Nozze a Persepoli, parte 3 (ultima, davvero solo per archeologi)

Damarato – Non hanno necropoli, anzi le ritengono empie. Darice me lo spiegò a sera, tenendomi tra le braccia come un bambino a cui far capire qualcosa di difficile. Quando si muore, in Persia, il corpo viene lasciato in cima alle torri del silenzio. Quelle torri bianche che vedevo ai margini del piano, esili come fuscelli e senza aperture, con uno strano fregio scuro alla sommità.

In esse solo i sacerdoti necrofori possono entrare e deporre il cadavere sul tetto a terrazza, dove intorno a un grande foro centrale vi sono tre giri concentrici di letti di pietra, il più interno per i bambini, il mediano per le donne, l’esterno per gli uomini. Gli avvoltoi che perennemente dimorano sul tetto –era quello il fregio sommitale, fregio di orrore vivente- quando un corpo viene disteso là e abbandonato, seguendo gerarchie e logiche imperscrutabili a noi uomini, si distaccano dal muretto a gruppi di due e pasteggiano delle carni morte.

Darice diceva che era rapido: un colpo di becco per la testa, uno per il ventre e poi gli artigli afferrano le viscere e l’avvoltoio si alza in volo per un rifugio sicuro dove consumare in calma il pasto. In ampi cerchi ritorna poi per scarnificare il resto. Sì, mia moglie ha parlato con voce ferma, limpida come sempre, come dopo gli abbracci o al risveglio del mattino. Normale l’orrore, la recisione del legame, l’accettazione di ogni fine. Quando si muore si torna a fondersi con la luce dalla quale si è scaturiti, il corpo non deve infettare elementi sacri, né terra, né fuoco, né acqua, né deve essere ricordato o protetto, giacché è stato solo l’involucro dell’anima, transitorio. Presteresti attenzione o cura a una brezza che oggi c’è e domani non c’è? Ha concluso lei.

E io non potevo parlare, non ho più potuto parlare per giorni, silenzioso come le torri dei loro morti, fermato nella mente, che tornava greca, dal ricordo dei lamenti omerici sugli eroi insepolti pasto di corvi e cani, e da Antigone improvvisamente davanti a me, velata come si addice a chi accetta la morte per non vedere cosa la morte fa a un corpo amato. Perché questo noi Greci rifiutiamo, sapere cosa accade a chi abbiamo amato, e come e quanto si distrugga. Ti ho turbato, non andrò oltre-

Nearchos –E c’è un oltre, in questo orrore, oltre quello che hai rivelato?-

Damarato –Sì. Il distacco di chi resta nel consegnare il cadavere. Tutti vestiti di bianco affidano il letto con l’amato morto al necroforo e vanno via, a testa alta e passo veloce. Li ho visti. Non un lamento, una preghiera, un capo chino o una veste stracciata. La consegna di un involto, nulla di più. E gli avvoltoi scendono.

Darice giurava che sentono le persone amate vicine nella luce e forse è vero, ma non mi bastava. In un certo senso era troppo razionale. Il corpo non è nulla, è una forma transitoria con la quale giocare, come con tutte le forme si può giocare, e dunque lo si abbandona in pasto agli avvoltoi. Logico, razionale, sì. Ma non basta. L’ossessione per la forma che ci tormenta è anche rispetto della persona amata, che in primo luogo è appunto forma, unica, indivisibile. Darle sepoltura non è solo sottrarsi alla sua trasformazione, ma anche rispettare quel che la persona avrebbe voluto, che nessuno vedesse l’oltraggio della morte alla forma che fu solo sua. Seppelliamo, bruciamo; poi facciamo ritratti in pietra, perché quel volto non vada perduto. Darice, quando ha udito questo e ha udito che le chiedevo di seguire il nostro rituale, sgomenta si è ritratta da me e non è più tornata. Io Greco ho fatto inorridire una donna barbara. Non ci sono state lacrime e grida, un distacco saggio e rapido, un distogliere lo sguardo da un’empietà. Inconciliabili, come acqua e olio. Le ho lasciato tutte le ricchezze che Alessandro mi aveva dato, per il bambino, e appena ho potuto sono tornato ad Atene. Pane e olive, sì, felicemente; e i discorsi e la filosofia nell’agorà: ma senza mio figlio, e con il desiderio di provare ancora quella tremenda libertà che ti ho detto, nel mio cuore non più interamente greco-

Solo le acque dell’Ilisso parlarono per qualche minuto, poi Nearchos mormorò, senza guardare l’amico

