Sicilianitudine, 3

Senza pretesa di completezza, da osservatrice esterna, registro arcaismi che mi incantano:

  1. il cibo arrostito in strada. Tutto, salsicce, carne di cavallo, carciofi. I fumi che offuscano la visuale in strada. Uno scontro di epoche tra graticole e automobili. si sa già chi vincerà, ma intanto io mi godo questo relitto di medioevo.
  2. gli sguardi che sono come pietre, baci o schiaffi. Occhi che comunicano tutto con forza, mi piaci/non mi piaci, sei bello/a, fammi strada, fermati, taci, parla. A dire il vero, non so se sono proprio sicilianitudine. Li ho trovati anche in Grecia, in Egitto, in Turchia. sulle rive di quel Mediterraneo di Braudel che era il mare nostrum, e  comunque un’unità, oggi come allora.
  3. le richieste di grazia gridate in strada, in certi giorni speciali dell’anno. Guardate a 6.28 questo video (tutto il video è meraviglioso): https://vimeo.com/158013412

Cibo di guerra, 4

Ovvero come la guerra modifica il valore delle cose.

In Umbria, quando i Tedeschi si ritiravano dalla linea gotica, occuparono anche i casolari più sperduti delle campagne. In uno di questi un contadino passò quei mesi dormendo seduto quasi dentro il camino, con la roncola nascosta nella giubba: davanti a lui, sul pavimento dormiva un soldato tedesco e prima di addormentarsi fissava la botola del soffitto che chiudeva l’accesso alla soffitta dei salumi. Se me chiede d’andà su lo ammazzo co’ la roncola, aveva detto il contadino alla moglie. Non accadde, ma l’avrebbe fatto di certo. Un salame, una fetta di prosciutto, quando da un anno non si avevano proteine che non fossero un po’ di latte valevano più di una vita.

E così, più a Sud, una ragazzina che scappava dai bombardamenti in città per raggiungere la zia a Roma città aperta, doveva portare con sé due valigie, una con i salumi e la farina, l’altra con l’argenteria e i ricordi di famiglia. Uscì di città, iniziava la salita, il peso era intollerabile. Lasciò la valigia delle cose preziose e arrivò a Roma, ugualmente festeggiata da tutti. Che importava ormai un po’ di metallo?

Ricordiamo, ricordate, raccontiamolo a figli e studenti cosa è stato.

 

 

Pranzo squallido e lezione d’inglese

Ok, lo ammetto, stanca delle cucinate per le feste, domenica mi sono concessa, e ho imposto a tutti, un pranzo sano e leggero, così leggero da essere triste. Ieri il Figlio minore aveva lezione di Inglese e il professore ha chiesto di descrivere l’ultimo pranzo domenicale

E sai mamma? tutti descrivevano cose buonissime e io ho dovuto confessare minestrone surgelato e pollo ai ferri…

Dì al professore di farsi gli affari suoi.

E insomma, per una volta che si sgarra, si viene subito scoperti!

Auguri e Labirinto, 1

Auguri a tutti gli amici di blog, siete stati importanti per me, e affettuosi,  anche se gli anni e gli eventi degli ultimi mesi mi hanno resa sentimentale. Prometto che mi indurirò con l’anno nuovo. Auguri a tutti e mi auguro che alcuni, Rebecca, Giuliana, Elena, scrivano sempre di più. I loro post sono preziosi per me. Mi auguro inoltre che alcuni, ultimamente silenti, tornino a scrivere come un tempo. Intanto prendo congedo dall’anno con un piccolo racconto, evidentemente ispirato alla Casa di Asterione di Borges, nulla di particolarmente originale. Dedicato a tutti noi, perchè tutti siamo Asterione.

