Nuova hybris

Il peccato mortale per i Greci antichi, la superbia, il travalicare i confini umani, ha una veste nuova, se è vero quel che si teme per il Boeing caduto in Etiopia. Il più terribile dei peccati che, regolarmente, viene punito (i Greci antichi avevano capito tutto, noi no).

Premio Liebster Award

Per questa bella nomina ringrazio tantissimo Campanello della Cucina, il cui blog saggio, colorato e saporito è questo: https://wordpress.com/read/blogs/124757790.
Dal suo blog copio quanto segue.

Cos’è il Liebster Prize?

Questo premio è un modo per essere scoperto, ma anche per connettere e supportare la comunità dei blog. Un’ottima idea per promuovere il tuo blog e gli altri. Originariamente, è stato distribuito ai blog con meno di 2.000 lettori, ma questo ha rallentato lentamente mentre la ricompensa ha guadagnato popolarità. Ora sono solo 200 lettori o meno. È davvero un numero arbitrario. Se ti piace aiutare altri blog, vai avanti e fallo indipendentemente dalle sue dimensioni. Questo premio ha a che fare con la promozione e la visualizzazione dei blog di  altre persone.

Queste sono alcune delle regole da seguire:
Aggiungi un link alla pagina ufficiale del premio Liebster nel tuo post del blog  THE GLOBAL AUSSIE
Rispondi alle domande formulate nella nomina.
Crea cinque domande per i tuoi candidati.

Queste sono le domande a me rivolte.

Preferisci i libri cartacei o quelli digitali? Digitali senza dubbio! Almeno non devo spolverarli…

Se potessi viaggiare nel tempo quale epoca sceglieresti? Sono indecisa tra Paleolitico e Antico Egitto. Nessuna epoca futura certamente.

Quale mezzo di trasporto usi più spesso? Metropolitana e autobus.

Collezioni qualche oggetto? No, sempre per il mio odio verso la mia nemica, la polvere. A meno di non poter considerare collezione i libri che si accatastano in ogni angolo di casa…

Preferisci il mare o la montagna? Amo la campagna e non credo di avere molto seguito in questa passione.

Ecco le domande che rivolgo ai candidati:

  1. Preferisci i libri cartacei o digitali?
  2. Quale libro hai sul comodino in questo momento?
  3. Se potessi viaggiare nel tempo, quale epoca sceglieresti?
  4. Al mare preferisci la sabbia o gli scogli?
  5. Qual è il tuo primo piatto preferito?

L’elenco dei miei candidati:

Elena Grammann: https://wordpress.com/read/feeds/65730878

Lucy the Wombat: https://wordpress.com/read/feeds/78055523

Alessandra: https://wordpress.com/read/blogs/62605912

Giuliana Campisi: https://wordpress.com/read/feeds/36143931

Paolo Capriolo: https://wordpress.com/read/feeds/42282646

Paolo Popof: https://wordpress.com/read/feeds/40027

Margot: https://wordpress.com/read/feeds/71493021

Roberto: https://wordpress.com/read/feeds/60585702


Bei saluti

Sempre nell’ottica di godermi il sottosviluppo apparente di alcune aree dell’Eurozona, registro due formule di saluto che mi hanno commosso in tempi recenti:

  1. S’abbenedica. Così l’ometto che fa riparazioni in casa da noi, quando è entrato oggi. Che tu sia benedetta, bellissimo, antichissimo.

2. Sto kalò na pathe. Il saluto dei Greci a chi sta partendo, o comunque deve muoversi da casa. Che tu possa andare nel Bene. Ancora più bello.

Ancora su stress e tecnologia

Stendere è solo un brutto ricordo…la roba esce così soffice che quasi non si deve stirare…Non hai idea del tempo libero che ho conquistato…

Cosi dicevano le amiche delle lavasciuga. Incantata da queste belle prospettive, cedo al richiamo delle Sirene di Ulisse. Compro una super lavasciuga -milioni di programmi, un display che sembra il cruscotto di un aereo, simboli ovunque. Il commesso del negozio ne aveva parlato commosso.