-Per questo non vieni più a sentire Zenone alla Stoà?-

-L’ho udito parlare di fuoco e distruzione e troppo dolorosi i ricordi mi hanno assalito; al tempo stesso, nessuna verità nelle sue parole, non la libertà delle forme, il distacco severo dal corpo amato. La verità non è degli uomini, né delle filosofie, ma questo, amico mio, custodiscilo nel tuo cuore e non ripeterlo ad alcuno: qui non può essere detto, in Persia sì. Zenone parla e costruisce mondi in cui non trovo lo sguardo che Darice per un attimo solo posò su di me quando le spiegavo la nostra sepoltura e il desiderio di rendere eterno in un ritratto il volto perduto che mai più si ripeterebbe; uno sguardo pieno di un desiderio tremendo, assetato di quello che descrivevo, profili nelle steli funerarie, busti, epitaffi, e maschere d’oro –quello che in Persia non si può fare e sfoga nei profili metallici per precisione, nei materiali preziosi, il desiderio di fare eterno. Lo sguardo che si ha davanti a una rivelazione. Un attimo, uno solo, poi si è allontanata per sempre, invertire la rotta è troppo difficile e nemmeno saggio, ma certo se io non sono più interamente greco, lei non è più interamente persiana. Ma quale filosofia spiegherà la mia nostalgia, il suo desiderio?-

Nozze a Persepoli, parte 2 (racconto da archeologi)

Nearchos – Anche in Atene, e nell’Ellade tutta, molte sono le mescolanze: il Minotauro assomiglia molto ai lamassu di cui parli, se pur l’inverso, corpo umano e testa taurina-

Damarato – Ma il Minotauro fu mostro feroce da perseguitare e uccidere con gioia; i lamassu invece vegliano e proteggono con mitezza. In tutta l’Ellade abbiamo orrore della mescolanza, mio giovane Nearchos, e da qui discende tutto-

Nearchos –Conduci uno strano discorso, molto antico. Gli dei, i miti, le antiche storie sono stati resi remoti da Alessandro il Grande e dai nostri maestri filosofi. Nessuno più vi crede davvero-

Damarato -Le antiche storie continuano ad agire in noi e ci modellano, come fa una matrice dopo che il bronzo vi è stato colato. L’oggetto che ne esce nulla sa della cavità che gli diede forma, ma quella forma reca per sempre. E dunque noi Greci cresciamo persuasi che ogni vivente e ogni non vivente abbia una sua forma e che tale debba restare. Mostri coloro che recano su di sé i segni della mescolanza. Proviamo orrore del caos, di ogni caos. Apollo, signore dei limiti, ci ha fatto questo dono. Mantieni la forma e ti sentirai giusto; astieniti dalla mescolanza e sarai perfetto; astieniti dal contatto con chi è diverso. Alessandro è andato contro questa legge ed è morto anzi tempo-

Nearchos –Sei cresciuto in Atene, onorando i limiti apollinei e tuttavia a Persepoli è stato un ritorno a casa. Oscuro come certi vaticini,  e ancora ruoti intorno al centro del tuo discorso oscuro, come il sole intorno alla terra-

Damarato -Immagina di spezzare la forma in cui sei stato calato. Di sentire infrangersi i contorni che ti rendono te e percepire una vicinanza nuova a tutto il resto, una vicinanza tale da farti riversare per un attimo nelle acque di un fiume, nelle zolle del campo, nella tua sposa. Di farti acqua terra o donna, velocità, germinazione, freschezza. C’è un riposo in questo, oltre che una gioia. Una festa con poco vino, il giusto, e la brezza fra gli ulivi. L’io può sembrare allora un carcere, l’individuazione un giogo-

Nearchos –L’io è tutto quel che ho. Non posso rinunciarvi, nonostante le tue parole ammantino di bellezza questa scelta-

Damarato –Non ricordi le parole del maestro che proprio in questo luogo ascoltò Socrate? Come, e con quale dolore e sapienza, descrisse l’anima costretta a scegliere in quale forma incarnarsi ancora. Tu non hai alcun possesso. Il prigioniero non possiede il carcere, lo patisce. E tuttavia ti capisco, nemmeno per me è stato facile in principio. E se non fossi stato trascinato dal desiderio per la mia misteriosa Darice, così mista, forse non sarei riuscito nell’impresa. Le grandi notti di Persepoli con lei, quando il mondo sembrava spaccato a metà, sopra la notte fredda e piena di stelle, sotto la terra sabbiosa, in mezzo noi che rimescolavamo tutto. Alessandro mi rimproverava, benignamente, ma turbato. Sei più persiano di Dario, diceva fissando i miei ricci sulle tempie, la tunica ricamata, e così dicendo rideva, ma scuoteva il capo. La stessa perplessità nei Magi dei templi. Alessandro mi giudicava troppo persiano, i sacerdoti troppo poco-

Nearchos –Io stesso non riesco a figurarmi te al modo persiano. La nostra semplicità ti aveva stancato, temo. In fondo cosa offriamo noi greci? Libertà non più, ormai; solo discorsi, molti e molto belli, e cene con pane, olive, e agnello se va bene. E piccole case, grandi agorai. Ma nei discorsi cerchiamo di dare forma alle idee e alle cose, in questo simili agli dei che diedero le forme al caos. Ti ho fatto sorridere?-

