Orfeo in Ade, 1

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tratto da:https://palazzoblu.it/evento/orfeo-ed-euridice-ovvero-lamore-al-di-la-della-morte/

Siamo già qui, Euridice; in fondo al corridoio di terra nera e grassa il cielo è una moneta brillante; fra i cipressi persino la falce di luna. Tutto parato a festa, in tua attesa. Ade mi consegnò te come questi cipressi: dritta, velata e silente. Adesso dietro ti sento incedere debolmente, come strisciando, penosissima; ricordo i tuoi passi affrettati a palazzo, le risa come conchiglie che cadessero su una pietra, dopo le nozze, e non ti ritrovo.

Ma tutto in quest’impresa fu diverso da come credevo. Credevo d’andare sotto terra e salivo, prima in una sorta di mollezza elastica, poi di rigidità, come di colonne e alti fusti d’alberi, e sale ampie, agorai, soffitti altissimi; silenzio, buio e solitudine ma come provvisori, sospensioni di una vita che sentivo tumultuosa e sorridente oltre le pareti, in spazi ancora più ampi e felici; un segreto gigantesco ovunque, al quale il mio corpo s’opponeva; e, pur scendendo sempre più, sentivo di ascendere e intanto ogni elemento si faceva leggero, duro, glorioso.

Alcuni luoghi erano più densi di altri, come di passo fatale, una fonte, un boschetto di alberi bianchi, da dove qualcuno era appena andato via, ne sentivo ancora la presenza fremente, sì che ero sospinto ad avanzare in cerca. Nulla di ciò adesso avverto dietro a me, nulla di questa debolezza e malinconia, nessun sospiro di fatica terribile, come quello udito dietro a me poco fa. E’ di qualcuno al quale la vita sulla terra fu peso, non di Euridice. Davvero mi segue chi invocavo con l’anima quando cantavo presso il trono terribile di Ade? Quando ero presso il seggio immenso fatto di tutti gli esseri, volti umani, sfingi, tritoni, fiori di ogni luogo e pietre con occhi immensi, gemme sorridenti, tutto ruotante attorno al dio la cui sommità era quasi invisibile? Non ricordo che cosa cantai e come pregai; so però che nello sguardo di Ade vi fu come un barlume di pietà, sopra il suo abito di pelliccia, piume e squame; pietà non per la nostra separazione, piuttosto la compassione che ispira un bimbo, di tutto ignaro. Allora egli ti estrasse velata, da dietro il trono, come se tu fossi sempre stata là, in mia attesa -poi il divieto di guardarti, fino alla meta.

Pochi passi adesso ci separano dalla luce. E tu non parli, non fremi, non ti rallegri, non pensi alla notte nuziale che ci attende. Mai, quando mi purificavo per l’impresa, avrei creduto questo. Ti immaginavo diversa e provata; ma ero certo che il ricordo della bellezza vissuta insieme avrebbe cancellato in te con la sua forza ogni figura di ciò che tutti attende. Adesso non so più. Conosco, o conoscevo, la potenza del legame nostro: se esso più non vale, allora non sei tu.

Forse, negli occhi di Ade, quella luce non era di pietà, ma di inganno? Forse non Euridice consegnò, ma una donna qualunque, estratta dal novero di infinite che la Moira travolse; una che non amò Orfeo, che mai corse con lui tra i pini di Tracia. Questa è la punizione per avere osato varcare il limite più saldo. E intanto, nel timore dell’inganno, devo rimproverarmi nostalgia per il gran tripudio di vita che ho sentito nelle sale infere, scorto nel trono inconcepibile di Ade. A confronto esili, solitari, orribilmente fragili, i due cipressi là in fondo, la luna che schiarisce nell’alba, tutto ciò che ci aspetta; e quasi piccolo il mio palazzo, miserabile ogni gioia.

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