Athena e Perseo, 2

Allora io volevo tornare indietro, e non sapevo se davvero avrei potuto lasciare così, soli e senza vendetta, gli sventurati; ma Athena fu di nuovo una voce alle spalle, martellante all’udito e al cuore, pulsante con i suoi battiti. Lo scudo, fratello, ricorda lo scudo per guardarla, solo nello scudo, solo di riflesso, e il falcetto per reciderle la testa insaziabile, odiosa, che vuole il mondo intero; un gran pericolo, Perseo, tu e tutti…E intanto avanzavo sospinto dalla voce di Athena.

Ecco la caverna, dritta e nera in fondo alla strada, ad ogni pietrificazione più ampia. Parlami Athena, non smettere di parlarmi, l’entrata della caverna è una bocca gigantesca, il fetore è intollerabile. Ad ogni morte Medusa cresce, fratello, lievita e la caverna si allarga, se non la fermi tu occuperà il mondo intero. Perché io, io che tremo, che non reggo falce e scudo? Il silenzio soltanto mi risponde qui. Athena, sorella mia, mostrati, pronuncia una voce nel cuore, che ormai di me stesso dubito e dubito del mio udito e dei miei occhi stessi, che la caverna ora la vedo vicina e vedo una massa dentro, un corpo enorme che occupa tutto il nero ed è più nero dell’assenza di sole; perché taci, ora che cerco il volto che hai detto di non cercare se non riflesso? Ho paura eppure sono affascinato, e voglio guardare ciò che non deve essere guardato; la testa di Medusa è nascosta dalla sommità dell’entrata, alta nelle tenebre, sarà bellissima e tremenda, un passo ancora e la vedrò, la massa del corpo è immensa e tremante, vibra come vibrano le meduse arenate al tocco dei bastoni, e io non posso non cercarla, un passo ancora e la vedrò, è bello avere paura, non credevo che fosse bello, e nel corpo tremolante vedo, io vedo sì, come in una nebbia adesso che sono così vicino, figure indistinte, uomini in marcia, in abiti scuri, da barbari, come Sarmati e Sciti, senza gonnellino, con armi di metallo nuovo, di forma strana, eppure so che sono armi, e figure sulle vesti, falci, aquile, martelli e soli a quattro braccia, e marciano tutti uguali, tutti insieme, con gli stessi movimenti di braccia e gambe – adesso non sembra più difficile essere uguali agli altri, c’è un riposo tremendo in questa uguaglianza, in questa marcia meccanica, un sollievo come deporre un peso – dove sei Athena, sorella, vergine, sguardo lucente nel buio, dimmi, cosa vedi per me?

Io non sento più la tua voce e la tua presenza, sono solo davanti a Medusa che mi vuole, lo sento, mi pretende e io vorrei dirle sì, e posare tutti miei dolori, il mio essere così faticoso, la mia unicità che adesso mi sembra una catena, io, unico, come ognuno è unico, anzi più unico, io che sono solo con la madre, che non ho davvero nulla e nessuno. In cima alla massa, nel buio, la bocca di Medusa è minuscola, con piccoli dentini triangolari, aperta in mia attesa. Un passo ancora – e Athena tace invisibile, non c’è mai stata, non esiste.

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