Orfeo in Ade, 2

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Un sospiro più nitido, un fruscio a terra -devono essere cadute le tue bende. La luce mattutina, che schiarisce il cielo là in fondo, ha sciolto i veli. Di certo ora mi vedi; ma se sei Eurididce, come spero contro ogni realtà di segni, riconosci in me il tuo sposo nella figura che ho, avvolto nel mantello, col berretto in capo? E se non sai chi sono, con quale oppresso cuore segui chi ignori? O non mi riconosci o non sei Euridice.

Davanti a queste domande cade il divieto di Ade. Mi volto. Contro l’oscurità ti vedo, un’Euridice divisa, mosaico di frammenti, alcuni luminosi, leggeri, di sostanza lucente e rimproverante, altri opachi, carnosi, pieni d’ombra e peso, che assalgono e divorano gli altri. Ti leggo come le note di un canto tremendo e capisco. Ciò che sei divenuta dopo la morte, il corpo di luce incorruttibile, è vinto dal corpo terreno e scuro al quale ti costringo col mio desiderio; e tanto penoso è il soccombere di quel tuo nuovo e così bello essere splendente, muto, che vedo quasi delle sbarre, dei graticci di metallo nerissimo intorno ad esso. Velocemente, dolorasamente ti accosti ai limiti che ti attendono oltre quella soglia di terra tanto vicina, le parole che confondono e non spiegano, lo spazio e il tempo, i muri intorno ad ogni cosa e cuore.

E tu non scompari. Resti immota a farti divorare dall’assunzione del corpo terreno, a lasciare che l’ombra e la carne pesante mangino la luce e la carne nuova di cui ti vestì Ade, immersa in un nuovo oblio, poggiata su una memoria e un’obbedienza che mi sono sconosciute. Muta mi guardi e nei tuoi occhi doloranti c’è l’incredulità e la vergogna che sia io, l’amato, a farti questo, a trarti fuori dalla tomba. Riportarti là fuori sarebbe ucciderti.

Il divieto di Ade era tutela, non punizione di Orfeo. Il dio sapeva che se avessi osato guardarti in morte, nel dono col quale la vita vera ci chiama a sé, non avrei più potuto condurti fuori dal Tartaro. E non posso offenderti in questo modo.

Sono io a lasciarti andare. Senza pronunciare parole l’anima mia si ritira e ti abbandona e nel ritirarsi resuscita intorno a te le bende, i veli che si allacciano da soli -un ultimo tralucere dell’Euridice nuova che riprende la signoria, poi rientri nel Tartaro. Nell’aria resta gratitudine, una sorta di benedizione. Hermes sorride.

Orfeo in Ade, 1

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tratto da:https://palazzoblu.it/evento/orfeo-ed-euridice-ovvero-lamore-al-di-la-della-morte/

Siamo già qui, Euridice; in fondo al corridoio di terra nera e grassa il cielo è una moneta brillante; fra i cipressi persino la falce di luna. Tutto parato a festa, in tua attesa. Ade mi consegnò te come questi cipressi: dritta, velata e silente. Adesso dietro ti sento incedere debolmente, come strisciando, penosissima; ricordo i tuoi passi affrettati a palazzo, le risa come conchiglie che cadessero su una pietra, dopo le nozze, e non ti ritrovo.

Ma tutto in quest’impresa fu diverso da come credevo. Credevo d’andare sotto terra e salivo, prima in una sorta di mollezza elastica, poi di rigidità, come di colonne e alti fusti d’alberi, e sale ampie, agorai, soffitti altissimi; silenzio, buio e solitudine ma come provvisori, sospensioni di una vita che sentivo tumultuosa e sorridente oltre le pareti, in spazi ancora più ampi e felici; un segreto gigantesco ovunque, al quale il mio corpo s’opponeva; e, pur scendendo sempre più, sentivo di ascendere e intanto ogni elemento si faceva leggero, duro, glorioso.

