Nessuna vistosa autorità regale, 15

Ce ne stiamo andando, stiamo finendo e tu devi darmi una consolazione, devi darmi un senso perché da quando ti ho sposato sono senza senso. Se sei figlia di re, sai che la gente della tua razza, è finita in modi più gloriosi, uccisi in modo eroico. Montezuma, Luigi XVI e Maria Antonietta, Cesare, i tuoi genitori. Le loro ultime parole, l’ultimo sguardo, contesi da storici e nostalgici. Sono diventati immaginette, spesso odiate, nella memoria collettiva. La tua fine, la nostra fine, è invece in questa strada dritta, che corre nella grassa terra americana, in qualche piazzola di sosta, dove saremo presi da una pattuglia di agenti sudati, e nessuno si ricorderà mai di noi.

Così l’America fa finire i re. L’Europa li ammazza, l’America li spegne; li impantana nella rete della sanità nazionale, della sicurezza pubblica, che è un altro modo di uccidere. Ti ricordi il manicomio?

E’ che non posso credere che finisca così. In qualche modo un re deve continuare a esistere da qualche parte. Un mondo senza re, sarebbe troppo strano. Adesso che non possiamo più dare la colpa a nessuno, che nessuno è responsabile di niente e i poteri sono nebbiosi, fatti di molte persone, ognuna innocente e colpevole al tempo stesso, il re nascosto e dimenticato ci sta bene.

-Davvero non resta nulla?- mi esce una voce un po’ suadente, falsa, speriamo che non se ne accorga.

– Niente-

-Qualcosa sì. Qualcosa a cui non vuoi pensare. Che non ti ho mai chiesto-

-Sei buono, tu. Non hai mai chiesto nulla. E io ho preso tutto, ho fatto come volevo-

-Tutti abbiamo preso. Ma resta qualcosa di cui non sai più niente-

Lei si volta finalmente verso di me. C’è ancora un alone rosso di Ketchup sulla guancia e gli occhietti infossati tra le rughe sono una risalita da un’acqua torbida.

-Tuo figlio-

Non avevamo mai parlato del figlio che aveva avuto dal soldato. Nemmeno il tribunale tedesco aveva mai esaminato la questione. Ai tempi del processo bisognava solo appurare se era Anastasia o no, il resto non era importante. Oppure era una cosa troppo importante. Perché se un figlio ancora esisteva avrebbe avuto diritto all’eredità, in caso di morte di Anastasia, e al trono, se la Russia fosse mai tornata alla monarchia. E questo non doveva essere. In un mondo senza colpevoli le cose non devono durare o ritornare. Non si deve giurare.

Lei si passa una mano sull’alone di Ketchup.

-Sarà vivo?- chiede. Anche lei sente che il tempo sta finendo.

-Sì, deve esserlo. Sarà più grande di me-

Scuote il capo –Vivo..- mormora

-Vivo, perché no?-

-Dove?-

-Non lo so. In Europa credo-

In Europa, dove ancora qualcuno conserva tutto, i mobili e le pietre antiche. Il resto del mondo va in linea retta, senza provare nostalgia; ma in Europa ancora vi sono posti pieni di rimpianto per un passato in cui si era gloriosi. L’Italia, ad esempio, o la Francia.

-Com’è andata?- chiedo alla schiena che ora lei mi rivolge, tutta protesa a guardare fuori dal finestrino.

Si gira pesante come una roccia. il viso vecchissimo, che crolla ai alti della bocca. Una montagna, un dirupo immenso. Una cosa veneranda e paurosa.

-E’ nato di notte. In Romania. A Baia Mare, dove io e Alexander ci eravamo rifugiati vendendo i gioielli del mio corpetto per passare la frontiera. Alexander era ubriaco ai piedi del letto. A ogni doglia beveva dalla bottiglia. Mi guardava con occhi pieni di lacrime. Allora mi chiamò Granduchessa, non l’aveva mai fatto prima, prima non mi chiamava, mi prendeva e basta. Quando stava per fare entrare la levatrice mi ha ordinato di non parlare russo, ma i dolori crescevano e crscevano e non capivo più niente e così, non so come, ho gridato in russo Gran Madre di Dio aiutami, e lui ha scagliato la bottiglia contro il muro. Dopo quel grido la levatrice sembrava che mi abbaiasse, mi odiava. C’era poca luce, le lenzuola erano sporche. Io piangevo, ma non per il dolore, perché mio figlio nasceva in quel modo. E poi…-

-Poi?-

– E’ nato. Era avvolto in stracci quando la donna me l’ha dato. Era bellissimo e mi ha guardato dritto negli occhi.-

-E poi?-

Si agita sul sedile. Si rimette a guardare fuori, i campi arati, la terra nera.

-E poi, e poi. E’ tutto qui. Qui c’è il mio delitto. Io non so se il russo mi è uscito perché in quei dolori non mi controllavo più, o per vendicarmi di Alexander. Forse per vendicarmi. Sicuro, per vendicarmi. Non me lo perdonerò mai. Tre giorni dopo lo hanno ucciso. Gli hanno sparato in strada. Due uomini che parlavano uno strano tedesco. Era sera, le case intorno tutte chiuse. Ho avuto paura, ma di lui non mi importava-

E’ agitatissima, ha chiazze rossastre sotto gli occhi.

-Delitto….non direi-

-L’ho rivelato. L’ho tradito con quattro parole russe. Già tutti intorno erano sospettosi, mi guardavano severi anche se badavo a parlare solo tedesco o stavo zitta. E lui…è vero, aveva sparato come gli altri, però mi aveva salvato la vita.

-Forse badava ai tuoi gioielli. E alla tua bellezza-

-Però mi aveva salvato. Un re è grato per sempre a chi gli salva la vita. E io invece l’ho consegnato con quattro parole russe. Merito tutto quel che c’è stato dopo. Ho tradito il mio sangue, gli obblighi del mio sangue-

la regalità è anche questo sentimento di colpa, dunque. Un re deve vedere gli obblighi. Ma questo che senso di colpa deposita su chi nega gli obblighi?.

-E il mio delitto mi ricaduto addosso. Ero in Romania e in Romania era regina mia cugina Maria. Missy-

Le foto che avevo visto di Maria di Romania quando cercavo notizie su Anastasia erano di una bella donna, dagli occhi pieni di desiderio, fotografata con tiare e tuniche, come un’attrice che interpretasse il ruolo di una principessa orientale.

-A Tsarkoe Selo si parlava di lei solo se stava arrivando e le voci si abbassavano. Era criticata, ma nessun cattivo esempio doveva giungere a noi ragazze, soprattutto se era della famiglia. Ho saputo tutto dopo, dalle due cameriere che erano con noi a Ekaterinburg. Là le giornate erano lunghe e noiose. Preghiere, ricamo e poi chiacchiere. Appena la zarina si allontanava per riposare, noi ragazze ci facevamo dire tutti i pettegolezzi dalle cameriere. A loro non pareva vero, credo che si sentissero importanti. E così ho saputo di Missy. Aveva avuto molti amanti e un figlio…un figlio da un principe rumeno, dato a un orfanotrofio tedesco. E così ha fatto col mio, sapeva come si faceva- la voce le si spezza.

Rallento, ma non mi fermo. Il movimento facilitava il flusso di confessione. Dava l’idea realistica della vita come scorrere e di assecondare lo scorrere raccontando. Non dovevo consolarla, dovevo invece pressarla, o non avrebbe detto più nulla.

-Cioè? Cosa ha fatto?-

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