Damarato – Ricordavo le gelatine di rose e le carni speziate sulle terrazze di Persepoli. Là nessun discorso, certo, solo unioni di corpi. Il logos è qui, ma il logos non bastava in quei giorni. Un’ubriacatura senza vino, perenne, terminata poi nell’orrore e nel risveglio come da un incubo. Un anno circa dopo il matrimonio, poco prima che il nostro re morisse e quando a Darice già si gonfiava il ventre per la gravidanza, avevo preso a fare lunghe cavalcate nei dintorni di Persepoli. In principio era bello. Il mio cavallo era veloce e in poco tempo ero lontano e la città davvero appariva lucente e irta come una corona a mezza costa sul monte, il sogno di un re, il luogo dove tutto si arenava e si concludeva e così doveva essere. Tutto in pace, tutto giusto. Ma contemplandola da lontano notavo una mancanza dal magnifico paesaggio di qualcosa che era essenziale e doveva bilanciare la vista. Il disagio era tremendo, non riuscendo io a nominare cosa fosse necessario e sembrando empia quella vista di una città fatta da soli viventi. Mancavano, infine l’ho compreso, le necropoli fuori dalle mura della città, quell’ammasso così familiare di avvallamenti e lapidi e muriccioli alla buona che incontriamo fuori da ogni porta di Atene e di ogni città greca –

Nearchos – E dove erano le necropoli?-

Nozze a Persepoli, parte 1 (racconto da archeologi)

Una giornata di Luglio, caldissima, dell’anno 300 a.C.. Sulle rive dell’Ilisso, dove Socrate parlò d’amore con parole nuove, che  Platone ricordò e scrisse, sedevano due uomini, uno alle soglie della vecchiaia, l’altro molto più giovane, forte e biondo. Non sembravano padre e figlio, né padrone e servo, piuttosto maestro e allievo. Chi si fosse avvicinato, sopra il mormorio dell’acqua avrebbe colto strane parole

Nearchos –Amico mio, che forse dovrei chiamare maestro, per età e sapienza tanto maggiori delle mie, già conosco questa tristezza che ti prende, non è nuova. Viene col caldo, ma non so se il caldo ne è la causa-

Damarato – Il caldo è carico di ricordi, anche se non è forte come il caldo della Persia alla quale devo i ricordi. Vedi quelle due pietre in mezzo all’acqua? Una è appuntita, quasi triangolare; quella accanto arrotondata dalla forza dell’acqua. Per te e per me sono diverse, vero? Per noi Greci è così: forme diverse corrispondono a cose diverse. Bene in Persia non è così. Niente è troppo diverso da tutto il resto. Da questo ha avuto origine la mia tristezza-

Nearchos –Non capisco. Raccontami più chiaramente, vi prego-

Damarato – Sei troppo giovane, così agli inizi della vita, con una sola battaglia alle spalle, ancora senza moglie, puro come queste acque fresche, giusto appena intorbidato da quel po’ di filosofia che abbiamo ascoltato insieme nella stoà. Quindi è difficile per me parlarti e delle mie parole temo non solo il ridicolo davanti a chi è ancora intatto, ma anche i detriti che lascerebbero in lui. Tuttavia proverò, per non costringerti a essere inquieto o curioso.

Sai che Alessandro, conquistatore del mondo, allievo di Aristotele, figlio del grande Filippo, il giorno delle sue nozze a Persepoli costrinse me ed altri a sposare nobili donne persiane. Ricordi, annuisci, e sembri colmo di entusiasmo: dovresti invece piangere la decisione sublime e inutile del nostro re. La contrapposizione di Europa e Asia, fondata sin dai tempi dell’assedio di Ilio, lui ha vendicato abbattendo il Gran Re; non ancora pago di questo, che ci era sembrato un lavacro rituale, ha quindi proceduto contro l’ordine delle cose, perché questo è stato, decidendo di fondere insieme ciò che il Fato aveva stabilito disgiunto e di unire Greci e Barbari. Segno dell’unione era il suo matrimonio con la figlia del re e il matrimonio dei suoi compagni con principesse persiane. Questa è il ragionamento che conduco nei giorni normali, invernali o freschi, ma quando Sirio splende e porta la canicola, tutto muta e si ribalta e penso che fu una grande idea e un grande fallimento, degno di Persepoli. Ti deludo, Nearchos amico mio, troppo giovane e saldo per apprezzare i dubbi e le doppie verità-

Nearchos– A dubbi e verità mutevoli ci addestrarono i poeti tragici a teatro, e i filosofi nelle stoai, maestro. Reggerò qualunque rimpianto ti induca a mutare idea sotto Sirio e imparerò-

Damarato– Mi avevano detto, allora, che mi era toccata in sorte una donna bellissima, Darice. Ero giovane, poco più dei tuoi anni, non ancora stanco di combattere, e ricco: Alessandro era molto generoso con noi. Ero felice di quanto si favoleggiava circa lo splendore della mia promessa sposa. Ringraziai gli dei con molti sacrifici e intanto cercavo di abituarmi alla città. Persepoli è a mezza costa di un’alta montagna e ha monti intorno che chiudono una vasta pianura, sì che il luogo sembra una corona sul mondo, voluta dal Re dei Re ad altezze inconcepibili per un Greco. Terrazze vaste tre volte l’Acropoli, una sull’altra, una accanto all’altra, e rampe, intagli nitidi, splendori di pietre e ori; ma solo ricchezze, non una città ai nostri occhi, poiché invano abbiamo cercato un’agorà, uno slargo qualsiasi dove radunarsi e parlare, un teatro, i segni, insomma, della vita civile; di una città nulla vi era, solo salire e salire tra mostri di pietra e strane colonne fino alla sala del trono, con l’aria sempre più sottile ad ogni gradino, e la testa che girava. No, non una città, ma un altare, o un trono colossale che richiedeva l’offerta di sé stessi.-

