inventare nulla. Rivide il principe Lancia appoggiato al camino, col bel volto secco annoiato sotto la gran parrucca immacolata, intento a regolare l’orologio d’oro del panciotto: come asciugato dal mare che lambiva il suo palazzo costruito sulle antiche mura sopra il porto, accanto a quello del marchese di Carabas. Era sempre sopra tutto e tutti, come la polena di una nave. Tutti lo guardavano e nessuno lo raggiungeva. Poteva egli abbassarsi alla finzione che lei gli avrebbe chiesto?

E il conte d’Ingalbes, morbido e dai lineamenti pieni come frutti ben maturi, troppo gentile, con gli occhi sempre umidi pieni di desideri insoddisfatti; lui al quale tutto, donne, soldi, affari, gli si mostrava da lontano come il mare dalla sua dimora alta nel quartiere di Seralcadio, presso la Cattedrale; lui avrebbe saputo immaginare qualcosa oltre ai suoi personali desideri? Lui al quale la famiglia altro non aveva lasciato che un palazzo in rovina e quattro pezzi di terra e necessitava di tutto, cosicché  ogni suo pensiero ruotava intorno alle necessità quotidiane, come un carcerato intorno alla catena che lo avvince?

Né nutriva meno dubbi sul barone di Ripasaltas. Oh sì, quando la incontrava era un gentiluomo e compiva un perfetto baciamano, rialzandosi con un sorriso che la faceva sentire unica e ammirata; ma troppo perfetto era il suo vestiario e il suo contegno, e tutto quel che lei ricordava di quel signore era la sua ansia di essere statua: per essa agiva e lavorava, per scolpirsi in un marmo da piazza. Essere ricordato e immortalato nel marmo, questo voleva; per quali imprese, ancora esattamente nessuno sapeva. E mentre anch’egli attendeva gli atti eroici, si dilettava con bei ragazzi.

Costoro avrebbero dovuto inventarsi un Aldilà e renderlo credibile; e per fare questo essere concordi e vedere l’altra vita nello stesso modo, dimenticando o mettendo a tacere le proprie individualità, cosa difficilissima per loro, così gelosi del loro essere diversi da tutti; e quindi, se avessero superato questo primo ostacolo, tessere un legame tra il cibo che veniva offerto, e che doveva a tutti i costi esser mangiato dal marchese, e l’Aldilà. E che poteva esserci di più distante del cibo e dell’Aldilà? Persino i Greci, i luminosi Greci, credevano che gli dei fossero immortali perché sceglievano di nutrirsi solo del fumo dei sacrifici di animali davanti ai templi, mentre gli uomini erano mortali perché mangiavano la carne degli animali sacrificati. Il cibo escludeva l’aldilà; o per unirli ci voleva un prodigio d’intelligenza che lei non possedeva e che non avevano neppure i tre amici del marchese…

Ma lei sperava, dal basso dell’ignoranza che le veniva da un’infanzia trascorsa a Giarratana, tra rocce chiare e fichi d’India, che i Greci sbagliassero e che una qualche via tra la terra e il cielo, tra il cibo e la vita spirituale vi fosse e potesse salvare il marito.

E sperava e pregava che i tre nobiluomini avrebbero scorto tutto ciò e l’avrebbero saputo rendere evidente a pranzo, davanti agli arancini fumanti, al pesce spada profumato. A costoro donna Cubitosa avrebbe dovuto affidare la salvezza del marito, né poteva fare altrimenti, e si vedeva in gran pericolo per la pochezza di quei signori rispetto all’impresa richiesta; buoni a governare, a tessere intrighi sopraffini, a spendere e guadagnare denari, ma non a una faccenda delicata come quella. Tuttavia, costretta com’era, votò il suo piano a Santa Rosalia e preparò ogni cosa.

