Per favore, non mangiate i coniglietti

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Qualche anno fa in casa abbiamo avuto un coniglio, chiamato Foglietto. La manina di mio figlio era calata inesorabile su quello che sembrava un tenero cucciolotto.

Invece era una belva feroce, il maschio alpha. Ruggiva, mordeva, scappava, odiava le coccole e non si faceva mai prendere in braccio. Del tutto anaffettivo,  indifferente a tutti noi, non sembrava neppure intelligente.

Poi, un bel giorno, ha iniziato a saltellare intorno ai nostri piedi e a compiere degli otto intorno alle scarpe. Che carino! Mamma, guarda ci fa le feste! gongolavano i Figli. Una rapida ricerca su Internet ha svelato l’orrida verità: era un rituale di accoppiamento! Dalle frasine dolci siamo passati alle pedatone, all’istante. La belva, che già mostrava un laido interesse per un certo paio di scarpe scamosciate, ha rivolto il suo interesse verso la palla del Figlio minore. La inseguiva per ore, ma poteva a soddisfare i suoi bassi istinti solo se riusciva a cacciarla in un angolo, o se qualcuno, mosso a pietà, gliela stoppava un istante.

Eppure, eppure, ha conquistato il nostro cuore, un giorno che sentendo qualcuno nel pianerottolo, si è paralizzato con gli occhi sbarrati e ha iniziato a battere la zampa per terra, come Tippete nel bosco. e da allora ci ha sempre avvisato così, se estranei si facevano vicino alla porta. Un coniglietto da guardia.

E poi un bel giorno ho ricevuto il suo massimo omaggio, quando sono tornata da una breve assenza e lui al vedermi si alzato sulle zampe posteriori, ha unito le anteriori come in una preghiera e poi mi è saltato in grembo. Gli ero mancata.

Tutto questo per dire bene, non mangiamo i conigli. Sono molto, molto più intelligenti di quel che pensiamo, non meritano di finire nel piatto.

Le olivette di Sant’Agata

Oggi a Catania è la festa di Sant’Agata. Una festa  che dura tre giorni, lenta tanto da chiedersi che cosa un non catanese possa mai trovarci. Eppure i turisti ci sono, vengono a vedere le strade chiuse al traffico e tutta la gente in strada, con enormi candele, ognuna simbolo di una grazia da chiedere. Ci si serra intorno al fercolo della Santa, e sembriamo onde intorno a uno scoglio, portando ognuno in cuore un desiderio da esaudire, le solite cose, così preziose per noi, che siamo tutti dei poveracci in fondo in fondo senza distinzione, un lavoro, un figlio, una guarigione. Nei quartieri più poveri le grazie vengono chieste urlando in ginocchio.E lei rimane lì sorridente, come se dicesse -Ma che fate? Non sapete che tutto è niente?-
Sorride così, bella e simpatica:

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Cibi di strada, i soliti, ovunque. Torroni, caramelle, zucchero filato, bancarelle improvvisate in cui si arrostisce ogni tipo di carne, dal cavallo al maiale e la si condisce con olio e origano profumatissimo. Il mio preferito sono le olivette, pasta reale colorata di verde e coperta di zucchero, o cioccolato fondente.
IMG_0783 Una delizia da mangiare a chili. Bella pure la storia che mantiene in vita questo dolce. Si racconta che quando sant’Agata era chiusa nel carcere , sfinita dopo le lunghe e atroci torture inflittele per volontà del procuratore romano della città, al mattino ebbe fame. Ma nessun carceriere le portava del cibo. Allora la ragazzina si fece alla finestrella, raffigurata nella foto sotto, e l’albero di olivo che era là vicino protese i suoi rami fino alle sue dita, affinchè potesse cogliere le olive e così saziarsi.
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E penso che forse la santità è questo, questa connessione con le creature, che si crea con lungo amore e rispetto.
Un forestiero un giorno mi ha chiesto -Ma fate tutto questo, queste nottate, questi fuochi, per una Santa?- Amico mio, e per chi altri dovremmo farlo?

Se volete avere un’idea di cosa sia la festa, ecco qui un video da premio Oscar: https://vimeo.com/158013412

 

Tra veg e dieta paleolitica: la terza via

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Diete nuove ogni giorno, sensate o strampalate, carne sì, carne no, gluten free, sugar free, lactose free, bio, no Ogm, e mai una volta che ci fosse la only sugar o la only pasta diet, non ci si capisce più niente. E ormai anche le testate giornalistiche più autorevoli hanno rubriche di cucina e tutti, me per prima, disquisiscono di cibo.

Però da nessuna parte si legge la soluzione suggerita dal libro di Foer di cui scrivevo nel post precedente: la carne kosher. La carne macellata secondo le regole del casherut ebraico, https://it.wikipedia.org/wiki/Casherut.

Solo alcuni animali, bovini, ovini, cervidi, cresciuti il più possibile secondo natura e uccisi in un secondo con un affilatissimo coltello usato solo per questo e lontano dagli altri animali ( perchè le povere bestie che guardano capiscono che poi toccherà a loro, hanno terrore e secernono adrenalina; e in genere capiscono tanto, tantissimo, molto più di quello che ci piace pensare).

Questa è l’unica, vera soluzione. E non solo per motivi etici. Quest’estate a Roma ho mangiato la carne kosher. Non ho mai mangiato carne più buona. Si scioglieva in bocca come crema, adrenaline free, e il sapore è stato una rivelazione, un momento quasi mistico in cui il mio cervello ha esclamato” Questa è Carne!”.

Ma qui non trovo nessuna macelleria kosher…

Povere bestie

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Ogni tanto mi piace soffrire. Lo scelgo con consapevolezza e poi l’intera famiglia ne fa le spese.

Ad esempio, un paio d’anni fa ho letto comprare il libro di Foer, scrittore americano di origini ebraiche, sugli allevamenti di animali da macello negli Stati Uniti. Voi che leggete qui, se volete continuare a mangiare carne senza pensieri, non comprate questo libro. Immagino che la situazione degli allevamenti americani, a quanto descritto nel libro, sia molto peggio  che in Europa; ciò non toglie che situazioni piuttosto simili possano esserci anche da noi.

Il libro si è aggiunto in me allo stupore di vedere la straordinaria intelligenza del coniglietto regalato a uno dei miei figli. Non posso negarlo: uccidiamo creature senzienti. Forse i pesci meno, mi dico, spero. Risultato: in questa casa non si mangia più coniglio. E poca carne in generale.

Poca carne anche di maiale, animale che francamente odio, essendone stata inseguita in campagna da un esemplare quando ero bambina e, pur in bicicletta e molto veloce, non riuscivo a distanziarlo…il maiale non è tanto pacifico ed è anche notevolmente rapido per la stazza che ha. Ma un giorno ho visto come lo si uccide, ne ho udito il pianto simile a quello di un neonato, pianto che si alza molto prima che l’uomo mostri il coltello o apra il cancello.E non l’ho più dimenticato.

Una soluzione nel libro di Foer è prospettata…ma la racconterò in un prossimo post, il tempo a mia disposizione è finito.