Nearchos– Più bella la nostra Atene, dunque?-

Damarato– Non so rispondere a questo. Di sicuro ad Atene si può vivere, a Persepoli solo adorare. Il loro dio è strano, è un fuoco che brucia da millenni, senza volto o forma o statua di qualche genere, pur essendo lui che dona le forme a tutto; ad esso l’anima dei sapienti e dei buoni si ricongiunge dopo la morte, perdendosi nella luce. Vorrei che avesse consumato anche me, su quelle terrazze, invece di lasciarmi ardere lentamente tra le braccia della mia sposa. Quando l’ho vista, con quegli abiti strani, tunica e calze larghe, e il velo sulla bocca, pur deluso che fosse tanto scura, neri i capelli e gli occhi, bruna la pelle, ho sperato di poterla desiderare; ma quando si è tolta il velo, con un gesto quasi di sfida e invito alla lotta, il desiderio si è infranto contro la peluria bruna sul labbro superiore, le spalle forti da ragazzo e lo scintillio fiero degli occhi. Sembrava un uomo, forse era un uomo. La festa per le nozze girava intorno a noi, ottanta generali greci ai quali il nostro signore Alessandro aveva voluto dare una moglie persiana, e volgendo lo sguardo intorno, tra i musici, i coppieri, i danzatori, vedevo che tutte le donne toccate in sorte ai miei compagni erano più belle della mia, cosicché, quasi scorgendo negli occhi di tutti irrisione e pena, bevevo più del dovuto e quando fu il momento del rito, e lei si è seduta accanto a me in attesa che le porgessi il pezzo di pane che doveva farla mia moglie, ubriaco fradicio non riuscivo a spezzare la focaccia. E di nuovo lo sguardo di lei lampeggiante, e ancora più vivido dopo la notte nuziale che trascorse senza di me, unica tra tutte le spose, essendomi io addormentato sul triclinio del banchetto; una luce così viva e liquida che mi faceva pensare al lago che dicono essere al centro dell’Asia, colmo di un ‘acqua nera e densa nella quale una torcia gettata accesa può bruciare giorni e giorni senza mai spegnersi, alimentando anzi un gran fuoco. E dopo tre giorni trascorsi senza quasi parlarci e sfiorarci, contemplavo quella luce d’ira e vi cadevo dentro, dimenticando la peluria sul labbro e le spalle forti sopra piccoli seni, finendo in essa mentre le toglievo tuniche e sete e drappi, cercando in mezzo ad essi la risposta alla domanda che mi assillava e trovando nella ricerca prima il mio desiderio resuscitato che la risposta alla domanda; e pur stordito, tuttavia capivo, come se una luce si accendesse dentro, che quel suo strano e ambiguo volto era la causa vera del desiderio. Quando sono entrato in lei, è stato come quando abbiamo varcato la porta delle Nazioni di Persepoli, un atto fausto e facile perché giusto, un appropriarsi di quanto ci spettava da tempo, una sorta di ritorno a casa.

Ecco, ritorno a casa, questo furono Darice e Persepoli in principio. E perché sensazione di casa, se la mi sposa era così diversa dalle spose greche, se quella Porta era maestosa in modo indecoroso, quasi oltraggioso? In molti mesi, lentamente e come se guarissi da un morbo, ho capito. E’ che in Persia tutto è mescolato. Nei cibi l’acido si unisce al dolce e si tempera nell’unione; nelle ante murarie, nelle basi dei pilastri, ai lati delle porte, i rilievi di tori con volto umano, i lamassu protettori delle soglie, ti fissano forti e placidi; la mia sposa sembra un uomo-

Blu

Tomomarusan / CC BY-SA (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/) in Wikipedia, s.v.

Il blu, il mio colore preferito, ha una strana storia, che in parte ho ritrovato in un articolo di giornale di questa settimana. Si è osservato che Greci e Romani non usavano il blu, né possedevano una parola specifica per indicarlo. Il fatto è stato generalmente interpretato come avversione per un colore che rimandava all’Impero persiano, il tradizionale nemico.

In realtà questo non basta a spiegarne l’assenza addirittura dal linguaggio.In un bel libro di Manlio Brusatin, https://www.einaudi.it/catalogo-libri/arte-e-musica/arte/storia-dei-colori-manlio-brusatin-9788806153441/, si riporta l’interpretazione che Nietzsche diede di questo fatto, vale a dire che Greci e Romani amavano così profondamente la vita su questa terra da odiare il colore del cadavere, cioè appunto il blu. In effetti, presso gli Egiziani il dio Osiride, re dell’Aldilà, è raffigurato con la pelle blu. Una spiegazione molto romantica. Ma anche i Maya non hanno una parola per indicare il colore blu, e il loro attaccamento alla vita è ancora da dimostrare -sicuramente non paragonabile a quello dei Greci.

