Shop on line e botteghe

Da poco ho scoperto che, almeno qui da noi, andare dal macellaio o dal fruttivendolo sotto casa fa risparmiare rispetto all’equivalente nei grandi supermercati, Quindi, io che sono una fanatica dello shopping on line, ho voluto verificare se è vero anche per i generi non alimentari. Ebbene, talvolta, non sempre, è così anche per questi.

E ne sono traumatizzata. Disabituata ormai ai rapporti umani che non siano il buongiorno al corriere, come farò ad avere di nuovo a che fare con commesse che giurano mi stia bene persino un piumino bianco?

Odore di pizza

pizza-1209748_1920Foto di <a href=”https://pixabay.com/photos/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=1209748″>Free-Photos</a&gt; da <a href=”https://pixabay.com/it/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=1209748″>Pixabay</a&gt;

Il Figlio minore si è messo a dieta. Per rinforzarlo nella sua decisione, sofferta, siamo anche andati dalla nutrizionista. Sei, sette chili, poco, per la sua altezza. Quindi crackers, frutta, barrette di cereali, tutto il pacchetto. Perfetto.

Poi, l’altra mattina, entrando nella stanza, ho sentito odore di pizza. Inequivocabile. Pizza. Quando era proibito la sera prima. Mamma, no, non preoccuparti, lo so, ti stai sbagliando, sto attento…

Ieri sera, in una trattoria del centro storico per una ricorrenza familiare, una di quelle che qui chiamano Arrusti e mangia, dove buttano tutto sulla brace e poi te lo mettono nel piatto, dai carciofi alla carne di cavallo, ho sentito che i camerieri salutavano il Figlio minore: Ciao F.! Mpare, commu sì? (Amico, come stai?). Allibita: LO CONOSCEVANO!

I suoi occhi da Bambi pentito non mi faranno desistere dalla decisione: d’ora in poi nella credenza e in frigo ci sarà il vuoto pneumatico, interstellare. Se fuori non resiste, qui non troverà nulla. Poi penso a quando ci si inginocchiava dicendo Padre, ho peccato, con ben altre (forse presunte) colpe sulla coscienza, e penso che forse era meglio che sentirsi in colpa davanti alla nutrizionista. Ho anche un po’ di nostalgia…

Ode alla padella in ferro

Stanca delle padelle antiaderenti (sarà graffiata? quali sostanze starà rilasciando nei cibi? e già mi sentivo malata), ormai preda da più anni di un’Operazione Nostalgia su vasta scala, ho acquistato una padella in ferro di una nota marca francese. Ero molto dubbiosa, ma in poco tempo la crosticina dorata dei fritti, la rapidità di cottura, il sapore delle cose cucinate mi hanno conquistato.  E poi, volete mettere il piacere di usare la forchetta di metallo su una padella?

Cibo di guerra, 4

Full frame of light roasted coffee beans

Durante la guerra, miei nonni e mia madre abitavano a Roma, zona Esquilino, a un piano rialzato. Già nel ’42 il caffè non si trovava più, nemmeno al mercato nero. In casa mia nonna ne teneva una piccola scorta per quando mio nonno fosse stato sofferente con la gamba (maciullata nel corso della prima guerra mondiale). Per tutti i giorni si usava il caffè di cicoria, una sbobba orribile, raccontava, meglio niente.

E poi, Roma era ormai città aperta, quando mio nonno ebbe uno dei suoi attacchi, mia nonna fece il caffè vero. Dalla strada si levò un clamore: chi c’ha il caffè? Signò, un goccetto per amor di Dio! Senti un po’, chi è sto fortunato? Finestre subito richiuse, caffè trangugiato in fretta e così tanta paura di un assalto popolare che il resto dei chicchi fu macinato a guerra finita.

