Perchè gli europei hanno conquistato mezzo mondo (recensione a metà)

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/13/haiti-subaqueo-usa-sostiene-di-aver-trovato-relitto-della-santa-maria-di-cristoforo-comobo/983560/

Il libro in questione è di Jared Diamond e si intitola Armi, acciaio, malattie (https://it.wikipedia.org/wiki/Armi,_acciaio_e_malattie) . Sono ancora metà lettura, causa i motivi per i quali rimando agli ultimi post :). Ora, io non sono brava a scrivere recensioni, non ricavo facilmente il quadro d’insieme necessario, e sono troppo sintetica, ma questo è un libro importante, che fornisce, o prova a fornire, una spiegazione scientifica al dominio che da cinque secoli gli europei hanno instaurato sulle Americhe e l’Australia.

Perchè gli europei? Intanto è strano vederci connotati così, monoblocco, noi che siamo così pronti ai distinguo dentro l’Europa dai parapetti antichi. Sono gli occhi di un americano, e tali sembriamo. Visione un po’ rustica, ma pare sia la più diffusa. E poi la tesi affascinante. Nella fascia mediterranea, mediterranea in senso ampio, diciamo dalla Mesopotamia alle Colonne d’Ercole, si sono create le condizioni migliori per lo sviluppo dell’agricoltura, intorno al 13.000 a.C. Le piante a disposizione  erano più docili alla selezione; e più docili gli animali d’allevamento, mucche, ovini, canidi, rispetto a tutte le altre zone del pianeta. Una fascia privilegiata, disposta in senso est-ovest e tale dunque da facilitare la diffusione delle conquiste in zone che avevano lo stesso clima.

Più ricchezza e sicurezza, dunque, ma anche più malattie, derivate dal contatto con gli animali, vaiolo, raffreddore, morbillo o lebbra, verso le quali l’uomo europeo sviluppò presto una relativa immunità. Quando gli europei varcarono l’Atlantico, furono le malattie l’arma più micidiale di conquista: gli indigeni morivano a migliaia al semplice contatto con i nuovi arrivati, rendendo facilissima l’occupazione territoriale.

Insomma, per quel che ho letto finora, gli europei avrebbero conquistato mezzo mondo perché figli di una società ricca, articolata, gli artigiani della quale erano solleciti a inventare nuove armi e nuove imbarcazioni; e per i nuovi, terribili virus di cui erano portatori. Fin qui sono arrivata.

Tutte queste cose sono vere. Eppure non bastano. Direi che uno non attraversa l’Atlantico solo per questo. C’è sempre qualcos’altro che fa muovere la gente, il solito quid che non può essere pagato o derivare da un pagamento. Ci vuole un modello forte, condiviso universalmente dalla società di appartenenza,  per salpare da Palos con tre caravelle. E credo che sia Ulisse, non solo l’Ulisse dell’Odissea, ma anche quello dantesco. Quel desiderio di andare più avanti per vedere cosa c’è, che era stato di Alessandro Magno, il quale pianse sulle rive dell’Indo quando i suoi soldati si rifiutarono di avanzare; quello che i Romani persero nelle selve di Teutoburgo. Non intendo dire che sia un modello giusto, o non sempre e comunque giusto. Ma che probabilmente agiva nei nostri antenati per imprese anche tremende o atroci.

 

Spigolature minime sulla bellezza, 3

Zevi scrive saggiamente che la simmetria e l’assialità distruggono l’arte. L’ideale è un’architettura di percorso, che si adegui al movimento degli uomini e all’uso che questi fanno dello spazio.

Verissimo. Speer, nei suoi piani per Berlino, progetta una città in cui i principi di assialità e simmetria sono condotti al punto tale da risultare agghiaccianti: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bundesarchiv_Bild_146III-373,Modell_der_Neugestaltung_Berlins(%22Germania%22).jpg. E nelle nostre città, file di edifici tutti uguali, non differenziati in base all’uso, tali che la prigione, l’ospedale, la scuola e il cimitero risultano identici ai condomini.

Hitler è entusiasta dei piani di Speer, che si ispirano a piani napoleonici. Non sapeva, non poteva cogliere l’irregolarità meravigliosa del Foro Romano, che nella sua visita del ’38 aveva pur visto ( e mia madre ricordava con quale faccia truce e invidiosa fosse passato nei Fori gremiti di gente e illuminati da torce come nei tempi antichi; pensava a quanto Roma fosse più bella di Berlino).

Ma la bellezza è altra cosa. Non è regolarità, né simmetria. Nell’Acropoli di Atene il Partenone e l’Eretteo non sono in asse con i Propilei. Chi entra ha davanti a sé il vuoto e deve cercare, scoprire quasi, gli edifici. Perchè ci sono luoghi che non si possono toccare e questo ha a che fare con la percezione del mito, qualunque esso sia. Qui Poseidone scagliò il tridente contro Athena che offriva all’Attica l’olivo – questo non può toccarsi, l’Eretteo sorgerà qui. Qui sorgeva il primo tempio di Athena -lo rifaremo qui, dove sorgeva prima, nulla conta che i Persiani l’abbiano devastato.

Crolla la città di Catania per intero durante il terremoto del 1693, ma restano in piedi le absidi che contengono le ossa di Sant’Agata -non le toccheremo, la nuova Cattedrale sorgerà da queste absidi.