Al primo lavaggio la biancheria è uscita asciutta, sì, ma sembrava finita in bocca a un cane, impossibile da stirare. Mi sono fiondata sul libretto d’istruzioni ed è risultato incomprensibile, peggio delle istruzioni di montaggio Ikea. Le variabili da tenere in considerazione sono quelle di un’equazione di decimo grado.Ho fatto molti tentativi, tutti infruttuosi, Ho impostato in diverse combinazioni tutte le variabili. Alla fine la sto usando come una normale lavatrice. Mi dichiaro sconfitta. Quando entro la sera in lavanderia la sento guardarmi ostile e beffarda come un grosso animale, con tutte le sue lucette pronte a ingannarmi. E un vago ricordo di Hal 9000 si fa strada in me. Kubrick è stato troppo ottimista. Mi sa che chiederò una lezione privata al tecnico.

Nessuna vistosa autorità regale, 15

Ce ne stiamo andando, stiamo finendo e tu devi darmi una consolazione, devi darmi un senso perché da quando ti ho sposato sono senza senso. Se sei figlia di re, sai che la gente della tua razza, è finita in modi più gloriosi, uccisi in modo eroico. Montezuma, Luigi XVI e Maria Antonietta, Cesare, i tuoi genitori. Le loro ultime parole, l’ultimo sguardo, contesi da storici e nostalgici. Sono diventati immaginette, spesso odiate, nella memoria collettiva. La tua fine, la nostra fine, è invece in questa strada dritta, che corre nella grassa terra americana, in qualche piazzola di sosta, dove saremo presi da una pattuglia di agenti sudati, e nessuno si ricorderà mai di noi.

Così l’America fa finire i re. L’Europa li ammazza, l’America li spegne; li impantana nella rete della sanità nazionale, della sicurezza pubblica, che è un altro modo di uccidere. Ti ricordi il manicomio?

E’ che non posso credere che finisca così. In qualche modo un re deve continuare a esistere da qualche parte. Un mondo senza re, sarebbe troppo strano. Adesso che non possiamo più dare la colpa a nessuno, che nessuno è responsabile di niente e i poteri sono nebbiosi, fatti di molte persone, ognuna innocente e colpevole al tempo stesso, il re nascosto e dimenticato ci sta bene.

-Davvero non resta nulla?- mi esce una voce un po’ suadente, falsa, speriamo che non se ne accorga.

– Niente-

-Qualcosa sì. Qualcosa a cui non vuoi pensare. Che non ti ho mai chiesto-

-Sei buono, tu. Non hai mai chiesto nulla. E io ho preso tutto, ho fatto come volevo-

-Tutti abbiamo preso. Ma resta qualcosa di cui non sai più niente-

Lei si volta finalmente verso di me. C’è ancora un alone rosso di Ketchup sulla guancia e gli occhietti infossati tra le rughe sono una risalita da un’acqua torbida.

-Tuo figlio-

Non avevamo mai parlato del figlio che aveva avuto dal soldato. Nemmeno il tribunale tedesco aveva mai esaminato la questione. Ai tempi del processo bisognava solo appurare se era Anastasia o no, il resto non era importante. Oppure era una cosa troppo importante. Perché se un figlio ancora esisteva avrebbe avuto diritto all’eredità, in caso di morte di Anastasia, e al trono, se la Russia fosse mai tornata alla monarchia. E questo non doveva essere. In un mondo senza colpevoli le cose non devono durare o ritornare. Non si deve giurare.

Lei si passa una mano sull’alone di Ketchup.

-Sarà vivo?- chiede. Anche lei sente che il tempo sta finendo.

-Sì, deve esserlo. Sarà più grande di me-

Scuote il capo –Vivo..- mormora

-Vivo, perché no?-

-Dove?-

-Non lo so. In Europa credo-

In Europa, dove ancora qualcuno conserva tutto, i mobili e le pietre antiche. Il resto del mondo va in linea retta, senza provare nostalgia; ma in Europa ancora vi sono posti pieni di rimpianto per un passato in cui si era gloriosi. L’Italia, ad esempio, o la Francia.

