Il pranzo dei morti, 10

-Un brindisi, carissimo e vi dirò oltre-

Non per sempre, solo come purgazione, una fase di distacco lento dal mondo al quale tanti legami avvingono il morto che già agogna alla beata condizione celeste. E come sancire il distacco definitivo e l’entrata del mondo celeste? Come se non con un banchetto che riunisca le persone più vicine al morto che siano anch’esse nell’Aldilà? Un brindisi, un pranzo; il fior fiore della compagnia, i cari amici che ci furono di scorta nella vita terrena e il fior fiore di questa terra benedetta che è la Sicilia; il massimo fasto della carnalità e della materia nel momento dell’addio; come l’ultima notte con una donna amata, o come …e qui un piccolo calcio del d’Ingalbes interruppe il discorso del principe, che già stava commuovendosi sulle bellezze del mondo materiale, tanto da farlo vagheggiare a chiunque, mentre il convegno presente tutto richiedeva meno che di sottolineare la carnalità che il marchese sembrava negare fieramente. Forse, ragionava il d’Ingalbes, troppo di sé le aveva tributato finora, e troppo poco ne aveva tratto. Come lui medesimo, d’altronde, che se si ritrovava povero era per aver troppo amato il mondo e aver sperato che gli desse prima o poi quelle gioie che sempre annunciava.

In quella si aprirono i battenti e Gerlando in livrea d’onore, blu oltremare con i galloni e i bottoni d’oro, s’inchinò e annunciò

-Lor signori sono invitati a prendere posto. Inizia il pranzo che il Monsù di questa nobile dimora ha allestito in onore del Marchese di Carabas-

Sedettero ai quattro lati dell’enorme tavolo. Nei piatti i soli avevano una faccia dipinta dentro il cerchio e i raggi come tentacoli; sembravano cantare e ridere alle foglie nel bordo. E su quei soli il maggiordomo depose arancine tonde e dorate che imitavano i soli e cantavano sotto i denti al primo morso,  spalancando sotto la crosta croccante il riso caldo giallo di zafferano e spezie, profumato della carne nascosta nel cuore che si annunciava e non si mostrava subito. E si proseguiva a mordere per raggiungerla, tenerissima, tagliata a piccoli cubi legati ai piselli.

-Marchese, non assaggiate?- chiese sorridendo il principe Lancia –Questo arancino è immagine vivissima di quanto abbiamo appena passato: la scorza fritta che crocchia sotto i denti è la durezza della morte, che esiste solo per schiudere il cuore saporitissimo della vita spirituale. Assaggiate, è un ordine-

-Non posso, non ho più lo stomaco- il marchese era grigio in volto-

-Neppure noi, amico mio, abbiamo più lo stomaco!- il Rioasaltas alzò davanti al volto un arancino –eppure vedete? La morte ruvida, dura, brutta è la crosta; un attimo e si rivela l’interno magnifico, ricco e profumato: la vita presente dopo la morte, tutti insieme- e addentò la crosta dell’arancino con uno sguardo estasiato da innamorato.

– Davvero amico mio eravate destinato alla corte del re, con la vostra eloquenza- sorrise il marchese. Ma era un sorriso difficile, perché da tanto non sorrideva che aveva perso l’esercizio.

I tre invitati fingendo di conversare lo spiarono dischiudere la bocca e dare il primo morso. Un morso piccolo piccolo, che tuttavia produsse un suono che sembrò un inno di vittoria cantato a squarciagola.

Totò versò il vino nascondendo la sua gioia e il Ripasaltas lo guardò con desiderio struggente, quindi alzò il calice

-A noi, amici miei! A noi che siamo sempre insieme! A questa bella vita nuova!-

-A noi!- e tutti bevvero.

-Coraggio amico mio, non potete non unirvi al brindisi!-

il marchese con mano tremante alzò il calice e lo posò subito

-Non posso…- mormorò

– Pensate al sangue di Nostro Signore che ci garantì questa vita dopo la morte- gli sussurrò il Ripasaltas –tutto questo che ci è imbandito è santificato e trasmutato. Sembra vino e non lo è, è solo immagine del vino terreno. Unitevi a noi, presto-

Gli altri ascoltarono trepidanti e trepidanti lo videro bere il vino rosso come un rubino, profumato come un fiore. E videro il viso dell’amico prendere una sfumatura più rosta come se il vino bevuto avesse passato alle guance il suo colore

E anche donna Cubitosa, nascosta insieme a Gerlando dietro l’uscio, vide la tinta rosata salire al viso del marito e battè le manine grasse senza far rumore: La vita ritornava, debole e delicata, ma tornava! Potenza del vino di Giarratana, color rubino e profumato di mare e sassi scaldati dal sole! Sangue e vino; il vino che faceva sangue, vivo, ruscellante nelle vene, sangue buono a vivere, a cantare, a mordere, a cadere insieme nel letto.

Guardò Gerlando: il maggiordomo aveva gli occhi pieni di lacrime. Guardò la sala dischiudendo appena il battente: vide il Ripasaltas sfiorare con la mano la natica di Totò mentre gli chiedeva altro vino. E sia! Pensò. Che importanza ha tutto, in fondo? Dalla tappezzeria di seta gli uccellini cinguettavano, i fiori sbocciavano. E sorrise.

