Nessuna vistosa autorità regale, 11

Sono andato dalla vedova di Gleb, da Rose, quando mi hanno tolto Anastasia. Lei cinguettava di quanto le mancasse Gleb, una vocina come campanelli. Piccoli sospiri, piccole parole da un enorme petto grasso, una bambina imprigionata.Ha spinto verso di me il piatto di biscottini.

-Non essere troppo severo verso gli altri John. Siamo tutti dei poveracci, anche quelli che tu odi. E’ l’odio il tuo dolore. Smettila di sentirti superiore-

La freccia ha raggiunto dritta il mio centro. Mentre Rose continuava a mangiare biscottini senza guardarmi, franava tutto ed uscivano le parole che avrei voluto tacere, e le cose che avevano generato quelle parole, le spie, i vicini, la casa sporca di gatti e patate, e lei portata in manicomio. Usciva tutto l’odio alloggiato negli ultimi tempi, e nell’uscire prosciugava le mie energie. Dopo, quando ho taciuto esausto, tutti i fiori della stanza rivelano piccole facce nei petali e gridano di gioia in coro

-Bè? Valla a riprendere, che aspetti?- ha detto lei e si scuoteva dal pettone le briciole con una risatina. -E’ tua moglie, no? Non puoi lasciargliela- tra fiori e volants il suo sguardo era durissimo.

Da Gleb e da questa casa avevo avuto tutto, ma proprio tutto. Sono uscito con la sensazione di tenere tra le mani un regalo.

Un manicomio americano ha verdi prati davanti alla porta, edifici bassi e chiari, personale sorridente. E’ sempre la stessa cosa: l’ospedale, il manicomio, la scuola, gli edifici comunali. E’ la casetta americana elevata all’ennesima potenza. È menzogna all’ennesima potenza. Mancano solo le torte sul davanzale.

-Come si chiama sua moglie?-

-Anastasia Manhan-

-Non risulta-

-Provi Anna Anderson-

Un cenno del capo. L’hanno trovata. E’ sotto falso nome e non lo sanno.

-Guarirà mia moglie?- domando all’infermiera che mi conduce attraverso i corridoi verso Anastasia. Lo sguardo di risposta è rigido e onesto come il berrettino inamidato

-Deve domandare ai medici signore-

Devi sempre domandare a qualcun altro, mai un Sì o un No dati subito. Un prolungare i tempi, nella speranza di fiaccare la domanda, di spegnere ogni richiesta con l’attesa. Finché non vi saranno più domande –questo è il Desiderio ultimo, lo Scopo finale. Fine delle Domande, il mondo in Pace, intento solo a produrre senza sosta. Eppure questo è il luogo dove tutte le domande più terribili si riversano: è vero quel che vedo? Da quali labbra escono le voci che sento? Dov’è il mio bambino che tutti dicono mai nato? Le sento salire in grida queste domande e avvolgersi finendo in mormorii a formare una cupola ronzante sopra queste stanze, un vortice di richieste disperate. Qui c’è possiede una sola Domanda, oppure troppe Domande ed è il Luogo di Spegnimento delle Domande –non date fastidio, soprattutto non date fastidio. Ed è questo silenzio, questo tirarsi indietro nelle risposte che fa impazzire.

Ma mia moglie, signora, non ha mai avuto domande, non ne ha fatte e non ne nasconde; ha già vissuto tutto, sa che è inutile domandare e comunque è stata educata a non domandare mai, soprattutto ciò di cui ha bisogno, quindi potete lasciarla andare. E invece dico

-Guarirà presto, vedrà-

Anastasia è persa nella luce grigia che viene dalla finestra. Riconosco il vestitino nero, non la sua faccia diventata piatta e senza vita. Mi guarda e non mi vede. Tra le mani ha un fazzolettino ingiallito.