 

Il pranzo dei morti, 4

Il medico, don Fefè, era giunto con una gran maschera nera a becco d’uccello che gli copriva bocca e naso

-Che fate, come vi siete combinato?- donna Cubitosa era fuor di sé dalla rabbia –toglietevi quest’affare, qui non c’è la peste, solo la cattiveria! Il marchese non è malato, piuttosto vuole far ammalare gli altri di casa. Provvedete-

Era venuto don Saro, il sacerdote di casa, coi paramenti viola e un viso triste

-Che fate, non c’è nessuna estrema unzione da amministrare! C’è da risanare un cuore disperato-

Al capezzale del marchese medico e sacerdote non sapevano cosa e che dire. Vivo era vivo, si vedeva subito; ma non era lui. Possessione? Follia? E chi mai avrebbe osato dirlo a donna Cubitosa, così pronta all’ira?

Forse una benedizione solenne e una novena a San Michele Arcangelo; forse una purificazione del sangue con sanguisughe e un impiastro di semi di lino; forse un momentaneo scompiglio della mente, forse una tentazione troppo forte per l’indole delicata; un sottrarsi alla vita, non deliberato, ma subito; un sortilegio o un attacco infernale….la marchesa ascoltava con occhi di fuoco, battendo il ventaglio sul tavolo e poco curandosi della veste da camera non allacciata. Ascoltò tutto, poi balzò in piedi e gridò

-Fuori! Uscite subito!-

Un Gerlando vagamente soddisfatto accompagnò al portone il medico e don Saro, mentre le cameriere porgevano i sali alla marchesa che contro il camino aveva lanciato due vasi di porcellana, comprati a Parigi dal marito, e minacciava di prendere a schiaffoni chiunque volesse calmarla.

E che? Né Chiesa né scienza? Tradimento, non c’erano altre parole: tutti abbandonavano il marchese nell’ora più pericolosa, quella in cui il mondo cessa ogni fascino per noi e tuttavia si è vivi; prima che egli avesse l’eredità che gli spettava da sempre e che vedesse crescere i figli; nessuno comprendeva il caso particolare e proponevano invece le solite cose che si fanno per morti e moribondi. Desolata, si era abbandonata su un canapè presso la finestra e licenziato le cameriere. Solo quando fu sola, si era lasciata andare ai singhiozzi. Piangeva per sè stessa e per i figli e mentre piangeva, piano piano, si accorgeva che piangeva anche per quel marito così distante, così freddo. Si accorgeva che le faceva una pena infinita, ridotto a quattro cenci sotto un baldacchino e si figurava cosa dovesse passare in quel cuore che sapeva così meschino, il lento flusso di aridità e veleni vari; e si figurava pure cosa sarebbe stata la sua propria vita se egli fosse del tutto impazzito, lei derisa da tutti, i figli viziati, guardati con sospetto dagli altri per l’aver avuto un padre pazzo, spiati nelle loro eccentricità per cogliere i segni di una debolezza ereditaria. Ma soprattutto: l’aveva odiato dieci anni interi, e quest’odio le aveva riempito la vita; e quel colosso che aveva acceso l’odio, ridotto a nulla nel letto le faceva troppa pena, e voleva, ancora e sempre, saperlo annoiato nello studio, o intento al tavolo da gioco, ma saperlo vivo. Quindi l’avrebbe curato, e guarito.

E ora, ora che la luna si alzava sottile e salivano con lei dal porto:

i vociari della gente che andava per mare, e preparava le feluche, e le lampare;

i tonfi delle vele ammainate, delle funi arrotolate, accompagnati dai canti lenti dei marinai lontani da casa;

l’odore della minestra dai caseggiati della Misericordia, dove gli ostaggi barbareschi aspettavano il riscatto dei parenti per tornare a casa;

i rumori di stoviglie delle locande presso i moli, dove la gente di mare si sarebbe tra poco scaldata con un bicchiere di vino o una tazza di qualche brodo e già si distingueva l’aroma del pepe e dell’origano;