Ma noi non abbiamo più, o non vogliamo averle, radici mitologiche e quindi costruiamo quello costruiamo, roba degna solo di oblio.

Spigolature minime sulla bellezza, 2

Riferisco a memoria di letture lontane, stavolta di psicologia dell’estetica. Non cosa è bello in sé, ma perchè ci sembra bello quello che ci sembra bello.

Perchè ci piacciono il Partenone e le opere di Piero della Francesca? Perchè le proporzioni della sezione aurea, (il segmento minore sta al maggiore, come il maggiore sta all’intero, detto in maniera bruta) sono quelle del corpo umano.

E cerchiamo nei volti occhi grandi, fronte alta e denti regolari perchè sono quanto di più distante esista dai musi dei felini che predavavano i nostri antenati ominidi nella savana africana. Così, a colpo d’occhio, potevano distinguere subito che non era un predatore quello che balenava nel cespuglio.

In pratica, ci piace ciò che ricorda a noi stessi come siamo. Ma allora Mondrian? Kandisnky?

Work, travail

In inglese lavoro si dice work, in tedesco werk. Ne ignoro l’etimologia, pare che sia da riferire a un termine che significa urgenza. A Sud tutto cambia. In spagnolo è trabajo, travail in francese, travagghiu in siciliano, con ovvio riferimento ai dolori del parto. A Napoli si chiama ‘a fatica, e in Grecia addirittura i doulià, la schiavitù. Nell’area mediterranea e cattolica prevale dunque l’idea della sofferenza connessa al lavoro. E io, che pure amo il mio lavoro, e lo svolgo, se non bene, almeno con scrupolo e passione, non posso che sentirmi assolutamente d’accordo con questa visione delle cose. Nel più profondo del mio essere il lavoro è e resterà sempre una condanna biblica e sento che eravamo nati per cogliere fragole nei boschi o prendere il sole in riva al mare. E detto questo, davanti alla disoccupazione in corso, ringrazio sempre Dio di avere un lavoro. Non molto lineare come discorso…

Nuova hybris

Il peccato mortale per i Greci antichi, la superbia, il travalicare i confini umani, ha una veste nuova, se è vero quel che si teme per il Boeing caduto in Etiopia. Il più terribile dei peccati che, regolarmente, viene punito (i Greci antichi avevano capito tutto, noi no).

Bei saluti

Sempre nell’ottica di godermi il sottosviluppo apparente di alcune aree dell’Eurozona, registro due formule di saluto che mi hanno commosso in tempi recenti:

  1. S’abbenedica. Così l’ometto che fa riparazioni in casa da noi, quando è entrato oggi. Che tu sia benedetta, bellissimo, antichissimo.

2. Sto kalò na pathe. Il saluto dei Greci a chi sta partendo, o comunque deve muoversi da casa. Che tu possa andare nel Bene. Ancora più bello.

Atene,3 (ultimo)


Prezzi stranissimi per gli Italiani: carne e taxi a un terzo dell’Italia, tanto che in 4 conviene il taxi alla metro, pane e caffè alla metà che da noi; ma i riscaldamenti nei palazzi si accendono alle 20.

In centro anziani che dormono su brandine davanti a vetrine abbandonate, e poi, all’improvviso, lampeggia un profilo identico al Diadumeno di Policleto.

E i Figli che, dopo due ore sull’Acropoli, ti dicono: ci dispiace troppo andare via.

Atene, 2

Mi chiedo quale sia l’impatto di questa visione che domina il centro di Atene sull’inconscio collettivo degli abitanti. Di certo un rovello continuo, un pensiero del tipo: non siamo più stati così grandi. Il resto di Atene, tranne pochi piccoli quartieri alle pendici dell’Acropoli, è simile ai quartieri moderni delle città siciliane, un po’ più tristi e un po’ più decadenti. Qua e là una bella facciata ben tenuta, come a dire, sappiamo come dovrebbe essere, vedete, quando possiamo lo facciamo. Restano immutati nella cortesia verso lo straniero, da gran signori, veri discendenti di Zeus Xenios.

Atene, 1

Erano moltissimi anni che non venivo ad Atene. Adesso sui biglietti della metro c’è il simbolo della Ferrovie italiane, i cartelli di vendita delle case sono scritti in inglese e cinese, poca gente per le stradine di Plaka la sera. Però sembra sempre di stare a casa, E le persone sono sempre forti, ma indurite, umiliate da qualcosa di enorme, molto più feroce del Gran Re di Persia.

Fallimento domenicale

food-719704_1920Ecco, doveva venire come in foto. Almeno stando alla ricetta trovata in un famoso sito di cucina. La tipica ricetta per il mitico Qualcuno.

Invece…vi risparmio la foto real life di ciò che sono riuscita a fare.

MIo marito ama il musakà, tanto che mi ha persino aiutato: ha comprato il pimento, che sconoscevo e invece è molto buono, e ha fritto le melanzane.

Se decidete di cimentarvi, non fate i miei errori, vale a dire non usate tritato di vitello, bensì di maiale e mettete moltissima besciamella, moltissima, almeno 2 cm., come fanno in Grecia. Poi nella ricetta ci saranno altri errori, ma poichè non proverò mai più a farlo, dovrete scoprirli voi :),