Fukushima e tonno

radioactive-2056863_1920 Disastro nucleare di Fukushima. Una delle evenienze più temute dalla mia generazione, cresciuta durante la guerra fredda, con i fumetti sui sopravvissuti alle catastrofi nucleari e le istruzioni su come farsi in giardino un bunker antiradiazioni (ma che ci fanno votare a fare sul nucleare, noi, gente che è cresciuta così?).

In breve mi sono persuasa che il disastro di Fukushima, pur lontano, avrebbe avuto una ricaduta perniciosa su noi europei: il tonno in scatola! Mi vedevo i tonni radioattivi del Pacifico tutti belli inscatolati sugli scaffali dei supermercati italiani, pronti a contaminarci, luminescenti e malvagi  nel buio a negozi chiusi.

Poichè cerco sempre una soluzione a tutto, l’ho trovata anche quella volta. Mio marito e i Figli mi hanno sorpreso mentre stavo per acquistare on line un rilevatore di radioattività ( a un prezzo folle)

-Non verremo mai più con te a fare la spesa!– hanno tuonato alle mie spalle.

Mi sono vista con quell’aggeggio tra gli scaffali. Ho posato la carta di credito. Ma da allora di tonno in scatola ne compro pochissimo. Credo che i Figli ne consumino di nascosto.

Shock tecnologico

Da una decina di giorni cerco on line informazioni su un certo tipo di divano che mi piace. Non ne avevo parlato con nessuno in casa fino all’altro ieri, quando li ho descritti a  mio marito, Il cellulare era accanto a me e il comupter era acceso.

Un paio d’ore dopo sul computer di mio marito (perché sì, qui in casa ci sono più computer che persone!) hanno iniziato ad apparire pubblicità del tipo di divano di cui avevamo parlato. I Figli e il marito credono che dipenda dal rooter, io invece sono atterrita dall’idea che abbiano ascoltato la conversazione, tramite cellulare. Infatti perchè il rooter avrebbe deciso di inviare pubblicità su un altro computer della casa, solo dopo la conversazione, quando facevo ricerche da 10 giorni? perchè la pubblicità appare solo su quello di mio marito e non sui computer dei miei figli?

Loro sanno che siamo marito e moglie; e sanno ciò che ci siamo detti. Da due giorni vivo ossessionata da ricordi del Grande Fratello e di Hal 9000. In ogni caso, come dicono qui, i divani mi sono caduti dal cuore. Li odio,  non li voglio più. L’effetto opposto della pubblicità.

 

Piccoli consigli

che vorrei dire a tutti ragazzi che fra poco faranno gli esami di Stato e usciranno da scuola; giusto quelle quattro cosette che la vita mi ha insegnato a mazzate e che vorrei fossero utili ad altri; non ordini, per carità, nè prescrizioni, solo il desiderio di vederli sbagliare meno degli adulti, loro che sono già meglio di come eravamo noi.

-non fare il bagno dopo aver mangiato o aver bevuto bibite fredde

-se non capite qualcosa, a meno che non si tratti di principi di analisi matematica o dell’espansione dell’universo, vuol dire che NON vogliono farvela capire

-se qualcuno vi mette a fretta, ad andare, a decidere, a firmare o ad aderire, voi fermatevi un attimo

-fate ogni giorno qualcosa che non si possa misurare

-quando la vita vi metterà con le spalle al muro, e questo purtroppo accadrà, perché è il suo compito quello di mettere spalle al muro, voi, anche se non l’avete mai fatto prima e non volete farlo e non ci credete tanto, pregate quel Qualcuno che da lassù e chissà perché ci ama

-ricordarsi che in fondo, e forse anche in superficie, tutto sta andando per il meglio, anche se non sembra affatto.

 

Figlio e cibo

Il Figlio minore ama il cibo, vive per il cibo. La sua lettura preferita è Tripadvisor, recensioni ristoranti.

Quando può, mi marca a uomo al supermercato per consigliarmi su cosa comprare e cucinare. Cucina egli stesso, con passione. La sua merenda  è la pasta avanzata del pranzo, o, in alternativa, pane, prosciutto e un’intera confezione di certosa. Ciò nonostante, è stato capace di mettersi a dieta, con successo, quando ha preso la 32 di Levi’s.

Andare con lui a mangiare sushi o al ristorante Thai è una tragedia, lui è tipo da carne di cavallo, o salsiccia e patatine, lasagne e amatriciana. Eppure si adatta. Ha un sano rispetto per il dono di grazia che è il cibo.

E’ simpatico, conviviale, gli piacciono gli altri, tutti, gli piace campare. La tavola imbandita con tante persone è il suo ideale di vita.

Lo amo da morire.

Operazione Tabula Rasa

 Chi entra a casa nostra la trova ordinata, abbastanza ordinata, serena. Non sanno di che lacrime grondi questo risultato. Dentro le mura agiscono due forze opposte, quella di mio marito e dei Figli e la mia.

Loro vogliono tenere tutto, sono accumulatori seriali, preferibilmente di libri, computer vecchi, cassette che non si sa più come ascoltare perchè sono pezzi da museo i dispositivi di lettura, abiti, scarpe.