Altra possibilità è che l’occhio umano fosse meno evoluto di quanto lo sia oggi e dunque non vedesse il blu. Non percependolo come colore distinto dal verde o dal verde-turchese, non era necessario avere la parola che lo distinguesse.

Se è così, quali colori scopriremo in futuro?

Orfeo in Ade, 2

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Un sospiro più nitido, un fruscio a terra -devono essere cadute le tue bende. La luce mattutina, che schiarisce il cielo là in fondo, ha sciolto i veli. Di certo ora mi vedi; ma se sei Eurididce, come spero contro ogni realtà di segni, riconosci in me il tuo sposo nella figura che ho, avvolto nel mantello, col berretto in capo? E se non sai chi sono, con quale oppresso cuore segui chi ignori? O non mi riconosci o non sei Euridice.

Davanti a queste domande cade il divieto di Ade. Mi volto. Contro l’oscurità ti vedo, un’Euridice divisa, mosaico di frammenti, alcuni luminosi, leggeri, di sostanza lucente e rimproverante, altri opachi, carnosi, pieni d’ombra e peso, che assalgono e divorano gli altri. Ti leggo come le note di un canto tremendo e capisco. Ciò che sei divenuta dopo la morte, il corpo di luce incorruttibile, è vinto dal corpo terreno e scuro al quale ti costringo col mio desiderio; e tanto penoso è il soccombere di quel tuo nuovo e così bello essere splendente, muto, che vedo quasi delle sbarre, dei graticci di metallo nerissimo intorno ad esso. Velocemente, dolorasamente ti accosti ai limiti che ti attendono oltre quella soglia di terra tanto vicina, le parole che confondono e non spiegano, lo spazio e il tempo, i muri intorno ad ogni cosa e cuore.

E tu non scompari. Resti immota a farti divorare dall’assunzione del corpo terreno, a lasciare che l’ombra e la carne pesante mangino la luce e la carne nuova di cui ti vestì Ade, immersa in un nuovo oblio, poggiata su una memoria e un’obbedienza che mi sono sconosciute. Muta mi guardi e nei tuoi occhi doloranti c’è l’incredulità e la vergogna che sia io, l’amato, a farti questo, a trarti fuori dalla tomba. Riportarti là fuori sarebbe ucciderti.

Il divieto di Ade era tutela, non punizione di Orfeo. Il dio sapeva che se avessi osato guardarti in morte, nel dono col quale la vita vera ci chiama a sé, non avrei più potuto condurti fuori dal Tartaro. E non posso offenderti in questo modo.

Sono io a lasciarti andare. Senza pronunciare parole l’anima mia si ritira e ti abbandona e nel ritirarsi resuscita intorno a te le bende, i veli che si allacciano da soli -un ultimo tralucere dell’Euridice nuova che riprende la signoria, poi rientri nel Tartaro. Nell’aria resta gratitudine, una sorta di benedizione. Hermes sorride.

Orfeo in Ade, 1

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tratto da:https://palazzoblu.it/evento/orfeo-ed-euridice-ovvero-lamore-al-di-la-della-morte/

Siamo già qui, Euridice; in fondo al corridoio di terra nera e grassa il cielo è una moneta brillante; fra i cipressi persino la falce di luna. Tutto parato a festa, in tua attesa. Ade mi consegnò te come questi cipressi: dritta, velata e silente. Adesso dietro ti sento incedere debolmente, come strisciando, penosissima; ricordo i tuoi passi affrettati a palazzo, le risa come conchiglie che cadessero su una pietra, dopo le nozze, e non ti ritrovo.

Ma tutto in quest’impresa fu diverso da come credevo. Credevo d’andare sotto terra e salivo, prima in una sorta di mollezza elastica, poi di rigidità, come di colonne e alti fusti d’alberi, e sale ampie, agorai, soffitti altissimi; silenzio, buio e solitudine ma come provvisori, sospensioni di una vita che sentivo tumultuosa e sorridente oltre le pareti, in spazi ancora più ampi e felici; un segreto gigantesco ovunque, al quale il mio corpo s’opponeva; e, pur scendendo sempre più, sentivo di ascendere e intanto ogni elemento si faceva leggero, duro, glorioso.

Alcuni luoghi erano più densi di altri, come di passo fatale, una fonte, un boschetto di alberi bianchi, da dove qualcuno era appena andato via, ne sentivo ancora la presenza fremente, sì che ero sospinto ad avanzare in cerca. Nulla di ciò adesso avverto dietro a me, nulla di questa debolezza e malinconia, nessun sospiro di fatica terribile, come quello udito dietro a me poco fa. E’ di qualcuno al quale la vita sulla terra fu peso, non di Euridice. Davvero mi segue chi invocavo con l’anima quando cantavo presso il trono terribile di Ade? Quando ero presso il seggio immenso fatto di tutti gli esseri, volti umani, sfingi, tritoni, fiori di ogni luogo e pietre con occhi immensi, gemme sorridenti, tutto ruotante attorno al dio la cui sommità era quasi invisibile? Non ricordo che cosa cantai e come pregai; so però che nello sguardo di Ade vi fu come un barlume di pietà, sopra il suo abito di pelliccia, piume e squame; pietà non per la nostra separazione, piuttosto la compassione che ispira un bimbo, di tutto ignaro. Allora egli ti estrasse velata, da dietro il trono, come se tu fossi sempre stata là, in mia attesa -poi il divieto di guardarti, fino alla meta.

