Sicilianitudine, 1

Non amo lo stile di Camilleri, soprattutto quello dei primi romanzi: troppo dialetto per una non siciliana come me. Però apprezzo la sua acutezza e la sua ironia che spesso, con un solo dettaglio, rivelano la mentalità isolana meglio di tante analisi politiche e sociali (come sempre l’artista è un po’ più avanti degli altri e questo ovviamente gli costa molto, anche se guadagna tanto).

Non ricordo in quale romanzo il commissario Montalbano ha promesso all’eterna fidanzata Livia un viaggio a Parigi per Capodanno. Ovviamente ha in corso un’indagine, ma non può ammettere, neppure davanti a sé stesso, che preferirebbe non partire. Poi, passando davanti alla casa della cameriera Maria, sente odore di frittura. Ecco, Maria fa gli arancini, e io vado a Parigi!

Credetemi, amici di blog, tutti i siciliani, sotto sotto, sono così. Non credono che valga mai la pena di andare altrove. Hanno già tutto. E un pochino hanno ragione.

Antidepressivi naturali

Foto scattata al volo in un qualsiasi baretto di qua. Giusto per dare un’idea della tavola calda siciliana. Si chiama così, non so perchè. Da sinistra, in prima fila pizzette ( non le solite, la pasta è morbidissima, ricca di strutto, una delizia); al centro cartocciate agli spinaci (specie di pizzette piegate in due con pomodoro, mozzarella, prosciutto e altri ingredienti come in questo caso); a destra patè (pasta sfoglia con dentro prosciutto e formaggio). In seconda fila, da sinistra cartocciate semplici, cartocciate con wurstel e in fondo due bombe (queste sono al forno, ma si trovano anche fritte -è la pasta della pizzetta con dentro formaggioe prosciutto cotto), e poi…sua Maestà l’arancino.

Quello a punta è col ragù, quelli tondi possono essere al burro, agli spinaci, alle melanzane, i miei preferiti, perchè del tutto vegetariani. Solo melanzane fritte, basilico, emmenthal.

Dicono che l’arancino sia stato inventato nel Regno delle due Sicilie per usare il riso, che non piaceva e che a Napoli veniva chiamato sciacquabudella, vale a dire incapace di togliere la fame. I monsù di qualche nobile famiglia inventarono l’arancino per indurre principini capricciosi a mangiare il riso. Bè, ci sono riusciti. Un colpo da maestro che sfida i secoli.

Perché in qualunque condizione tu sia, triste, annoiato, depresso, se addenti un arancino ti sorprendi a pensare che in fondo, sì, la vita è proprio bella.

Che cosa trafugare?

Giorni di lavoro atroce. L’altro ieri ho dimenticato sul mio tavolo il cellulare (piuttosto bello e piuttosto nuovo) e l’involto con i due arancini che erano il mio pranzo. Quando sono tornata indietro dopo un paio d’ore, il cellulare c’era, grazie a Dio, ma gli arancini no.

Meglio così 🙂