Alcuni luoghi erano più densi di altri, come di passo fatale, una fonte, un boschetto di alberi bianchi, da dove qualcuno era appena andato via, ne sentivo ancora la presenza fremente, sì che ero sospinto ad avanzare in cerca. Nulla di ciò adesso avverto dietro a me, nulla di questa debolezza e malinconia, nessun sospiro di fatica terribile, come quello udito dietro a me poco fa. E’ di qualcuno al quale la vita sulla terra fu peso, non di Euridice. Davvero mi segue chi invocavo con l’anima quando cantavo presso il trono terribile di Ade? Quando ero presso il seggio immenso fatto di tutti gli esseri, volti umani, sfingi, tritoni, fiori di ogni luogo e pietre con occhi immensi, gemme sorridenti, tutto ruotante attorno al dio la cui sommità era quasi invisibile? Non ricordo che cosa cantai e come pregai; so però che nello sguardo di Ade vi fu come un barlume di pietà, sopra il suo abito di pelliccia, piume e squame; pietà non per la nostra separazione, piuttosto la compassione che ispira un bimbo, di tutto ignaro. Allora egli ti estrasse velata, da dietro il trono, come se tu fossi sempre stata là, in mia attesa -poi il divieto di guardarti, fino alla meta.

Pochi passi adesso ci separano dalla luce. E tu non parli, non fremi, non ti rallegri, non pensi alla notte nuziale che ci attende. Mai, quando mi purificavo per l’impresa, avrei creduto questo. Ti immaginavo diversa e provata; ma ero certo che il ricordo della bellezza vissuta insieme avrebbe cancellato in te con la sua forza ogni figura di ciò che tutti attende. Adesso non so più. Conosco, o conoscevo, la potenza del legame nostro: se esso più non vale, allora non sei tu.

Forse, negli occhi di Ade, quella luce non era di pietà, ma di inganno? Forse non Euridice consegnò, ma una donna qualunque, estratta dal novero di infinite che la Moira travolse; una che non amò Orfeo, che mai corse con lui tra i pini di Tracia. Questa è la punizione per avere osato varcare il limite più saldo. E intanto, nel timore dell’inganno, devo rimproverarmi nostalgia per il gran tripudio di vita che ho sentito nelle sale infere, scorto nel trono inconcepibile di Ade. A confronto esili, solitari, orribilmente fragili, i due cipressi là in fondo, la luna che schiarisce nell’alba, tutto ciò che ci aspetta; e quasi piccolo il mio palazzo, miserabile ogni gioia.

Note a margine della serie L’Impero ottomano, 2

Non ritrovo nemmeno:

-il dolore devastante degli Europei di allora (che per altro non si erano mossi quando il loro aiuto era stato disperatamente richiesto. Pare che quando Costantinopoli cadeva, a Venezia ancora si discutesse del numero di navi da inviare)

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Probabilmente nella Flagellazione di Piero della Francesca c’è un invito a organizzare la crociata per il riscatto di Costantinopoli. Pilato, seduto introno a sinistra ha le sembianze di Costantino Xi e indossa i calzari rossi, appannaggio degli imperatori bizantini; Cristo è legato a una colonna che ricorda la colonna di Costantino, nel Foro della città; e contro di lui avanza un uomo col turbante. Cristo e l’uomo col turbante sono rispettivamente nella sezione aurea della larghezza e della profondità, a indicare opposizione e legame insieme.

-la sensazione di qualcosa di così ingiusto da non crederci. L’incapacità di accettare la fine della città. Non è accaduto per Roma, nè per Alessandria o Atene. Dopo la caduta di Costantinopoli durarono a lungo leggende che profetizzavano un prossimo ritorno ai fasti cristiani. Secondo alcuni l’imperatore si sarebbe scalzato delle babbucce rosse e invece di morire a Porta San Romano si sarebbe aggirato tra la gente disperata esortandoli e dicendo io sono con voi, resterò con voi. E si narra anche che quando i soldati di Maometto II irruppero a Santa Sophia fosse il momento dell’Elevazione; e che uno dei quattro enormi pilastri che reggono la cupola si fosse aperto a incorporare dentro di sé uno dei sacerdoti con l’Ostia in mano; e che questi è ancora dentro il pilastro, in attesa di terminare la consacrazione quando la città tornerà cristiana.

