Nessuna vistosa autorità regale, 13

Nel sedile era piccolissima, guardava davanti  a sé, biascicando con la bocca –una nuova abitudine contratta in manicomio, che la faceva ancora più vecchia. Era vecchissima.

-Vuoi che torniamo in Europa? Posso fare dei documenti falsi, e ritirare tutti soldi in banca e..-

Lei ha inclinato il capo e mi ha guardato. Era la foto famosa del 1917, vestita di bianco con le perle, i capelli sciolti. Era lo stesso viso con cinquant’anni di dolore in più, gli stessi occhi tristi. Era più Anastasia che mai, per un attimo solo.

-Sto qua. Anche se c’è il manicomio. Non era così male, erano gentili-

-Gentili? Gentili come?-

-Sembrava…sembrava…Tsarkoe Selo- e la sua voce s’incrina.

Era la prima volta che nominava Tsarkoe Selo di sua volontà. Era la fine, quando le cose devono essere dette per forza, perché non c’è più tempo. Gli alberi, vero? E il silenzio ovattato, la quiete falsa, il bianco lattiginoso, i passi felpati e la cortesia dei modi che era quella dei tuoi servitori di allora.

-Ti ricordi il medico dello zar, Botkin?- il padre di Gleb

Ha annuito

-C’era un dottore uguale a lui, ma senza barba. Scherzava e mi sorrideva sempre con un inchino, ma quando mi sentiva il polso diventava serio, niente lo distoglieva-

Non so se sta parlando di Botkin o del medico del manicomio

-Che ti diceva?-

-Principessa, va tutto bene, avete la salute di un cosacco. E papà mi chiamava cosacco-

Non piangeva, non era commossa. I ricordi freschi e quelli antichi slittavano uno nell’altro. Dovevo continuare

-Era tutto bello a Tsarkoe Selo?-

sprofondava in sé stessa come quando l’avevo vista la prima volta  in manicomio. Prima che temessi di averle fatto troppo male, ha avuto uno scatto

-No. Rasputin non mi piaceva-

Qui bisognava entrare piano piano, per non svegliare bruscamente qualcosa di troppo oscuro. Bisognava parlare come con i bambini

-Che tipo era?-

-Cattivo. E non era lui, era qualcun altro. Tutto cambiava quando arrivava, la luce restava fuori dalle finestre-

Il genere di cose che avrebbe confermato la necessità di un ricovero ai medici del manicomio. Ma quel che aveva detto era vero. Era un uomo buio.

-Lui arrivava e i miei genitori cambiavano, le stanze cambiavano. Anche Botkin. Tutto diventava fatto di ombra. Ma Aleksej guariva e splendeva. E solo Aleksej contava. Era tutto. Era il prossimo zar-

Le ho accarezzato piano la mano e subito, come se si sentisse confortata, ai è assopita, forse per i medicinali, o forse perché quel che ha detto era troppo per poter essere sostenuto. La testa le pendeva da un lato e tutte le rughe erano più profonde. Vizza e bianca sopra il vestito nero, e io continuavo ad andare portando il piccolo, vecchio uccellino per  strade senza fine, che si aprivano docili davanti al cofano in  edifici o alberi, senza cose importanti da guardare, senza farsi ricordare, una ninna nanna che riconciliava col mondo e con i brutti sogni: nulla può accadere di male, andiamo, andiamo.

Sempre più lieve e accartocciata nel sedile, un uccellino stremato, una foglia secca. Pochi capelli, molte vene blu a rilievo sul dorso delle mani. Quando si è riscossa i suoi occhi ci hanno messo un sacco di tempo a tornare chiodi neri, per un minuto buono vagando come in una nebbia, facendosi largo in una vischiosità, di pensieri e sogni. Quando è tornata a me le ho sorriso, lei ha sorriso e si è voltata verso il finestrino. La campagna era grigia di nuvole e pioggia.

-Dove dormiremo?-

-In un motel-

-Uno di quelli per amanti?- sembrava divertita

Sì. Era l’unico posto dove non avrebbero chiesto i suoi documenti, perché avrebbero visto solo me, lei sarebbe restata in macchina.