mentre tutta questa massa di desideri, sogni e nostalgie montava arrotolandosi come un’onda di vita dolorosa e piena di forza e di speranza, donna Cubitosa si sentiva oppressa. Tutti volevano vivere, lottavano e si dibattevano tra mille difficoltà di mare e di terra; tuti avevano un desiderio, uno scopo o una nostalgia; lei sola aveva accanto chi aveva tutto e non voleva niente, chi era felice e voleva sparire. Chi avrebbe mai creduto che in quelle sale albergasse tanta accidia, tanta inutile, colpevole tristezza? Sentiva il palazzo alle sue spalle gelido e malato, e sentiva anche in sè una grave colpa: quale arroganza! Chi era lei, per credere di poter guarire? Eppure aveva agito con grande sicurezza, come se qualcuno le dettasse cosa fare.

Aveva cacciato tutti, il prete, i medici, i parenti. Aveva trasferito metà della servitù e i bambini in campagna, a Giarratana. Con la morte nel cuore aveva stretto i quattro figlioletti, così riottosi a educazione e studio, la cui selvatichezza lei cercava di difendere Le bambinaie e le governanti avevano chiuso i bauli in lacrime perché, senza la madre adorata, i quattro marchesini sarebbero stati dei diavoli e avrebbero litigato ferocemente, si sarebbero arrampicati sui carrubbi, e camminato nelle canale d’irrigazione; e poi, la sera avrebbero frignato cercando la marchesa, che prima della buonanotte li benediceva e raccontava fiabe. In capo a un giorno solo, al mattino presto una lunga fila di carrozze e carri aveva preso il viale d’ingresso e si sparì all’orizzonte.

La marchesa aveva ringraziato Dio che il palazzo fosse così defilato dal centro di Palermo e a ridosso delle mura presso Marina: quel che i suoi antenati avevano voluto per essere più vicini ai loro feudi, adesso tornava utile per evitare chiacchiere e spiegazioni nel momento più delicato. Solo pochi popolani avevano visto le carrozze uscire. I nobili parenti e amici avrebbero saputo, solo a cose fatte, che i marchesini avevano bisogno di un cambiamento d’aria.

Mentre guardava le carrozze avviarsi traballando nella polvere, si era detta che adesso iniziava per lei la battaglia. La più dura, contro un nemico invisibile agli stessi medici. Si era ben armata. Aveva tenuto con sé Gerlando e Totò, addetti alla persona del marchese, Cettina, due cameriere fidatissime per lei, e tutto il personale di cucina, compreso il monsù, che costava quanto l’intera rendita di Geraci ed era il migliore di Palermo.

Perché la marchesa aveva un piano: se da un lato la città doveva sapere che mezza casa era a Giarratana perché i marchesini avevano bisogno d’aria, dall’altro doveva anche sapere che tutto nel palazzo continuava come prima. Era impossibile che non si diffondesse la nuova della malattia del marchese, ma il danno poteva essere limitato, e le voci fatte dimenticare o smentite, simulando la continuazione della vita solita.

-Totò! Aprite tutte le finestre verso la città! Gerlando! Mandate al mercato gli sguatteri!-

Lei sedette presso il marito e provò a fargli bere del latte col miele. Lui era ancora più pallido e senza forze

-Non mangia da due giorni, marchesa- Gerlando si inchinò.

-Non ho più lo stomaco- mormorò il malato con una voce che sembrava venire da sotto terra.

Tre cuscini dietro il capo e la marchese riuscì da infilargli in bocca quattro cucchiate di latte. Col busto però sudava. Andò in camera, se lo fece togliere dalla cameriera.

-Madame…-mormorava la ragazza stupita, forse un po’ indignata.