I tre gentiluomini con gioia repressa e di sottecchi guardarono il marchese mangiare l’arancino. Aveva iniziato a sbocconcellarlo; ma quando era giunto al ripieno, alla fusione di ragù, carne e spezie, i morsi si erano fatti più veloci, e quasi non masticava più, assorbendolo come una piantina riarsa l’acqua. Quando ebbe finito gli altri tirarono il fiato di nascosto. Totò iniziò a servire il timballo di pasta

.Straordinario questo cibo dell’aldilà, davvero il compendio di quanto di meglio offra la terra…-sussurrò il marchese- sembra difficile che ne avremo di altrettanto buono e spirituale-

-Lasciate fare al nostro Buon Signore- replicò il d’Ingalbes –non c’è limite al suo amore-

Fukushima e tonno

radioactive-2056863_1920 Disastro nucleare di Fukushima. Una delle evenienze più temute dalla mia generazione, cresciuta durante la guerra fredda, con i fumetti sui sopravvissuti alle catastrofi nucleari e le istruzioni su come farsi in giardino un bunker antiradiazioni (ma che ci fanno votare a fare sul nucleare, noi, gente che è cresciuta così?).

In breve mi sono persuasa che il disastro di Fukushima, pur lontano, avrebbe avuto una ricaduta perniciosa su noi europei: il tonno in scatola! Mi vedevo i tonni radioattivi del Pacifico tutti belli inscatolati sugli scaffali dei supermercati italiani, pronti a contaminarci, luminescenti e malvagi  nel buio a negozi chiusi.

Poichè cerco sempre una soluzione a tutto, l’ho trovata anche quella volta. Mio marito e i Figli mi hanno sorpreso mentre stavo per acquistare on line un rilevatore di radioattività ( a un prezzo folle)

-Non verremo mai più con te a fare la spesa!– hanno tuonato alle mie spalle.

Mi sono vista con quell’aggeggio tra gli scaffali. Ho posato la carta di credito. Ma da allora di tonno in scatola ne compro pochissimo. Credo che i Figli ne consumino di nascosto.

Il Pranzo dei morti, 9

Quando Totò entrò nella sala, a piccoli passi discreti, trovò i tre gentiluomini con gli occhi brillanti e divertiti

-Favorite di annunciarci al marchese- intimò il barone di Ripasaltas e le sue parole suonarono come una dichiarazione di guerra alla follia e a ciò che rende brutta la vita.

Sale e salette sul porto tutte accese per l’arrivo di due navi dall’Oriente; vociari lontani di scaricatori e picciotti, tutto sospingeva i tre e li rendeva curiosi, timorosi e tuttavia certi della vittoria. Movimento, flusso e forza intorno a un centro divino, gridava tutto intorno a loro e li faceva sorridere.

Resi così lieti, quando Totò aprì i battenti della sala da pranzo e Gerlando s’inchinò davanti a loro, si fermarono stupiti. Ricordavano la vasta sala, ma non così, con quei girali di acanto verde e narcisi gialli alle pareti e sulla tavola, e identici sui piatti di porcellana; con quei sottopiatti dorati come soli, e quel contrasto feroce di colore, giallo e verde, ripetuto ovunque, che scuoteva per originalità e chiamava alla rivolta, alla partenza dei bastimenti, all’uscita dalla terra delle nuove piante; tutto ciò rinsaldava l’impresa che avevano in animo di compiere.

Un lieve rumore di passi, un bisbigliare sommesso d’incoraggiamento, e il marchese di Carabas fece il suo ingresso. Nulla sul volto di Gerlando rivelava la fatica tremenda di quel percorso dalla camera da letto alla sala, della vestizione, dei lunghi discorsi persuasivi della marchesa per convincere il marito e del quieto, folle mormorio di lui, così spaventoso nel suo delirio

(Un pranzo, con i vostri amici; No! non mangerò, non ho più lo stomaco; e poi sono morto chi volete che voglia vedere un morto? E quali amici poi?

I vostri, il Lancia, Il Ripasaltas, il d’Ingalbes, che morirono ier l’altro in un naufragio durante uno scontro fra pirati barbareschi e flotta trapanese: lo sciabecco che doveva trasportarli a Napoli, dal nostro caro Re, s’inabissò in un batter d’occhio, sfondato da una cannonata.

E com’è che se son morti non li ho avuti accento a me?

Chiedetelo a loro marchese, che ne so io dell’Aldilà?

E’ vero, devo chiedere a loro, chissà dove sono stati messi…mi dovrò vestire, forse.

Certo! E di tutto punto! Quale completo preferite, quello zafferano o quello verde reseda? Zafferano? Gerlando, presto! Redingote, il panciotto con i bottoni di madreperla e le coulottes con la passamaneria verdina! E la parrucca col codino! No, no, marchese, ormai l’avete detto, essi vi attendono, non potete rifiutarvi più. Dovete raccontarvi tutto. Non vorrete andare in camicia da notte!