-Tiene sempre quello straccetto con sé- dice l’infermiera alzando le spalle. Di sicuro le sembra una prova certa di pazzia. Ma io so cos’è, è l’unica cosa che lei racconta rimasta di Tsarkoe Selo, di quando era felice con i suoi genitori, il fazzolettino che avrebbe ricamato per lei la sorella Olga, la prima delle granduchesse, un piccolo quadrato di bisso con una bella A corsiva a un angolo, quello che si è salvato in un angolo del corsetto senza macchiarsi di sangue. A casa con me non tirava mai fuori, lo teneva nel reggiseno e lo lavava ogni sera. E’ solo un ricordo, ma qui il ricordo diventa follia.

Quando entro e mi siedo accanto alla sua poltrona lei non reagisce, guarda la finestra. Chissà che cosa le hanno dato per spegnerla così.

Ho bisogno che lei voglia venir via, per portarla via. E io devo portarla via, perché saperla qui mi uccide. Le parlo e lei non si volta nemmeno. Solo quando sussurro piano Anastasia e lei mi fissa. Nelle sue pupille c’è una lotta, come un risalire lento da un’acqua fonda e scura. La luce giunge piano ma quando giunge è stabile, prende possesso di un posto che era suo. Mi guarda come se si appendesse a me e mi sento quasi male per averla tratta da quella di specie di sonno artificiale nel quale almeno non soffriva. Ora lei dipende in tutto da me. Non deve far vedere di avermi riconosciuto. Nessuno qui deve sapere che Anastasia è sana.

-Verrò a prenderti per andare via. Non dire niente a nessuno. Ma quando verrò e ti dirò Granduchessa, fai tutto quel che ti dico-

Lei continua ad aggrapparsi con gli occhi a me e non parla. Una nuova Ekaterinburg, qui, nel lindo ospedale del luminoso Occidente, qui dove si crede di essere liberi, di curare e guarire. Fingi come allora di essere morta, dagli quel che chiedono, non cambia mai niente, da nessuna parte.

A casa faccio mangiare i gatti disperati, butto le patate, inizio a pulire. Poi mi viene in mente che non posso tornare con lei. E che non so come portarla fuori da là.

-Che c’è di difficile?- squilla la moglie di Gleb–E’ tua moglie, devi pensare a questo soltanto. La vesti bene e la porti via con te. Se dentro di te pensi solo che è tua moglie, e non la tratti da malata, nessuno si accorgerà di niente. E non tornare qui. Al college dì che parti per un viaggio-

-Collegheranno il mio viaggio e la scomparsa di Anastasia-

-Non subito. Prima o poi vi troveranno, è chiaro-

-E allora, che senso ha?-

-Il senso è quel che accadrà nel frattempo-

E adesso che il tempo sta per finire mi dico che non è ancora accaduto quel che speravo accadesse: una certezza, sapere che lei è lei e io Granduca in attesa. E già devo scappare. Devo andare via subito, da lei. Devo lasciare Janine. Dolce Janine. Coi suoi modelli hollywoodiani, i capelli platino e il reggipetto a balconcino. Segue un modello fuori moda e non lo sa. Alena era alla moda. Mia moglie è senza tempo.

Il respiro di Janine è regolare, un soffio debole sotto capelli scomposti. Lascio duecento dollari sul comodino. In fondo ne è valsa la pena, mi ha ascoltato meglio dello psicologo del college.

Lei non si sveglia. Fuori è ancora buio. Tornerò da Anastasia a tempo per lavarla e vestirla per un altro giorno di fuga, l’ultimo forse. Mentre esco dalla città la luce fredda dell’alba sale a ventaglio in fondo alla strada alberata e mi accorgo di avere una fame tremenda.