-Non mi vede nessuno, Nedda. Devo stare libera. Devo salvare il marchese e sudando non posso salvare nessuno-

Senza busto ritrovò la pazienza di far ingollare al malato tutta la tazza di latte, a cucchiaiate. Lui per la prima volta dall’inizio del morbo la guardò, tra stupito e spaventato, mentre un po’ di colore gli tornava sulle guance. E così nei giorni successivi fu lei a nutrirlo di brodo densissimo, brodo della carne migliore con tutte le spezie, che aveva bollito sei ore, tanto che il mestolo quasi vi stava in piedi. Quando non lo imboccava, si metteva alla spinetta che Gerlando aveva trasportato nella camera del marchese e suonava. Cercava di parlargli così, con i brodi e la musica  suonata a ritmo vivace, che lo scuotesse da quell’accidia perniciosissima, cercava e non riusciva. Il marchese restava a letto, muto e sempre più inconsistente sotto le coltri.

 

Il pranzo dei morti, 3

Com’è facile dimenticare, com’è facile perdonare, si diceva adesso donna Cubitosa, e veder sparire tutto quanto ci ha roso di dolore in vortice di vento! Davvero una piuma la vita umana!

Davanti a ciò che del marito restava nel gran letto, aveva dimenticato tutto, quando l’aveva sorpreso che brancicava il seno di una sguattera nella dispensa, quando alla nascita del primo figlio lui se ne restava dall’amico Lancia di Grua a giocare a faraone, o quando, durante la mietitura si assentava per ricevere il sarto. Aveva dimenticato in un solo istante tutto ciò che l’aveva staccata da lui e si era perdonata pure la gioia pura che aveva provato credendo che fosse morto, dieci minuti prima. Solo la pietà era restata, e l’indignazione. E poi, lei odiava veder morire. Già aveva perduto fratello e sorella e da allora aveva deciso che non avrebbe mai visto morire più nessuno.

Cosa l’aveva aiutata? Cosa le aveva fatto superare paura e dolore?

Non sapeva bene, era stata come una mano che la spingesse verso il letto, forse la forza che le veniva dai fichi d’India, capaci di crescere anche nelle rocce in riva al mare e di generare frutti rossi come la vita, o dall’aver giocato con i figli dei contadini a Giarratana. La mano di lui era gelida e intanto lei impartiva ordini a Gerlando

-Delle pezze fredde, presto! E l’acqua della regina d’Ungheria! E una camicia di bucato! E il vino di Ximenes, quello della botte piccola-

In men che non si dica Cettina poneva pezze fredde sulla fronte del marchese, Totò gli massaggiava i piedi con l’acqua miracolosa e Gerlando cercava di fargli bere sorsi del vino di Ximenes. Il sedicente morto restava immobile, senza fiatare. Ma tutto era tornato nella penombra quando il marchese aveva mormorato

-Sono morto. Seppellitemi – e aveva chiuso gli occhi.

-Lasciatemi sola con lui- aveva comandato donna Cubitosa. A testa bassa, tristi e grigi, tutti erano spariti oltre la porta. Appena sola, la marchesa, consapevole della parrucca ancora per traverso e della veste da camera semiaperta sul seno enorme, aveva vinto l’imbarazzo e parlato come non aveva mai parlato prima

-Non potete permettervi di morire. Non ancora. Comodo, sarebbe comodo-

si ricordò che il marchese non aveva ancora ereditato dal fratello del padre, vedovo e senza figli, e ciò la spinse a parole ancora più dure

-Non avete mai guardato me, e questo poco conta. Contava un tempo, ora non più grazie a Dio. Ma non avete mai guardato i vostri figli. Crescono e voi non ne sapete nulla, chiuso nel vostro studio tra libri che non leggete e non amate, oppure con i vostri amici e il marsala a tavoli di faraone. Anzi, a bere champagne che fate venire a costi altissimi, perché il marsala è troppo poco per voi. Sprezzante di chi è diverso da voi, di chi non s’intende di tappezzerie francesi e stucchi dorati, passate il tempo a far sentire gli altri sciocchi e incolti. E dopo averci inflitto questo, adesso pretendete d’esser morto. L’ultimo dispetto, il guaio estremo, così pensate. E io invece vi dico che morto siete sempre stato e sol ora ve ne accorgete; che dunque è meglio finire con questa farsa e che non vi permetterò di tediarci a lungo con quella bella pensata. Vincerò io-

Il marchese non aveva avuto alcuna reazione: non si era voltato, nè sussultato, nè mutato l’espressione del viso grigio. Sembrava davvero morto. Con una voce sottile come un fil di fumo, senza muovere quasi le labbra, gli occhi fissi al soffitto aveva mormorato

-Non ho più il cuore-

-Non l’avete mai avuto!-

-Né i polmoni. Non respiro, non vivo. Sono morto. E dannato- sempre la voce sottile, appena udibile.