Dal lato opposto, io. Avendo scoperto con gli anni che il mio ideale di vita è monastico e fatto solo di un pagliericcio, una tonaca e una ciotola di legno, io butto tutto, letteralmente, anche i libri (orrore! direte voi, ma è anche vero che uno non può tenersi in casa qualunque cretinata sia stata scritta nei secoli). Marie Kondo in confronto a me è un angioletto. Io procedo con perfidia, facendomi del male, ma procedo. In primavera, ogni anno, inizio all’insaputa di tutti qui in casa l’operazione Tabula Rasa. Quando posso regalo, altrimenti butto. Come con la generosità nei voti, non mi sono mai pentita. E quando vedo gli scaffali alleggeriti, gli spazi nei cassetti e negli armadi, gli oggetti prima semisepolti che fanno capolino tutti contenti, mi sembra le stanze tornino a respirare.

Loro ogni tanto cercano cose e , non trovandole, mi accusano di averle buttate. Io nego, accetto le critiche sorridendo e consapevolmente, felice, continuo l’operazione Tabula Rasa. Loro non cercano MAI quello che io ho buttato. Erano tutte cose che ormai ignoravano di avere….

Ora devo arrivare a fare tabula rasa anche dell’operazione Tabula Rasa. Due regole entreranno in vigore prossimamente:

  1. se in casa entra una cosa è perchè se ne è regalata o buttata un’altra
  2. qualunque cosa entra in casa andrà pulita. Aumenterà la fatica quotidiana. Se vorrete occuparvene, acquistatela pure; tanto io tornerò al mio pagliericcio…

Figli e bagno

Lasciamo stare il fatto che i Figli riempiano i due bagni di casa con prodotti che neanche una Figlia avrebbe, né per quantità, né per qualità -dieci shamppo diversi, uno per ogni tipo di capello, gommine varie, gel modellanti, bagnoschiuma alle 256 vitamine, ecc…:  lasciamo stare che le loro docce durino ore, che le loro rasature siano dei capolavori. Il vero problema è come avvertano, con antenne invisibili, che io mi sto truccando, o facendo la doccia: subito iniziano a chiamarmi come se avessimo un incendio in casa

-Mammamammamamma!-

Ma l’altra sera, senza volerlo, li ho traumatizzati. All’ennesimo Mamma!, sono andata loro incontro dimenticando di avere sul viso la maschera all’argilla verde. Li ho visti paralizzarsi sconvolti. Hanno balbettato

-Mamma, non lo fare mai più…-

Figli e sveglia

L’altro giorno i Figli mi hanno detto -Mamma, è triste svegliarsi col cellulare, perchè non ci chiami tu, in un modo meno meccanico, un po’ più soft?-

Detto fatto, la mattina dopo alle sette meno un quarto, tiro fuori la vocina da Biancaneve e li chiamo più volte. Ronfano per un’altra mezz’ora buona. Indispettiti dall’insuccesso mi chiedono di essere un po’ più decisa.

La mattina dopo, alle sette meno un quarto, entro come una furia in camera loro, li chiamo sostenuta e alzo la serranda, in stile Questa è Sparta.

-Mamma, così è traumatico…-

Domani li lascio alla sveglia del cellulare che simula un allarme termonucleare ogni tre secondi.

Ancora su Umbria vs Sicilia

Tre anni fa uno dei miei figli ha preso la polmonite. Era un caldissimo settembre siciliano e lui ha preso la polmonite. Noi facciamo le cose in grande.

Quando il medico ha mormorato -Non sento il polmone sinistro- il mio cuore è come andato a sbattere contro un muro, letteralmente.

Poi, la lenta risalita verso la salute, il rantolo che si affievoliva sempre di più. Ma nel frattempo sperimentavo che le malattie sono viste in modo differente a seconda delle latitudini.

Quando in Sicilia dicevo che mio figlio aveva la polmonite, la gente faceva un balzo indietro e a occhi sbarrati mormorava polmonite… e io morivo di nuovo. Ma quando, per consolarmi, telefonavo ad amici e parenti in Umbria, la reazione era ben diversa

-Ah sì, polmonite? l’ho avuta nel 2011. Non ti preoccupare, poi passa-

-***l’ha avuta l’anno scorso-

-°°°°ne sta guarendo-

Insomma, sembrava poco più dell’influenza. E io telefonavo solo in Umbria. E preparavo i Cibi per quando si sta male 🙂

Figli e tè

Prima di Natale trovo dei bellissimi barattoli di porcellana inglese per la cucina: Salt, Coffee e..mancava lo Zucchero. Però c’era il barattolo con scritto Tea. Compro Sale, Caffè e Té. Lo zucchero lo metto nel barattolo del tè, tanto chi beve mai del tè in Sicilia? Sistemo di sera i tre barattoli nello scaffale della cucina, fiera dell’acquisto.

L’indomani all’alba, un urlo selvaggio dei figli dalla cucina -Mamma, dov’è lo zucchero?-

Mi precipito in cucina e spiego ciò che per me era di evidenza intuitiva, lo zucchero è dove c’è scritto Tea, che altrimenti sarebbe vuoto.