-Com’è andata?- chiedo alla schiena che ora lei mi rivolge, tutta protesa a guardare fuori dal finestrino.

Si gira pesante come una roccia. il viso vecchissimo, che crolla ai alti della bocca. Una montagna, un dirupo immenso. Una cosa veneranda e paurosa.

-E’ nato di notte. In Romania. A Baia Mare, dove io e Alexander ci eravamo rifugiati vendendo i gioielli del mio corpetto per passare la frontiera. Alexander era ubriaco ai piedi del letto. A ogni doglia beveva dalla bottiglia. Mi guardava con occhi pieni di lacrime. Allora mi chiamò Granduchessa, non l’aveva mai fatto prima, prima non mi chiamava, mi prendeva e basta. Quando stava per fare entrare la levatrice mi ha ordinato di non parlare russo, ma i dolori crescevano e crscevano e non capivo più niente e così, non so come, ho gridato in russo Gran Madre di Dio aiutami, e lui ha scagliato la bottiglia contro il muro. Dopo quel grido la levatrice sembrava che mi abbaiasse, mi odiava. C’era poca luce, le lenzuola erano sporche. Io piangevo, ma non per il dolore, perché mio figlio nasceva in quel modo. E poi…-

-Poi?-

– E’ nato. Era avvolto in stracci quando la donna me l’ha dato. Era bellissimo e mi ha guardato dritto negli occhi.-

-E poi?-

Si agita sul sedile. Si rimette a guardare fuori, i campi arati, la terra nera.

-E poi, e poi. E’ tutto qui. Qui c’è il mio delitto. Io non so se il russo mi è uscito perché in quei dolori non mi controllavo più, o per vendicarmi di Alexander. Forse per vendicarmi. Sicuro, per vendicarmi. Non me lo perdonerò mai. Tre giorni dopo lo hanno ucciso. Gli hanno sparato in strada. Due uomini che parlavano uno strano tedesco. Era sera, le case intorno tutte chiuse. Ho avuto paura, ma di lui non mi importava-

E’ agitatissima, ha chiazze rossastre sotto gli occhi.

-Delitto….non direi-

-L’ho rivelato. L’ho tradito con quattro parole russe. Già tutti intorno erano sospettosi, mi guardavano severi anche se badavo a parlare solo tedesco o stavo zitta. E lui…è vero, aveva sparato come gli altri, però mi aveva salvato la vita.

-Forse badava ai tuoi gioielli. E alla tua bellezza-

-Però mi aveva salvato. Un re è grato per sempre a chi gli salva la vita. E io invece l’ho consegnato con quattro parole russe. Merito tutto quel che c’è stato dopo. Ho tradito il mio sangue, gli obblighi del mio sangue-

la regalità è anche questo sentimento di colpa, dunque. Un re deve vedere gli obblighi. Ma questo che senso di colpa deposita su chi nega gli obblighi?.

-E il mio delitto mi ricaduto addosso. Ero in Romania e in Romania era regina mia cugina Maria. Missy-

Le foto che avevo visto di Maria di Romania quando cercavo notizie su Anastasia erano di una bella donna, dagli occhi pieni di desiderio, fotografata con tiare e tuniche, come un’attrice che interpretasse il ruolo di una principessa orientale.

-A Tsarkoe Selo si parlava di lei solo se stava arrivando e le voci si abbassavano. Era criticata, ma nessun cattivo esempio doveva giungere a noi ragazze, soprattutto se era della famiglia. Ho saputo tutto dopo, dalle due cameriere che erano con noi a Ekaterinburg. Là le giornate erano lunghe e noiose. Preghiere, ricamo e poi chiacchiere. Appena la zarina si allontanava per riposare, noi ragazze ci facevamo dire tutti i pettegolezzi dalle cameriere. A loro non pareva vero, credo che si sentissero importanti. E così ho saputo di Missy. Aveva avuto molti amanti e un figlio…un figlio da un principe rumeno, dato a un orfanotrofio tedesco. E così ha fatto col mio, sapeva come si faceva- la voce le si spezza.