-Siete vivo!-la marchesa si era slanciata sul letto del marito, strappando via coltri e coperte e aveva gridato parole che ora trovava sciocche, e gettate al vento

–Se parlate siete vivo, lo capite? Non avete cuore, è vero, ma solo per gli affetti, per tutto il resto funziona egregiamente e ci seppellirete tutti. Siete vivo. E’ bello vivere, cessate questo stato e ve lo mostrerò. Avete, abbiamo tutto, in questa bella terra: figli denaro dimore e buon gusto e ciò che è bello al mondo ci è vicino, vicinissimo. Vivere è splendido. Dimenticate, perdonate tutto: che io sia diventata grassa, che Cicciuzzo vi somigli troppo per indole, che siamo lontani dalla Francia. Dimenticate e vivete. Io vi guarirò-

e quindi, mutando tono e alzando la voce –e voi che siete costì a origliare, venite, chiamate subito don Fefè e don Saretto!-

Un rapidissimo scalpiccio aveva seguito quest’ultimo grido.

Il pranzo dei morti, 2

Non lo amava, si ripeteva Cubitosa sotto il cielo tiepido di marzo. Aveva provato a cambiare e non ce l’aveva fatta. I vestiti sontuosi, gli ambienti eleganti li lasciava ad altri.

Non aveva voluto rinnovare neppure il giardino. Nata Ximenes, baronessa di Geraci e Giarratana, amava solo le piante dell’isola e lo sfondo del monte Pellegrino di Palermo.

-La dimora è vostra, Marchese- aveva detto al marito –e vi farete ciò che vorrete; ma il giardino è per me e non vi sarà cambiato nulla-

Quindi tra il palazzo e il bastione delle mura sul porto, aranci, carrubbi e fichi d’India, nulla di più: e più che nelle sale di gusto francese le piaceva stare là, sotto alberi che le ricordavano la sua vita libera in campagna, quando si infilava un abitino vecchio e correva verso mille avventure. Adesso la mattina era un incubo. Ore alla toletta, parrucche e cipria, e il busto che non si voleva chiudere. Ma rispetto a ciò che adesso incombeva sulla casa, alla morte del marchese per digiuno e accidia, tutti i contrasti con lui, e i suoi tradimenti e le infinite delusioni della vita, erano davvero nulla, un scherzo da bambini.

Quella mattina di tre settimane prima, quando la malattia del marchese era iniziata, aveva sentito come ogni giorno, lontano lontano, oltre i guardaroba e i brevi corridoi che separavano la sua stanza da quella del marchese, il ben noto, lieve tramestio che precedeva il risveglio del marito – il maggiordomo in capo addetto alla persona di Sua Eccellenza, Gerlando, che tanto somigliava al suo padrone da sembrane il gemello, per gli stessi lineamenti generosi; il maggiordomo in seconda Totò, svelto e arguto, e due cameriere; Un piccolo esercito a passo di marcia, che ogni giorno alle otto del mattino, attraversava il primo piano dell’ala sud della dimora; un altro, composto di due cameriere e due governanti avrebbe attraversato, un’ora dopo, lo stesso lato della dimora per svegliare la marchesa.

Un uscio che cigolava, un tramestio educato e ritmato di mocassini con fibbie dorate, di scarpine coi tacchi a rocchetto; Totò avrebbe aperto le tende e ravvivato il fuoco nel camino, Gerlando avrebbe servito il caffè e vestito il marchese e le due cameriere avrebbero eseguito gli ordini di Gerlando, e preso gli abiti e le scarpe, arieggiato le coltri e sorriso a Sua Eccellenza, che amava avere persone felici intorno a sé.