Labirinto, 1

Qui, nel mondo sotto al sole, vogliono che io torni ad essere degli uomini e delle cose, che ancora mi disperda nel dedalo di cuori e strade, ma ormai so che non serve tentare di conoscere quanto è all’esterno di me. Questo mi resta del mio soggiorno nel Labirinto, dove a nulla valevano i simboli dipinti all’ingresso delle gallerie, i disegni e le mappe che ne riproducessero l’andamento: piuttosto giovava la conoscenza del cuore, sapere quanto tempo si potesse reggere la solitudine o la speranza.

Poichè questo tesoro di sapienza avevo appreso nella sede del Minotauro, che Gea stessa, impietosita, non potendo disubbidire al Fato e concedere libero il passo al mostro, si sottraeva però a lui che, desideroso di morte, tentava di squassarsi contro le rocce della dimora sotterranea; Gea addolciva i giorni di lui con lisce pareti pietrose e pavimenti levigati, replicava in sè, nelle sue membra di terra, ciò che egli pativa per renderlo meno solo e davanti al suo vagare apriva gallerie differenti per aspetto e andamento a secondo del sentimento che lo muoveva, affinchè, nella più cupa solitudine che nessuna creatura poteva mitigare, almeno le zolle gli rispondessero. Così nel groviglio più fitto vi era la riproduzione di un’angoscia oscurissima, nel cunicolo che saliva dritta verso la superficie, e poi s’inabissava, la speranza di libertà rivelatasi fallace.

All’arrivo del nostro gruppo di vittime, i fratelli di apparente sventura, giunti nel Labirinto molti anni prima, avevano parlato un greco di oscuro significato: il tributo al Minotauro non era di sangue versato, ma di compagnia e sorrisi. Poi capii, io per primo tra i miei compagni. Temendo che il muto patto fra Gea e il mostro non avesse a scuotere le fondamenta di Creta, era stato stabilito il tributo di fanciulli, e per questo soltanto, non per la morte, ma per la vita. Noi e gli altri prima di noi, con la nostra compagnia, dovevamo essere confine al labirinto scavato dalla furia della creatura divina, limite al disperato vagare di chi svuotava il suolo dell’isola, impedendo agli abitanti l’orgoglio di colonne, guerre e parole.

 

Scritte sui muri, 2

Questa arriva come una mazzata quando si esce dalla visita del più bel palazzo barocco della città, sul muro dirimpetto: E’ davvero questa la vita che volevi?

Certo lo scopo è provocare uno shock, ed è raggiunto anche troppo facilmente, direi; comunque utile. Che rispondere? mi sono chiesta, inchiodata sulla soglia. Sicuramente no, ma è uguale, va bene lo stesso. Ho rischiato di avere un paio di persone amatissime in meno davanti al brodo di cappone, a Natale, e invece c’erano, e in ottima forma. Va bene anche se non è quella pensata a sedici anni, sono piena di gratitudine.

Atmosfera natalizia e brodo di cappone

Per il pranzo di Natale, a casa mia in Umbria, si faceva sempre il brodo di cappone con i cappelletti. Io lo odiavo.

Adesso, per ogni pranzo di Natale, faccio il brodo di cappone con i cappelletti (credo l’unica in tutta l’isola). I  miei figli lo odiano, ma io lo faccio lo stesso. Mi piace continuare a fare quello che facevano le donne forti e allegre che hanno fatto la mia infanzia, che non avevano paura di lavorare, resistere e aiutare. Mi piace anche dare una continuità, onorare quel che mi è stato tramandato. Solo perchè così si fa. Magari un giorno i miei figli faranno il brodo di cappone a Natale.

Atmosfera natalizia in Sicilia

Oggi mi ferma il fioraio dove ho comprato l’albero di Natale (l’albero più sbilenco e strano d’Italia, dalla forma a nebulosa)

-Signora, metta i cubetti di ghiaccio nella terra dell’albero, ogni giorno; altrimenti non arriva all’Epifania-

Certo, ci sono 22 gradi fissi, da giorni. Per Natale non chiedo tanto, non la neve, ma un po’ di freddo sì…