Figli e fiducia

Pochissimo influenzata dal fatalismo isolano in virtù del mio sangue umbro, oggi mi sono accinta a modernizzare e alleggerire la borsa da terremoto. Questo sebbene in cuor mio creda (speri) che tutti i discorsi sin qui ascoltati sul Big One siano da ridimensionare grazie al cemento armato (l’attesa del Big One è uno degli argomenti prediletti dalla gente dopo il terremoto). Quindi al computer, quando ero sola, ho messo nel carrello acquisti coperte termiche arancioni, fischietti arancioni anch’essi e sacchi di croccantini per il cane.

Il Figlio grande sopraggiunge alla mie spalle silenzioso come un puma

-Due sacchi di croccantini per il cane?!?! Perché??- glielo dico cercando di minimizzare.

-Esagerata! Esageratissima! Poi arrivano i soccorsi e ci portano del cibo, no? Mica è la fine della civiltà! Mica sarebbe un mondo post-nucleare stile Fall Out!-

Non ho accennato alle stime sui morti e sui danni che si attendono, né sui timori circa i piloni dei viadotti in autostrada e le piste dell’aereoporto; ho accettato il ruolo di Vecchia Mamma. Lui si è allontanato scrollando il capo e io ho cliccato sul pulsante Acquista.

Irlanda 2018, 6 (e ultimo)

E dunque bye bye Irlanda, anche per quest’anno, con il mio  splendido nipotino biondo come il grano che mi supplica di restare, con le tue querce, le tue scogliere,  gli abitanti che sembrano usciti da un libro di fiabe, e i negozietti abbandonati che sembrano usciti da un libro di Harry Potter.

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Bye bye. Qui di seguito, notazioni a margine che possono essere utili ai viaggiatori:

1) Inglese: mio nipote dice che parlo inglese come gli italiani nei film, i Figli (uno per spalla) continuano a sibilare  a ogni cosa che dico Mamma che cosa stai dicendo? e gli irlandesi che sorridono, mi capiscono e mi rispondono, nonostante tutto. Non sono come gli Inglesi, che se non dici tutto come vogliono loro tirano dritto per la loro strada, sono gentilissimi davvero.

N.B. continuo a pensare che è stata una follia scegliere come lingua franca una lingua che si pronuncia in modo diverso da come si scrive. Molto meglio l’italiano, allora, o il tedesco.

2) Cibo. Buonissimi il latte, il pesce (provate il salmone selvaggio, wild salmon, è un’altra cosa da ciò che si mangia in Italia come salmone!), la carne, ma presentati in un modo un po’ monotono.

Occhio a quando nei menu trovate scritto tomato: talvolta è ketchup (orrore)!

3) Quando eravamo grandi.

la vera highlite della National Gallery di Dublino, copertina in tutte le guide, è ancora e sempre lui:

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il sublime, eterno Caravaggio. In ogni residenza storica, in ogni facciata degna di questo nome, in ogni profilatura antica di porta o finestra, c’è sempre lo stile italiano, putti, maioliche verdi gialle e blu, capitelli e balaustre. Come a Praga, a Varsavia, a Vienna. Davvero eravamo grandi e  dettavamo legge in fatto di stile. C’è persino il ritratto di un nobile irlandese che si è fatto raffigurare con il Colosseo e il Vesuvio insieme sullo sfondo: a dichiarare a tutti che li aveva visti entrambi, titolo culturale di livello eccelso – che tenerezza!

Ma che è successo dopo l’Ottocento?

Cibo di guerra, 3 (Bombardamento di San Lorenzo, Roma 19 Luglio 1943)

 

260px-Bombardamento_di_RomaRoma, 19 Luglio 1943. Mi madre che abitava sull’Esquilino vicino la stazione Termini, aveva 14 anni e molta fame.

Verso le 11 di mattina era andata a Piazza Vittorio a fare la spesa, con la sporta a rete come quelle che si usavano allora, e ogni tanto tornano di moda come borse. Tutti pensavano che Roma non sarebbe stata mai bombardata, per il Papa e per il Colosseo. Nessuna paura in giro, quella era un cosa che riguardava Napoli. Roma era al sicuro.

