Vienna 1683, parte 4

Full frame of light roasted coffee beans

20 Agosto

L’imperatore Leopoldo raccoglie un vasto esercito, e presto sarà qui; l’hanno annunciato fuochi e segnali dalle alture. Padre Marco sarà con loro, in casa ne siamo certi; e se davanti ai soldati, come io credo, avrà il medesimo fuoco nelle parole che ha avuto con noi a Vienna, la vittoria è sicura, quale che sia il numero degli uomini giunti in soccorso.

Appena è così risorta la speranza di vivere, sono caduto nell’incertezza: prenderò i voti o piuttosto non diventerò ufficiale dell’imperatore? Perché di me stesso non so più nulla, e ancor meno della mia vita; e considero con sempre maggiore ammirazione e affetto coloro che stanno sulle mura, le loro uniformi che rendono nobile ogni volto; anch’io forse dovrei e vorrei difendere la patria, seguire i generali in terre straniere e lontane e conoscere davvero il mondo del quale nulla so e nulla mai saprò, se dovessi entrare in convento. Dunque appena sospende il terrore è pronta a piombarmi addosso l’incertezza, sì che non posso stare tranquillo mai -che Dio abbia pietà di me e della mia misera vita.

23 Agosto

I nostri soldati parlano dagli spalti con i nemici, oggi li ho uditi. Domandavano il nome della bevanda e lo ottenevano: kawah, kaweh. Ridevano, ciascuno ripeteva, storpiandole, le parole dell’altro e quelle voci che oltrepassavano le mura, che forse non avrebbero dovuto risuonare, mi hanno stranamente commosso. Esse dimostravano vero quanto avevo intuito, che noi e loro siamo tutti ugualmente infelici, disperati, tutti pietosamente in lotta sotto lo sguardo tranquillo della morte. E dunque unità, sotto ogni assedio e opposizione, sotto ogni guerra; ciò che ci divide è materiale e pesante, sono i corpi, le fisionomie, le ricchezze, e quanto di esso sembra immateriale, il desiderio di dominio e conoscenza, o l’ambizione, ha invece uno scopo materiale, il denaro, il bottino. Ciò che ci unisce è invece immateriale e subito disperso e soffocato nel mondo terreno, sono le voci, i palpiti dei cuori identici in ogni luogo e sotto ogni sole, pallido o forte che sia, è l’aroma della bevanda che soccorre, anche quando i nemici vorrebbero farci tutti morti. Immateriale, ma per questo più solido e duraturo di ogni ostilità, solo che si voglia intenderlo.

24 Agosto

Ecco, è giunto il nemico più temuto, il morbo. Le persone, sfinite di fame e paura, cadono preda di febbri violente e muoiono senza che i pochi medici presenti in città possano soccorrerli in alcun modo. Il cielo è velato, torbido il Danubio. Dell’imperatore più nessuna nuova e i Turchi attendono in silenzio, come presso un’agonia della quale si desideri la fine.

28 Agosto

Mio padre mi ha proibito d’uscire, perchè la nostra casa per ora è risparmiata da esso ed ogni contatto con l’esterno potrebbe portarvelo. Prego la Madonna per ore. Non ho più paura, anche se la morte non è mai stata tanto vicina. Dalla finestra guardo la città, i tetti appuntiti sotto il cielo cupo, che non riesce a sciogliersi in pioggia, e sento tutto in bilico, sotto l’azione di una pressione estrema, la cui natura è indefinibile. Avverto l’anello delle mura prossimo ad aprirsi, ma non riesco a vedere se sarà per lasciare entrare i nemici, o per l’espansione della città vittoriosa che dilagherà in residenze, giardini, feste. Affido in cuor mio Vienna alla Santissima Madre di Dio e offro per la sua salvezza la mia vita, inutile, della quale non so che cosa fare.

7 Settembre

Sono stato ascoltato, in parte. Poche ore dopo le ultime parole scritte in questo diario sono caduto preda della febbre che miete tante vittime in città. Per nove giorni ho vissuto come a gran velocità, sì che l’anima mia non riusciva a fermare nulla in sè; solo la febbre in me galoppava e mi donava, nel suo folle transito, una lucidità straordinaria. Così ho conosciuto nitidamente la fedeltà di Hans, il doloroso amore di mia madre; i loro volti comparivano al termine d’ogni vampata, presso il mio capezzale, immutabili e costanti, commoventi, con tutto il loro destino scritto, la condanna all’amor materno, i limiti e le libertà della servitù. E pure l’aver inteso la città in bilico, l’ultima volta che scrissi, era dono del morbo che stava per prendermi, quasi che la vicinanza dell’angelo mortifero doni vista più acuta. Ma il sacrificio mio non è stato accettato e la Provvidenza mi ha lasciato qui, mentre sarebbe stato tanto facile trapassare nella gran velocità che dissi sopra, un salto breve, un piccolo volo.

Adesso invece, nella città oppressa, come sarà? Perchè nulla è mutato, i Turchi alle porte, la morte signora, la fame ad ogni casa, l’imperatore che s’annuncia sempre e mai giunge. Nella convalescenza tutto è lento, e quasi rimpiango la concentrata intensità che il morbo consentiva. Stanco e debole, insisto che per me non s’abbiano riguardi; non voglio brodi nè decotti, solo che mi si lasci pregare, che mi si lasci accostare in cuore alla santa umiltà che è del caro padre Marco, di cui tanto sento l’assenza.

8 Settembre

Questa convalescenza è peggio della malattia. Sono spossato e il tempo afoso aggrava le mie condizioni. Il morbo dilaga in città; grazie a Dio in casa nessun altro, eccetto me, l’ha contratto. Accetto, accetto tutto.

9 Settembre

Vi è un arrivo nell’aria, ignoro se per me o se per la città, qualcosa che che non oso sperare; un annuncio, una letizia sui tetti, un qualche scioglimento. Sono molto debole, non posso scrivere oltre. Mia madre, che Dio sempre la benedica, non mi lascia mai.

10 Settembre

Oggi sto appena meglio. Hans mi ha portato notizie dagli spalti, dove tutto è immobile. Le sentinelle fissano il campo nemico, i Turchi fissano noi, in attesa di saccheggio e bottino, in attesa che il morbo si propaghi ancora ed essi possano entrare in una città ricca e morta. Il cielo è caldo e giallo, gli uccelli neri. Mi recano per desinare brodi strani, mai visti, vischiosi, fatti con chissà cosa, prodotti da amore e disperazione. Non voglio riguardi, ma mia madre mi sospinge con gli occhi e li trangugio a forza, quando so che vorrei soltanto essere dimenticato.

11 Settembre

Languore, languore infinito. Sono ancora a letto, tengo questo quaderno sotto al cuscino, ma mia madre non vuole che scriva, perchè mi stanco. Mio padre stamane è passato a salutarmi prima del desinare e aveva modi e volto alacri, pieni di una gioia segreta e trattenuta a stento. Non ha risposto alle mie domande, ha solo sorriso in un modo misterioso che mi ha quasi restitutito le forze, e per un istante mi ha fatto tornare allegro ed energico come quando ero bambino ed egli mi teneva sulle ginocchia.

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