-e in molti villaggi del Mani ancora negli anni Cinquanta del Novecento si additava il discendente di Costantino XI…

Note a margine della serie L’Impero ottomano, 1

Una bella serie. Ben fatta, filologicamente corretta, ha evitato piaggerie e antistoriche esaltazioni. Però alcune delle poche cose che so su Costantinopoli non le ho ritrovate. E sono:

-la consapevolezza, che era di tutti gli abitanti di Costantinopoli, in ogni tempo, di vivere nella più bella città del mondo. Ogni pietra veniva poggiata, ogni pianticella veniva messa a dimora  con questo pensiero. Era stata fondata come estrema fioritura dell’urbanistica greco-romana da Costantino affinchè sopravvivesse a una Roma che veniva, correttamente, già data per spacciata; e visse in un continuo superamento dell’Urbe. Giustiniano volle una chiesa più bella di San Pietro e del Pantheon ; una chiesa coperta dalla prima cupola libera nello spazio, alla cui base, nel punto più difficile, finestre in cerchio lasciassero entrare la luce. Ne seguì progetto e lavori personalmente,

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Alla Messa di consacrazione di Santa Sophia, prima che il vescovo alzasse l’ostia, Giustiniano balzò in  piedi e gridò, facendo echeggiare la cupola, Sono più grande del grande Costantino! Roma già ossessionava i superstiti…

-la violenza. Maometto II aveva promesso tre giorni di licenza ai suoi uomini se fossero riusciti a espugnare la città. Quando vide cosa facevano li richiamò indietro nel giro di un giorno. Le donne si erano chiuse a santa Sophia. Furono violentate e uccise in chiesa; sugli altari di Santa Sofia i soldati urinarono e defecarono; tonnellate di vasellame prezioso fu portato via e strappati i mosaici d’oro delle pareti.

Labirinto (completo)

Il testo di Capodanno era solo l’inizio…

 

Labirinto

Qui, nel mondo sotto al sole, vogliono che io torni ad essere degli uomini e delle cose, che ancora mi disperda nel dedalo di cuori e strade, ma ormai so che non serve tentare di conoscere quanto è all’esterno di me. Questo mi resta del mio soggiorno nel Labirinto, dove a nulla valevano i simboli dipinti all’ingresso delle gallerie, i disegni e le mappe che ne riproducessero l’andamento: piuttosto giovava la conoscenza del cuore, sapere quanto tempo si potesse reggere la solitudine o la speranza.

Poichè questo tesoro di sapienza avevo appreso nella sede del Minotauro, che Gea stessa, impietosita, non potendo disubbidire al Fato e concedere libero il passo al mostro, si sottraeva però a lui che, desideroso di morte, tentava di squassarsi contro le rocce della dimora sotterranea; Gea addolciva i di lui giorni con lisce pareti pietrose e pavimenti levigati, replicava in sè, nelle sue membra di terra, ciò che egli pativa per renderlo meno solo e davanti al suo vagare apriva gallerie differenti per aspetto e andamento a secondo del sentimento che lo muoveva, affinchè, nella più cupa solitudine che nessuna creatura poteva mitigare, almeno le zolle gli rispondessero. Così nel groviglio più fitto vi era la riproduzione di un’angoscia oscurissima, nel cunicolo che saliva dritta verso la superficie, e poi s’inabissava, la speranza di libertà rivelatasi fallace.