Ecco, si chiedeva adesso donna Cubitosa, c’era stato qualcosa di diverso quella mattina nel dormiveglia dolce che precedeva l’assalto dei quattro figli, le istruzioni da impartire, le visite da fare e ricevere? Un rumore sinistro, una malinconia aleggiante, la traccia di un incubo premonitore? No, niente, e scuoteva il capo desolata nell’aria tiepida. Tutto nel tramestio quotidiano e nelle sale era stato come sempre sereno e francese. Il pericolo –sortilegio, malattia o maledizione che fosse- era tutto oltre le cortine tirate del letto del marchese. Come ogni mattina Gerlando le avrà tirate dicendo

-La riverisco Eccellenza. Rendiamo grazie a Dio del nuovo giorno-

e il pericolo, il nucleo oscuro era stato svelato e si era propagato in tutto il palazzo, portando tenebre sulle tappezzerie francesi a uccellini e fiori, sul cielo turchino di Sicilia, sulle tinte pastello.

L’annuncio era giunto come un fendente di spada. Donna Cubitosa era seduta alla toletta e due cameriere la pettinavano

-Marchesa…Vostra Grazia….come dire…è successo che…- la guardarobiera Cettina, tratta da miseria grandissima, in virtù del suo bel faccino e della timidezza che le dava maniere fini, restò flessa nell’inchino

-Dite, cara, coraggio- lei amava le cameriere che il marito sceglieva come amanti, perché le risparmiavano la fatica coniugale che le aveva fatto fare ben quattro figli, dopo parti difficilissimi –Dite!-

-Il marchese, ebbene…-Cettina prese fiato e parlò in fretta, come se temesse d’arrestarsi – Sua Grazia dice di essere morto-

Ecco, l’unico rimprovero che adesso donna Cubitosa si muoveva, con dolore infinito, era il guizzo, il lampo brevissimo di gioia selvaggia; perché nella concitazione del momento aveva creduto che il marchese fosse morto e si era vista libera. Poi l’ombra era scesa. L’orrore della morte. Il desiderio che tutti vivessero per sempre.

-Come dite, cara?-

Cettina aveva ripetuto

Dice di essere morto…dunque è vivo?- la ragazza aveva annuito piangendo.

-E si crede morto?- di nuovo un sì con la testa.

-Cettina, voi lo conoscete bene, io e voi lo sappiamo, adesso ditemi: è malato? E’ impazzito?-

-Vostra Grazia…no!- gridò Cettina terrorizzata

-Accompagnatemi da lui- e aveva licenziato tutte le cameriere -Andate. Oggi resto in casa e non annunciatemi nessuno-

Ricordava adesso che l’odore di lavanda nel guardaroba non l’aveva consolata come faceva di solito in tutte le preoccupazioni che aveva avuto in vita sua; e che l’uscio di noce della camera del marchese era sembrato una bocca infernale, un nero capace di inghiottire ogni sole e felicità. Aveva fatto un bel respiro e l’aveva spalancato con tutta l’autorità che era stata capace di pensare.

Un incubo, messo come sulla scena di un orrido teatro, un palcoscenico da anime del Purgatorio. La luce era stranamente biancastra; stranamente le tende erano tirate, mentre il marito le voleva sempre aperte; nella penombra tutto, oggetti, trumeau veneziani e porcellane, sembrava in pianto. Gerlando e Totò erano in piedi a capo chino, svuotati come vestiti appesi; e solo con uno sforzo l’occhio coglieva, al centro del gran letto a baldacchino, la forma che dava origine alla tristezza tremenda del luogo: il corpo cioè del marchese, ma come risucchiato all’interno, senza più forza e muscoli, solo una larva pallida al centro di un nodo di lenzuola, che la fissava con occhi nerissimi e disperati. Lui che era sempre stato così vivo, così potente, che aveva riempito anche troppo le sale e le vite altrui con la sua presenza, era un punto grigio dal quale il grigio si diffondeva nella stanza e mangiava i bei colori pastello dello stile francese. Solo a fatica, in quel grumo di grigio, lei aveva ritrovato i bei lineamenti generosi, la bocca ampia, gli occhi grandi, che un giorno di tanti anni prima l’avevano spinta a sorridere al suo futuro marito. In un certo senso, era come assistere a un furto.

