Sofonisba, 1

Sofonisba Anguissola (Cremona 1532 -Palermo 1625), una delle pochissime pittrici italiane, famosa in Europa e apprezzata da Michelangelo, ebbe due mariti: don Fabrizio Moncada, sposato in Sicilia nel 1573, e Orazio Lomellini, sposato nel 1579, dopo la morte di don Fabrizio per naufragio lungo le coste di Capri. Due mariti, nessun figlio e autoritratti molto tristi danno origine alla misera fantasia che segue.

Immagine da: https://www.artefair.it/sofonisba-anguissola-pittrice-di-talento-e-donna-di-cultura/

Mi chiedo come ho fatto a sapere. Tredici anni appena, tale era la mia età allora, e inconsapevolmente mi sono dipinta con quello sguardo che non è neppure una preghiera disperata, né un timido e silenzioso appello, ma pura, gelida disperazione. Al principio della vita lo sguardo mio avrebbe dovuto essere invece timore del giudizio altrui e curiosità trepidante insieme, gioia e allegria trattenute; ma io sapevo già, per muto linguaggio. Questo corpo, che mi si è rivoltato contro, rimanendo sterile, già allora parlava al cuore che non voleva udire.

Nel dipinto mi volto verso uno spettatore ignoto, levando gli occhi dal quadro della Madonna col Bambino cui attendo. La Vergine che abbraccia il Figlio, in un tripudio di tenerezza, colori e unione di sentimenti, e io davanti solo, chiusa nell’abito scuro. Sapevo già tutto, ma non volevo vedere il naufragio del mio unico desiderio, della mia vita intera.

Perché l’unica mia brama è stata quello di diventare madre; ed è stata l’unica che non ho sciolto, la vocazione cui ho mancato –tutto il resto l’ho avuto.

Simile a un bastimento che veleggi lungo i bordi di continenti ignoti, ho costeggiato la maternità altrui.

Ero presso Elisabetta di Valois, regina di Spagna, al capezzale durante i parti, reggendo lo spirito, le urla e il capo di lei, raccogliendone l’estremo sospiro insieme a Sua Maestà il Re quando è morta di febbre puerperale alla terza bambina; ho seguito con trepidazione e tenerezza le Infante di Spagna, nei cui visetti puri ravvisavo quelli delle mie sorelle, quando giocavamo bambine.

Leggevo fiabe ai nipoti di don Fabrizio, mio primo marito, quando ancora era, nel mio corpo di quarantenne, la possibilità di concepire. Non mi rassicuravano tutti in Sicilia, rammentandomi la regina Costanza che diede alla luce, pur quarantenne, Federico II nella pubblica piazza? Tutto può accadere, sorridevano. Invece il mio ventre rimase chiuso.

Quindi ho cresciuto con affetto materno don Giulio, il figlio del mio secondo marito, tanto simile a mio fratello, ricevendone in segno di gratitudine che la sua ultima nata sia stata chiamata Sofonisba come me, povera creatura anzi tempo divenuta angelo splendente alla corte dell’Unica Vera Maestà, Nostro Signore. Piccola Sofonisba, che avrebbe dovuto sostituirmi germogliando nel mondo e che invece è morta, lasciando invece su questa terribile terra me, vecchia inutile, sterile.

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