Sì, devo sapere. Come sarà stato per loro il morire? Lieve come per me o doloroso? Poverini, in tutta quell’acqua di mare…E ci vedremo ora che siamo tutti nell’Aldilà? Mi piacerebbe rammentare con loro la vita sulla terra. E uscire magari per la passeggiata sulle mura: credo che saremo invisibili a tutti. Sì, c’è ancora un po’ di gioia in serbo per me in questa grande nebbia che la morte è…

Di tutto converserete, marchese, a tavola sarete solo voi morti; sarà la vostra cerimonia d’introduzione nell’Aldilà, credo.

Ma non è necessario mangiare, non ho fame, non posso inghiottire: dove finirebbe il cibo, se non ho stomaco? No, non vado, non mi vesto.

Ma la cerimonia di ammissione nel mondo spirituale prevede un pranzo in pompa magna. Un addio al mondo in cui si mangia, poi non vi sarà più cibo. Gli angeli vi metteranno lo stomaco al suo posto solo per questo giorno. Andate, vi aspettano)

 Totò sosteneva il marchese per il gomito, seguendolo nei suoi piccoli passi faticosi. I tre nobiluomini ammutolirono, tentando di riconoscere il loro amico in quel lemure, in quella creatura grigia, fatta di quattro zeppi nuotanti in un vestito sontuoso.

Al d’Ingalbes salirono le lacrime agli occhi e per nasconderle bevve d’un fiato il bicchiere di rosolio che aveva in mano, Ripasaltas serrò i denti e il principe Lancia si precipitò a sostenere l’amico malato.

-Siete voi, siete voi- mormorava rauco il marchese. Tutti quindi si chiusero intorno al malato e vi furono istanti pieni di esclamazioni, riconoscimenti, balbettii, lacrime. Gerlando in mezzo ciò si ergeva come un faro sulla roccia flagellata dalla tempesta. Infine si sciolsero dall’abbraccio e si guardarono

-Come siete belli amici miei! E giovani…-mormorò il marchese accasciandosi a capotavola –davvero ingiusta la morte…-

-Oh, non datevene pensiero!- fece il d’Ingalbes –molto meno di quanto non si tema da vivi. Un tuffo nell’acqua profonda ed eccoci qua-

-Non fu dunque lungo e doloroso per voi?-

-No, carissimo- il principe Lancia si era asciugato le lacrime e sorrideva. Trovando scialbo quanto detto dal d’Ingalbes, lo integrò a suo talento (era da sempre così, s’abbelliva tutto, forte del suo gusto e della sua intelligenza) -Non era bello farsi riempire d’acqua, c’era un senso di oppressione, come una grande mano sul petto che premesse e premesse, ma è stato un battibaleno. Poi è arrivata subito una gran luce beata che ci ha sospinto via in avanti. E per voi, come fu?-

Il marchese fece un gesto vago, a testa bassa

-Un tedio lunghissimo, e quanto più mi annoiavo e tutto diventava grigio, lo stomaco e il cuore si consumavano, come stoffe vecchie nella liscivia. Sentivo la forza defluire. E’ stato terribile. Niente luce, neppure un pochino. Devo essere all’Inferno, credo-

-All’Inferno? Oh no, quello solo per peccatori grandissimi, che si compiacciono anche in morte di ciò che hanno fatto. Noi, amico mio, siamo solo piccoli peccatori; ricordate che ci sentivamo sempre un po’ in colpa?-

Il marchese non era convinto –Perché allora quando siete morti non vi ho incontrato, ier l’altro? Io sono morto già da quindici giorni!-

-Bevete un sorso di vino e vi spiegheremo. Ecco, bravo. Il fatto è che per noi peccatori nell’Aldilà costruito dal Buon Dio, un Aldilà che non è proprio quale la Chiesa Santissima ce lo dipinge in vita, le cose stanno diversamente-

E venne descritto quanto segue, dal principe che sempre nella loro piccola compagnia era stato il più dotato di una sorridente intelligenza che gli faceva accettare la vita con spirito ed eleganza .

Quando si muore, disse, si muore in modi molto diversi. Alcuni vedono la gran luce sospingente e chiamante, altri si spengono come candele al lumicino, piano piano. Ciò comporta un’accoglienza diversa. Chi ha visto la gran luce entra in una specie di festa dove incontra tutti i morti che l’hanno preceduto, dai re ai mendicanti; chi si spegne lentamente viene posto in un grande nebbia morbida, nella quale lentamente emergono, come conchiglie dalla sabbia, gli amici già morti. Il criterio è fondato non sui meriti, ma sul carattere del moriente; per cui l’indole delicata assapora il delicato vapor acqueo, il carattere robusto la luce violenta.

-Per sempre?- la voce del marchese tremava appena.

Shock tecnologico

Da una decina di giorni cerco on line informazioni su un certo tipo di divano che mi piace. Non ne avevo parlato con nessuno in casa fino all’altro ieri, quando li ho descritti a  mio marito, Il cellulare era accanto a me e il comupter era acceso.