-Mamma, PERCHE’?-

L’altro ieri ripasso nello stesso negozio, vedo il barattolo della stessa serie con scritto Sugar, lo compro, a casa vi metto lo zucchero e nel barattolo con la scritta Tea metto l’origano.

L’indomani all’alba, un urlo selvaggio dei figli dalla cucina -Mamma, dov’è lo zucchero?- Divento una belva e grido loro che non sono mai contenti.

-Mamma, basta-

 

Cibi (o quasi) per quando si stava male

In primo luogo, a casa mia stare male era da cretini o da persone molto vecchie, cioè dai trent’anni in su secondo il nostro punto di vista di allora.
Le nuove generazioni, i nostri figli, si crogiolano nei loro malanni, ci prendono gusto e li fanno durare con voluttà. Implorano in tal modo, e ottengono, quell’attenzione e quelle coccole che gli hanno negato per forza di cose schiere di madri lavoratrici.
Ai miei tempi, no. I veri bambini e i veri uomini non si ammalavano, e se si ammalavano, fingevano di stare bene. Nonne, madri e zie d’altronde non prendevano nemmeno in considerazione un nostro mal di pancia o mal di testa; anzi il mal di testa non era neppure ontologicamente contemplato nella lista delle cose esistenti; se più volte proclamato era un francesismo, una raffinatezza eccesiva degna dei cugini d’Oltralpe, e come tale rifiutato o deriso, mai curato con un analgesico. La realtà, ora lo so, era che avevamo avuto un grande dono ad avere questa tempra e di questo adesso ringraziamo la Provvidenza.
Tuttavia, ogni tanto, c’era un’emergenza reale, per un morbillo, una parotite, un’epatite, vale a dire malattie sparite in quest’epoca di Vaccinazioni Totali, qualcuno di noi stava così male che si metteva a letto. Allora scattava l’allarme rosso. Le medicine si somministravano, volenti o nolenti, tra i volti tetri dell’intera famiglia che riteneva questo ricorso alla Scienza una capitolazione, o un’onta. Ma accanto a ciò, e con volto serio e definitivo, la madre somministrava la dieta giusta, non appena il bambino fosse in grado di tenere il cibo ( cioè di non vomitare, termine in disuso a casa). Si aveva più fiducia in questo che in tutto il resto, ma non si diceva.
Il ritorno alla salute e ai giochi era segnato dal vassoio che veniva posato sul comodino, il cui contenuto il piccolo malato scrutava con ansia, per cogliervi i segnali propizi, forando con lo sguardo la penombra. Ancora oggi queste immagini, queste ricette, coccolano e curano, come allora.

La dieta era basata sul concetto che un solo cucchiaino che il malato riuscisse a trangugiare dovesse contenere quanta più sostanza possibile, per assicurare il massimo nutrimento in caso che lo stomaco non tenesse. Cosa poi significasse il termine sostanza nessuno lo sapeva bene: era ciò che tirava su, un concentrato di energia pura, un distillato di proteine o zuccheri.
La dieta prevedeva vari steps:

-prima di ogni altra cosa acqua di Sangemini, a cucchiaini. Ci ho messo quarant’anni a bere di nuovo la Sangemini, che per me era stata associata ad acetone e morbillo e quindi disgustosa. Adesso è la mia acqua preferita. Le mamme hanno sempre ragione.
-appena si teneva la Sangemini, si passava a Sangemini e zucchero.
-quindi pastina con olio extravergine e parmigiano
-quindi brodo, senza Armagnac e cotto per SEI ore. Un solo cucchiaio rimetteva in sesto da molte cose.
-quindi la temutissima fettina al vapore, che si fa così: in un padellino mettete una fettina di carne rossa magrissima e ponetelo sul fuoco sopra un pentolino colmo di acqua bollente. Pian piano la carne inizierà a rilasciare il suo succo che andrà raccolto con un cucchiaio e messo in un bicchiere. Quindi la carne, man mano che rilascia il succo, andrà raschiata con la lama d’un coltello; ogni volta che si raccoglie il succo una raschiata. Alla fine si otterrà uno sfilacciato di carne che andrà condito col succo messo da parte. Un vero orrore, è vero, ma l’unico modo di dare al malato tutta la sostanza della carne con la cottura più digeribile che ci sia.
-Infine, quando proprio la convalescenza era al termine e si stava per uscire finalmente di casa, il segnale della guarigione era la stracciatella. A casa si faceva col brodo di cui sopra, sempre senza Armagnac, un rosso d’uovo sbattuto col parmigiano e la noce moscata, messo nel brodo bollente in modo che fosse cotto, e le sfere di pasta reale, quei piccoli bignè salati così difficili da trovare in Sicilia.

Quando si arrivava alla stracciatella, eri praticamente guarito.

Di tutta questa dieta non uso quasi più nulla quando stiamo male. Oggi ci si cura in modo più rapido. Però uso ancora il termine sostanza e faccio ancora la stracciatella. D’inverno, perché in Sicilia una minestra così si può fare solo da Gennaio a Marzo, dopo o prima è impensabile.