Nessuna vistosa autorità regale, 12

Mi ero fatto una scaletta di obiettivi. Sono un tipo scientifico. Intanto abituare il personale del manicomio alla mia presenza. Andavo ogni giorno a trovare Anastasia, sorridevo alle infermiere e mi informavo con i medici dello stato di salute di mia moglie, mostravo di credere a ciò che mi dicevano e fiducia nelle cure prestate.

I medici avevano visi saggi e stanchi, il contatto con la malattia, o la presunta malattia, invecchia. Se avessero pensato che non sempre è malattia, sarebbero stati meglio, ma non potevo dirglielo. Fingevo come non avevo mai finto e mi veniva facile. Ero stupito e fiero di me stesso.

Quando andavo là, mettevo giacca e cravatta. Anastasia non mostrava di riconoscermi, inerte e grigia nella poltroncina di plastica. Continuava a fissare la luce della finestra, come se dentro ci fosse qualcosa o qualcuno  che la ipnotizzasse, o come se fosse percossa da un fragore.

-Stia tranquillo, è serena- ripetevano le infermiere.

Quando ero a casa contemplavo questa serenità che non era incanto, nè estasi, ma una specie di paralisi, ottenuta con mezzi chimici, falsa come una moneta falsa, come i sorrisi delle vicine. Non era sua, in nessun modo; non veniva da lei, non dalla luce, ma da una cosa che arrivava di soppiatto, con l’inganno, nel cibo o nell’acqua, da qualcosa di non detto. Le vene blu delle gambe si erano estese, erano ragnatele che minacciavano la pelle giusta, sana. Però ogni tanto mi stringeva il braccio, e talvolta mi guardava con vivacità: il suo modo di farmi intendere che lei c’era ancora ed era vigile.

Ogni giorno le facevo fare un po’ di moto. Così li abituavo a vederci in giro. La facevo alzare, le davo il braccio e andavamo in giro per i corridoi. Lei lasciava fare, come un sacchetto vuoto, un mucchietto di stracci. Poggiava sul mio avambraccio una piccola mano senza forza, contorta, nodosa e macchiata e a me sembrava di portare in giro una cosina senza peso, un uccellino, un ossicino vecchio, un fuscelletto di paglia, lei che era stata così pesante, per sé e per me. La pena mi spezzava il cuore, montava la voglia di ridarle peso e importanza, di tornare a sentire la sua voce adirata e capricciosa, come quando fu delle patate, e di udire di nuovo il suo passo, ora così leggero, su per le scale di casa. Non permetterò che riduciate a un niente mia moglie, la contadina polacca, la regina di Russia! Pian piano le facevo fare percorsi sempre più lunghi: un giorno un corridoio, un altro due e così via fino a che, in capo ad una settimana, non siamo arrivati in giardino. Seduti su una panchina guardavamo davanti a noi la strada oltre la siepe, la libertà, la vita.

Fingevo, fingevo disperatamente, come non ho mai fatto. La sera cadevo stremato.

Finchè non è venuto il giorno giusto. Tutti si erano abituati a vedermi girare con lei nei corridoi e in giardino. Eravamo sulla panchina, il sole stava tramontando e tutto sembra d’oro. Non l’avevo deciso prima di fuggire, ma la mattina avevo preso molti soldi in banca e adesso era troppo triste stare qui, mentre il mondo brillava, troppo triste aspettare mentre la vita e il sole stavano finendo, con la strada che chiamava ad alta voce, allegra come un vecchio compagno di bevute che passi sventolando il cappello. La mia macchina era proprio davanti al prato, oltre la siepe. Un’occhiata rapida intorno, tutti erano assorti in qualcosa, tutti guardavano da un’altra parte, era una cappa fatata, un incantesimo predisposto, lo so, ne riconoscevo il sapore e la luce, riconoscevo l’amore che ci stava dietro e lo muoveva a formare una cupola sopra di noi.

Sopraffatto dalla gratitudine, stringevo la manina vecchia che poggiava sul mio braccio

-Granduchessa Anastasia-

lei è scattata e mi ha guardato. Ci siamo guardati per un tempo indefinito, come se fosse un addio, agganciati ci siamo alzati e ci siamo avviati giù per il prato in lieve discesa, con una strana euforia, la sentivo anche in lei dietro la sua vecchiaia terribile, dietro le macchie, le rughe, le articolazioni nodose.

