Maggio 878, 2

0619_-_Siracusa_-_S._Lucia_alla_Badia_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_22-May-2008

Poco lontano da qui, nel vicolo che dal Duomo giunge fino a questo spiazzo, al principio dell’assedio Eudossia mi ha rivolto per la prima volta la parola da che l’avevo veduta in quel cortile, ora crollato sotto i colpi delle petriere. Era come alata, seguita da un’ancella; babbucce lievi e zoccoli sul lastricato, occhi brillanti ed occhi opachi sotto i palazzi che quasi si sfioravano, sotto le tende e i panni stesi sui quali il sole batteva; mi accostò, nove mesi fa, che ero ancora giovane; e mentre mi salutava e mi parlava, il vento dal porto soffiava nel suo velo, gonfiandolo. Quel che prima era sparso intorno a me, i porti d’Oriente, il movimento d’uomini e cose sulle rive del Mediterraneo, le donne sui moli, le spezie di paesi misteriosi, le rotte, le avventure, le mille vite, le alghe e le funi calde di sole; tutto quel che per me in quell’aroma era vita e libertà lo trovai nel suo velo gonfiato, fra quei riccioli, e per semplice compresenza mi legò a sé e alla città. Come avrei potuto mai desiderare un’altra vita lontano da lei che tutto conteneva?

Adesso so ciò che per me era in serbo dentro a quel velo, dentro alle mura alle quali mi costrinse.

Alle mie spalle sento la Cattedrale, immensa, col sagrato gremito delle tende che vi montarono gli sfollati dai quartieri esterni e dalle campagne. Nella chiesa, buia, perché anche la cera si è mangiata per vivere, il giorno in cui ho compiuto ventitré anni ho sposato Eudossia, al principio di Gennaio, con una cerimonia breve. Lei già non era più la fanciulla incontrata all’inizio dell’assedio, ma una giovane donna dagli occhi enormi, affamati; al corpo ormai magrissimo erano appesi seni che parevano grossi sotto la tunica e fianchi larghi, anche se ossuti, come invocanti amore e maternità, i segni gonfi della vita su una morta.

La Cattedrale. Presto sarà violata -già dal lato della Porta Regia sento clamori di gioia. Subito, fin dal primo giorno, avrei dovuto sapere; quando, al serrarsi delle porte, andai alla Messa, e, mentre pregavo, tra le colonne antiche sottratte alle divinità pagane e consacrate alla Vergine Maria, ho sentito chiuso il cielo le mie parole non più, come prima, carne e sangue, ma sillabe senza senso e fede; poi, tra le fiammelle delle candele intorno all’altare, le colonne si sono fatte candide, come dovevano essere prima che il Salvatore giungesse, e una fanciulla in armi, terribile, splendeva in fondo alla navata. Lucevano dall’elmo gli occhi azzurri, si piegavano le gambe forti, abituate a correre nei boschi, scattavano i fianchi stretti e sterili -ella s’avventava su di me. Non chiusi gli occhi in attesa del colpo, la fissai immobile: mi attraversò senza vedermi, scuotendo le armi con fragore orribile. Tutto abbandonava la città, ogni favore divino, persino le antiche divinità che l’amarono, e io non volli capire.

Ancora clamori, più vicini. Ancora pochi attimi. Tacciono ormai le macchine petriere, i Siracusani nascosti, le preghiere ormai dimenticate, o mormorate solo in cuore; tacciono i nemici che avanzano ancora incerti, ignari della città. Come vedranno Siracusa che per nove mesi fu chiusa gloriosamente a loro, che offrì solo l’anello di mura candide? Siracusa la nobile, prediletta dall’Imperatore; Ortigia, corona di torri, cuore staccato dalla città intorno al quale la città viveva, nave maestosa, regno santo di Costantinopoli, certezza. Voleva prendere il largo, allontanarsi dalle colline dove si stendevano i quartieri di Tyche e Acradina, dai monti Climiti che la guardano severi, ma era trattenuta dall’istmo; e ora essa trattiene noi.

Al principio dell’assedio, catene lunghissime, di acciaio temprato, chiusero i porti di Ortigia; e là dove navi di ogni porto avevano transitato  a recare mercanzie, si fronteggiavano navi da guerra. Guardavamo i porti dalla Torre grande, sull’istmo presso la Porta Regia e credevamo di vincere.

