Nessuna vistosa autorità regale, 4

 Perché fuggo? Janine, le patate,le erbacce, la fuga, tre domande diverse, ma una sola risposta. Alesa aveva detto che la gente aveva orrore del prato di casa mia. E’ stato allora che ho deciso di lasciarla e che ho capito come il Prato Americano è la risposta a ogni domanda. Deve essere verde, fitto, ben tagliato. Da questo dipende tutto, se sarai amato, se avrai successo. Poi scopri che non è vero, che anche col Prato Americano sei sempre un disperato e ti senti ingannato.

Dopo due mesi dall’arrivo di Anastasia in casa mia, il prato non era più americano. Non avevo raccolto le foglie secche né le cartacce che il vento aveva soffiato, non avevo tagliato né innaffiato l’erba. I vicini mi chiedevano con aria intensa “ Come va?”.

-Bene- rispondevo. E declinavo con cortesia le loro offerte di aiuto.

 Mi sono chiesto se vedere dalla finestra quella decadenza, o farmene sorprendere quando rientravo a casa mi piaceva. La risposta era sì, un gigantesco Sì. Mi sentivo più sincero. Era come proclamare al mondo ciò che sono, il che non fa mai male. Senza ostentazione, per carità, solo per correttezza. Non fate conto su di me, amici, cittadini americani: io appartengo ad un altro tempo e ad un altro spazio, anzi mi chiedo come sono capitato qui.

Come sono venuto fuori così, non so.  Non sono mai interamente dove sono. Forse per questo, essendo condannato a sognare, ho scelto l’Europa. Poteva essere un’altra cosa, ma ho scelto l’Europa.

 L’Europa di là dal mare, dove tutto ha avuto inizio, da dovesono salpati gli antenati dei miei genitori e di tutti i genitori americani in cerca di fortuna e pace. Un piccolo continente in penombra, ricco di anfratti e zone luminose, brulicante di gente inquieta e litigiosa, ma con la testa piena di idee e passioni. Quando gli europei arrivavano qui, secondo me si placavano. Sedotti dall’ampiezza degli spazi, si stabilivano dove volevano,  senza quella vicinanza obbligatoria dell’Europa che portava a odiarsi gli uni con gli altri. Qui non erano più sotto gli occhi di qualcuno, ognuno poteva avere il suo.

 Lentamente hanno creato la casa americana, il pratoamericano, l’anima americana, linda, obbediente, ricca. Qualcosa però si è perso, in un punto imprecisato di quest’evoluzione.  Hanno voluto essere perfetti. Sono patriottici, fedeli, sinceri, onesti; sono come le tendine delle loro cucine,candide o a quadretti, esattamente come dovrebbero essere. Ma la loro perfezione è così impossibile che per essere sostenuta li costringe a bere nei week end, a prendere antidepressivi, a sparare. Pochi la reggono senza aiuti. Essere perfetti porta a giudicare, non a capire. Disperati, i miei americani si appigliano alle regole per non vedere che regole possono non essere date e che si può vivere senza. Portano con loro la colpa che spinse i padri a lasciare l’Europa, soffrono di essere senza passato e per negare la sofferenza perseguono la perfezione.

Io no, io dico forte che vorrei un passato, che questo continente è troppo nuovo per me, e impedisce i sogni. Il mio prato antiamericano lo proclama a tutti e tutti fingono di non capire.  Capiranno, prima o poi. In questo disordine vedo meglio le cose. Mi espongo a un giudizio che scopro irrilevante e ho un mucchio di tempo per me, per quelle che da ricerche storiche stanno diventando sogni.

Quando mi sono sposato era il tempo degli ultimi re; ora c’è il tempo nuovo della democrazia.

Parlo bene? Grazie. Anche i miei studenti me lo dicono.Sono affascinati da me, ma poi non mi chiedono la tesi, vanno dai miei colleghi, dai professori importanti che li possono aiutare, io li posso tutt’al più incantare.

 No, il College non ha preso bene il mio stile di vitadopo il matrimonio. Il direttore  un giorno mi ha detto che mi trascuravo, che forse era il caso di incontrare lo psicologo. Improvvisamenteho visto che i miei vestiti erano vecchi e che avevo la barba lunga. Non me ne ero accorto prima.