Un paio d’ore dopo sul computer di mio marito (perché sì, qui in casa ci sono più computer che persone!) hanno iniziato ad apparire pubblicità del tipo di divano di cui avevamo parlato. I Figli e il marito credono che dipenda dal rooter, io invece sono atterrita dall’idea che abbiano ascoltato la conversazione, tramite cellulare. Infatti perchè il rooter avrebbe deciso di inviare pubblicità su un altro computer della casa, solo dopo la conversazione, quando facevo ricerche da 10 giorni? perchè la pubblicità appare solo su quello di mio marito e non sui computer dei miei figli?

Loro sanno che siamo marito e moglie; e sanno ciò che ci siamo detti. Da due giorni vivo ossessionata da ricordi del Grande Fratello e di Hal 9000. In ogni caso, come dicono qui, i divani mi sono caduti dal cuore. Li odio,  non li voglio più. L’effetto opposto della pubblicità.

 

Fallimento domenicale

food-719704_1920Ecco, doveva venire come in foto. Almeno stando alla ricetta trovata in un famoso sito di cucina. La tipica ricetta per il mitico Qualcuno.

Invece…vi risparmio la foto real life di ciò che sono riuscita a fare.

MIo marito ama il musakà, tanto che mi ha persino aiutato: ha comprato il pimento, che sconoscevo e invece è molto buono, e ha fritto le melanzane.

Se decidete di cimentarvi, non fate i miei errori, vale a dire non usate tritato di vitello, bensì di maiale e mettete moltissima besciamella, moltissima, almeno 2 cm., come fanno in Grecia. Poi nella ricetta ci saranno altri errori, ma poichè non proverò mai più a farlo, dovrete scoprirli voi :),

Il pranzo dei morti, 8

Il monsù aveva dovuto chiedere la ricetta del pesce spada a una vecchia megera nel quartiere della Calispera dietro il porto, con l’unica scorta d’uno sguattero e sotto il giuramento del silenzio; una certa donna Metra (oh, con quale reverenza questo nome aveva pronunciato la marchesa!). Ah, aveva sospirato il monsù,  terra di selvaggi, di gente dal sangue troppo forte, che quando volevano una cosa, non mollavano fino a che non l’avevano ottenuta! Gente alla quale il sangue correva così forte nelle vene da ottundere ogni raziocinio, ogni ragionamento sensato. Pazzi, pazzi e incivili! Fargli lasciare la cucina mentre tutto ferveva e aveva bisogno di lui! Meno male che ciò che volevano erano sciocchezze e non terre o ricchezze, altrimenti chi li avrebbe fermati i siciliani? Sì sciocchezze, amore per lo più, ma anche onore e decoro, e rispetto dei legami di sangue, tutte cose che lui non ammetteva.

Donna Metra gli aveva dato la ricetta. Stecca il pesce con chiodi di garofano, che purificano dalla morte. Marina con succo d’arancia che addolcisce la vita. Soffriggi la cipolla che invita e cuoci nel soffritto il pesce.Poco prima di toglierlo dal fuoco, aggiungi un cucchiaio di miele, che conserva e preserva, noce moscata che parla di favole lontane e invita al viaggio e pepe che scuote.

Quando aveva chiesto in quali proporzioni usare gli ingredienti la risposta era stata:

-Non c’è legge in queste cose, se non quella che il cuore comanda. Ma il cuore, ricorda, deve essere puro e pura l’intenzione. Il cibo non deve essere solo buono e non deve essere solo medicina, ma entrambe le cose. E’ dono divino, arte, magia, e miracolo, tutto insieme. Il tuo cuore è puro, come quello di chi ti manda, e riuscirai.

E il tuo marchese guarirà di ogni malvagio sortilegio. Visto che donna Cubitosa ci tiene tanto a quello straccetto di marito-

E ora, ora che l’ora fatale era giunta, donna Cubitosa quasi singhiozzava alla finestra, sentendo vicina la prova: avrebbe avuto buon esito la serata frutto del suo ingegno e della sua fantasia? Le avrebbe restituito il marito? Oppure, come vedeva bene soltanto adesso, l’indomani tutta Palermo sarebbe stata piena della nuova che il marchese di Carabas era matto e matto sarebbe restato per sempre? il grido dei portieri, il rumore d’una carrozza e il tramestio dei torcieri la strapparono alle sue angosce.  Si asciugò gli occhi con la manica e si avviò incontro ai suoi ospiti.

Il principe Lancia, il conte d’Ingalbes e il barone di Ripasaltas erano nella sala rosa di palazzo Carabas. Illuminata a giorno, sembrava una nave in fiamme lanciata contro l’oscurità che montava dalle finestre sul porto. Nelle ciotole di porcellana si ergevano piccole colline di confetti rosa, nelle bottiglie di cristallo rosolio alla rosa. Tutto era rosa e festoso come sempre, ma si avvertiva una gravità nuova nell’aria, che prima non c’era.

A piccoli passi affrettati, preceduta da un impassibile Gerlando, la marchesa entrò e strappò un sorrisetto al principe Lancia, che in città era noto per la malignità nei giudizi. Senza busto, in abito da casa, a testa bassa: che marchesa era?