All’arrivo del nostro gruppo di vittime, i fratelli di apparente sventura, giunti nel Labirinto molti anni prima, avevano parlato un greco di oscuro significato: il tributo al Minotauro non era di sangue versato, ma di compagnia e sorrisi. Poi capii, io per primo tra i miei compagni. Temendo che il muto patto fra Gea e il mostro non avesse a scuotere le fondamenta di Creta, era stato stabilito il tributo di fanciulli, e per questo soltanto, non per la morte, ma per la vita. Noi e gli altri prima di noi, con la nostra compagnia, dovevamo essere confine al labirinto scavato dalla furia della creatura divina, limite al disperato vagare di chi svuotava il suolo dell’isola, impedendo agli abitanti l’orgoglio di colonne, guerre e parole.

Il lungo viaggio per mare, lo sbarco trionfale a Cnosso, noi muti per il terrore. Appena la porta di bronzo  si richiuse alle nostre spalle udimmo il suo bramito caldo. Una torcia tremava presso lo stipite ed egli era fermo al bordo del chiarore. Il mio sguardo percorse il suo corpo: mi salvai perchè, quando fissai la testa, abbandonai per grazia degli dei le forme usate fino ad allora dalla mente e accettai di entrare dove nulla di già appreso valesse. Solo così, sopra le belle membra e il gonnellino scarlatto, potei affrontare la testa di toro lentamente ruotante. La nuca, china e offerta, da vittima sacrificale, non da fiera, mi trattenne sul limitare di Ade. Coloro che ci avevano preceduto debolmente si mossero quindi dall’ombra incontro a noi, ci fecero festa, con le forze consentite dalla vita sotterranea. Nella remota galleria che serviva da cimitero, seppellimmo quelli che, fra i compagni di gioco sul ponte della nave infiorata, erano morti alla vista del nostro ospite; dal numero dei tumuli appresi i molti anni del mostro celati nel vigore del suo corpo, nel muso setoso.

Vi era mitezza ovunque, nel luogo, nelle persone; nulla che offendesse o legasse. Per le prime lune non potei consentire a questo e coltivavo in me rabbia e dolore, badando che non si smorzassero. Trascorrevo i giorni a contemplare le aperture nelle volte delle sale coniche, da dove quotidianamente si provvedeva a noi. Le ceste colme di cibo, legna e tele scendevano con funi più lunghe della mia voce, risalivano prima che potessi liberarmi dai compagni che mi tenevano e mi imploravano di non tentare – chi era fuggito, riconosciuto subito per il pallore e l’abito, era stato messo a morte, destino che mi appariva più invidiabile del mio. Mi consolava solo la vista del Minotauro, l’attenzione che imponeva all’anima desiderosa di comprendere la giuntura fra parti così diverse, di trovarne il centro che le reggeva. Dopo tale sospensione gli affanni tornavano, ma indeboliti e remoti – sino a che non fui definitivamente vinto dalla bovina mansuetudine che mi aveva atteso: tanta pietà mi ispirava che restai, vissi, e infine fui là felice.

Sotto il suo sguardo lentamente ritrovai in me quel che credevo perduto, stagioni, luoghi e volti, rinnovati da una brezza o da un’ombra dalle aperture; per lui, per trattenerlo accanto a me e impedire che col vagare estendesse il labirinto, estrassi tesori inaspettati, la figura del giusto padre, della cara madre, di tutti i fatti che avevo vissuto. I miei ricordi, quando divennero parole e cessarono d’essere dolorosi, contribuirono ad allungare la porzione di storia nota nel Labirinto, che a sera gli anziani amorosamente ripetevano. Io e i miei compagni ricostruivamo insieme genealogie, fissavamo date, notavamo stupiti i mutamenti degli oggetti abbandonati in patria, lo sviluppo e la varizione degli eventi da un prigioniero all’altro, il portico dell’agorà lucente di belle tinte farsi nel ricordo altrui scuro di fuliggine e di anni, la breve lite ai confini divenire guerra sanguinosa e protratta. Il Minotauro muto guardava e ascoltava, poi d’un tratto si agitava, come annoiato. Temendo la sua disperazione, e che essa lo inducesse ancora ad avventarsi contro le pareti di terra, recitavamo allora i versi degli antichi poemi, al suono dei quali egli si tendeva, fremeva e piangeva, nell’intimo non duplice come all’aspetto, ma di pura sostanza, toccata davvero soltanto dall’entusiasmo che aveva mosso i poeti; davvero figlio, come si narrava, del signore del mare e di un’antica regina dell’isola.