Pochi passi adesso ci separano dalla luce. E tu non parli, non fremi, non ti rallegri, non pensi alla notte nuziale che ci attende. Mai, quando mi purificavo per l’impresa, avrei creduto questo. Ti immaginavo diversa e provata; ma ero certo che il ricordo della bellezza vissuta insieme avrebbe cancellato in te con la sua forza ogni figura di ciò che tutti attende. Adesso non so più. Conosco, o conoscevo, la potenza del legame nostro: se esso più non vale, allora non sei tu.

Forse, negli occhi di Ade, quella luce non era di pietà, ma di inganno? Forse non Euridice consegnò, ma una donna qualunque, estratta dal novero di infinite che la Moira travolse; una che non amò Orfeo, che mai corse con lui tra i pini di Tracia. Questa è la punizione per avere osato varcare il limite più saldo. E intanto, nel timore dell’inganno, devo rimproverarmi nostalgia per il gran tripudio di vita che ho sentito nelle sale infere, scorto nel trono inconcepibile di Ade. A confronto esili, solitari, orribilmente fragili, i due cipressi là in fondo, la luna che schiarisce nell’alba, tutto ciò che ci aspetta; e quasi piccolo il mio palazzo, miserabile ogni gioia.

Note a margine della serie L’Impero ottomano, 2

Non ritrovo nemmeno:

-il dolore devastante degli Europei di allora (che per altro non si erano mossi quando il loro aiuto era stato disperatamente richiesto. Pare che quando Costantinopoli cadeva, a Venezia ancora si discutesse del numero di navi da inviare)

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Probabilmente nella Flagellazione di Piero della Francesca c’è un invito a organizzare la crociata per il riscatto di Costantinopoli. Pilato, seduto introno a sinistra ha le sembianze di Costantino Xi e indossa i calzari rossi, appannaggio degli imperatori bizantini; Cristo è legato a una colonna che ricorda la colonna di Costantino, nel Foro della città; e contro di lui avanza un uomo col turbante. Cristo e l’uomo col turbante sono rispettivamente nella sezione aurea della larghezza e della profondità, a indicare opposizione e legame insieme.

-la sensazione di qualcosa di così ingiusto da non crederci. L’incapacità di accettare la fine della città. Non è accaduto per Roma, nè per Alessandria o Atene. Dopo la caduta di Costantinopoli durarono a lungo leggende che profetizzavano un prossimo ritorno ai fasti cristiani. Secondo alcuni l’imperatore si sarebbe scalzato delle babbucce rosse e invece di morire a Porta San Romano si sarebbe aggirato tra la gente disperata esortandoli e dicendo io sono con voi, resterò con voi. E si narra anche che quando i soldati di Maometto II irruppero a Santa Sophia fosse il momento dell’Elevazione; e che uno dei quattro enormi pilastri che reggono la cupola si fosse aperto a incorporare dentro di sé uno dei sacerdoti con l’Ostia in mano; e che questi è ancora dentro il pilastro, in attesa di terminare la consacrazione quando la città tornerà cristiana.

-e in molti villaggi del Mani ancora negli anni Cinquanta del Novecento si additava il discendente di Costantino XI…

Note a margine della serie L’Impero ottomano, 1

Una bella serie. Ben fatta, filologicamente corretta, ha evitato piaggerie e antistoriche esaltazioni. Però alcune delle poche cose che so su Costantinopoli non le ho ritrovate. E sono:

-la consapevolezza, che era di tutti gli abitanti di Costantinopoli, in ogni tempo, di vivere nella più bella città del mondo. Ogni pietra veniva poggiata, ogni pianticella veniva messa a dimora  con questo pensiero. Era stata fondata come estrema fioritura dell’urbanistica greco-romana da Costantino affinchè sopravvivesse a una Roma che veniva, correttamente, già data per spacciata; e visse in un continuo superamento dell’Urbe. Giustiniano volle una chiesa più bella di San Pietro e del Pantheon ; una chiesa coperta dalla prima cupola libera nello spazio, alla cui base, nel punto più difficile, finestre in cerchio lasciassero entrare la luce. Ne seguì progetto e lavori personalmente,

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Alla Messa di consacrazione di Santa Sophia, prima che il vescovo alzasse l’ostia, Giustiniano balzò in  piedi e gridò, facendo echeggiare la cupola, Sono più grande del grande Costantino! Roma già ossessionava i superstiti…

-la violenza. Maometto II aveva promesso tre giorni di licenza ai suoi uomini se fossero riusciti a espugnare la città. Quando vide cosa facevano li richiamò indietro nel giro di un giorno. Le donne si erano chiuse a santa Sophia. Furono violentate e uccise in chiesa; sugli altari di Santa Sofia i soldati urinarono e defecarono; tonnellate di vasellame prezioso fu portato via e strappati i mosaici d’oro delle pareti.