Rallento, ma non mi fermo. Il movimento facilitava il flusso di confessione. Dava l’idea realistica della vita come scorrere e di assecondare lo scorrere raccontando. Non dovevo consolarla, dovevo invece pressarla, o non avrebbe detto più nulla.

-Cioè? Cosa ha fatto?-

Zeus Xenios

Sono tornata dal mandorlaio pazzo, come l’ha definito una cara amica di blog e ho chiesto del ginepro

Ma picchì? Che deve fare?

Uno spezzatino di cinghiale (non per me ovviamente, per Figli e Marito. Io sono un angelo, metà di quel che cucino lo odio)

-Allora sì-

perchè in Sicilia se chiedi un’indicazione stradale la risposta è: Ma lei dove deve andare?– e se vuoi comprare qualcosa di inusuale la risposta è: Perchè, che deve fare?-

Il mio sangue umbro in principio si ribellava a quella che mi sembrava un’indelicata intrusione nella vita altrui. Poi, con gli anni, ho capito. E’ solo desiderio di aiutare meglio. Se sai esattamente dove il turista vuole andare puoi indirzzarlo in modo che gli sia più facile trovare quanto cerca; e se qualcuno vuol comprare una cosa strana lo si può dirottare su soluzioni più facili. Molto difficile da capire, quest’altra forma di Zeus Xenios. (resta il fatto che in Sicilia il ginepro sembra una stravaganza, e io invece lo adoro!)


Nessuna vistosa autorità regale, 14

Quando sono tornato al motel, dopo Janine e il barista, Anastasia era seduta sul bordo del letto e non sembrava essersi accorta della mia assenza. La stanza aveva odore di chiuso. I rammendi delle lenzuola, le tende polverose, entravano nella coscienza con tutta la loro abiezione. Le cose che si sopportavano per una notte d’amore io le sopportavo per una fuga.

-Andiamo, ci cercano-

il suo respiro era pesante, terminava con un sibilo. Ha annuito ed è andata in bagno. Lo scroscio dell’urina e dell’acqua. Il dono ricevuto mentre mi alleggerivo sulla prostituta, la figura di Anastasia giovane, si disintegrava, sogno malato, miraggio, fantasma.

Lei si è accomodata nel sedile, è stata in silenzio finchè non siamo arrivati in aperta campagna, poi ha mormorato

-Rasputin- ha biascicato scuotendo la testa..

-Lui mi voleva perché ero io. Tutti gli altri perché ero Anastasia Romanova. Anche il soldato, quella notte a Ekaterinburg – e ha detto questo nome con rabbia, come se raspasse a una porta – mentre mi violentava, tremava e aveva paura perché ero la granduchessa. E tutti quelli dopo, anche loro mi hanno voluta per questo. Anche tu, nel tuo modo, mi hai voluto per questo e basta-

-Era così prima, ora non più-

Lei annuisce –E’ vero. Ora sono tua moglie nel modo giusto, e anche se il tempo sta finendo, non importa-

-Ancora no- e acceleravo prendendo l’autostrada -Sai pregare Anastasia? Hai mai pregato?-

-Pregavo, prima. Prima che uccidessero tutti. Poi ho smesso-

Pregavo sì. Pregavo che non finisse presto, che non finisse in modo ignobile, indegno di una donna che non aveva mai voluto niente. Quando il suo nome era famoso e tutti parlavano di lei a New York e i giornali pubblicavano la sua foto, avrebbe potuto sposare un americano ricco e sopravvivere bene, rilasciando interviste di tanto in tanto e facendosi fotografare seduta su un bel divano, con qualche figlio, e tappeti persiani sotto i piedi. Qualche riccone americano, desideroso d’Europa, avrebbe volentieri sposato la bella donna che lei era negli anni trenta. Ma lei ha preferito non avere nulla, che accontentarsi. E finiva con me, su qualche strada americana, in qualche clinica o prigione, dopo anni di gatti e patate. Regale, ma triste.

