Nessuna vistosa autorità regale, 2

Quando tornavo da Anastasia, era come avanzare a tentoni in una grotta scura senza sapere che cosa vi si trovava. Arrivavo e mi veniva addosso la penombra. E cercavo di figurarmela altrove, ma era impossibile vedere quella vecchietta in un cucinino di New York o Berlino, illuminato da un tristissimo neon; oppure in una villetta linda d’America, in una bella casa bianca di Parigi. Stranamente le patate, il buio, le si addicevano. La stranezza le si addiceva. Parlo al passato perché ora non è più così, ora non le si addice più niente, se non essere come tutti. Gli Stati Uniti d’America mi hanno tolto anche questo.

 Che c’entrano le patate? Janine te lo dirò. Mi ispiri. Tra un attimo te lo spiego. Anche Alena in qualche modo si vendeva e tu lo sai. No, non ti scostare la sottoveste, mi stendo solo per stanchezza e tenerezza, non voglio più niente. Solo ricordare e capire. Le patate, dicevamo. Erbacce e patate sono state la fine dell’amore con Alena.

  Una sera Alena mi ha chiesto perché il mio giardino fosse pieno di erbacce. Ne parlavano tutti, a suo dire. In quel momento esatto per me la storia è finita. Le sue parole come un coltello che tagliava. Neppure lei, con tutti i suoi viaggi, con la sua apertura mentale tanto sbandierata con vestiti e dichiarazioni di diritti umani, capiva. Continuava a volere il prato ben tagliato, l’ordine, la regolarità. Le tendine delle sue finestre erano candide e ricamate. Non c’era niente da fare, questo continente inghiotte tutto e tutti in una marea di cotone bianco e di detersivi. Sbianca l’anima e la rende innocua. Sterilizza, anestetizza.

  Le ho risposto che il prato a me piaceva così. Come accendere la luce. I viaggi, i capelli lunghi ondeggianti da squaw, l’aspetto hippy erano una menzogna, agli altri e a sé stessa, fatta per irretire, per conquistare. Non c’era nessuna ribellione in lei, nemmeno in quel suo concedersi facile all’amore, in quell’abbandono che fino a ieri mi era sembrato libertà. Una povera ragazza che fingeva di provare ciò che sapeva di dover provare. Che fingeva rivolta e novità quando in fondo al cuore desidera la Casa Americana. Janine sei meglio tu, con la tua Marylin eterna stampata nel cuore e nei capelli.Oppure non era menzogna. Forse c’era una connessione tra quella finta libertà e la vita comune. Senza re si cade, prima o poi, anche senza volerlo e senza accorgersene, nel desiderio di una vita pacifica enoiosa, nel matrimonio borghese, nel Prato ben tagliato, nell’ordine. Solo un re garantisce la libertà dal banale.

 E io posso essere re. Forse. Se mia moglie è davvero regina.

Poi, quando vedevo Alena nei corridoi del college, solo con uno sforzo mi tornavano in mente i nostri abbracci.

Le patate. Le erbacce nel prato. Com’è linda questa stanzetta, così linda che sa d’ospedale, il letto pulito, il comodino con l’abat-jour e forse la Bibbia nel cassetto.  E il calendario: oggi è il 13 Aprile 1983. Io e quella che credo Anastasia fuggiamo da due giorni.

 Non voglio nulla, sono solo troppo stanco, Janine. Perché fuggo?Le patate, le erbacce, la fuga, tre domande diverse, ma una sola risposta, che è il Prato Americano e che deve essere verde, fitto, ben tagliato.

 Iniziamo. Le patate sono importanti per lei, la rendono sicura del cibo. Le vuole ammucchiate  al piano terra, di sopra le stanze da letto sono immacolate. Forse le ricordano quando si è salvata con Ciakovsky, e viveva con lui in Romania a Baia a mare. Forse, cioè se è Anastasia. Insomma, le patate l’hanno salvata. Anche in Germania, quando attendeva la sentenza del Tribunale e viveva nella casupola dentro la ForestaNera, era circondata di patate. E di gatti, come qui. Casa mia è l’ultimo rifugio e lei vuole che abbia l’aspetto degli altri rifugi che ha vissuto. Non posso toglierle questo.

 Quale sentenza, mi chiedi. Quella del Tribunale tedesco che doveva decidere se era vero quanto lei diceva da anni, di essere Anastasia Romanova, figlia dello zar Nicola II, unica scampata all’eccidio di Ekaterinburg. Ah, ti ricordi qualcosa. Sì, è una storia che piace alle donne. Piace e non si vede il tragico. Il Tribunale è stato come Ponzio Pilato. Ha detto che non si poteva né affermare né negare che lei fosse Anastasia e non un’impostora, una certa Anna Anderson, contadina polacca.

Ti sembra strano che non si possa dire chi sia? Lo è, eppure è così, anche adesso per me, dopo tanti anni. Molti della corte dello zar l’hanno riconosciuta per Anastasia, anche la nonna. Di questi alcuni hanno ritrattato la dichiarazione in tribunale. Si diceva che chi l’aveva riconosciuta l’avesse talvolta fatto per il desiderio di tornare al tempo passato, a quando ancora c’erano i re, per sperare che ancora durasse qualcosa della loro vita antica, quando tutto per loro era ancora bello. Si diceva anche che lei fingesse di essere Anastasia per intascare l’eredità degli zar depositata nelle banche inglesi prima della Rivoluzione.