E poi sopra le bancarelle le fortezze volanti, a gruppi di tre, a ondate continue. Cercavano la caserma di Castro Pretorio e colpivano il Verano; cercavano la stazione Termini e colpivano San Lorenzo. (Mussolini era a colloquio con Hitler. Gli riferirono del bombardamento di Roma e lui prese a tergersi il sudore dalla fronte col fazzoletto. Sapeva già che finiva tutto. Roma era tutto).

Mia madre non mangiava da un anno. Tra il fumo,  i sibili delle bombe vicinissime, e le urla, vide luccicare su una bancarella delle pesche, rosse e gialle, mature, sugose. Tutto sparì intorno, restavano solo le pesche. E si slanciò a rubarle, tra le grida della gente che scappava

-Ragazzina, và al rifugio!

-Vai a casa, corre!-

Lei non le sentiva, sentiva solo il sugo delle pesche, e di tutta la frutta, di tutta la verdura che non aveva mangiato da un anno. Riempì la sporta e a casa ebbe tante scrollate e urla dai miei nonni disperati, che la davano per morta sotto le bombe.

Poi, dopo la sfuriata, un vociare lontano, come di mare in tempesta. Una corsa in strada e in fondo a via Togliatti la massa di gente, coi materassi sulla testa e i ragazzini in braccio, che prendeva d’assalto i treni (tanto la stazione non era stata colpita). Poi un silenzio improvviso che si propagava e qualche voce appena, reverente, stupita: è Il Papa; è Sua Santità; è uscito dar Vaticano. Il Papa nella foto che tutti conoscete, che benediceva gli sfollati di San Lorenzo e il silenzio arrivava lontanissimo, fino a Termini; e le sue braccia aperte ricreavano il cupolone sopra chi aveva perso tutto.

Il Pranzo dei morti, 9

Quando Totò entrò nella sala, a piccoli passi discreti, trovò i tre gentiluomini con gli occhi brillanti e divertiti

-Favorite di annunciarci al marchese- intimò il barone di Ripasaltas e le sue parole suonarono come una dichiarazione di guerra alla follia e a ciò che rende brutta la vita.

Sale e salette sul porto tutte accese per l’arrivo di due navi dall’Oriente; vociari lontani di scaricatori e picciotti, tutto sospingeva i tre e li rendeva curiosi, timorosi e tuttavia certi della vittoria. Movimento, flusso e forza intorno a un centro divino, gridava tutto intorno a loro e li faceva sorridere.

Resi così lieti, quando Totò aprì i battenti della sala da pranzo e Gerlando s’inchinò davanti a loro, si fermarono stupiti. Ricordavano la vasta sala, ma non così, con quei girali di acanto verde e narcisi gialli alle pareti e sulla tavola, e identici sui piatti di porcellana; con quei sottopiatti dorati come soli, e quel contrasto feroce di colore, giallo e verde, ripetuto ovunque, che scuoteva per originalità e chiamava alla rivolta, alla partenza dei bastimenti, all’uscita dalla terra delle nuove piante; tutto ciò rinsaldava l’impresa che avevano in animo di compiere.

Un lieve rumore di passi, un bisbigliare sommesso d’incoraggiamento, e il marchese di Carabas fece il suo ingresso. Nulla sul volto di Gerlando rivelava la fatica tremenda di quel percorso dalla camera da letto alla sala, della vestizione, dei lunghi discorsi persuasivi della marchesa per convincere il marito e del quieto, folle mormorio di lui, così spaventoso nel suo delirio

(Un pranzo, con i vostri amici; No! non mangerò, non ho più lo stomaco; e poi sono morto chi volete che voglia vedere un morto? E quali amici poi?

I vostri, il Lancia, Il Ripasaltas, il d’Ingalbes, che morirono ier l’altro in un naufragio durante uno scontro fra pirati barbareschi e flotta trapanese: lo sciabecco che doveva trasportarli a Napoli, dal nostro caro Re, s’inabissò in un batter d’occhio, sfondato da una cannonata.

E com’è che se son morti non li ho avuti accento a me?