Labirinto (completo)

Il testo di Capodanno era solo l’inizio…

 

Labirinto

Qui, nel mondo sotto al sole, vogliono che io torni ad essere degli uomini e delle cose, che ancora mi disperda nel dedalo di cuori e strade, ma ormai so che non serve tentare di conoscere quanto è all’esterno di me. Questo mi resta del mio soggiorno nel Labirinto, dove a nulla valevano i simboli dipinti all’ingresso delle gallerie, i disegni e le mappe che ne riproducessero l’andamento: piuttosto giovava la conoscenza del cuore, sapere quanto tempo si potesse reggere la solitudine o la speranza.

Poichè questo tesoro di sapienza avevo appreso nella sede del Minotauro, che Gea stessa, impietosita, non potendo disubbidire al Fato e concedere libero il passo al mostro, si sottraeva però a lui che, desideroso di morte, tentava di squassarsi contro le rocce della dimora sotterranea; Gea addolciva i di lui giorni con lisce pareti pietrose e pavimenti levigati, replicava in sè, nelle sue membra di terra, ciò che egli pativa per renderlo meno solo e davanti al suo vagare apriva gallerie differenti per aspetto e andamento a secondo del sentimento che lo muoveva, affinchè, nella più cupa solitudine che nessuna creatura poteva mitigare, almeno le zolle gli rispondessero. Così nel groviglio più fitto vi era la riproduzione di un’angoscia oscurissima, nel cunicolo che saliva dritta verso la superficie, e poi s’inabissava, la speranza di libertà rivelatasi fallace.

All’arrivo del nostro gruppo di vittime, i fratelli di apparente sventura, giunti nel Labirinto molti anni prima, avevano parlato un greco di oscuro significato: il tributo al Minotauro non era di sangue versato, ma di compagnia e sorrisi. Poi capii, io per primo tra i miei compagni. Temendo che il muto patto fra Gea e il mostro non avesse a scuotere le fondamenta di Creta, era stato stabilito il tributo di fanciulli, e per questo soltanto, non per la morte, ma per la vita. Noi e gli altri prima di noi, con la nostra compagnia, dovevamo essere confine al labirinto scavato dalla furia della creatura divina, limite al disperato vagare di chi svuotava il suolo dell’isola, impedendo agli abitanti l’orgoglio di colonne, guerre e parole.

Il lungo viaggio per mare, lo sbarco trionfale a Cnosso, noi muti per il terrore. Appena la porta di bronzo  si richiuse alle nostre spalle udimmo il suo bramito caldo. Una torcia tremava presso lo stipite ed egli era fermo al bordo del chiarore. Il mio sguardo percorse il suo corpo: mi salvai perchè, quando fissai la testa, abbandonai per grazia degli dei le forme usate fino ad allora dalla mente e accettai di entrare dove nulla di già appreso valesse. Solo così, sopra le belle membra e il gonnellino scarlatto, potei affrontare la testa di toro lentamente ruotante. La nuca, china e offerta, da vittima sacrificale, non da fiera, mi trattenne sul limitare di Ade. Coloro che ci avevano preceduto debolmente si mossero quindi dall’ombra incontro a noi, ci fecero festa, con le forze consentite dalla vita sotterranea. Nella remota galleria che serviva da cimitero, seppellimmo quelli che, fra i compagni di gioco sul ponte della nave infiorata, erano morti alla vista del nostro ospite; dal numero dei tumuli appresi i molti anni del mostro celati nel vigore del suo corpo, nel muso setoso.

Vi era mitezza ovunque, nel luogo, nelle persone; nulla che offendesse o legasse. Per le prime lune non potei consentire a questo e coltivavo in me rabbia e dolore, badando che non si smorzassero. Trascorrevo i giorni a contemplare le aperture nelle volte delle sale coniche, da dove quotidianamente si provvedeva a noi. Le ceste colme di cibo, legna e tele scendevano con funi più lunghe della mia voce, risalivano prima che potessi liberarmi dai compagni che mi tenevano e mi imploravano di non tentare – chi era fuggito, riconosciuto subito per il pallore e l’abito, era stato messo a morte, destino che mi appariva più invidiabile del mio. Mi consolava solo la vista del Minotauro, l’attenzione che imponeva all’anima desiderosa di comprendere la giuntura fra parti così diverse, di trovarne il centro che le reggeva. Dopo tale sospensione gli affanni tornavano, ma indeboliti e remoti – sino a che non fui definitivamente vinto dalla bovina mansuetudine che mi aveva atteso: tanta pietà mi ispirava che restai, vissi, e infine fui là felice.