-Perdonate la libertà con la quale vi accolgo- disse sedendo al centro fra i tre –ma, confidando nella vostra discrezione e nell’affetto che nutrite per mio marito, devo avvisarvi che egli si trova in una condizione particolare. –

-E’ malato!- esclamò il conte d’Ingalbes, vagamente spaventato dal possibile contagio: come avrebbe pagato il medico? donna Cubitosa scosse il capo

-Non proprio, non in modo tradizionale. Egli sta benissimo, ma, vedete…è difficile dirlo…crede di essere morto-

i tre ospiti sobbalzarono come un sol uomo

-Sì, purtroppo è così. Sta benissimo, ma si crede morto. Dice di non aver più cuore e stomaco. Eppure per il resto, ragiona benissimo e riconosce tutti. Solo, non vuole vivere, perché si crede morto-

-Devo vederlo!- il principe Lancia balzò in piedi

-Aspettate principe! Devo prima spiegarvi il motivo per cui siete qui. Dovete fare in modo che egli mangi. Sta benissimo, ma non mangia e diventa sempre più debole. Io quindi vi ho invitato affinché, distratto dalla vostra compagnia, pranzi come si deve, come una volta. E perché ciò accada, voi tutti dovrete fingere di essere morti-

I nobiluomini la fissarono allibiti. Il conte d’Ingalbes fece un gesto di scongiuro e scosse il capo.

-Aspettate, aspettate prima di rifiutare! Il marchese non vuole cure, né prediche, né di sentirsi dire che non è vero quanto lui crede di sé: se vogliamo che mangi e che dunque si salvi, deve avere intorno suoi pari, suoi simili. Non impariamo tutti dai simili, dai buoni compagni di vita, di strada? Da soli cosa impareremmo mai? Egli dunque, deve imparare di nuovo a mangiare, il che significa poi imparare a vivere. Se lo amate come avete dimostrato sinora, continuate a farlo nella cattiva sorte. Fingetevi morti, usate la vostra fantasia e rallegratelo: il cibo verrà da sé e mangiando, tornerà alla vita solita. Perché il cibo è vita, non altro. Vi prego quindi di immaginare davanti un’aldilà che egli possa condividere, se potete, e di rallegrarlo della nuova condizione-

I tre si guardarono muti, poi il principe Lancia mormorò, come a sé stesso

-Sarebbe anche divertente. Ognuno fingererebbe una sua propria condizione ultraterrena, quella che la sua vita gli ha preparato, giacchè ognuno di noi sa cosa ci stiamo preparando per quando saremo dall’altra parte, non è vero? E nessuno di noi pensa di andare dritto in Paradiso, come se fosse stato un santo, non è forse vero? Già il Purgatorio sarebbe tanto, per gente come noi! Forse ci varrà anche come confessione, davanti al Buon Dio, con buona pace dei preti che ci circondano, sempre più inutili! –

il barone di Ripasaltas scosse il capo

-sarebbe facile cadere in contraddizioni di ogni genere che il marchese non mancherebbe di rilevare. Dovremmo concordare bene…-

-Io adesso vi lascio- disse la marchesa alzandosi –decidete liberamente, secondo coscienza. Fra un quarto d’ora manderò Totò e a lui comunicherete la vostra decisione. Qualora decideste di stare al gioco e di fingervi morti, dirò al marchese che siete morti in naufragio, mentre vi recavate a Napoli, a presentarvi al nostro buon, nuovo Re. Buona serata, signori, e grazie, qualunque cosa scegliate di fare-

E negli occhi di lei brillò come una sala sfolgorante di luci, luci di dolore e lacrime, ma anche di pietà per quei tre signori ai quali tanto di ovvio era stato necessario spiegare, la grammatica dell’amore persino; e anche luce di condiscendenza, di abbassamento e tristezza per l’essersi abbassata tanto. Ma nessuno di loro pensò questo, o volle pensarlo nella sua interezza; solo si accorsero che la marchesa aveva occhi bellissimi, fra ciglia lunghissime, nei quali si poteva cadere e volare; e pure pensarono che era giovane, giovanissima. La videro andar via, un poco traballante sui tacchetti di seta, con un sentimento nuovo di ammirazione.

Scese il silenzio nella sala rosa e dorata. Nessuno parlava, né guardava gli altri, bensì un punto nel pavimento di ceramica che sembrava a ciascuno particolarmente interessante. Infine il principe sospirò, quindi sorrise

-Curioso che sia capitato proprio a lui, nevvero? A chi più di ogni altro nella nostra bella compagnia ci sospingeva verso le avventure, i lidi ignoti, la bella Parigi. Come se avesse esaurito tutto e ora niente lo tenga fra noi-

-Forse noi tre abbiamo ancora motivi per lottare, egli ha sempre avuto tutto- il conte d’Ingalbes mesto pensava a sé e alle privazioni nascoste cui si sottoponeva ogni giorno, peggiori d’ogni battaglia per gente come loro.

