Nessuna vistosa autorità regale, 5

Sono un po’ matto. Mi piace come lo dici, con quella risatina tenera. Sei tutto quello che Anastasia non è più, morbida e tenera.

Sono un po’ matto.

 Siete matti, vi adoro, era il telegrammadi Gleb dopo le nozze. Perché credo, o spero, che sia Anastasia, se non ho prove? Che significa prove? Ti dirò ancora.

Il giudice di pace che ci ha sposato mi ha guardato prima sorpreso e poi severo, come se fossi un pervertito. A quanto pare era peggio sposare una donna vecchia che una ragazzina. Sostenni lo sguardo del giudice, a testa alta. Non è vecchia, è antica, antichissima. E, mister, mi sta rendendo un’Altezza Imperiale.

Era vestita dell’abito blu; sul colletto tre gardenie bianche e un cappellino con una breve veletta che le ombreggiava gli occhi. Stava molto bene per i suoi anni -quanti? Settanta, settantadue? E io quarantasei. Alle sue spalle per un attimo, evanescente, una cattedrale enorme, altissima,coperta d’oro, il tappeto rosso al centro, gli invitati nei banchi e lei incedente al braccio del padre, vestita di bianco e d’ermellino. Sempre l’immagine di come avrebbe dovuto essere, sempre una figura che faceva più misero il presente. Sempre immagini doppie, quando arrivava la certezza che fosse Anastasia.

 Non ti basta? E’ vero, non basta, per questo sono qui e ne parlo. Altre volte la tristezza accompagnava una certezza debole. Le ho dato la stanza accanto alla mia, le porte erano aperte, in modo che le stanze comunicassero, e sono sempre rimaste aperte. Sotto la camicia da notte bianca ed enorme sentivo i seni cascanti, le vene bluastre e tutti i segni dell’età. Le guance incavate per i molari mancanti, il viso afflosciato su sé stesso,come se mancasse un sostegno interno. Con una fitta al petto ho pensato a come avrebbe dovuto essere la prima notte di nozze di tutti e due. E forse lo ha pensato anche lei. Sembrava perduta e come offesa, adirata con sé stessa per essere come era. Certo non potevo baciarla sulla bocca, né carezzarle i seni, o cose del genere. Mentre mi avvicinavo piano, lei mi guardava fisso senza espressione e ai lati sorgevano i fantasmi di tutti quelli che l’avevano avuta quando era bella, di tutte le chiacchiere che avevano riempito le riviste di allora, dal soldato tedesco che l’aveva salvata a Berlino ai play boys di NewYork, gente che non l’ha amata o l’ha amata male, cercando in lei quello che lei non era; una fitta siepe di figure pallide, così tanti da fare pena. Che altro poteva fare se non averli e lasciarli entrare in sé, che altro le restava. E ora che non poteva più, era moglie, americana, al sicuro. Povera Anna Anastasia, che hai avuto tutto troppo tardi.

Che farò, che dirò: la prima notte andava celebrata in qualche modo. A un passo da mia moglie caddero tutte le figure. Ho fattol’unica cosa che mi andava di fare, l’ho abbracciata. Lei è restata rigida,sentivo il suo corpo secco e strano, troppo magro sulle spalle, troppo gonfio ai fianchi.

-Benvenuta-

 Lei non diceva niente, sorrideva un poco. L’ho fatta coricare, le ho rimboccato le coperte.

-Staremo benissimo insieme-

Che non veda mai rimpianto, mi sono detto, almeno questo non lo veda, lei che ha visto tutto,l’odio, il desiderio, la furia, il sangue, l’abbandono. Ci sono riuscito. In questa cosa sola sono riuscito. Perché lei in me ha visto tutto, affetto,ambizione, allegria, ira, fastidio, insofferenza; ma mai rimpianto di averla sposata.

 Poi nel mio letto da solo, sono restato ad occhi sbarrati fino all’alba. Anna/Anastasia russava.

Altre volte, la certezza che non fosse Anastasia, ma Anna la contadina polacca. Due giorni dopoil matrimonio.

La moglie di Gleb mi aveva dato una mano a pulire lacasa, prima della cerimonia. Con due cameriere aveva rivoltato ogni cosa,lavato e lucidato da cima a fondo, buttato le cose vecchie. Fiori freschi nei vasi e asciugamani candidi in bagno. Quando io e lei eravamo entrati ero stato colpito  dal profumo, dalla luce e dalla bellezza della mia stessa casa. Le tende candide si muovevano appena,sembravano chiamare a una vita bellissima. Non abbastanza per una principessa,d’accordo, ma in ogni caso il massimo che si potesse fare da me. Lei aveva fatto un cenno del capo, accennato a un sorriso, mormorato

-Che bella casa-

 ma si sentiva che non lo pensava. E poi si era installata in soggiorno e non si era più mossa. Non ha mai sistemato nulla incasa, nemmeno i suoi vestiti.

Due giorni dopo il suo arrivo, ha riempito il soggiorno di patate, prima le ha nascoste dietro il divano e poi, come se si muovessero dotate di vita propria, le ho ritrovate in ogni angolo. Non c’era verso di fargliele togliere

-Basta con queste patate- grido un giorno e faccio per sferrare un calcio ad un mucchio vicino alla porta. Lei si slancia verso di me. Sento la sua mano ossuta e rigida sul mio braccio. E’ la prima volta che mi tocca.

-Solo le patate si conservano. Salvano dalla fame. Lasciale-

la guardo, è disperata. Da quanta fame sorgono questi mucchi, questo desiderio di conservare e vivere sicuri? Un attimo di incertezza, poi comincio a raccogliere le patate per buttarle. Lei mi si butta addosso come può, con furia e forza. Ha gli occhi spiritati, bollicine di saliva all’angolo della bocca e biascica

-lascia lascia-una strega che spintono con furia, pieno di odio. Lei cade all’indietro, su uno dei mucchi di patate, piegata ad angolo retto, come un bastone spezzato. Fisso l’angolo strano del corpo e tremo all’idea che si sia fatta male. Le patate mi cadono di mano. La rialzo. Le mani mi tremano mentre l’accompagno sul divano. Grato che non si sia fatta male, ma pieno di odio per lei, insieme. Non era da principessa la faccenda delle patate, ma da contadina

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