Chiedetelo a loro marchese, che ne so io dell’Aldilà?

E’ vero, devo chiedere a loro, chissà dove sono stati messi…mi dovrò vestire, forse.

Certo! E di tutto punto! Quale completo preferite, quello zafferano o quello verde reseda? Zafferano? Gerlando, presto! Redingote, il panciotto con i bottoni di madreperla e le coulottes con la passamaneria verdina! E la parrucca col codino! No, no, marchese, ormai l’avete detto, essi vi attendono, non potete rifiutarvi più. Dovete raccontarvi tutto. Non vorrete andare in camicia da notte!

Sì, devo sapere. Come sarà stato per loro il morire? Lieve come per me o doloroso? Poverini, in tutta quell’acqua di mare…E ci vedremo ora che siamo tutti nell’Aldilà? Mi piacerebbe rammentare con loro la vita sulla terra. E uscire magari per la passeggiata sulle mura: credo che saremo invisibili a tutti. Sì, c’è ancora un po’ di gioia in serbo per me in questa grande nebbia che la morte è…

Di tutto converserete, marchese, a tavola sarete solo voi morti; sarà la vostra cerimonia d’introduzione nell’Aldilà, credo.

Ma non è necessario mangiare, non ho fame, non posso inghiottire: dove finirebbe il cibo, se non ho stomaco? No, non vado, non mi vesto.

Ma la cerimonia di ammissione nel mondo spirituale prevede un pranzo in pompa magna. Un addio al mondo in cui si mangia, poi non vi sarà più cibo. Gli angeli vi metteranno lo stomaco al suo posto solo per questo giorno. Andate, vi aspettano)

 Totò sosteneva il marchese per il gomito, seguendolo nei suoi piccoli passi faticosi. I tre nobiluomini ammutolirono, tentando di riconoscere il loro amico in quel lemure, in quella creatura grigia, fatta di quattro zeppi nuotanti in un vestito sontuoso.

Al d’Ingalbes salirono le lacrime agli occhi e per nasconderle bevve d’un fiato il bicchiere di rosolio che aveva in mano, Ripasaltas serrò i denti e il principe Lancia si precipitò a sostenere l’amico malato.

-Siete voi, siete voi- mormorava rauco il marchese. Tutti quindi si chiusero intorno al malato e vi furono istanti pieni di esclamazioni, riconoscimenti, balbettii, lacrime. Gerlando in mezzo ciò si ergeva come un faro sulla roccia flagellata dalla tempesta. Infine si sciolsero dall’abbraccio e si guardarono

-Come siete belli amici miei! E giovani…-mormorò il marchese accasciandosi a capotavola –davvero ingiusta la morte…-

-Oh, non datevene pensiero!- fece il d’Ingalbes –molto meno di quanto non si tema da vivi. Un tuffo nell’acqua profonda ed eccoci qua-

-Non fu dunque lungo e doloroso per voi?-

-No, carissimo- il principe Lancia si era asciugato le lacrime e sorrideva. Trovando scialbo quanto detto dal d’Ingalbes, lo integrò a suo talento (era da sempre così, s’abbelliva tutto, forte del suo gusto e della sua intelligenza) -Non era bello farsi riempire d’acqua, c’era un senso di oppressione, come una grande mano sul petto che premesse e premesse, ma è stato un battibaleno. Poi è arrivata subito una gran luce beata che ci ha sospinto via in avanti. E per voi, come fu?-

Il marchese fece un gesto vago, a testa bassa

-Un tedio lunghissimo, e quanto più mi annoiavo e tutto diventava grigio, lo stomaco e il cuore si consumavano, come stoffe vecchie nella liscivia. Sentivo la forza defluire. E’ stato terribile. Niente luce, neppure un pochino. Devo essere all’Inferno, credo-

-All’Inferno? Oh no, quello solo per peccatori grandissimi, che si compiacciono anche in morte di ciò che hanno fatto. Noi, amico mio, siamo solo piccoli peccatori; ricordate che ci sentivamo sempre un po’ in colpa?-

