Nozze a Persepoli, parte 1 (racconto da archeologi)

Una giornata di Luglio, caldissima, dell’anno 300 a.C.. Sulle rive dell’Ilisso, dove Socrate parlò d’amore con parole nuove, che  Platone ricordò e scrisse, sedevano due uomini, uno alle soglie della vecchiaia, l’altro molto più giovane, forte e biondo. Non sembravano padre e figlio, né padrone e servo, piuttosto maestro e allievo. Chi si fosse avvicinato, sopra il mormorio dell’acqua avrebbe colto strane parole

Nearchos –Amico mio, che forse dovrei chiamare maestro, per età e sapienza tanto maggiori delle mie, già conosco questa tristezza che ti prende, non è nuova. Viene col caldo, ma non so se il caldo ne è la causa-

Damarato – Il caldo è carico di ricordi, anche se non è forte come il caldo della Persia alla quale devo i ricordi. Vedi quelle due pietre in mezzo all’acqua? Una è appuntita, quasi triangolare; quella accanto arrotondata dalla forza dell’acqua. Per te e per me sono diverse, vero? Per noi Greci è così: forme diverse corrispondono a cose diverse. Bene in Persia non è così. Niente è troppo diverso da tutto il resto. Da questo ha avuto origine la mia tristezza-

Nearchos –Non capisco. Raccontami più chiaramente, vi prego-

Damarato – Sei troppo giovane, così agli inizi della vita, con una sola battaglia alle spalle, ancora senza moglie, puro come queste acque fresche, giusto appena intorbidato da quel po’ di filosofia che abbiamo ascoltato insieme nella stoà. Quindi è difficile per me parlarti e delle mie parole temo non solo il ridicolo davanti a chi è ancora intatto, ma anche i detriti che lascerebbero in lui. Tuttavia proverò, per non costringerti a essere inquieto o curioso.

Sai che Alessandro, conquistatore del mondo, allievo di Aristotele, figlio del grande Filippo, il giorno delle sue nozze a Persepoli costrinse me ed altri a sposare nobili donne persiane. Ricordi, annuisci, e sembri colmo di entusiasmo: dovresti invece piangere la decisione sublime e inutile del nostro re. La contrapposizione di Europa e Asia, fondata sin dai tempi dell’assedio di Ilio, lui ha vendicato abbattendo il Gran Re; non ancora pago di questo, che ci era sembrato un lavacro rituale, ha quindi proceduto contro l’ordine delle cose, perché questo è stato, decidendo di fondere insieme ciò che il Fato aveva stabilito disgiunto e di unire Greci e Barbari. Segno dell’unione era il suo matrimonio con la figlia del re e il matrimonio dei suoi compagni con principesse persiane. Questa è il ragionamento che conduco nei giorni normali, invernali o freschi, ma quando Sirio splende e porta la canicola, tutto muta e si ribalta e penso che fu una grande idea e un grande fallimento, degno di Persepoli. Ti deludo, Nearchos amico mio, troppo giovane e saldo per apprezzare i dubbi e le doppie verità-

Nearchos– A dubbi e verità mutevoli ci addestrarono i poeti tragici a teatro, e i filosofi nelle stoai, maestro. Reggerò qualunque rimpianto ti induca a mutare idea sotto Sirio e imparerò-

Damarato– Mi avevano detto, allora, che mi era toccata in sorte una donna bellissima, Darice. Ero giovane, poco più dei tuoi anni, non ancora stanco di combattere, e ricco: Alessandro era molto generoso con noi. Ero felice di quanto si favoleggiava circa lo splendore della mia promessa sposa. Ringraziai gli dei con molti sacrifici e intanto cercavo di abituarmi alla città. Persepoli è a mezza costa di un’alta montagna e ha monti intorno che chiudono una vasta pianura, sì che il luogo sembra una corona sul mondo, voluta dal Re dei Re ad altezze inconcepibili per un Greco. Terrazze vaste tre volte l’Acropoli, una sull’altra, una accanto all’altra, e rampe, intagli nitidi, splendori di pietre e ori; ma solo ricchezze, non una città ai nostri occhi, poiché invano abbiamo cercato un’agorà, uno slargo qualsiasi dove radunarsi e parlare, un teatro, i segni, insomma, della vita civile; di una città nulla vi era, solo salire e salire tra mostri di pietra e strane colonne fino alla sala del trono, con l’aria sempre più sottile ad ogni gradino, e la testa che girava. No, non una città, ma un altare, o un trono colossale che richiedeva l’offerta di sé stessi.-