I compagni più anziani ci narrarono infatti che in tempi remoti il dio dell’acqua informe aveva vestito il sembiante di toro per la regina dell’isola che l’aveva invocato. Da quel lontano amore era nato il Minotauro. Ci turbava in questa storia non la nascita del mostro, ma la presenza degli dei fra gli uomini e sulla terra, e quanto vicini fossero stati un tempo coloro che ci avevano abbandonato e tuttavia ci tormentavano con allusioni e istinti senza mai rivelarsi, senza concederci nel Labirinto un rito che ci consolasse! Unica consolazione, oscura, era il mostro. Egli da sotto terra ci accostava al cielo molto più che qui, nel mondo umano, dove abbondano riti, libagioni, e primizie numerose, lucenti di sole. Se gli dei inaccessibili e smaltati si erano ritratti, a noi, vittime del Labirinto, avevano lasciato un pegno vivente della loro potenza, generatore di nostalgia infinita per l’epoca nella quale essi erano presenti sulla terra e con le forme giocavano. Figli di un tempo triste e meccanico, nella natura costretta entro specie fissate, nell’ordine noto, sentivamo gli dei operare ormai solo sull’invisibile e sui segreti moti del cuore, ma contemplavamo attenti nel Minotauro l’antica libertà, la mescolanza inconcepibile.

 

Della fine numerosi furono i segni: i nuovi arrivati erano duri, ironici, sicuri; non credevano al sacrificio richiesto, al Labirinto, alla penombra che rendeva preziosi i gesti, intensi i ricordi, i versi degli eroi. Le provvigioni dall’esterno diminuirono e talvolta dalle aperture ci offesero suoni di risa e passi affrettati. Temevamo qualche rivolgimento politico; piuttosto avremmo dovuto guardarci da quella voglia di fare e agire che i nuovi arrivati mostravano in sommo grado, figlia di un’inquietudine che non si placava. Che altro fu, se non un’incapacità di contemplazione a determinare l’anticipato schianto del portone di bronzo? l’ospite divino sparì nell’ombra, più toro che mai nel passo rigido. I nostri cuori restarono in attesa presso il filo scarlatto e ben ritorto, poi l’urlo che oltrepassandoci divenne muggito ci orientò nel buio, attraverso il gorgo di cunicoli. Io corsi più veloce e giunsi prima degli altri, appena a tempo per vedere il fanciullo estrarre la spada dal fianco del mostro; negli occhi del mostro ci fu una resa, poi nell’abbassarsi delle palpebre un consenso a qualcuno invisibile presso di lui, infine un sollievo. Subito giunsero gli altri ed io vidi solo allora il volto dell’assassino metallico di sudore, che sulla Terra avresti detto bello. Teseo, il nome gridato sopra il mostro ucciso; ateniese, come noi; il suo scopo la liberazione della patria dal tributo odioso, dell’isola dal mistero intollerabile sotto i piedi. A questo si era allenato nel palazzo reale di Cnosso, empia, insufficiente imitazione umana del Labirinto, figurandosi mostri nel buio, rinsaldando il proprio cuore, costringendosi ad avanzare quando la virtù mancava; e il Minotauro, dopo aver visto sempre tutto sottrarsi al suo cospetto, la madre, la terra impietosita, i fanciulli al portone, felice era andato incontro a ciò che verso di lui avanzava senza paura, la spada, la mano ferma, gli occhi brillanti.