-Curioso, sì. Ma è sempre stato il più malinconico di noi. La vita non era mai abbastanza per lui. Dunque la lascia, come si lascia un’amante che ci ha tradito- mormorò il barone di Ripasaltas, che poi si riscosse con fierezza, pensando che doveva allenarsi a sconfiggere le ostilità, che fossero a Palermo o Napoli, nelle vesti di un amico malato di ente o di intrighi di corte –Ma non lo permetteremo!-

-No!- concordarono gli altri

-La follia non ci toglierà l’amico!-

-No!-

balzarono in piedi unendo i bicchierini di rosolio, quindi il principe Lancia scrutò il viso degli altri due

-La sua stanchezza è anche la nostra. Il suo tedio è anche il nostro. Ma non ci siamo ammalati perché avevamo altre cose da desiderare davanti a noi, come l’isola agognata davanti alla prua di una nave. Questo dobbiamo ricostituire in lui stasera, la direzione verso una meta. Prima mostreremo di essere come lui, vale a dire morti, poi lo indurremo a mangiare e, quando avrà mangiato legandosi di nuovo alla linfa della vita, instilleremo nel suo cuore il desiderio di qualcosa. E avremo vinto-

-Che diremo dell’esistenza da morti, che grazie al Buon Dio ancora ci è ignota?- il d’Ingalbes non era molto convinto e il Ripasaltas, che in pochi istanti aveva concepito un piano, gli pose una mano sulla spalla dicendo

– Stabiliamo di essere morti nel naufragio d’una nave per Napoli. Stabiliamo di essere tutti al Purgatorio, grazie alla divina bontà che ci ha evitato l’Inferno. Il Paradiso non sarebbe credibile per gente come noi e l’Inferno ci toglierebbe la possibilità di parlare serenamente. Dunque Purgatorio. E dobbiamo mantenerci la possibilità di immaginare un Purgatorio personale a ognuno di noi. Dobbiamo avere un margine di libertà, altrimenti sarebbe facile per noi cadere in contraddizione. Ora possiamo fare che nel Purgatorio ciascuno di noi abbia una punizione diversa, isolato dagli altri?-

il conte d’Ingalbes tremava di sdegno

-No no no no! Nessun contatto fra cibo e Aldilà! Nessun legame possibile! Aiutiamolo sì, ma senza pranzo. Torneremo domani mattina-

L’esclamazione cadde e provocò un silenzio profondissimo, nel quale si udirono solo i richiami lontani dei marinai dal porto e sembrarono come un grido di guerra. Tutti riconoscevano in cuor loro la verità di quelle parole; e tuttavia qualcosa non andava…Forse fu per il piacere del bel gesto, di fare bella figura; oppure colse l’eccessiva logica di quelle parole; ma il Ripasaltas dopo qualche istante mormorò pensieroso

-Non so, siete nel giusto amico mio, certo, ma..ma non è come dite! O meglio, è come dite secondo ragione, non secondo verità, perché sapete che verità e ragione non sempre coincidono. Se seguite il cuore, il cuore di cui nessuno più oggi parla, vederete che non possiamo andarcene così questa sera. Avrebbe il sapore dell’assassinio- e tacque soddisfatto. Aveva posto il dubbio senza prendere posizione; lasciare aperte tutte le strade, questa era la politica. A corte, si disse, non avrebbe certo sfigurato.

Di nuovo il silenzio e nel silenzio marinai e onde brevi che comandavano Partite! Partite, presto!

Il principe Lancia lo guardò ammirato e lo seguì nel ragionamento

-Ricordo certe storie dei precettori e delle balie, su Persefone che mangiò tre chicchi di melograno nel regno di Ade e per questo fu legata per sempre al regno dei morti e non potè tornare da sua madre Demetra. A nicaredda! strillava la mia vecchia balia, troppa siti avvi! Dunque si mangia nel regno dei morti.

Il nostro pranzo di stasera potrebbe essere l’ultimo insieme per prendere congedo dalla terra e passare dall’altro lato. In fondo nella storia che diremo siamo morti insieme, come abbiamo vissuto insieme. Un ultimo pranzo per salutarci prima di avviarci alla punizione individuale. Gli arancini del monsù possono ben passare come gradino da ascendere per avviarci all’aldilà, dove gusteremo il cibo spirituale che trascende il cibo di questa terra.

E la punizione di ciascuno sarà quel che a ognuno verrà in mente. I nostri peccati sono così diversi, signori- e qui una luce brillò negli occhi del principe di Lancia, che ben conosceva i gusti del Ripasaltas per i bei ragazzi- sono così diversi, che non sarà difficile immaginare e favellare di condizioni del tutto personali. Voi, caro conte- e si rivolse al d’Ingalbes con un sorriso –cercate di vedere in altro modo la faccenda. Non sarà un’offesa al cibo, ma la sua esaltazione. Conosciamo bene l’abilità del monsù di questa dimora. I suoi arancini restituiscono l’immagine dell’Eden, glorificano la bellezza originaria della terra prima del peccato originale. Stasera sarà il cibo prima della caduta per essere ammessi alla vita eterna.

