Stress e tecnologia, ancora tu

Il giochetto che i produttori di cellulari stanno conducendo è lampante: vogliono unificare tablet e cellulare, in modo che si porti una cosa sola. I tablet si allargano, in modo che non entrino più in una comune borsa da donna e sembrino sempre più un computer ( secondo loro: in realtà è scomodissimo scrivere da un IPad ad esempio). Contemporaneamente il cellulare si dilata, ma non può raggiungere le dimensioni ottimali per chi deve portare occhiali da lettura.

Purtroppo il mio vecchio, amatissimo cellulare mi sta lasciando, non può ricevere ulteriori aggiornamenti. La commessa mi presenta un cellulare di ultima generazione, grande come un lenzuolo. Io la blocco subito.

Signorina, è troppo grande. Ma in borsa entra. Non voglio portare il cellulare in borsa: se mi scippano? Bè, allora…in molte tasche entra. Non nelle mie. Ma se cambia jeans…Non posso vestirmi in funzione del cellulare!

Tutte le signore presenti in negozio hanno esultato gridando E’ vero, è vero! Speriamo adesso che il tumulto arrivi ai produttori….

 

 

Odore di pizza

pizza-1209748_1920Foto di <a href=”https://pixabay.com/photos/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=1209748″>Free-Photos</a&gt; da <a href=”https://pixabay.com/it/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=1209748″>Pixabay</a&gt;

Il Figlio minore si è messo a dieta. Per rinforzarlo nella sua decisione, sofferta, siamo anche andati dalla nutrizionista. Sei, sette chili, poco, per la sua altezza. Quindi crackers, frutta, barrette di cereali, tutto il pacchetto. Perfetto.

Poi, l’altra mattina, entrando nella stanza, ho sentito odore di pizza. Inequivocabile. Pizza. Quando era proibito la sera prima. Mamma, no, non preoccuparti, lo so, ti stai sbagliando, sto attento…

Ieri sera, in una trattoria del centro storico per una ricorrenza familiare, una di quelle che qui chiamano Arrusti e mangia, dove buttano tutto sulla brace e poi te lo mettono nel piatto, dai carciofi alla carne di cavallo, ho sentito che i camerieri salutavano il Figlio minore: Ciao F.! Mpare, commu sì? (Amico, come stai?). Allibita: LO CONOSCEVANO!

I suoi occhi da Bambi pentito non mi faranno desistere dalla decisione: d’ora in poi nella credenza e in frigo ci sarà il vuoto pneumatico, interstellare. Se fuori non resiste, qui non troverà nulla. Poi penso a quando ci si inginocchiava dicendo Padre, ho peccato, con ben altre (forse presunte) colpe sulla coscienza, e penso che forse era meglio che sentirsi in colpa davanti alla nutrizionista. Ho anche un po’ di nostalgia…

Storie di povere ragazze, 1 Ankhesenpaaton

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Tutankhamon e Ankhesenpaamon © Ad Meskens / Wikimedia Commons

Le ultime indagini genetiche, di cui sono noti solo i risultati finali, dimostrano che Tutankhamon era figlio del predecessore Akhenaton, il quale lo aveva generato da una sorella. Dalla bella e amatissima  Nefertiti aveva infatti avuto solo sei figlie; la terza delle quali era Ankhesenpaaton.  Questa a nove anni sposò il fratellastro Tutankhaton, di pochissimo più grande di lei. I due ragazzini furono affiancati da un Consiglio di reggenza, guidato dal sacerdote Ay. In breve tempo i due sovrani chiusero il culto monoteista di Aton, imposto all’Egitto da Akhenaton,  fecero riaprire i templi e mutarono l’ultima parte del loro nome da -Aton ad -Amon.

Secondo Howard Carter, scopritore della tomba di Tutankhamon, il faraone fu ucciso a diciotto anni. Rinvenne infatti nella mummia una lesione sulla nuca e due frammenti endocranici che difficilmente si spiegano con la pratica della mummificazione. Gli studi più moderni attribuiscono invece  la morte precoce  di Tutankhamon a infezioni o traumi. Nella tomba ci sono anche i feti mummificati di due bambine, uno di cinque, l’altro di circa sette mesi di gestazione. Figlie di un doppio incesto, non sono arrivate neppure a nascere.

