Lettera al Figlio Maggiore che esce di casa

Ebbene, hai avuto ciò che desideravi, ciò che desideravamo per te. Il tuo sogno si è compiuto: avrai il lavoro che volevi, ciò per cui eri ti eri preparato, dopo la laurea, per tre anni durissimi. Al termine di esami tremendi, andrai molto lontano e farai onore  a te stesso, a noi e al tuo paese. Ogni sacrificio, tuo e nostro, è adesso giustificato e di questo ringrazio te e quel Qualcuno che, da lassù e chissà perché, ci ama.

E io sono felice e infelice al tempo stesso. Fiera per te e per noi, già ho nostalgia, pur essendo tu ancora qui, del tempo in cui eravamo noi quattro, tutti insieme. E mi sembra di non aver fatto abbastanza per te, anche se, come dicono qui in Sicilia,  sei stato cresciuto da me e tuo padre con ciatu de l’arma e pezzi di core (fiato dell’anima, pezzi di cuore). Si può fare di più, mi dico, e mi butto tra le cose, a comprare quel che ti può servire, quel che ti penso possa servire -camicie, cravatte. In fondo Proust aveva ragione a scrivere che per le donne ogni evento della vita, dal funerale al matrimonio, è una questione di vestiti.

E la cosa più assurda è che so che anche tu sei felice e infelice, anche se non dici niente. E’ un tempo felice e grave per te. Quando siamo usciti da quella sala dove avevi sostenuto quell’esame orale terribile, nel quale eri riuscito a non dare alcun segno di nervosismo, e che hai condotto davvero da uomo, ti sei chinato su di me per abbracciarmi e le tue labbra tremavano. Già sapevi che tutto sarebbe cambiato. Grazie di tutto, tesoro.

 

Madre in transito

Sono io, sempre. Da anni non mi fermo più a chiacchierare nelle stanze dei figli, come facevo quando erano piccoli. Presa dal lavoro, dagli obblighi che sento verso me stessa e tutto il mondo, volo per il corridoio sistemando cose o controllando la borsa, e intanto grido ordini, diramo istruzioni, spartisco consigli ed esortazioni. Nessuno risponde. Chusi nelle loro tane i Figli hanno forse le cuffie, o studiano così intensamente da non poter rispondere (spero). Tutto sembra cadere nel vuoto più assoluto.

Ma quelle rarissime volte che mi fermo, per un abbassamento di pressione, o un lieve mal di testa, poichè altro, per ora e grazie a Dio, non registro, me li trovo ai piedi del letto con gli occhioni sgranati tipo gattino di Shreck quando rigira il cappello tra le zampe (ho cinque fratellini…ricordate?). -Mamma come stai?-

Il che dimostra la mia efficacia di mamma, anche se in transito. O almeno, mi piace pensarlo

Ancora e sempre su stress e tecnologia

Dovendo in casa ridipingere una stanza, l’imbianchino oggi ha staccato il rooter per qualche ora. Al primo nanosecondo di disconnessione i Figli sono emersi dalle loro tane in preda a convusioni da crisi d’astinenza. Mentre infilavano la porta diretti verso una biblioteca che avesse il wi-fi, io mi sono concessa la scena madre su quando eravamo ragazzi noi cinquantenni, senza internet e cellulari. E mi ha preso un’irrefrenabile nostalgia, che ancora non mi passa, per quei tempi, neppure tanto lontani, in cui quando uscivi non eri raggiungibile e gli affari tuoi erano tuoi per davvero.

Una tenera vecchietta

Alla fine di una mattina di shopping con uno dei Figli, mi si avvicina una vecchietta molto, molto old style, e mi chiede di aiutarla ad attraversare la strada, un corso molto trafficato.

Io le offro premurosa il braccio, lei sorride sotto un’alta cotonatura candida e profumata di Violetta di Parma, e ci avviamo. Mentre scambiamo due parole, noto che mio Figlio si serra a me, appiccicato al mio fianco. Chiacchiero e penso che forse quella tenera vecchina è una fata, intenta a mettermi alla prova, come nelle favole; e forse, quando saremo al di là della strada, riceverò una splendida ricompensa…
Arrivati sul marciapiede, lei accenna a una cura medica, chiede qualche soldo e sparisce. Appena mi rimetto dalla tristezza, chiedo a mio figlio perchè mi fosse stato così addosso. Risposta – Pensavo che ti rubasse il portafoglio-

Mai così distanti l’uno dall’altra, direi. E mi sento sempre più come mi vedono i Figli, tenera e ingenua come i cinquantenni su Internet. E’ proprio vero.