Andiamo mia cara, c’è ancora da vivere, sapere e fare. Lungo il pendio verso la siepe, per un attimo ho avuto la sensazione di correre su un prato tenendo per mano una candida fanciulla. Nessuno faceva caso a noi, la siepe era alta e fitta. Quando ne ho scostato i rami con un braccio per far passare Anastasia, gli uccellini dagli alberi hanno tuonato con fragore il loro canto. Che siate benedetti! Che possiate usare bene il tempo che avrete! Avete varcato la soglia che non perdona!  Verranno e vi troveranno, ma voi intanto saprete quel che nessuno sa…il Cielo sorrideva quando ho aperto la portiera e ho fatto accomodare in macchina mia moglie, che in quei minuti ha come volato accanto a me, guardando avanti dove io guardavo. Solo quando ho avviato il motore, lei che fino a quel momento mi aveva seguito docile senza guardarmi, si è voltata

-Grazie Maestà-

la sua voce passava attraverso i molto sedativi e la lunga solitudine e arrivava impastata. Maestà, finalmente. Ero re. Ero re anche se lei dovesse essere una contadina. Un senso di onnipotenza mi ha invaso: John il liberatore, il vittorioso sul sistema, il capitano di un vascello a vele spiegate, che dirigevo contro i marosi verso una terra di libertà, un cavaliere su un cavallo spronato alla gran carriera nel mio feudo –guai a chi entra!, ero, finalmente, re, perché avevo osato qualcosa che era assolutamente pura, perché assolutamente inutile, e interamente coraggiosa, perché avevo dovuto vincere tutto il me stesso che mi aveva condotto ad essere professore in un College degli Stati Uniti. In questi tempi è così che si diventa re – ehi, amici, basta poco, in realtà, tutti possiamo essere re, e vi assicuro che è una gioia immensa, anzi non è una gioia, è un compimento, una manifestazione piena e naturale come il fragore degli stormi nei rami, come un gigantesco Sì che deve per forza essere pronunciato. Soprattutto con gioia.

-Andiamo- poi mi ha fatto, come al suo cocchiere. Sì Maestà.

vaGuidavo piano, nessuno ci avrebbe seguito per un po’. Non sapevo dove andare, ma avevo con me il denaro prelevato la mattina in banca e la strada si schiudeva dolce tra le due file di alberi. Badavo a non passare il limite di velocità. Non dovevano fermarci per qualche infrazione. Eravamo già fuori dalla città. Dovevamo entrare in un’altra città prima di fermarci, se non volevamo essere notati. Ma questi pensieri pratici, che prima mi erano pesanti e frutto di volontà, ora erano facili e superficiali, schiuma sulla superficie, mentre la profondità si arrotola in ondate calde. Avevo avuto la mia investitura. Ero re, l’aveva detto lei. Col mio valore avevo conquistato il titolo. Ma non sapevo chi era lei che mi investiva, lei che aveva fame e voleva un hamburger.

La cameriera bionda e truccatissima mi aveva sorriso prosperosa. Due panini con hamburger, due Coca, due patatine

-Hai fame, honey?- la sua voce era un mare di melassa che conteneva un enorme pericolo. Così qui arrivava la fine, in un mare di melassa, nei capelli e nel rossetto alla Marylin. Se avesse pensato che fossimo in due, che stavo portando la cena a qualcuno, sarebbe stato troppo pericoloso. Forse già ci cercavano.

-Andiamo-

Lei non ha chiesto dove, non lo ha mai chiesto a nessuno. Vagabonda dal 1917 e ora eravamo nel 1983. Doveva essere stanchissima

-Sei stanca?-

Ha annuito

-Ci prenderanno?-

.-Prima o poi sì- la mia risposta era caduta tra strada e alberi, nel movimento che ci trasportava, lieve e transitoria come il giro delle ruote. Tutto passa, anche il manicomio, il dolore, la fuga e la gioia, ma c’è qualcosa di innominato che dura e fa andare all’attimo successivo. Lei lo sapeva.

10 pensieri riguardo “Nessuna vistosa autorità regale, 12

  1. questo è forse il capitolo più intenso, il coronamento di un sogno, essere riconosciuto re grazie alla dedizione verso la Granduchessa. e poi questa fuga che ha un che di eroico nella sua inutilità, nella consapevolezza di entrambi di essere ripresi.
    ml

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