Tentiamo signori; glielo dobbiamo e lo dobbiamo a questa povera donna che in fondo ama suo marito e lo sta scoprendo soltanto adesso. E, mi raccomando, iniziamo dal vino!-

Quando Totò entrò nella sala, a piccoli passi discreti, trovò i tre gentiluomini con gli occhi brillanti e divertiti

-Favorite di annunciarci al marchese- intimò il barone di Ripasaltas e le sue parole suonarono come una dichiarazione di guerra alla follia e a ciò che rende brutta la vita.

Delizie umbro-picene: ciauscolo e lonza

IMG_2219Due salumi introvabili in Sicilia, nemmeno a cercarli col lanternino, che stanno benissimo con la crescia di cui ho già parlato.

1) Il ciauscolo. Nella foto è a sinistra. Un salame morbidissimo, spalmabile se lo si tiene a temperatura ambiente e non troppo salato, solo buonissimo.

2) Sua maestà la Lonza. Non quella di Dante, ma la lonza, cioè il filetto di maiale, la parte più magra. In foto è a destra, ed ha una venatura di grasso perchè è la parte terminale (l’ho finita, sigh, urga andare a ricpomprarla lassù!). In genere è interamente rossa. E’ regale, magrissima, molto più buona del prosciutto e di qualunque altro tipo di carne, tanto che la mangio anch’io che non mangio carne. Sta benissimo col pane sciocco, quello senza sale, dell’area umbro-toscana.

I cibi degli dei.

Il gran ribaltamento dell’estate

IMG_2216Vista da chi ha origini umbro-sabelliche come me, l’estate siciliana è un ribaltamento di ogni cosa.

Innanzi tutto, le parole usate: dell’acqua del mare non si dice che è pulita, profonda, fredda, ma che è bellissima, come di una donna amata che è stata lontana a lungo.

E i comportamenti: mentre bubbolo di freddo avvinta a uno scoglio, per avere immerso in mare la punta del piede, vedo arzilli ottantenni che si tuffano  felici nell’acqua gelida; e signore elegantissime inzuppano la brioche nella granita come se facessero la scarpetta.

L’atmosfera cambia in ogni strada: la città prende un mood hawaiano: bermuda e infradito sono sdoganati per gli uomini anche in centro, le scarpe chiuse sono bandite per le donne anche negli uffici e nelle banche. Chemisier e caftani danno un’aria vagamente africana, un’aria allegra ovunque. Benvenuta estate.

Il Pranzo dei morti, 7

Una mattina stranamente grigio-rosa e molto fredda gli inviti erano stati recapitati, scritti su biglietti che recavano ad acquarello lo stemma dei Carabas, la torre con tre leoni intorno.

Il principe Lancia pianse leggendo il biglietto d’invito. Le voci che giravano in città e che davano il marchese in fin di vita erano dunque false. E la gioia gli faceva salire singhiozzi dal petto. Amava il marchese di Carabas, dai tempi di Parigi, durante il viaggio delle pazzie, come lo avevano chiamato tra loro; a quando tutto era ancora intatto, croccante come i panini della vecchia alla Kalsa, da mordere spezzando la crosta in allegria. Condividere la nostalgia, ragionava, unisce più che ogni altra cosa; e saperlo malato in agonia lo aveva spezzato dentro. Certo sarebbe andato e con gioia. Avrebbe stretto le mani dell’amico e domandato la causa di quelle strane dicerie; avrebbero riso insieme delle pettegole palermitane che riempivano la città di malignità nella passeggiata serale. La fine era ancora lontana…

Il conte d’Ingalbes, seduta nella terrazza della sua dimora nel quartiere di Seralcadio, quando lesse il biglietto inghiottì la saliva. I pranzi in casa del marchese erano famosi per bontà e abbondanza e lui non mangiava bene da tanto, oh, da così tanto! La sera doveva accontentarsi di tazze di latte in una sala da pranzo dove la carta da parati pendeva tristemente in lembi impolverati. Sì, sarebbe andato. Nelle belle sale dell’amico avrebbe messo in un canto l’invidia ed evitato con cura ogni confronto con la sua casa. Sorridente e generoso come un tempo, come a Parigi, quando tutto andava bene e c’erano i denari e ancora non era necessario trafficare con i pirati barbareschi per guadagnare quattro scudi.

Il barone di Ripasaltas si accigliò dopo la lettura dell’invito, si raddrizzò la parrucca scivolata sulla fronte e subito si ricompose.. Ultimamente non aveva molta voglia di passare nottate con i vecchi amici; era in partenza per Napoli dove il Re doveva insignirlo di un’onorificenza e dove c’era un giovane ufficiale con occhi meravigliosi. A Palermo ogni cosa e persona era ormai vecchia e passata di moda, orrendamente passata; a contatto con Napoli egli vedeva la sua città in altro modo. Tuttavia non poteva rifiutare, anzi era un modo per prendere congedo e salutare i vecchi amici con i quali aveva compiuto a Parigi follie delle quali adesso si vergognava. Strano però: l’invito era in contrasto con quanto aveva saputo a palazzo reale della follia che aveva colpito l’amico di un tempo. Andare avrebbe avuto il vantaggio di prendere notizie direttamente e poter sussurrare le novità intorno a quella faccenda a chi poteva favorirlo presso il Re.