Il Pranzo dei morti, 1

Senza presunzioni letterarie, solo per divertimento, su un possibile modo di guarire da una patologia riguardante il cibo, rarissima, grazie al Cielo. Più o meno ogni mercoledì per qualche settimana.

IL PRANZO DEI MORTI, 1

Donna Cubitosa guardava il cielo e pregava, appoggiata coi gomiti al davanzale della finestra, nella sua stanza alta sopra il porto di Palermo. La primavera quell’anno era lenta e maestosa come certe musiche, avanzava a colpi certi con l’andamento di una falce, abbattendo l’inverno e portando un tepore quasi eccessivo; e quella sera del 31 marzo 1756, calda come una sera di giugno, era forse la sera della liberazione, del riscatto di suo marito, il marchese di Carabas, dall’orrendo sortilegio che lo stringeva ormai da tre settimane, con grande pericolo della sua propria vita e della salute dell’intera famiglia, di sé stessa sua moglie e dei loro quattro bambini. La sera dell’ultimo tentativo disperato di liberare il marchese dalla convinzione di essere morto e di non avere più cuore e stomaco, come andava vaneggiando da troppo tempo ormai, e di restituirlo alla bella vita di prima, nella quale, anche se Cubitosa sua moglie non aveva gran posto, tuttavia era presente l’attesa morte di uno zio e l’arrivo dell’eredità di questi, che doveva liberarli dai debiti e garantire una dote sontuosa alle tre marchesine.

Guardava il cielo con occhi pieni di lacrime. La luna era rotonda e Venere brillava dolce nell’aria di mare, sopra il gran porto di Palermo dove era stato costruito il palazzo dei Carabas. Però a ovest c’era un lampeggiare lontano e un basso rumorio continuo di tuoni, come una parola che il cielo non riuscisse a pronunciare, e non s’intendeva se fosse una parola di minaccia o di conforto.

Guardava e pregava, ma chi pregasse non sapeva neppure lei. Non aveva mai sentito una gran fede, non era mai stata abbastanza compunta in chiesa, né commossa all’Elevazione; eppure credeva, fermamente credeva, che lassù Qualcuno ci amasse; quel Qualcuno che l’aveva aiutata nei quattro parti, quando la creatura troppo grossa per il suo ventre non voleva passare, o intendeva uscire per i piedini, e la levatrice era riuscita a girarla all’ultimo; se poi fosse il Buon Figlio o il Terribile Padre dei sacerdoti, non sapeva. Ma Lui pregava, e nessun altro.

Con le mani paffutelle e bianche unite, mani che niente mai avevano fatto se non cingere le perle intorno al collo, supplicava: Salvalo. Salvalo.

Ma salvalo perché? Salvalo, perchè odio la morte. Odio veder morire. E non aveva altre risposte, perché di certo non amava suo marito. E intanto pensava, si tormentava, e non pregava bene, avendo l’anima altrove.

No, non lo amava. Perché lui non amava lei. Poteva udire i pensieri nella testa del marito, come il rumore delle rotelline e degli ingranaggi di certi automi che divertono le corti, sempre gli stessi, sempre odiosi.

Provinciale, definiva sua moglie il marchese di Carabas fra sé e sé; e sospirava di pena per sé stesso, condannato a quel matrimonio dal padre, che era sempre senza denari.