Greggi pascolanti sul colle Temenite! passione, passione per la città perduta! Eravamo felici e non sapevamo d’esserlo…

Altre città ebbero poeti, memorie e gloria: la nostra affonderà nel buio che si addice a questo tempo triste, di imperatori lontani, di fedi incerte. Il mio maestro mi leggeva di un lungo assedio sotto le mura di una città lontana; vedevo il poeta antico e la dea che l’aveva ispirato camminare fianco a fianco su per una strada ripida, lui vecchio e lacero fra i sassi polverosi, lei agile e giovane, vestita di bianco e d’oro, in corsa lieve sopra il basso muretto al quale il poeta di tanto in tanto s’appoggiava vinto dalla debolezza. Vedevo la dea alzare le braccia per bilanciarsi e scoprire la rotondità di seni e fianchi, fanciulla e matrona, la vedevo avvicinare il volto a quello del poeta e guardarlo a lungo -occhi brillanti contro occhi ciechi e spenti; la vedevo chinarsi e baciare il vecchio sulla bocca, dischiudendo le labbra rosee e morbide come i molluschi di un tempo a Porta Marina, e così, con quella lingua umida e veloce, infondergli il sapere suo.

Ma chi stava accanto a me nelle notti di combattimenti era una creatura spettrale, avvolta di un’ampia veste dove la luna scavava ombre, né sapevo in quali stelle cercare i suoi occhi. Non più canto, ma un ordine: scrivi! Scrivi alla chiesa di Smirne, di Efeso, di Laodicea, che Siracusa è perduta -ma questo io non riuscivo a scrivere.

Ancora il Patricio guarda, dalla finestra della Torre; o forse è un mio vaneggiamento, il sogno di una mente incerta per la paura. Colpa sua se giungemmo a questo. Il Patricio, cugino di mia madre, da quando sono nato governa la città per conto dell’imperatore. Dal sagrato del duomo, dall’alto delle torri, sono piovute le parole sue, giuste, sante, pacate; fermavano, inducevano gli uomini a tornare là dove indicava colui che era l’ultimo legame con il mondo sotto la cui aquila eravamo nati e vissuti, l’unico garante che davvero esistesse, e fosse di noi sollecito, quell’imperatore che ci guardava con occhi rotondi da arazzi e mosaici. Io restavo ai margini dell’incanto, sentivo come perdevano e salvavano le parole del Patricio; a morto rintoccavano sulle teste, placavano le dicerie sul grano nascosto che da più parti si levavano, ma in nulla mutavano le cose: solo inducevano ad accettarle, e tuttavia sacrilegio sarebbe stato negare quelle parole; le custodivo nel cuore per la notte, quando sarei salito sugli spalti a uccidere .

Al principio dell’assedio da lui apprendemmo che l’Imperatore presto avrebbe ricevuto la nuova dell’assedio alla città cristiana, e sarebbe balzato in piedi dal trono, furente. Presto la sua flotta avrebbe forato l’azzurro a oriente -forse già domani i fuochi sui monti Climiti ne avrebbero annunciato l’arrivo.

E quando le catene dei porti caddero, il Patricio ci mostrò l’imperatore che già aveva radunato tutte le navi tra Africa e Grecia: già esse procedevano sospinte dal vento favorevole che gli angeli soffiavano, gonfiando le gote; doppiavano il Peloponneso in assetto di guerra, e quasi vedevamo sull’ammiraglia il Re ergersi sulla tolda, con i difensori dei Sacri Fianchi inginocchiati accanto, come sulle monete.

Ad Aprile vi fu l’ultima menzogna, la più dolorosa. Dopo il temporale, che ci approvvigionò d’acqua, dopo l’incendio di una petriera che ci liberò per un poco dalla paura, al principio del mese, i presagi fausti si infittirono, pesche eccezionali alleviarono la fame, e a occidente, sui monti Climiti, i fuochi accesi annunciarono l’arrivo prossimo della flotta bizantina guidata dallo stratega Adriano. Il Signore degli eserciti ancora non aveva distolto il suo volto e l’anello di mura presto si sarebbe schiuso, ci annunciava il Patricio dalle verande del palazzo.

Attesa. Infine qualcuno disse che il navarca Adriano da troppo tempo attendeva nel Peloponneso il vento propizio, e ancora lo attende: le navi dalle vele ammainate erano all’ancora nella rada, i marinai sparsi per boschi e villaggi, in cerca di vino o donne, gli ufficiali bevevano sulle tolde. Un sortilegio, una magia egiziana, respingeva siracusani e romei sulle rive opposte d’uno stesso mare, chiusi questi nelle mura, quelli nei boschi, bisognosi gli uni degli altri, ma destinati a non raggiungersi mai.