Volontà degli dei era che all’infanzia del mondo succedesse una misurata giovinezza di uomini soli e potenti: non più mostri, in nessun luogo; i navigatori riportavano, dall’oscuro Oriente, dal periglioso Occidente, solo mercanzie e notizie su porti e strade, non storie o pegni di sirene e grifoni; misteri e mescolanze si erano ritratti ai confini del cosmo e a noi spettava farci causa delle cose. Col fanciullo in testa uscimmo nel vero Labirinto del mondo illuminato dal sole: nessuno dedusse dal nostro numero e aspetto la bontà del mostro, nessuno credette che dentro la terra avevamo avuto la nostra parte di felicità e si contò solo chi mancava. Adesso vivo in una grotta e fuggo gli uomini; di tanto in tanto mi si recano cibo e notizie e così apprendo che Teseo regna incontrastato su un mondo senza sorprese.

 

 

Perchè gli europei hanno conquistato mezzo mondo (recensione a metà)

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/13/haiti-subaqueo-usa-sostiene-di-aver-trovato-relitto-della-santa-maria-di-cristoforo-comobo/983560/

Il libro in questione è di Jared Diamond e si intitola Armi, acciaio, malattie (https://it.wikipedia.org/wiki/Armi,_acciaio_e_malattie) . Sono ancora metà lettura, causa i motivi per i quali rimando agli ultimi post :). Ora, io non sono brava a scrivere recensioni, non ricavo facilmente il quadro d’insieme necessario, e sono troppo sintetica, ma questo è un libro importante, che fornisce, o prova a fornire, una spiegazione scientifica al dominio che da cinque secoli gli europei hanno instaurato sulle Americhe e l’Australia.

Perchè gli europei? Intanto è strano vederci connotati così, monoblocco, noi che siamo così pronti ai distinguo dentro l’Europa dai parapetti antichi. Sono gli occhi di un americano, e tali sembriamo. Visione un po’ rustica, ma pare sia la più diffusa. E poi la tesi affascinante. Nella fascia mediterranea, mediterranea in senso ampio, diciamo dalla Mesopotamia alle Colonne d’Ercole, si sono create le condizioni migliori per lo sviluppo dell’agricoltura, intorno al 13.000 a.C. Le piante a disposizione  erano più docili alla selezione; e più docili gli animali d’allevamento, mucche, ovini, canidi, rispetto a tutte le altre zone del pianeta. Una fascia privilegiata, disposta in senso est-ovest e tale dunque da facilitare la diffusione delle conquiste in zone che avevano lo stesso clima.

Più ricchezza e sicurezza, dunque, ma anche più malattie, derivate dal contatto con gli animali, vaiolo, raffreddore, morbillo o lebbra, verso le quali l’uomo europeo sviluppò presto una relativa immunità. Quando gli europei varcarono l’Atlantico, furono le malattie l’arma più micidiale di conquista: gli indigeni morivano a migliaia al semplice contatto con i nuovi arrivati, rendendo facilissima l’occupazione territoriale.

Insomma, per quel che ho letto finora, gli europei avrebbero conquistato mezzo mondo perché figli di una società ricca, articolata, gli artigiani della quale erano solleciti a inventare nuove armi e nuove imbarcazioni; e per i nuovi, terribili virus di cui erano portatori. Fin qui sono arrivata.

Tutte queste cose sono vere. Eppure non bastano. Direi che uno non attraversa l’Atlantico solo per questo. C’è sempre qualcos’altro che fa muovere la gente, il solito quid che non può essere pagato o derivare da un pagamento. Ci vuole un modello forte, condiviso universalmente dalla società di appartenenza,  per salpare da Palos con tre caravelle. E credo che sia Ulisse, non solo l’Ulisse dell’Odissea, ma anche quello dantesco. Quel desiderio di andare più avanti per vedere cosa c’è, che era stato di Alessandro Magno, il quale pianse sulle rive dell’Indo quando i suoi soldati si rifiutarono di avanzare; quello che i Romani persero nelle selve di Teutoburgo. Non intendo dire che sia un modello giusto, o non sempre e comunque giusto. Ma che probabilmente agiva nei nostri antenati per imprese anche tremende o atroci.