Nearchos– Più bella la nostra Atene, dunque?-

Damarato– Non so rispondere a questo. Di sicuro ad Atene si può vivere, a Persepoli solo adorare. Il loro dio è strano, è un fuoco che brucia da millenni, senza volto o forma o statua di qualche genere, pur essendo lui che dona le forme a tutto; ad esso l’anima dei sapienti e dei buoni si ricongiunge dopo la morte, perdendosi nella luce. Vorrei che avesse consumato anche me, su quelle terrazze, invece di lasciarmi ardere lentamente tra le braccia della mia sposa. Quando l’ho vista, con quegli abiti strani, tunica e calze larghe, e il velo sulla bocca, pur deluso che fosse tanto scura, neri i capelli e gli occhi, bruna la pelle, ho sperato di poterla desiderare; ma quando si è tolta il velo, con un gesto quasi di sfida e invito alla lotta, il desiderio si è infranto contro la peluria bruna sul labbro superiore, le spalle forti da ragazzo e lo scintillio fiero degli occhi. Sembrava un uomo, forse era un uomo. La festa per le nozze girava intorno a noi, ottanta generali greci ai quali il nostro signore Alessandro aveva voluto dare una moglie persiana, e volgendo lo sguardo intorno, tra i musici, i coppieri, i danzatori, vedevo che tutte le donne toccate in sorte ai miei compagni erano più belle della mia, cosicché, quasi scorgendo negli occhi di tutti irrisione e pena, bevevo più del dovuto e quando fu il momento del rito, e lei si è seduta accanto a me in attesa che le porgessi il pezzo di pane che doveva farla mia moglie, ubriaco fradicio non riuscivo a spezzare la focaccia. E di nuovo lo sguardo di lei lampeggiante, e ancora più vivido dopo la notte nuziale che trascorse senza di me, unica tra tutte le spose, essendomi io addormentato sul triclinio del banchetto; una luce così viva e liquida che mi faceva pensare al lago che dicono essere al centro dell’Asia, colmo di un ‘acqua nera e densa nella quale una torcia gettata accesa può bruciare giorni e giorni senza mai spegnersi, alimentando anzi un gran fuoco. E dopo tre giorni trascorsi senza quasi parlarci e sfiorarci, contemplavo quella luce d’ira e vi cadevo dentro, dimenticando la peluria sul labbro e le spalle forti sopra piccoli seni, finendo in essa mentre le toglievo tuniche e sete e drappi, cercando in mezzo ad essi la risposta alla domanda che mi assillava e trovando nella ricerca prima il mio desiderio resuscitato che la risposta alla domanda; e pur stordito, tuttavia capivo, come se una luce si accendesse dentro, che quel suo strano e ambiguo volto era la causa vera del desiderio. Quando sono entrato in lei, è stato come quando abbiamo varcato la porta delle Nazioni di Persepoli, un atto fausto e facile perché giusto, un appropriarsi di quanto ci spettava da tempo, una sorta di ritorno a casa.

Ecco, ritorno a casa, questo furono Darice e Persepoli in principio. E perché sensazione di casa, se la mi sposa era così diversa dalle spose greche, se quella Porta era maestosa in modo indecoroso, quasi oltraggioso? In molti mesi, lentamente e come se guarissi da un morbo, ho capito. E’ che in Persia tutto è mescolato. Nei cibi l’acido si unisce al dolce e si tempera nell’unione; nelle ante murarie, nelle basi dei pilastri, ai lati delle porte, i rilievi di tori con volto umano, i lamassu protettori delle soglie, ti fissano forti e placidi; la mia sposa sembra un uomo-

6 pensieri riguardo “Nozze a Persepoli, parte 1 (racconto da archeologi)

  1. Come bimba nelle sere d’inverno al focolare attenta pendevo all’incalzare del prosieguo narrato che altro non c’era prima che a letto fossi messa tra lenzuola scaldate, così al varco ti attendo!

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