Un giorno gli aliti stregati delle selve cesseranno, lasceranno luogo al vento giusto: ma cosa troveranno giungendo qui? La Torre spezzata, e macerie rigate di travi carbonizzate; solo cose rotte, senza uomini. E quando questo si seppe, ancora le parole del Patricio a coraggio e speranza chiamavano dalla vetta della Torre; fugaci come le rondini che lasciavano la città, così belle da non poter sembrare false, e ci immettevano in un ordine più vasto -e tutti, tranne me, continuavano ad affilare le spade, preparare le frecce. Io no, io avevo lasciato gli spalti.

Adesso lo perdono di tutto ciò che disse; una forza più grande di lui e di tutti noi lo ingannò.

Restammo. Nessuno sa perché.

Maggio 878, Siracusa,1

0619_-_Siracusa_-_S._Lucia_alla_Badia_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_22-May-2008

Nel maggio dell’anno 878, dopo nove mesi d’assedio, Siracusa cedeva agli Arabi. A testimonianza della durezza di quei mesi, senza acqua e senza cibo, resta solo la lettera del monaco Teodosio, scampato all’eccidio dei superstiti, al testo della quale si ispira la fantasia che segue.

Dunque fu per arrivare a questo. Io, Demetrio, figlio del nobile Costantino Nikephoros, muoio nel fiore degli anni per questo silenzio, per questa gran luce vuota di Ortigia devastata dagli schianti delle macchine petriere. Dopo i crolli si è rivelata la maestosità delle torri prima occultata dai palazzi, l’immensità della penisola prossima a tornare quel che era prima che la città fosse fondata, fiorente d’alberi, risuonante di fonti, cinta di schiuma; prima di diventare la più tremenda delle prigioni, che non si può non difendere; ancora intatta, senza noi. Per il compimento di questa purezza, io adesso perirò e tutti con me.

I nove mesi d’assedio, la fame, il sangue, per questo giorno di maggio dell’Anno Domini 878, nel quale i nemici hanno varcato le mura. Eccoli, salgono la strada dalla Torre Grande, in abiti neri, in gruppi disordinati. Così sono giunti a settembre, disordinati, indistinguibili fra loro, sulle navi coperte di feltri rossi e gialli; in una mattina bella di sole come questa, nelle acque del porto Grande che adesso balenano dallo squarcio delle mura presso la Porta Regia.

Mai avrei creduto che fosse questo l’ultimo giorno. Questo, quando il Patricio all’alba, dopo aver sventato per l’intera notte colpi di mano, era andato a riposare con i suoi, credendo a una tregua e attribuendo al nemico la medesima sua stanchezza. Per un’ora di sonno cadiamo. Lo scatto delle petriere fu una mano immensa che lacerava la tela del cielo -i fianchi della Torre che tremavano, crollata la scala che la collegava alle mura, allargata la breccia fatta sette giorni fa dalle macchine.

La Torre Grande è ancora in piedi, isolata. Prigionieri della sua forza, il Patricio e pochi altri restano a difenderla, così com’è, mangiata ai lati dalle pietre. Quasi oscilla, sotto l’avanzare nero dei nemici dal varco delle mura; è un giunco ed era solida, altissima, di bianchi blocchi ben connessi; intorno ad essa le altre torri si stringevano, pulcini intorno alla chioccia. Più nessun siracusano alla breccia sotto di essa, solo i cadaveri di chi, sino a ieri, le affluiva come il sangue da vena aperta, quando i miei amici resistevano sui cadaveri insepolti, lasciati là a chiudere con la loro carne lo squarcio; quando i vivi si difendevano su toraci sfondati, occhi che fuoriuscivano dalle orbite, miasmi; e Siracusa non più difesa da solidi blocchi e travature, ma da corpi soltanto, alle soglie dell’eternità compiaciuta ostentava la fine, per esortare al gran passo.

Io fui talvolta alla breccia, nei giorni scorsi, ma non estrassi questa spada dal fodero; guardavo la pace inviolabile dei cadaveri assorbire i movimenti di chi combatteva, il disfarsi verdastro dei volti sotto la rigidità dei lineamenti, gli occhi serrati che le ciglia chiudevano come filo da calzolaio; la massa informe sconfessava le pietre, le corazze, i gesti coraggiosi. Non ho combattuto, avevo paura e combattere era inutile; piuttosto chiudevo gli occhi e vedevo l’agnello candido spinto da uomini in vesti nere verso la luce oltre la breccia, verso i serafini tonanti -inarca il collo, scuote il capo, e tuttavia è condotto; adesso offre la nuca al colpo, di sua volontà.