-Ho fame- Un altro bar accanto a un distributore, sotto alberi alti. Tutto verde, ben messo.

-Scendo io, cosa vuoi?-

-Un doppio hamburger  con salsa cheese e una Coca Cola-

Non era la colazione di una principessa, né di una contadina, né di una donna di ottant’anni, ma forse era la sua ultima colazione libera. E aveva qualcosa a che fare con la scelta di non sposare un riccone. Se non si poteva avere il filetto alla Stroganoff che veniva preparato nella  reggia degli zar, tanto vale un hamburger.

Bancone del bar americano, ultimo amico mio, altare su cui deposito la mia fuga e la mia disperazione per pochi attimi, per il tempo necessario a preparare un doppio hamburger e posso fare finta che tutto sia normale e giusto. Lo specchio mi restituisce la figura di un cinquantenne a pezzi, occhiaie, faccia pesta camicia sporca. Ehi mister, non sono io, c’è un errore, ridatemi la mi faccia, quella è la faccia di un uomo in fuga, di un uomo finito perché ha perso la sua bella amata. Invece io sto solo accompagnando chi dice di essere l’ultima Regina verso la fine, ma lo sapevo che doveva finire, siamo persone mature. Siamo americani coraggiosi. Non c’è bisogno di ridursi così.

Caffè con un dito di bourbon. Anche più di un dito, mister. Giusto per potersi voltare e affrontare il mondo saggio che da sempre evito.

-Cominci presto, eh?- ha fatto il cameriere. Ho scosso le spalle.

-Giusto per tenersi su-

 Quello mi ha fissato appena troppo a lungo e ho sentito sulla pelle tutti i pensieri della notte e l’abbraccio con Janine e il motel squallido, tutti tatuati sulla pelle. Gli sguardi obliqui delle persone ai tavoli erano i chiodi che fissavano una rana alla tavoletta dell’esperimento. Sono io, sono l’idiota americano che si è fatto incantare dalla regalità, come qualche nostro connazionale che pensava di comprare il Colosseo. Io forse ce l’ho fatta, forse ho avuto, ho comprato la regalità, ma ci ho girato attorno senza possederla davvero e ora me la stanno togliendo. Al prossimo distributore me la toglieranno. E non sapevo ancora togliere quei forse dal discorso, neppure alla fine della fuga.

Quando lei ha finito di mangiare, è sporca di ketchup gli angoli della bocca. In altri momenti l’avrei trovata odiosa, ma ora era tutto senza importanza. Tutto cadeva a lato, come foglie secche, restava solo quel po’ di strada che ancora avevamo e quel che conteneva. L’ho pulita come avrei pulito una bambina.

-Stai attenta- come se fosse fondamentale, ora che stavano per prenderci, farsi prendere puliti

Quando sono ripartito è avvenuta una cosa strana. Forse il bourbon, forse qualcos’altro. All’improvviso ho sentito l’aria fresca, profumata dei campi, e i rami degli alberi frusciare per il vento, e gli uccelli cantare in alto. Come è possibile che ci sia la vecchiaia, come è possibile morire e finire se tutto questo è dato, questa forza, questo slancio. Sembrava quasi che si volesse morire e finire, che lo si decidesse, caparbi e sciocchi, quando la felicità era a portata di mano. La fine come scelta. Forse ero io che mi arrendevo, lei che si arrendeva. Stavamo per dare un consenso spaventoso. E gli uccelli tuonavano più forte dagli alberi alti e io mi sentivo felice anche se stavo per finire con lei. Tutto era possibile, anche i sogni più folli, rispondeva il clamore degli uccelli e dei rami. Ma come, dove. La durata, il colpo di scena era nelle pieghe di questo canto, di questa strada, che si apriva come se ballasse, ariosa, un ventaglio che si faceva di qua e di là. Primavera anche per l’asfalto, per tutte le strade d’America. E per noi due che primavera era? Lei taceva e guardava fuori dal finestrino, con tutte le sue rughe addosso.