Donna Cubitosa, ultima nata di tre figli, era stata bruttina e goffa quanto gli altri fratelli erano belli e aggraziati. Vergognandosi un po’ di lei, che veniva su riottosa a ogni insegnamento, i genitori l’avevano affidata ai nonni materni che vivevano nel feudo di Giarratana e là era rimasta fino a che non erano morti di tifo il fratello e la sorella. A quindici anni aveva così ereditato tutto l’enorme patrimonio dei genitori, senza aver ricevuto un’educazione all’altezza della posizione sociale. Non poteva esservi partito migliore per il marchese, ma quanta, quanta infelicità! A parte quelle poche notti, molto poco memorabili, in cui avevano concepito i quattro figli, gli unici incontri del marchese con donna Cubitosa erano a cena e alle feste, o qualche volta che la incrociava in terrazza. La evitava e un po’ si vergognava di lei, così legata alla terra, alla sua terra, da non voler conoscere altro; sospettava persino che chiacchierasse con le contadine e raccogliesse i fichi d’India. Lui invece, ah lui, aveva un nonno che era vissuto in Francia e aveva conosciuto il Re Sole; e aveva introdotto in famiglia il gusto francese che poi tutti avevano imitato in Sicilia, il gusto e il brio che mancavano fra i nobili dell’isola, sempre cupi e pronti a giuramenti per la vita e per la morte. Tappezzerie di seta e stucchi d’oro, colori pastello, uccellini che sbirciavano da rami dipinti, mai nulla di grave, di serio, tutto un gioco, anche l’adulterio.

Impossibile indurre Cubitosa ad apprezzare l’esprit del marito e della famiglia di lui. Era anche grassa. Le gravidanze l’avevano fatta gonfiare così tanto che la bustaia era convocata a palazzo Carabas un giorno sì e uno no, e le cameriere avevano un bel da fare per render contenta la marchesa. Ingrassava; ma non per questo smetteva di sorbire in enormi quantità il sorbetto di carrubbe e cannella che era la specialità del loro monsù, invece di apprezzare la delicatezza del gelo di anguria che il marchese demoliva dopo cena a piccoli colpi di cucchiaino, appena mezza coppetta, e con ciò si manteneva magro come un’acciuga.

Desolazione. Quale altra parola, si era detto spesso il marchese, poteva definire la sua vita? Aveva tutto e non aveva niente; quel che aveva non gli piaceva, quel che non aveva, non si poteva avere; e dunque? Che restava? Le donne sì, quelle due certe contesse che non si negavano, qualche cameriera nel guardaroba o in cucina; insomma niente che potesse cambiare la sua vita. I figli: appendici della moglie Cubitosa, anche il primogenito, un bambino ombroso e sveglio che lo fissava con mal dissimulata avversione. Nient’altro. Un deserto in cui nessuno lo consolava della sua sofferenza, o capiva quelle strane malinconie e nostalgie che all’improvviso lo afferravano. E così aveva preso a essere orgoglioso della sua solitudine, fiero di non essere compreso e, grondante disprezzo per gli altri, coi denari che non aveva più faceva e disfaceva le sue dimore e a sera si chiudeva nel suo studio: un musico al clavicembalo e lui che leggeva rossi volumi e fingeva a sé stesso di trovarli interessanti. Quando si alzava per andare a coricarsi, si fissava a lungo nello specchio veneziano pieno d’ombre, fino a vedere il suo volto generoso, dai lineamenti morbidi plasmati con finezza, disfarsi in una nebbia senza consistenza.

E si disfacevano pure i colori pastello delle tappezzerie e delle livree, la foggia di ogni cosa, la lieve superbia delle teste troppo erette, le parrucche e il dondolio delle gonne; soprattutto si disfaceva tutto quello spirito francese, come un colossale Oui pronunciato dalla dimora intera e dai suoi abitanti; e dalle tende a incrocio davanti alle porte finestre, il cielo era troppo azzurro, la terrazza troppo sfolgorante di sole e le palme, i fichi d’India e gli aranci del giardino erano troppo poco francesi e troppo protesi in assetto da combattimento contro chi aveva ceduto banalmente a mode straniere, quasi che la Sicilia rivendicasse a sé chi desiderava un altrove.