Ecco, questo è il momento del sacrificio.

Fuggo, come fuggo da due mesi, da quando abbandonai gli spalti e il titolo di stratega della notte. Corro su per la salita, verso la chiesa del Salvatore, verso il lato di Ortigia che s’affaccia sul mare aperto, dove c’è solo l’azzurro, mai forato in nove mesi da navi amiche, l’azzurro scrutato, guardato, invocato. Non vedo più nulla, non c’è più nulla intorno -solo alle spalle i nemici che montano, ancora piccoli per la distanza, e numerosissimi, fierissimi. Alla finestra della Torre Grande il volto del Patricio è fermo, un’icona, senza paura nè dolore; in alto, nella piazzetta a lato della Porta Regia, davanti alla chiesa del Salvatore, una gran folla di Siracusani preme per entrare, confidando che il luogo sacro possa proteggerli, o essere rispettato dagli Arabi.

E in mezzo alla gran folla illusa e penosa, fra le grida e i pianti, io vedo, avvicinata da un prodigio, ingrandita dal desiderio del mio cuore, colei che stamani, quando vi fu lo schianto, ho cercato invano a palazzo; dal velo ricamato a tralci rossi la riconosco, il medesimo che indossava il primo giorno d’assedio, quando, mentre le porte di città si chiudevano stridendo sui cardini, io riconobbi in lei, nel cortile del palazzo dirimpetto alla Torre Grande, Eudossia, la compagna di giochi, che aveva lasciato Siracusa dopo la morte della madre, per vivere in campagna con una parente. L’assedio me la riportò e adesso me la toglie; l’assedio che ci mutò tanto da renderci sconosciuti e odiosi l’uno all’altra.

Da quale anfratto o abbraccio lei venga qui a cercare salvezza, non curo di sapere. Il suo aspetto è nuovissimo, sconosciuto, iniziale. Bianca, coi capelli sciolti in onde rigide, l’abito macchiato, gli occhi puri sopra gli zigomi alti. Non sembra impaurita, non mi vede neppure, non sente come grido il suo nome, mentre è trascinata dalla folla dentro la chiesa. Un attimo ancora si mostra il suo volto, e non è più la fanciulla degli inizi, nè la donna della fine, ma una creatura diversa da quelle che ho conosciuto e di tutte partecipe, di tutte rivelando la parzialità, pronta per l’eternità; culmine e massima accensione di una sostanza viva e lucida.  Le porte della chiesa si chiudono sulla nuova, ultima Eudossia, senza che ci salutassimo o guardassimo. Separati moriremo, così come abbiamo vissuto, pur dividendo le stesse sale, pur essendo marito e moglie; e il cuore accelera e rende impossibile proseguire la fuga; mi nascondo fra le macerie, e il luogo scelto a caso mi fulmina -quasi non lo riconosco, tanto è mutato, perfezionato.

Ortigia

0619_-_Siracusa_-_S._Lucia_alla_Badia_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_22-May-2008

Di Giovanni Dall’Orto – Opera propria, Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=6742126

Ortigia, antica acropoli della polis greca di Siracusa, e oggi suo centro storico, è uno dei miei posti magici. E’ bianca e azzurra, tanto quanto Catania è nera e azzurra e Palermo gialla e azzurra, con tonalità ombrose a causa della massa del Monte Pellegrino.

Nelle viuzze ci sono gli stessi colori vivaci di Barcellona, ma meno maestosi e più leggeri e la gente è trasognata, sembra ascoltare perennemente solo il mare che splende in fondo a ogni strada.

Tanto amo Ortigia, che non mi sono rassegnata a lasciare trascurata una pagina molto triste della sua storia nell’Alto Medioevo, quell’anno 878, quando cadde in mano agli Arabi, dopo un lungo assedio. Da domani, e per qualche tempo, la posterò qui.

 

Di un piccolo museo e del modo di sedersi

A gennaio ho visitato una casa museo, deliziosa e straordinaria, la Casa di Mario Praz, a Roma: https://www.casemuseoitalia.it/it/Museum.asp?POIID=13. Magistralmente spiegata, la consiglio a tutti.

E così ho, in un certo senso, incontrato l’amato autore di Gusto Neoclassico, poichè, come lui, credo che la casa è l’uomo, e che dalla casa si capisca l’uomo, se si sa guardare bene.