 

Spigolature minime sulla bellezza, 3

Zevi scrive saggiamente che la simmetria e l’assialità distruggono l’arte. L’ideale è un’architettura di percorso, che si adegui al movimento degli uomini e all’uso che questi fanno dello spazio.

Verissimo. Speer, nei suoi piani per Berlino, progetta una città in cui i principi di assialità e simmetria sono condotti al punto tale da risultare agghiaccianti: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bundesarchiv_Bild_146III-373,Modell_der_Neugestaltung_Berlins(%22Germania%22).jpg. E nelle nostre città, file di edifici tutti uguali, non differenziati in base all’uso, tali che la prigione, l’ospedale, la scuola e il cimitero risultano identici ai condomini.

Hitler è entusiasta dei piani di Speer, che si ispirano a piani napoleonici. Non sapeva, non poteva cogliere l’irregolarità meravigliosa del Foro Romano, che nella sua visita del ’38 aveva pur visto ( e mia madre ricordava con quale faccia truce e invidiosa fosse passato nei Fori gremiti di gente e illuminati da torce come nei tempi antichi; pensava a quanto Roma fosse più bella di Berlino).

Ma la bellezza è altra cosa. Non è regolarità, né simmetria. Nell’Acropoli di Atene il Partenone e l’Eretteo non sono in asse con i Propilei. Chi entra ha davanti a sé il vuoto e deve cercare, scoprire quasi, gli edifici. Perchè ci sono luoghi che non si possono toccare e questo ha a che fare con la percezione del mito, qualunque esso sia. Qui Poseidone scagliò il tridente contro Athena che offriva all’Attica l’olivo – questo non può toccarsi, l’Eretteo sorgerà qui. Qui sorgeva il primo tempio di Athena -lo rifaremo qui, dove sorgeva prima, nulla conta che i Persiani l’abbiano devastato.

Crolla la città di Catania per intero durante il terremoto del 1693, ma restano in piedi le absidi che contengono le ossa di Sant’Agata -non le toccheremo, la nuova Cattedrale sorgerà da queste absidi.

Ma noi non abbiamo più, o non vogliamo averle, radici mitologiche e quindi costruiamo quello costruiamo, roba degna solo di oblio.

Spigolature minime sulla bellezza, 2

Riferisco a memoria di letture lontane, stavolta di psicologia dell’estetica. Non cosa è bello in sé, ma perchè ci sembra bello quello che ci sembra bello.

Perchè ci piacciono il Partenone e le opere di Piero della Francesca? Perchè le proporzioni della sezione aurea, (il segmento minore sta al maggiore, come il maggiore sta all’intero, detto in maniera bruta) sono quelle del corpo umano.

E cerchiamo nei volti occhi grandi, fronte alta e denti regolari perchè sono quanto di più distante esista dai musi dei felini che predavavano i nostri antenati ominidi nella savana africana. Così, a colpo d’occhio, potevano distinguere subito che non era un predatore quello che balenava nel cespuglio.

In pratica, ci piace ciò che ricorda a noi stessi come siamo. Ma allora Mondrian? Kandisnky?

Work, travail

In inglese lavoro si dice work, in tedesco werk. Ne ignoro l’etimologia, pare che sia da riferire a un termine che significa urgenza. A Sud tutto cambia. In spagnolo è trabajo, travail in francese, travagghiu in siciliano, con ovvio riferimento ai dolori del parto. A Napoli si chiama ‘a fatica, e in Grecia addirittura i doulià, la schiavitù. Nell’area mediterranea e cattolica prevale dunque l’idea della sofferenza connessa al lavoro. E io, che pure amo il mio lavoro, e lo svolgo, se non bene, almeno con scrupolo e passione, non posso che sentirmi assolutamente d’accordo con questa visione delle cose. Nel più profondo del mio essere il lavoro è e resterà sempre una condanna biblica e sento che eravamo nati per cogliere fragole nei boschi o prendere il sole in riva al mare. E detto questo, davanti alla disoccupazione in corso, ringrazio sempre Dio di avere un lavoro. Non molto lineare come discorso…