Devo dire che l’ipotesi di una morte naturale per Tutankhamon, non mi convince, e come me altri. Esiste infatti una lettera di Ankhesenpaton  al re degli Hittiti, nella quale la regina chiede un figlio del re, un principe, come sposo. Mi vogliono far sposare uno dei miei sudditi e ho paura… Il principe hittita, dal curioso nome di Zannanza, appena giunto in Egitto, scomparve. Ankhesenpaton risulta poi sposata al sacerdote Ay.

Una brutta storia davvero, con tanti punti oscuri. E chi mi fa più pena di tutti è proprio Ankhesenpaton, povera ragazzina fatta sposare prima al fratello, col quale magari fino al giorno prima litigava per i giocattoli; poi a un sacerdote di tanto più anziano di lei, che forse, se di omicidio si era trattato per il sovrano, era il mandante; neppure ha potuto abbracciare una delle sue bambine. Povera ragazzina, fatta sposare  qua e là, come un pupazzetto.

 

Lettera al Figlio Maggiore che esce di casa

Ebbene, hai avuto ciò che desideravi, ciò che desideravamo per te. Il tuo sogno si è compiuto: avrai il lavoro che volevi, ciò per cui eri ti eri preparato, dopo la laurea, per tre anni durissimi. Al termine di esami tremendi, andrai molto lontano e farai onore  a te stesso, a noi e al tuo paese. Ogni sacrificio, tuo e nostro, è adesso giustificato e di questo ringrazio te e quel Qualcuno che, da lassù e chissà perché, ci ama.

E io sono felice e infelice al tempo stesso. Fiera per te e per noi, già ho nostalgia, pur essendo tu ancora qui, del tempo in cui eravamo noi quattro, tutti insieme. E mi sembra di non aver fatto abbastanza per te, anche se, come dicono qui in Sicilia,  sei stato cresciuto da me e tuo padre con ciatu de l’arma e pezzi di core (fiato dell’anima, pezzi di cuore). Si può fare di più, mi dico, e mi butto tra le cose, a comprare quel che ti può servire, quel che ti penso possa servire -camicie, cravatte. In fondo Proust aveva ragione a scrivere che per le donne ogni evento della vita, dal funerale al matrimonio, è una questione di vestiti.

E la cosa più assurda è che so che anche tu sei felice e infelice, anche se non dici niente. E’ un tempo felice e grave per te. Quando siamo usciti da quella sala dove avevi sostenuto quell’esame orale terribile, nel quale eri riuscito a non dare alcun segno di nervosismo, e che hai condotto davvero da uomo, ti sei chinato su di me per abbracciarmi e le tue labbra tremavano. Già sapevi che tutto sarebbe cambiato. Grazie di tutto, tesoro.

 

Il futuro della moda

In questo ottobre caldissimo, di nubifragi con 33 gradi a mezzogiorno, di monsoni e aria condizonata; di alunni che sudano stravolti nei loro jeans elasticizzati in aule rigorosamente al sole; di mosche, coccinelle, fiori che sbocciano rigogliosi senza posa  ( ma no, il clima non sta cambiando), ci si rende conto che il futuro della moda è in quello che già si indossava migliaia di anni fa, vale a dire questo:

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Gonne di lino per gli uomini, tenute scostate dal corpo, presumibilmente, da bastoncini di bambù! Basta pantaloni, chiediamo agli stilisti come minimo un caftano, una gonna pantaloni freschissima! E gli antichi Egiziani, che sapevano campare, avevano anche gli astucci portabarba di vimini, per non far sudare il collo, utili anche per indurre a sospettare un’età più matura e rassicurante:

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Qualcosina da imparare dal passato la abbiamo….

 

Immagini tratte da Wikipedia, s.v. Tomba di Tutankhamon

 

 

Quando eravamo dee

319px-Venus_von_Willendorf_01Questa è la Venere di Willendorf, conservata al Naturhistorisches Museum di Vienna (immagine tratta da Wikipedia s.v.) . Si data nella fase finale del Paleolitico Superiore, come molte altre simili, tutte rinvenute lungo i sentieri di caccia dei gruppi nomadi. Non si trovano mai statuette maschili, solo femminili, e tutte con evidenti segni di numerose gravidanze; nessuna ha un volto, non sono ritratti, e addirittura spesso, come in questo caso, il viso è celato da un casco di denti di cinghiale. Non sono donne particolari, sono la Donna.