Mi fermo in un localetto di periferia. L’uomo al bancone è calvo e triste, ha una sigaretta tra le labbra e non alza gli occhi quando gli ordino la colazione. Armeggia in cucina. Poi torna col piatto e ha occhi ammiccanti, subito abbassati sul caffè

-Nottata mister?-

annuisco mentre affondo la forchetta nelle uova. Nello specchio alle sue spalle vedo la strada e una macchina della polizia a luci accese

-Cercano qualcuno-mormora l’uomo –Voi siete di qua mister?-

Scuoto la testa. Non sono di qua, non sono di nessun posto. Cercano qualcuno che sono io con mia moglie. Mangio lentamente. Ho paura. Una colazione fatta male, la macchina fuori pronta a partire, nessun luogo dove andare, e molta brava gente che mi cerca. Essere isolato, cercato come un uomo dannoso agli altri. Anastasia mi ha fatto accorgere di ciò che sono e ho sempre negato.

-Di dove siete?-

-Massachusettes- mento. Prima di una domanda gli occhi dell’uomo lampeggiano. E’ il solto barista di provincia di provincia che vuole sapere tutto, la banca dati della zona.

-Bella terra- e fissa la macchina della polizia che passa di nuovo, la vedo nello specchio.

Ho mangiato un solo uovo.

-Non avete fame?- ancora un lampo negli occhi dell’uomo, subito spento dalle palpebre abbassate. Poco appetito significa preoccupazione. Devo fingere tranquillità. Affondo la forchetta nel piatto.

Il barista è un tipo triste, forse un tempo aveva capelli folti, o un sorriso simpatico, capelli e occhi strappati via a colpi di delusioni d’amore, bourbon e lavoro duro. Io vent’anni fa avevo occhi più baldanzosi, pieni dei libri che avrei scritto, e che non scriverò mai più. Libri che avrebbero potuto cambiare la gente e per i quali non ho avuto e non ho la forza, perché tutta la mia forza è stata impegnata a restare com’ero. Ma Anastasia questo momento non l’ha conosciuto. Si fissava incantata, con occhi sbarrati. Io la fissavo nello specchio attendendo il momento della rabbia, che lei si vedesse com’era da giovane, ai balli o nel parco, o alle feste di New York, quando la città intera le rendeva omaggio; ma quel momento non veniva e gli occhi sbarrati di lei forse vedevano sempre e soltanto gli spari e il sangue, i corpi morti. Incatenata dalla violenza a quell’unico momento, principessa senza storia, senza vita. Guardo di nuovo il barista e lo vedo a occhi bassi, viscido come una lumaca, intento a porre un’attenzione esagerata alla tazza che lava. Nello specchio la luce lampeggiante blu della polizia e due poliziotti che avanzano nel locale. Non ha il coraggio di guardarli e si fa scivoloso come il sapone dei piatti. Il mio amico ha paura. Anastasia non ha avuto paura quando sono venuti a prenderla; e non ha avuto paura neppure di scappare via con me dal manicomio e non ha paura di essere ripresa. Anastasia mia moglie, contadina e principessa, senza paura. Quella l’ha finita tutta in una sola notte.

Tutto a posto, capo?- chiede uno dei due poliziotti. L’altro si guarda intorno. Il barista annuisce a occhi bassi. Sta lavando qualcosa.

-Tutto ok-

-Novità?- e guarda me.

-No, tutto ok, tutto vecchio-

Nessun cenno d’intesa, nessun ammiccamento. Il barista è meno codardo di quanto pensassi. Trattengo il fiato. Forse teme o odia la polizia –una multa, un fermo troppo duro per un eccesso di velocità. Ha sentito la mia paura, ma non mi ha tradito. Appena i due risalgono in macchina mormora, sempre a occhi bassi

-E’ ora di andare-

Lo guardo immobile

-Ha fatto tardi, non è vero? Sono già le sei, presto saranno tutti in giro-

Ok, è meglio sbrigarsi. Gli lascio una mancia generosa e mi precipito alla macchina.

Il motel è davanti a me, edifici bassi e chiari sparpagliati nel verde, come il manicomio. Solo che prato e cespugli sono incolti. Fanno comodo così perché devono nascondere. Sembra un secolo fa e siamo arrivati ieri sera.

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