Nozze a Persepoli, parte 3 (ultima, davvero solo per archeologi)

Damarato – Non hanno necropoli, anzi le ritengono empie. Darice me lo spiegò a sera, tenendomi tra le braccia come un bambino a cui far capire qualcosa di difficile. Quando si muore, in Persia, il corpo viene lasciato in cima alle torri del silenzio. Quelle torri bianche che vedevo ai margini del piano, esili come fuscelli e senza aperture, con uno strano fregio scuro alla sommità.

In esse solo i sacerdoti necrofori possono entrare e deporre il cadavere sul tetto a terrazza, dove intorno a un grande foro centrale vi sono tre giri concentrici di letti di pietra, il più interno per i bambini, il mediano per le donne, l’esterno per gli uomini. Gli avvoltoi che perennemente dimorano sul tetto –era quello il fregio sommitale, fregio di orrore vivente- quando un corpo viene disteso là e abbandonato, seguendo gerarchie e logiche imperscrutabili a noi uomini, si distaccano dal muretto a gruppi di due e pasteggiano delle carni morte.

Darice diceva che era rapido: un colpo di becco per la testa, uno per il ventre e poi gli artigli afferrano le viscere e l’avvoltoio si alza in volo per un rifugio sicuro dove consumare in calma il pasto. In ampi cerchi ritorna poi per scarnificare il resto. Sì, mia moglie ha parlato con voce ferma, limpida come sempre, come dopo gli abbracci o al risveglio del mattino. Normale l’orrore, la recisione del legame, l’accettazione di ogni fine. Quando si muore si torna a fondersi con la luce dalla quale si è scaturiti, il corpo non deve infettare elementi sacri, né terra, né fuoco, né acqua, né deve essere ricordato o protetto, giacché è stato solo l’involucro dell’anima, transitorio. Presteresti attenzione o cura a una brezza che oggi c’è e domani non c’è? Ha concluso lei.

E io non potevo parlare, non ho più potuto parlare per giorni, silenzioso come le torri dei loro morti, fermato nella mente, che tornava greca, dal ricordo dei lamenti omerici sugli eroi insepolti pasto di corvi e cani, e da Antigone improvvisamente davanti a me, velata come si addice a chi accetta la morte per non vedere cosa la morte fa a un corpo amato. Perché questo noi Greci rifiutiamo, sapere cosa accade a chi abbiamo amato, e come e quanto si distrugga. Ti ho turbato, non andrò oltre-

Nearchos –E c’è un oltre, in questo orrore, oltre quello che hai rivelato?-

Damarato –Sì. Il distacco di chi resta nel consegnare il cadavere. Tutti vestiti di bianco affidano il letto con l’amato morto al necroforo e vanno via, a testa alta e passo veloce. Li ho visti. Non un lamento, una preghiera, un capo chino o una veste stracciata. La consegna di un involto, nulla di più. E gli avvoltoi scendono.

Darice giurava che sentono le persone amate vicine nella luce e forse è vero, ma non mi bastava. In un certo senso era troppo razionale. Il corpo non è nulla, è una forma transitoria con la quale giocare, come con tutte le forme si può giocare, e dunque lo si abbandona in pasto agli avvoltoi. Logico, razionale, sì. Ma non basta. L’ossessione per la forma che ci tormenta è anche rispetto della persona amata, che in primo luogo è appunto forma, unica, indivisibile. Darle sepoltura non è solo sottrarsi alla sua trasformazione, ma anche rispettare quel che la persona avrebbe voluto, che nessuno vedesse l’oltraggio della morte alla forma che fu solo sua. Seppelliamo, bruciamo; poi facciamo ritratti in pietra, perché quel volto non vada perduto. Darice, quando ha udito questo e ha udito che le chiedevo di seguire il nostro rituale, sgomenta si è ritratta da me e non è più tornata. Io Greco ho fatto inorridire una donna barbara. Non ci sono state lacrime e grida, un distacco saggio e rapido, un distogliere lo sguardo da un’empietà. Inconciliabili, come acqua e olio. Le ho lasciato tutte le ricchezze che Alessandro mi aveva dato, per il bambino, e appena ho potuto sono tornato ad Atene. Pane e olive, sì, felicemente; e i discorsi e la filosofia nell’agorà: ma senza mio figlio, e con il desiderio di provare ancora quella tremenda libertà che ti ho detto, nel mio cuore non più interamente greco-

Solo le acque dell’Ilisso parlarono per qualche minuto, poi Nearchos mormorò, senza guardare l’amico

-Per questo non vieni più a sentire Zenone alla Stoà?-

-L’ho udito parlare di fuoco e distruzione e troppo dolorosi i ricordi mi hanno assalito; al tempo stesso, nessuna verità nelle sue parole, non la libertà delle forme, il distacco severo dal corpo amato. La verità non è degli uomini, né delle filosofie, ma questo, amico mio, custodiscilo nel tuo cuore e non ripeterlo ad alcuno: qui non può essere detto, in Persia sì. Zenone parla e costruisce mondi in cui non trovo lo sguardo che Darice per un attimo solo posò su di me quando le spiegavo la nostra sepoltura e il desiderio di rendere eterno in un ritratto il volto perduto che mai più si ripeterebbe; uno sguardo pieno di un desiderio tremendo, assetato di quello che descrivevo, profili nelle steli funerarie, busti, epitaffi, e maschere d’oro –quello che in Persia non si può fare e sfoga nei profili metallici per precisione, nei materiali preziosi, il desiderio di fare eterno. Lo sguardo che si ha davanti a una rivelazione. Un attimo, uno solo, poi si è allontanata per sempre, invertire la rotta è troppo difficile e nemmeno saggio, ma certo se io non sono più interamente greco, lei non è più interamente persiana. Ma quale filosofia spiegherà la mia nostalgia, il suo desiderio?-

16 pensieri riguardo “Nozze a Persepoli, parte 3 (ultima, davvero solo per archeologi)

  1. Cosa fare della salma, quella propria e quella altrui, non sembra ma è un bel problema. L’ideale sarebbe che svanisse al momento della morte come succede ai cavalieri Jedi in Guerre Stellari.
    Scherzi a parte, dal raffronto delle usanze hai ricavato un bel racconto, con una scrittura scintillante che elabora le forme attraverso il gioco delle opposizioni – e anticipazioni depistanti, come la commistione e l’ambiguità in Darice.
    Povero Damarato, davvero, esiliato in patria nel regno delle forme incontaminate e durature. Per curargli la malinconia ci vorrebbe un bel tuffo nel dionisiaco – ma i tempi sono ormai post-socratici.

    (Mi sembra che anche Tabucchi, in Notturno indiano, parli di un’usanza del genere.)

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    1. Infatti, i Parsi, pochissimi, vivono in India, è mantengono le tradizioni antiche, sottraendosi con cura ai turisti. La loro è una grande cultura, non facile da capire per un europeo. Per il resto, nel contatto tra culture diverse ci sono nuclei intorno ai quali nasce opposizione e poi nostalgia, sempre; e il dionisiaco, ahimè, dura molto poco. Grazie dell commento 🙂

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