Ai finestrini delle macchine parcheggiate nel piazzale figure vaghe di donne che cercavano di non farsi vedere. Le righe della pioggia sembrano volerle cancellare. Attendevano gli uomini, che erano dentro a prendere la stanza. Tutti felici. Io lasciavo nel sedile un fagottino d’ossa, il vecchio uccellino europeo, che sa troppo per poter essere creduta, e potrà darmi tutt’al più qualche ricordo in parole smozzicate. Eppure non mi sentivo da meno degli uomini in cui mi sono imbattuto alla reception..

La stanza era grande e spoglia, il letto aveva lenzuola pulite, ma le molle rotte. Lei si è stesa subito, senza passare dal bagno. Si avvertiva l’atmosfera amorosa intorno a noi, filtrava dalla porta, dalle pareti, ci avvolgeva e non ci toccava

-Posso portarti solo in questo tipo di posto, mi dispiace.-

-Oh, va benissimo- Se non può essere Tsarkoe Selo, allora meglio la topaia che la villetta.  Se non posso giocare a carte con un granduca, meglio il cameriere che un commerciante.

-Qui non chiedono i tuoi documenti-

ha annuito ad occhi chiusi. La sua stanchezza era contagiosa, mi sono steso vicino a lei. Era la prima volta che eravamo nello stesso letto, come se in questa fuga che sarebbe stata breve colmassimo tutte le alcune, facessimo ciò che non avevamo ancora fatto.

-Sono già stata in questo tipo di motel, tante volte – ha mormorato lei –sì, è stato bello. Tanto tempo fa- aveva gli occhi chiusi, come se dormisse, ma dalla tensione dei muscoli del collo sapevo che non dormiva.

-Marc era meraviglioso. E anche Franz. Ma nessuno bastava davvero-

-Forse a nessuno basta qualcun altro-

-Sì. Avrei dovuto capirlo prima. E’ stato sbagliato cercare così a lungo-

-Cosa cercavi?-

–E’ stato contagioso. Rasputin mi guardava, mi voleva, io lo sapevo e rabbrividivo. E quel che accendeva i suoi occhi io l’ho cercato in molti uomini. Cercarlo è stato bello. Gleb mi rimproverava, diceva che non era da me. Io continuavo, ma non ho mai raggiunto quel fuoco. Lui provava sempre ad entrare nelle stanze da letto di noi ragazze. Le cameriere avevano paura, lo chiudevano fuori e lui rideva in un modo terribile. Tatiana cercava di sorridere, e si vedeva che non ce la faceva. Ma Aleksej guariva. Solo questo contava, perché mamma e papà tornavano felici e tutto sembrava di nuovo possibile-

Rasputin aveva gli occhi di fuoco nero che sfondavano la barba lunga, i capelli lisci spioventi. Un fuoco così intenso che, mentre attraversava il palazzo reale, guariva Aleksej. Era una conseguenza secondaria, ma nessuno lo capiva.

Lei continuava a raccontare cose d’amore, di quando era giovane negli trenta, quando ancora sperava in un processo giusto e i ricchi americani le offrivano ospitalità. Aveva ballato nuda sui tetti di New York, era invitata a tutte le feste

Mormorando si è assopita. Meglio dormire. Rasputin, Aleksej e gli amori disordinati rientravano nell’ombra. Alla finestra le stelle brillavano feroci, in un grido d’allarme. C’era qualcosa ancora da fare, da dire, da sapere e chiedere. Ma non sapevo cosa e nell’angoscia mi sono stretto a lei, le ho preso la mano. Nello stesso letto vicini, dentro lo stesso cerchio di luce. La sua mano bruciava di pena la mia, così contorta e nodosa com’era. Il buio oltre il cerchio dell’abat-jour era affollato e bruciante, si sentivano tutti gli amanti suoi e le mie donne, e divampavano gli occhi di Rasputin fissi su Anastasia,

Ma Anastasia russava, il suo respiro aspirato finiva in un rumore che era una specie di risposta ridicola all’aria amorosa che ancora soffiava intorno a noi. Allora me ne sono andato e ho cercato Janine.

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