Sotto il suo sguardo lentamente ritrovai in me quel che credevo perduto, stagioni, luoghi e volti, rinnovati da una brezza o da un’ombra dalle aperture; per lui, per trattenerlo accanto a me e impedire che col vagare estendesse il labirinto, estrassi tesori inaspettati, la figura del giusto padre, della cara madre, di tutti i fatti che avevo vissuto. I miei ricordi, quando divennero parole e cessarono d’essere dolorosi, contribuirono ad allungare la porzione di storia nota nel Labirinto, che a sera gli anziani amorosamente ripetevano. Io e i miei compagni ricostruivamo insieme genealogie, fissavamo date, notavamo stupiti i mutamenti degli oggetti abbandonati in patria, lo sviluppo e la varizione degli eventi da un prigioniero all’altro, il portico dell’agorà lucente di belle tinte farsi nel ricordo altrui scuro di fuliggine e di anni, la breve lite ai confini divenire guerra sanguinosa e protratta. Il Minotauro muto guardava e ascoltava, poi d’un tratto si agitava, come annoiato. Temendo la sua disperazione, e che essa lo inducesse ancora ad avventarsi contro le pareti di terra, recitavamo allora i versi degli antichi poemi, al suono dei quali egli si tendeva, fremeva e piangeva, nell’intimo non duplice come all’aspetto, ma di pura sostanza, toccata davvero soltanto dall’entusiasmo che aveva mosso i poeti; davvero figlio, come si narrava, del signore del mare e di un’antica regina dell’isola.

I compagni più anziani ci narrarono infatti che in tempi remoti il dio dell’acqua informe aveva vestito il sembiante di toro per la regina dell’isola che l’aveva invocato. Da quel lontano amore era nato il Minotauro. Ci turbava in questa storia non la nascita del mostro, ma la presenza degli dei fra gli uomini e sulla terra, e quanto vicini fossero stati un tempo coloro che ci avevano abbandonato e tuttavia ci tormentavano con allusioni e istinti senza mai rivelarsi, senza concederci nel Labirinto un rito che ci consolasse! Unica consolazione, oscura, era il mostro. Egli da sotto terra ci accostava al cielo molto più che qui, nel mondo umano, dove abbondano riti, libagioni, e primizie numerose, lucenti di sole. Se gli dei inaccessibili e smaltati si erano ritratti, a noi, vittime del Labirinto, avevano lasciato un pegno vivente della loro potenza, generatore di nostalgia infinita per l’epoca nella quale essi erano presenti sulla terra e con le forme giocavano. Figli di un tempo triste e meccanico, nella natura costretta entro specie fissate, nell’ordine noto, sentivamo gli dei operare ormai solo sull’invisibile e sui segreti moti del cuore, ma contemplavamo attenti nel Minotauro l’antica libertà, la mescolanza inconcepibile.

 

Della fine numerosi furono i segni: i nuovi arrivati erano duri, ironici, sicuri; non credevano al sacrificio richiesto, al Labirinto, alla penombra che rendeva preziosi i gesti, intensi i ricordi, i versi degli eroi. Le provvigioni dall’esterno diminuirono e talvolta dalle aperture ci offesero suoni di risa e passi affrettati. Temevamo qualche rivolgimento politico; piuttosto avremmo dovuto guardarci da quella voglia di fare e agire che i nuovi arrivati mostravano in sommo grado, figlia di un’inquietudine che non si placava. Che altro fu, se non un’incapacità di contemplazione a determinare l’anticipato schianto del portone di bronzo? l’ospite divino sparì nell’ombra, più toro che mai nel passo rigido. I nostri cuori restarono in attesa presso il filo scarlatto e ben ritorto, poi l’urlo che oltrepassandoci divenne muggito ci orientò nel buio, attraverso il gorgo di cunicoli. Io corsi più veloce e giunsi prima degli altri, appena a tempo per vedere il fanciullo estrarre la spada dal fianco del mostro; negli occhi del mostro ci fu una resa, poi nell’abbassarsi delle palpebre un consenso a qualcuno invisibile presso di lui, infine un sollievo. Subito giunsero gli altri ed io vidi solo allora il volto dell’assassino metallico di sudore, che sulla Terra avresti detto bello. Teseo, il nome gridato sopra il mostro ucciso; ateniese, come noi; il suo scopo la liberazione della patria dal tributo odioso, dell’isola dal mistero intollerabile sotto i piedi. A questo si era allenato nel palazzo reale di Cnosso, empia, insufficiente imitazione umana del Labirinto, figurandosi mostri nel buio, rinsaldando il proprio cuore, costringendosi ad avanzare quando la virtù mancava; e il Minotauro, dopo aver visto sempre tutto sottrarsi al suo cospetto, la madre, la terra impietosita, i fanciulli al portone, felice era andato incontro a ciò che verso di lui avanzava senza paura, la spada, la mano ferma, gli occhi brillanti.

Volontà degli dei era che all’infanzia del mondo succedesse una misurata giovinezza di uomini soli e potenti: non più mostri, in nessun luogo; i navigatori riportavano, dall’oscuro Oriente, dal periglioso Occidente, solo mercanzie e notizie su porti e strade, non storie o pegni di sirene e grifoni; misteri e mescolanze si erano ritratti ai confini del cosmo e a noi spettava farci causa delle cose. Col fanciullo in testa uscimmo nel vero Labirinto del mondo illuminato dal sole: nessuno dedusse dal nostro numero e aspetto la bontà del mostro, nessuno credette che dentro la terra avevamo avuto la nostra parte di felicità e si contò solo chi mancava. Adesso vivo in una grotta e fuggo gli uomini; di tanto in tanto mi si recano cibo e notizie e così apprendo che Teseo regna incontrastato su un mondo senza sorprese.