Tra nostalgia, avidità e superbia, tutti e tre gli amici furono uniti da una sorpresa: alla fine del biglietto d’invito c’era una postilla sottolineata, nella quale si raccomandava di conferire con la marchesa prima del pranzo. Con la marchesa! Con quella piccola, grassa donna bruna che meglio avrebbe figurato al mercato, tanto era rozza nei modi, cresciuta com’era stata in quel feudo sperduto di Giarratana! Il cui unico pregio erano i soldi; quella moglie per la quale non finivano di compatire il loro amico! Perplessi posarono il biglietto e guardarono a lungo fuori dalle finestre quella loro Palermo sempre in lotta per la vita. Un mistero crescente e sorridente strisciava fino ai davanzali e li rendeva impazienti.

Ed era stato così che la mattina del 30 marzo molto presto, due grandi pesce spada, tutti ritorti e con l’occhio sbarrato, dalla feluca di casa erano stati issati con funi su per le mura dove era edificato il palazzo Carabas, insieme a molte enormi balate di ghiaccio; e che grandi sacchi di zucchero e riso, ceste di carne freschissima avevano ingombrato il cortile della cucina; mentre lassù, nell’appartamento del marchese il grigio si addensava in un vortice e lui si spegneva, sempre più inconsistente e vuoto di organi e pensieri, pieno solo di sogni malsani e malinconie.

Resisti! Resiti un giorno ancora, caro, sciocco, affascinante marchese!

E intanto dal porto montavano i racconti sulla cattura dei due pesci: erano maschio e femmina; quando la femmina era stata arpionata, il maschio si era lanciato contro la feluca, ma con una tale furia, con un tale desiderio di liberare la compagna, che il lanciatore s’era commosso e non aveva lanciato subito il secondo arpione e solo il richiamo dei rematori l’aveva scosso e costretto a lanciare; che la cattura del maschio era durata ore, trattandosi di un maschio enorme e fortissimo; e che all’improvviso, quasi avesse udito un comando, il maschio si era fatto prendere, cessando ogni lotta e offrendo il dorso al lanciatore; e per ultimo, che la feluca che doveva recarli a Palermo aveva avuto un tal favore prodigioso di venti che in poche ore era sotto il palazzo, di certo per volontà di santa Rosalia.

Donna Cubitosa udendo in lontananza tali racconti pregava, ma non disse a nessuno questi pensieri di preghiera; e vedeva, come se fosse stata là sulla torretta della feluca, lo sfolgorio argenteo dei pesci nell’acqua blu piena di gorghi, la femmina gonfia e il maschio che la seguiva veloce, il guizzo di essi nell’acqua, come di mare la sera dentro il mare blu del mattino, il guizzo così elegante e morbido che desiderò essere pesce, non avendo mai visto una simile fusione tra un elemento naturale e la creatura, un così perfetto, felice adattamento; e quindi l’arpione doppio, la fuga, l’occhio disperato del maschio accanto alla compagna.

Pregava; forse questo era un segno che il banchetto doveva farsi, e con quel menù; e non disse ad alcuno che, mentre dalla terrazza vedeva issare i due pesci spada, uno di essi aveva fissato il suo occhio di vetro nel suo e torcendosi in un guizzo (o erano le funi umide che scivolavano sul corpo lucente?) aveva cantato con una voce strana e metallica

In greco cantami

Se vuoi incantarmi

In greco cuocimi

Se vuoi usarmi

Davvero quelle parole le erano state dette, in quell’attimo che aveva la profondità di un abisso e il calore del sole ardente? O non era piuttosto la sua mente vacillante per la preoccupazione che le aveva generate e attribuite al pesce?

Nel dubbio decise di fare come se fossero state vere, in fondo non rischiava nulla. Dentro montava un ricordo come una luce, il racconto di una serva a Giarratana, quando la sera si sedeva sulle scale sotto le stelle, lei, la marchesina, la governante e il personale di casa, padroni e servi tutti insieme. Questa, Immuzza di nome, era di Messina, finita a Giarratana per matrimonio. E una volta aveva raccontato come si pescava il pesce spada nello Stretto.

I pescatori pescavano il pesce spada, detto anche pesce cavaliere, cantando una nenia greca antichissima, di cui nessuno sapeva più il significato. Dall’alto delle torri montate sulle barche il lenzatore distingueva nei flutti ritorti dello stretto di Messina il guizzo del pesce e lanciava il richiamo; i fiocinatori iniziavano la cantilena che risuonava cupa e vogliosa sopra l’acqua, alzandosi di tono e aumentando in velocità man mano che l’imbarcazione veloce si avvicinava al pesce e lo arpionava, seguendolo poi fino a che, sfinito, non rallentava e si lasciava prendere.

Gli si cantava in greco per prenderlo, dunque; ma cucinarlo in modo greco, lei non sapeva che volesse dire. E c’era un solo modo per saperlo, un modo che nessuno doveva sapere. Un modo che sarebbe giunto dal basso, come dal basso era giunto il ricordo della nenia greca, come in basso erano la terra e la cucina, e tutto ciò che vi era di buono e amorevole.