2019

Che lo spettacolo cominci, siamo qui per questo e , se Dio vorrà, assisterò fino all’ultimo giorno dell’anno nuovo..Di tanti desideri che mi premono il cuore, ne scriverò uno solo: che passi, finalmente, quella speciale fitta al cuore quando penso alla ex fidanzata di uno dei Figli…

Figli e musica, 2

Esco a fare la spesa. Al supermercato mi accorgo di non avere le chiavi. Poco male, penso, c’è uno dei Figli a casa. Suono alla porta di casa, niente. Penso di chiamarlo a cellulare e mi accorgo di non avere neppure il cellulare. Mi attacco al campanello, niente. Eppure mi aveva detto che mi avrebbe aspettato. Un’intuizione, di quella che solo le madri hanno, mi gela il sangue: gli hanno regalato le cuffie Bose. Lui sta ascoltando la musica con le cuffie. Mi riattacco disperata al campanello, con i surgelati che grondavano -niente. In compenso esce il vicino, impensierito dalle scampanellate. Gli spiego la situazione, lui mi offre il suo cellulare e mi accorgo di non ricordare il numero di mio figlio. Cancellato dalla mente. I surgelati si stavano cuocendo da soli. Il vicino ha l’aria di pensare: Ma questa la fanno andare in giro da sola?

In quel mentre un’illuminazione, sempre da madre: lui vive guardando il cellulare. Basta chiamare qualcuno di cui ricordi il numero chiedendo di chiamare il Figlio e questi risponderà e aprirà la porta. E così è stato. Ha aperto con la faccia da bettoliere scocciato, con in mano le cuffie -Non si esce senza cellulare!-

Di tutta la situazione aveva colto questo. Il resto -isolarsi dal mondo sino a quel punto, vivere con lo schermo del cellulare davanti- era regolare.

Comunque, devo ammetterlo: complimenti Bose, good job.

Mamme e decolli

Al decollo di un volo, poi terribile per il maltempo, sento squillare il cellulare del passeggero dietro di me. Mi volto, era un ragazzino di non più di 15 anni che risponde sereno

–Che stai facendo? Stiamo decollando!-

-Ma è mia mamma- con voce da agnellino.

-Spegni subito!-

-Ma è mia mamma…-supplichevole e come se questo fosse bastevole a scusare la situazione.

-Non hai capito, sta piombando su di te il comandante, perchè lo sto chiamando io- concludo odiosamente.

Lui avvilito spegne il cellulare. E ancora mi chiedo se la rovina di questo paese non siano -e quindi siamo le madri-, quel sentimento misto tra timore e rispetto che sappiamo incutere così bene ai figli adolescenti, quella serie di obblighi e ricatti morali che li graveranno per tutta la vita in mille modi e costringeranno le loro mogli a interminabili pranzi domenicali con noi e costringeranno loro a non decollare.

Io ci ho provato a non essere così. Spero che i Figli non avrebbero mai risposto a una mia telefonata in quella situazione, anzi che avrebbero avuto il cellulare spento; e che crescano capaci di non sentire come un dovere il rispondermi, il non deludermi, il venire a pranzo con me. Non so se ci sono riuscita, non interamente, non ancora. E subito si presenta l’altra faccia della medaglia e penso che mi piace il rispetto che in Sicilia esiste per la Madre, quella sfumatura di venerazione che la sua figura o presenza genera in ogni abitante dell’isola, tale che ancora alcuni, se devono giurare, giurano sulla propria madre. Che esista ancora un deterrente, qualcosa che non ci si senta di infangare. In fondo non so cosa pensare.

Povera patria

Sicuramente di economia non capisco nulla, e non vorrei scatenare discussioni politiche. Ma vedo in questi giorni l’Italia ridotta a una questione di spread. Forse i giornali danno un risalto eccessivo alle valutazioni delle agenzie di rating; forse le agenzie di rating, che non è che non possano mai sbagliare, obbediscono a logiche troppo severe per una povera umanista come me.

Fatto sta che non riconosco l’Italia in queste discussioni. Sarà che ho una concezione quasi hegeliana dello Stato, un grande rispetto (senza sconfinare nel nazionalismo, ovviamente). Sarà che so cosa le devo e cosa devo a tutti gli italiani brava gente come me. Non solo lo stipendio a fine mese, il che, con i tempi presenti, è già tantissimo; ma addirittura la vita mio figlio.

Uno dei Figli a sette anni ha subito un’operazione terribile, per la quale era necessaria una microsonda laser che, oltre che a Roma e a Padova, esiste solo negli Stati Uniti e in Israele, tanto è rara la patologia. Il radiologo che ha eseguito l’urografia era bianco come un lenzuolo mentre mi diceva: Avete pochi giorni per salvarlo. Padova lo ha ricoverato in 24 ore. Il chirurgo che doveva operarlo quella mattina, passeggiando avanti e indietro nel corridoio, batteva un pugno sull’altra mano, soffiandoci sopra e mormorando tra sé come un pugile prima di uno scontro -aveva eseguito solo sei operazioni del genere. Mi ha restituito mio figlio illeso dopo qualche ora. E il viso del chirurgo non lo scorderemo mai, lo abbiamo stampato nel cuore.

In altre nazioni non sarebbe bastato vendere la casa -e l’avremmo fatto di corsa, felici di avere qualcosa da vendere- solo per sperare di poterlo operare. Per me l’Italia è soprattutto questo, un posto dove si cerca di salvare, dove c’è una sanità straordinaria, al quale devo mio figlio e quindi la mia stessa vita. Molto, molto di più di quello che politici e mondo della finanza vedono.