Nozze a Persepoli, parte 2 (racconto da archeologi)

Nearchos – Anche in Atene, e nell’Ellade tutta, molte sono le mescolanze: il Minotauro assomiglia molto ai lamassu di cui parli, se pur l’inverso, corpo umano e testa taurina-

Damarato – Ma il Minotauro fu mostro feroce da perseguitare e uccidere con gioia; i lamassu invece vegliano e proteggono con mitezza. In tutta l’Ellade abbiamo orrore della mescolanza, mio giovane Nearchos, e da qui discende tutto-

Nearchos –Conduci uno strano discorso, molto antico. Gli dei, i miti, le antiche storie sono stati resi remoti da Alessandro il Grande e dai nostri maestri filosofi. Nessuno più vi crede davvero-

Damarato -Le antiche storie continuano ad agire in noi e ci modellano, come fa una matrice dopo che il bronzo vi è stato colato. L’oggetto che ne esce nulla sa della cavità che gli diede forma, ma quella forma reca per sempre. E dunque noi Greci cresciamo persuasi che ogni vivente e ogni non vivente abbia una sua forma e che tale debba restare. Mostri coloro che recano su di sé i segni della mescolanza. Proviamo orrore del caos, di ogni caos. Apollo, signore dei limiti, ci ha fatto questo dono. Mantieni la forma e ti sentirai giusto; astieniti dalla mescolanza e sarai perfetto; astieniti dal contatto con chi è diverso. Alessandro è andato contro questa legge ed è morto anzi tempo-

Nearchos –Sei cresciuto in Atene, onorando i limiti apollinei e tuttavia a Persepoli è stato un ritorno a casa. Oscuro come certi vaticini,  e ancora ruoti intorno al centro del tuo discorso oscuro, come il sole intorno alla terra-

Damarato -Immagina di spezzare la forma in cui sei stato calato. Di sentire infrangersi i contorni che ti rendono te e percepire una vicinanza nuova a tutto il resto, una vicinanza tale da farti riversare per un attimo nelle acque di un fiume, nelle zolle del campo, nella tua sposa. Di farti acqua terra o donna, velocità, germinazione, freschezza. C’è un riposo in questo, oltre che una gioia. Una festa con poco vino, il giusto, e la brezza fra gli ulivi. L’io può sembrare allora un carcere, l’individuazione un giogo-

Nearchos –L’io è tutto quel che ho. Non posso rinunciarvi, nonostante le tue parole ammantino di bellezza questa scelta-

Damarato –Non ricordi le parole del maestro che proprio in questo luogo ascoltò Socrate? Come, e con quale dolore e sapienza, descrisse l’anima costretta a scegliere in quale forma incarnarsi ancora. Tu non hai alcun possesso. Il prigioniero non possiede il carcere, lo patisce. E tuttavia ti capisco, nemmeno per me è stato facile in principio. E se non fossi stato trascinato dal desiderio per la mia misteriosa Darice, così mista, forse non sarei riuscito nell’impresa. Le grandi notti di Persepoli con lei, quando il mondo sembrava spaccato a metà, sopra la notte fredda e piena di stelle, sotto la terra sabbiosa, in mezzo noi che rimescolavamo tutto. Alessandro mi rimproverava, benignamente, ma turbato. Sei più persiano di Dario, diceva fissando i miei ricci sulle tempie, la tunica ricamata, e così dicendo rideva, ma scuoteva il capo. La stessa perplessità nei Magi dei templi. Alessandro mi giudicava troppo persiano, i sacerdoti troppo poco-

Nearchos –Io stesso non riesco a figurarmi te al modo persiano. La nostra semplicità ti aveva stancato, temo. In fondo cosa offriamo noi greci? Libertà non più, ormai; solo discorsi, molti e molto belli, e cene con pane, olive, e agnello se va bene. E piccole case, grandi agorai. Ma nei discorsi cerchiamo di dare forma alle idee e alle cose, in questo simili agli dei che diedero le forme al caos. Ti ho fatto sorridere?-

Damarato – Ricordavo le gelatine di rose e le carni speziate sulle terrazze di Persepoli. Là nessun discorso, certo, solo unioni di corpi. Il logos è qui, ma il logos non bastava in quei giorni. Un’ubriacatura senza vino, perenne, terminata poi nell’orrore e nel risveglio come da un incubo. Un anno circa dopo il matrimonio, poco prima che il nostro re morisse e quando a Darice già si gonfiava il ventre per la gravidanza, avevo preso a fare lunghe cavalcate nei dintorni di Persepoli. In principio era bello. Il mio cavallo era veloce e in poco tempo ero lontano e la città davvero appariva lucente e irta come una corona a mezza costa sul monte, il sogno di un re, il luogo dove tutto si arenava e si concludeva e così doveva essere. Tutto in pace, tutto giusto. Ma contemplandola da lontano notavo una mancanza dal magnifico paesaggio di qualcosa che era essenziale e doveva bilanciare la vista. Il disagio era tremendo, non riuscendo io a nominare cosa fosse necessario e sembrando empia quella vista di una città fatta da soli viventi. Mancavano, infine l’ho compreso, le necropoli fuori dalle mura della città, quell’ammasso così familiare di avvallamenti e lapidi e muriccioli alla buona che incontriamo fuori da ogni porta di Atene e di ogni città greca –

Nearchos – E dove erano le necropoli?-

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