Questo tipo di rinvenimento è rimasto un mistero fino al libro di Bachofen. Il matriarcato paleolitico sarebbe scaturito dalla mancata connessione logica tra l’unione di uomo e donna e il bambino nove mesi dopo. La gente di allora non aveva ancora potuto stabilire quali fossero gli effetti di cause lontane nel tempo. Alle donne si attribuiva la facoltà divina di generare da sole: dunque erano dee.

Se lo dici oggi, la gente ride. Ma in fondo, se ben guardiamo, anche a noi qualcuno l’ha spiegato come nascono i bambini.

Poi, e probabilmente fu una donna, che come dea non andava a caccia e attendeva fuori dalla caverna il cibo, a capire che nel luogo dove era caduto un seme tempo prima era nata una pianta. A quel punto la connessione tra fatti lontani nel tempo fu stabilita. Era nata l’agricoltura e per noi donne la pacchia era finita. Ancora se ne pagano le conseguenze :).

 

 

La scuola come capro espiatorio

E questo lo scrivo come Cicero pro domo sua. Gli abbandoni scolastici, la crisi del mercato del lavoro, la disoccupazione giovanile vengono attribuiti ai tagli al sistema dell’istruzione italiano che impedirebbero una formazione aggiornata dei ragazzi. E questo è vero solo nel senso che le persone laureate più valide non faranno mai gli insegnanti, visto lo stipendio che prenderebbero.

Per il resto, la scuola italiana in linea di massima è ottima. Insegna a leggere un testo, ad esporsi in pubblico, a usare la logica matematica, a saper apprezzare un museo e non soltanto un pub quando si esce dalla propria città, a cavarsela in inglese (d’accordo, per l’inglese si dovrebbe fare di più). Contrasta la dispersione come può e favorisce in ogni modo l’inclusione. Cos’altro dovrebbe fare? Formare ragazzi a usare l’ultimo programma di grafica o calcolo, che sarà superato l’anno dopo il loro diploma? Piuttosto fornisce gli strumenti per affrontare i cambiamenti del mondo. Sarà per questo che i nostri ragazzi vengono assunti all’estero?

Il vero motivo non è la scuola, ma la bassa retribuzione che in Italia spetta al lavoratore medio. Un ragazzo che non abbia una famiglia solida (in tutti i sensi) alle spalle non ha alcuna spinta a terminare gli studi, sapendo che al massimo guadagnerà, se va bene, il necessario per non morire. Bisogna che il lavoro torni ad essere appetibile.

 

Ode alla padella in ferro

Stanca delle padelle antiaderenti (sarà graffiata? quali sostanze starà rilasciando nei cibi? e già mi sentivo malata), ormai preda da più anni di un’Operazione Nostalgia su vasta scala, ho acquistato una padella in ferro di una nota marca francese. Ero molto dubbiosa, ma in poco tempo la crosticina dorata dei fritti, la rapidità di cottura, il sapore delle cose cucinate mi hanno conquistato.  E poi, volete mettere il piacere di usare la forchetta di metallo su una padella?

Lemnos

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Nell’isola greca di Lemnos, di fronte alla Turchia, il vento è così forte che gli alberi non ci sono,  e quei pochi che ci sono crescono come nella foto. I cacciabombardieri attraversano il cielo ogni mattina.

Esci dall’albergo di lusso e sei in un povero villaggio, oppure nel deserto più assoluto. Ma in quelle poche, misere case, si mantiene il ricordo di antiche canzoni greche e turche.

L’isola intera sente la presenza a Nord della Città, di quella Costantinopoli perduta per i Greci nel maggio 1453. Istanbul, che deriva il suo nome dal greco eis ten Polin, nella Città, perchè era la più bella del mondo, la Città per antonomasia.

Nel Mani, penisola del Peloponneso, là dove neppure i Turchi riuscirono a penetrare, negli anni ’50 del Novecento, in un villaggio additavano ancora l’ultimo discendente dei Paleologi. Faceva il pescatore, ma tutti lo veneravano.