Nessuna vistosa autorità regale, 7

C’era una volta un re e una regina che erano quasi felici. Avevano quattro bellissime figlie, un palazzo d’oro, un palazzo di marmo, un palazzo di ambra e un palazzo di lapislazzuli. Nei parchi dei palazzi le betulle e le querce si inchinavano al loro passaggio e formavano grandi archi. Passavano tre mesi in ogni palazzo e quando si spostavano in carrozze d’oro da una dimora all’altra il popolo ai lati della strada era un grande sorriso. Le sale ridevano piano quando le principesse vi passavano. Talvolta correvano giocando e viali e stanze si accendevano allo scalpiccio dei loro piedini.

Ma il re e la regina non erano felici perché mancava loro un figlio maschio, l’erede al trono. Nessun marito di nessuna delle figlie avrebbe potuto mai avere il loro sangue purissimo e reggere degnamente il paese incantato, così pensavano, così era stato detto loro e così era scritto nel Libro della Legge. Di notte nelle sue stanze la regina si toglieva gli abiti, si toglieva il sorriso che aveva indossato durante il giorno, davanti alla corte e alle figlie, e piangeva, finalmente piangeva tutte le sue lacrime. La vita le sembrava oscura in tutta quella luce in cui viveva e il suo cuore era nero come la notte. Una maledizione le era stata fatta, singhiozzava fra sé e sé, una maledizione potentissima, che aveva pronunciato

-Avrai tutto quel che si può desiderare, tranne ciò che vuoi veramente-

Forse, si diceva la regina, il mondo in realtà era buio e si accendeva solo per maleficio quando la famiglia reale passava. La natura di tutto era buia e malvagia, di certo. Nemmeno l’acqua della regina d’Ungheria riusciva a lenire i suoi mal di testa quando aveva a lungo rivoltato in sé stessa queste cose; e nemmeno le voci delle sue figlie nel parco.

-Datti pace, regina. Ottenere ciò che manca alla felicità è strada sicura per l’infelicità più grande-

le sussurrò un giorno la vecchia nutrice delle quattro fanciulle e la regina, furente, la confinò nelle cucine del palazzo e non volle più vederla. Niente e nessuno doveva lenire il suo dolore .

Una notte chiara, piena di aliti profumati e di sussurri, il re tornò dalla regina con molta tenerezza. Nove mesi dopo nacque un figlio maschio. La luce dorata durò ancora un anno. Le quattro figlie cantavano

-Maman, adesso siamo sette. Prima eravamo sei ed era un numero brutto. Adesso siamo sette, il numero perfetto. Maman, siete felice?-

Sì sono felice-

La regina sorrideva alle fanciulle e il suo sorriso brillava più dei diamanti nel diadema che aveva in testa.

Poi il bambino reale si ammalò. I lividi macchiavano la sua pelle, gli svenimenti lo tenevano lontano dal mondo e i baci della regina non lo risvegliavano. I genitori sedevano presso il suo lettino, chini sul visetto del piccolo e il resto del mondo si spegneva lentamente. Prima divenne oscuro il popolo, che iniziò a mormorare pieno di odio, poi l’esercito che senza re si annoiava, poi infine il parco. Luminose restavano solo le quattro figlie, che erano fatte di felicità.

Quando tutto era ormai diventato pauroso arrivò un contadino che era più buio del buio. Di lui si diceva che fosse santo e che guarisse. La regina si disse che il buio si combatteva col buio. Lo chiamò accanto al lettino del bambino. Quando il contadino passò nei corridoi del palazzo i cristalli e gli specchi si gonfiarono, come sul punto di esplodere, ma lo sguardo della regina li fermò. Comando, posso e voglio che costui giunga e guarisca, a qualunque costo. Il contadino santo pregò e il piccolo guarì. Il re e la regina videro che la luce tornava in tutti i luoghi. Da quel giorno, ogni volta che il bambino stava male, chiamavano il contadino e questi lo guariva. E il suo nome era Rasputin.

Maman siete felice? Ora siamo sette. Ora avete il figlio maschio, e sta bene.

Sì sono felice.

Ma non era più vero. La regina vedeva che la luce delle cose era tornata, sì, ma con un orlo di buio, una striscia nera che aumentava ogni volta che il contadino veniva e guariva il piccolo. Il dolore aveva fatto più acuta la sua vista, che ora discerneva quel che prima restava nascosto. Il mondo era come un enorme dente cariato. La carie scavava sempre di più. Un giorno Rasputin non venne . Il bambino iniziò a deperire. Il contadino non si poteva trovare, era sparito. Ombre nere erano sopra le fanciulle. Allora la regina capì che le favole non esistono. Non esiste neanche questa favola. La realtà vince tutto. E la realtà è sangue e tenebre, gli spari in cantina a Ekaterinburg, il sangue di maman che schizza sulle fanciulle e sul piccolo malato, la fame che spinge quegli uomini a sparare.

Voi eravate l’ultima favola Anastasia. Avete provato a scriverla, ma non era più possibile.

Scusa, stavo parlando con mia moglie. Ah, hai sentito parlare di Rasputin? Rasputin era il guaritore della favola. Certo che ne hai sentito parlare. Di questo sì che si parla…

Sono un po’ ubriaco, ti ho fatto versare troppo bourbon. La vodka va in profondità. Il bourbon ubriaca in superficie. Ma né vodka né bourbon  potrebbero cacciare la mia paura. Al primo bourbon ero solo più contento, il secondo mi ha dato alla testa e sono diventato troppo loquace. Il terzo ti fa apparire a me come attraverso un velo di pioggia e così va bene. Se ho paura di Rasputin? No. E nemmeno dei soldati o delle spie sovietiche. Ho paura di non essere nessuno, di non capire niente. O forse dico così perché ho bevuto, forse nego a me stesso tante verità. Quali, vuoi sapere? Ti dirò non una verità, perché non ne ho, ma una paura che poi è passata, perché altri dolori l’hanno cancellata. Quando ci hanno seguito e spiato.

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