Il marchese non era convinto –Perché allora quando siete morti non vi ho incontrato, ier l’altro? Io sono morto già da quindici giorni!-

-Bevete un sorso di vino e vi spiegheremo. Ecco, bravo. Il fatto è che per noi peccatori nell’Aldilà costruito dal Buon Dio, un Aldilà che non è proprio quale la Chiesa Santissima ce lo dipinge in vita, le cose stanno diversamente-

E venne descritto quanto segue, dal principe che sempre nella loro piccola compagnia era stato il più dotato di una sorridente intelligenza che gli faceva accettare la vita con spirito ed eleganza .

Quando si muore, disse, si muore in modi molto diversi. Alcuni vedono la gran luce sospingente e chiamante, altri si spengono come candele al lumicino, piano piano. Ciò comporta un’accoglienza diversa. Chi ha visto la gran luce entra in una specie di festa dove incontra tutti i morti che l’hanno preceduto, dai re ai mendicanti; chi si spegne lentamente viene posto in un grande nebbia morbida, nella quale lentamente emergono, come conchiglie dalla sabbia, gli amici già morti. Il criterio è fondato non sui meriti, ma sul carattere del moriente; per cui l’indole delicata assapora il delicato vapor acqueo, il carattere robusto la luce violenta.

-Per sempre?- la voce del marchese tremava appena.

Figlio e cibo

Il Figlio minore ama il cibo, vive per il cibo. La sua lettura preferita è Tripadvisor, recensioni ristoranti.

Quando può, mi marca a uomo al supermercato per consigliarmi su cosa comprare e cucinare. Cucina egli stesso, con passione. La sua merenda  è la pasta avanzata del pranzo, o, in alternativa, pane, prosciutto e un’intera confezione di certosa. Ciò nonostante, è stato capace di mettersi a dieta, con successo, quando ha preso la 32 di Levi’s.

Andare con lui a mangiare sushi o al ristorante Thai è una tragedia, lui è tipo da carne di cavallo, o salsiccia e patatine, lasagne e amatriciana. Eppure si adatta. Ha un sano rispetto per il dono di grazia che è il cibo.

E’ simpatico, conviviale, gli piacciono gli altri, tutti, gli piace campare. La tavola imbandita con tante persone è il suo ideale di vita.

Lo amo da morire.

Olanda, ancora

I supermercati olandesi sono molto diversi da quelli irlandesi e molto simili ai nostri. Banchi enormi di freschi, in entrata; reparto alcolici ragionevole e in uscita, accanto ai detersivi; montagne di formaggi meravigliosi, come questo:

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Moltissima cucina indonesiana, in virtù delle colonie di un tempo considerata alla stregua di quella locale (invisibile, patate e carne, bunissime, in localetti da scoprire col lanternino).

Alla periferia delle città, nessun cimitero o ospedale. We are immortals, ha riso il mio amico olandese quando l’ho osservato. La morte evitata anche col pensiero, o forse ridotta alla stregua di cosa banale, da sbrigare in fretta e senza dar fastidio, peggio ancora.

Una ricchezza, una tranquillità, una pulizia di tutto, un buon gusto tali da gettare nello sconforto qualunque abitante dell’Europa meridionale. Davvero umiliante. Poi ti chiedi cosa nasconda tutto questo, quale negazione o terrore e ti ricordi della morte negata o razionalizzata.

Al Museo Van Gogh eravamo tutti non olandesi. In Italia è impossibile che nei musei non vi siano italiani, in Olanda non ci sono gli olandesi. Forse per questo lui se ne è andato. I miei ragazzi hanno chiesto di visitarlo nelle ore libere. Il museo era straordinario, grondava dolore come nessun altro posto al mondo.

Ma gli italiani, gli italiani sì, sanno come guardare un quadro, chiedete a loro, scriveva Chastel. Questo ancora nessuno ce l’ha tolto.

E io mi godo il nostro sottosviluppo.