Rimpiango di non poter di lui leggere, perchè scritto troppo piccolo ormai per me, e non esiste in versione kindle, La filosofia dell’arredamento, del quale, da qualche parte on line, devo aver però carpito alcune delle osservazioni che seguono sull’evoluzione delle sedie, che, come tutto il mobilio, riflettono non solo il proprietario, ma la società cui appartiene, con tutte le sue norme.

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(Immagini prese dal web)

Una seduta come questa, del Settecento, ci dice cosa si pensava degli ospiti in visita, e cioè dì quello che devi dire e vattene. Relazioni fondate sulla brevitas, comunicazioni sintetiche e argute.

Non molto diverse le sedute nell’Ottocento, un filo più morbide in ossequio alla mentalità borghese, ma sempre visite brevi, un tè, un caffè, un biscottino, non di più, il messaggio è identico.

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E oggi? In un’età così apparentemente socievole, amante in teoria di discussioni democratiche e franchi scambi di opinioni che possono durare anche l’intera notte, si è arrivati a questo:

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La sbandierata accoglienza del divano è solo apparente, perchè nessun ospite sarà davvero a suo agio sul pizzo della penisola, nè oserà distendersi in essa. Il vero messaggio è Distendetevi davanti alla televisione, non parlate, ascoltate zitti e, appena possibile, addormentatevi buoni buoni. E appena questa tappezzeria sarà un po’ logora, comprate un’altro divano.

Ho sbagliato epoca, ne sono sempre più certa.

Poche cose che ho capito (Coronavirus 13)

Se mi ripetono le cose molte volte, o se le cose si ripetono molte volte, alla fine capisco. E ultimamente ho capito questo:

  1. che mi piace un paese in cui, a livello ufficiale, si precisa che i fidanzati stabili sono equiparati a congiunti
  2. che meno male che ho sposato mio marito, altrimenti in questa casa si sarebbe visto scorrere il sangue dopo due mesi di clausura coatta
  3. che per il Figlio Piccolo l’assenza da pizzerie e locali tipo arrosti e mangia è molto meglio della dietologa
  4. che non dimenticherò mai le immagini dei camion dell’esercito a Bergamo

Le buone maniere (Coronavirus 12)

Non ho ancora letto il saggio di Norbert Elias sulle buone maniere, questo: https://www.mulino.it/isbn/9788815128096. Ne conosco in forma molto sommaria il contenuto.

L’autore descrive come si sia passati da un Medioevo nel quale era normale bere tutti dallo stesso bicchiere a un banchetto ( e anche peggio),  a un’epoca come quella in cui è vissuto, la prima metà del Novecento; e collega la nascita delle attuali regole di galateo all’occultamento della violenza, un tempo motivo di gloria personale per cavalieri, successivamente evolutasi in controllo sociale. Il venir meno di ogni sfoggio di violenza andrebbe di pari passo con la negazione della corporeità.

Bene, oggi starnutiamo e tossiamo nel gomito, indossiamo volentieri mascherine per celare il nostro fiato e copriamo le mani: il prof. Elias non poteva prevedere uno sviluppo così rapido. Il virus è un acceleratore evolutivo?

Coronavirus 11

 

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Questo panorama durante la passeggiata di oggi col cane (che mi guardo bene dall’affittare). Il mare non è solcato da nessuna imbarcazione, come sempre invece in tempi ante Coronavirus.

Sul balcone plotoni di passerotti al mattino presto e nel pomeriggio. Finalmente, non so per quale misteriosa alterazione dell’habitat portata dalla quarantena, sono riusciti a cacciare gli odiosi piccioni che dominavano i cieli e piombavano in terrazza grassi impallati, perchè mangiavano tutto loro.

Il silenzio è profondissimo h 24. Come potrò riabituarmi al frastuono di prima? Sentiamo persino il mare di notte, un rombo piano e costante. Sto scoprendo bellezze che spezzano il cuore. Se solo riuscissi anche a dormire…

Idea per un business (Coronavirus 10)

Verso le cinque del pomeriggio, a le cinco de la tarde, la strada qua sotto si riempie di persone con cani, piccoli, grandi, di razza, meticci. Purché siano cani. Gente che aveva pubblicamente dichiarato che non avrebbe mai avuto un cane, adesso gira con coppie di potenti labrador.

Ci si scambiano quattro chiacchiere a distanza, gridando attraverso le mascherine, vanificando ogni privacy, tutti giulivi, alzando il viso verso il sole.

Così ho pensato di affittare il mio cane a chi vuole assolutamente uscire. Credo che farò un sacco di soldi.