-Voglio sapere cosa pensi di me, non me l’hai mai detto. Sono un piccolo borghese, vero? Anche se ieri mi hai chiamato Maestà-

Ero un piccolo borghese americano, non era facile da dire. L’avevo sposata per sperare di avere accanto il massimo di una nobiltà e di un passato che non mi toccavano. Solo un piccolo borghese poteva sposare questo incerto resto di regalità; quando di re veri non ce ne erano più, tutti mantenuti in vita artificialmente da parlamenti e popolo per nostalgia.

Ha annuito guardando i campi. -Sei stato molto buono. Io certe volte sono odiosa-

-E’ che sei troppo principessa-

-Da Irina ho tirato le calze alla cameriera. Lei rifacendo la stanza non le aveva raccolte e io gliele ho tirate perché altrimenti non sarei sembrata la granduchessa che sono. Chiunque si aspettava una cosa del genere. Era il periodo in cui tutti mi stavano a guardare per sapere chi ero. E io li ho fatto contenti.- Sorride

– A casa non l’avrei mai fatto di sgridare una cameriera per questo. Ma se avessi mostrato, dopo Ekaterinburg, come eravamo state cresciute noi ragazze, nessuno avrebbe creduto che ero Anastasia. Ci alzavamo alle sei di mattina, dormivamo su brandine. Ricamo, studio e niente feste. Chi l’avrebbe creduto?-

-Ma tu perché volevi che ti credessero quella che sei, Anastasia?-

Di nuovo guardava i campi

-Per essere meno sola. Per parlare con qualcuno dei miei genitori e dei giorni felici, quando eravamo tutti insieme-

-E anche per i soldi depositati nelle banche inglesi- presto, dovevamo dirci tutto. Non c’era più tempo. Ci dovevamo anche offendere, se necessario, ma non ci poteva più essere nulla di non detto.

-Sì, anche. Ma anche, non solo per questo. No, non solo per questo-

Il tesoro dei Romanov, che ormai giaceva al sicuro.

-E quelli che dicono che lo zar non aveva depositato nulla all’estero?-

questo era nelle testimonianze del processo. Alcuni cugini di Nicola II avevano giurato che lo zar aveva milioni in denaro e gioielli nelle cassette di sicurezza di Londra. Altri avevano giurato che non c’era niente. Tutto doppio, come sempre.

-C’era un uovo di Fabergè che mi piaceva tanto. Papà me lo faceva tenere in mano ogni Pasqua. Fabergè mi voleva bene. Un giorno, mentre andava via dal palazzo si era chinato su di me e mi ha chiesto:” Come desidera Sua Altezza che sia l’uovo di questa Pasqua? Lo zar ha detto di farlo come voglio” e io gli dissi che lo volevo azzurro, con dentro un uccellino che cantasse. E così fu. Papà diceva che quell’uccellino ero io, nata per rallegrare la famiglia-

-Ed è in Inghilterra? Insieme al denaro?-

Lei ha annuito

-Papà mandò casse intere in Inghilterra al principio della guerra. Così tutto quel che è mio è là. Presto se lo spartiranno-

Che strano, non avevamo mai parlato di questo. E di quante altre cose non avevamo mai parlato, tutti presi dai gatti, dalle spie in strada, dalle erbacce e dai vicini? Il tempo sprecato mi piombò addosso come una manata tra le scapole. Forse per tutti era così, magari quando sta morendo qualcuno di caro, e ci si accorge con allarme e paura che non si ricordano bene i racconti di chi sta andando via, non si è stati a sentire con attenzione. Una presenza che svapora e non si può più afferrare, come la nebbia. Quanti chilometri avevamo ancora davanti, quanta strada? Cosa era meglio cercare di sapere?

-Tanto si sono presi già tutto. Si sono sempre presi tutto-