Ho fatto il colloquio e ho finto di farlo di buon grado,per non creare sospetti. Lo psicologo era la massima emanazione del Prato. Aveva il suo studio al secondo piano del College, per studenti e docenti. Era giovane, alto e allampanato, sempre sereno, una sorta di  fenicottero.

Lo studio era quasi uguale a quello del Direttore,chiaro e pulito, con pochi libri pochissimo letti. Si è mostrato empatico, simpatico. Condivideva il disagio al quale ho accennato subito. Condivideva così tanto che stavo sulla difensiva.

-Quanto ritiene sia importante l’aspetto fisico?-

-Ha subito un qualche dolore, una perdita di una persona cara in tempi recenti?-

– Le capita di pensare alla morte?-

Sono uno storico, sono a contatto con la morte tutti i giorni, come i medici, medici e storici sono più vicini di quanto non si creda.Lei non pensa alla morte? Si può vivere senza pensarci? Lui ha l’aria di ritenere la morte un problema che preveda una soluzione. Caro Americano tipo, per il quale non devono esistere tragedie o quesiti irrisolvibili!

 Voglio capire come ragiona, se devo parlare di me,voglio sapere che cosa crede lui, quali sono i suoi pensieri. Accenno al desiderio di vivere in un’altra epoca, lui si irrigidisce, un attimo solo, poi torna empatico. Accenno al dispiacere per le critiche dei colleghi e lui minimizza. Minimizza ogni dispiacere, ogni delusione, ogni ferita. E’ il grande Minimizzatore, niente conta. E poi, tutto va bene, qualunque cosa io dica,qualunque idea io abbia. Non ha idee o giudizi, tutto va bene e nulla va bene,non vi sono certezze se non un luogo mitico dello spirito che è l’equilibrio interiore, vale a dire la non interferenza con la società costituita. Poverino,gli hanno insegnato così e così è convinto di essere empatico. Io invece sprofondo come davanti a una massa elastica e senza volto, solo occhi che spiano, e che assorbe qualunque cosa, ogni urto di parole e colpi, pronta a riapparire di nuovo come prima, assolutamente illesa. Si può solo evitarla, una roba così.

 Ho capito, ho capito tutto. Ragazzi, vi farò contenti,mi sono detto uscendo di là. Comprerò dei vestiti nuovi e saluterò con vivacità, forse con un sorriso. Tanto questo basterà.

Vestiti nuovi, barbiere, sorrisi e saluti. Il Direttore dopo due giorni mi dice

-Ehilà John-dalla sua faccia è convinto che il colloquio con lo psicologo mi abbia fatto bene. E’ facile fare contenti gli altri. Bisogna volerlo. Ma per il prato non ce la facevo a essere come gli altri, era troppo più vero tenerlo trascurato come lei voleva, troppo rispondente a me, per renderlo uguale a quello dei vicini.

4 pensieri riguardo “Nessuna vistosa autorità regale, 4

  1. fantastica la simbologia del prato e la utilizzi a più riprese con differenti sfumature (emblema, il suo abbandono, della sintonia tra Anastasia e il marito, simbolo del pensiero americano, indizio di sbandamento se non di follia del professore, obbiettivo utopico, il farlo diventare selva, del proprio dissenso dalla società contemporanea)
    ml

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  2. Diventa sempre più interessante e più “fine”. Mi piace il tuo procedere per divagazioni concentriche che riprendono gli stessi temi, ogni volta scoprendond aspetti e profondità diverse – a volte veri colpi di luce. Deve essere stato anche un bel lavoro di documentazione…
    Aspetto il seguito, intanto complimenti e un “mi piace” che vale per tutte le puntate 🙂

    Piace a 1 persona

    1. Elena grazie! in realtà è vero, è stato molto lungo documentarsi e poi terribile cercare di immaginare il tutto. E cercare una struttura. Non merito complimenti perchè la bellezza è nella storia in sè, io sono solo un tramite. Un abbraccio forte

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