 Le prove c’erano per entrambe le ipotesi, almeno quel tanto che bastava per imbastire il processo. Un neo, una deformazione dell’alluce, cose di questo genere. Poi lei non ha voluto sottoporsi ai test decisivi, come quelli dei denti. Se è Anna Anderson, non ha voluto rischiare. Se è Anastasia, quando ha percepito che intorno a lei le cose cambiavano, che le banche pagavano i testimoni affinché ritrattassero, si è sottratta a un esame umiliante, con un gesto regale davvero. Altro doveva segnalare che lei era Anastasia. Che cosa? Il portamento, i capricci, il sacrificio, il disprezzo del vantaggio. Tutto quello che è la regalità. Ma perché ti dico queste cose?

  Lo so che capisci, ma è che noi stiamo fuggendo. L’ho rapita dal manicomio di Charlottesville. Ci cercano. Non mi tradirai? Può essere, in ogni caso ci prenderanno. Questione di poche ore. E’ già due giorni che fuggiamo. Lei ha più di ottant’anni, dove vuoi che vada. Sì, sono molto più giovane di lei. Lo dirai che siamo fuggiti, sì lo dirai. Chiamerai la polizia appena sarò uscito.

 Hai paura dei pazzi vero? Lei lo è secondo i medici. Non lo è, secondo me, e io sono l’unico che può giudicare. Oppure no, è pazza, ma ancora deve darmi qualcosa. Deve dimostrarmi che non ho perso la mia vita sposandola, deve darmi la prova che lei è Anastasia Romanova. Oppure deve dimostrarmi di non essere Anastasia, e rivelarmi quel che temo di essere, uno sciocco,ingenuo americano, uno di quelli che compravano il Colosseo durante la guerra.Solo tramite lei saprò chi sono stato e chi sono. Almeno questo me lo deve. Ma devo andarci piano con lei. Sapessi come è delicata, un uccellino disseccato, peserà quaranta chili, ed è piena di lividi e rughe. Farfuglia, certe volte,mormora cose strane. Però in altri momenti è lucidissima e terribile.

 Non è possibile che ancora non sappia chi sia? Oh, questaè una storia lunga davvero. Qualcuno di noi sa come si comporta una principessa? Come si riconosce, cosa fa, cosa dice? E sappiamo forse che cosa fa una contadina mitomane o delinquente che vuole sembrare principessa?

 Tutto è stato sempre doppio con lei. Dalla cugina Irina,che l’ospitava a New York, ha tirato le calze alla cameriera che aveva rifattola sua stanza senza raccoglierle. E’ un gesto da principessa? O da contadina che pensa a fare la principessa?

Ho avuto in certi momenti la certezza che fosse Anastasia. Folgorazioni brevi, e poi di nuovo il dubbio. Ad esempio, quando le ho fatto la mia richiesta di matrimonio,nell’appartamentino di New York che pagava Gleb. Stava là con una donna di mezza età, Missis Smith, pagata da Gleb anche lei.

Teneva lo sguardo severo fisso su me, vecchissima, con tutti i suoi sessantasette anni addosso.

-Vi ringrazio- con un cenno verso i tulipani che le avevo inviato la mattina– A cosa devo questo dono?-

In piedi, col cappello in mano ad alta voce ho pronunciato le fatidiche parole, preparate nelle strade odiose di New York,mille volte cambiate tra me e me

-Signora, vi chiedo di sposarmi- nessun titolo, né principessa, né granduchessa. Non sapevo chi lei fosse e forse la sposavo per questo. 

Dal suo vestito color prugna chiuso come un’armatura mi guarda e non parla. Non così, non così, mi dice una voce. Lo so, non così. Qui si infrangono definitivamente tutti i sogni di mia madre, ai piedi di questa vecchia che non parla, che ha gli occhi come spade. C’è rumore di vetri infranti, di grida lontane. Sembra offesa. Severa come una statua di Athena

-Sapete chi sono? Chi sposerete, Anna o Anastasia?-

-E voi, sapete chi siete? –

Lei si alza, fa un passo verso di me con gli occhi di fuoco fissi nei miei, e io ho quasi paura

-Sono Anastasia. Ed è questa certezza, questa sola, a spingervi verso di me-

 -Mi va bene anche Anna Anderson. Ma voi sì, sieteAnastasia-

Non lo penso, non ne sono sicuro, e questo traspare. Non so come, ma traspare.

 Lei ora trema. Un’ira regale, davvero. Era la bambinache eludeva sorelle maggiori e governanti per fuggire sugli alberi, che mordeva le cuginette? Devo riscattarmi -Sì. E vi sposo per avere la cittadinanza americana e fuggire quella terribile Germania dove non si può fare niente. Così a voi va bene?-

 -Sì. L’America vi piacerà, insieme a me. Non sonol’americano solito, sono un po’ europeo, molto europeo-

Fa un gesto con la mano come per dire che non capisco.

-L’Europa non esiste più-

-L’Europa siete voi, madame. Sposo un frammento di storia. In fondo sono uno storico-

Sorride per la prima volta

 -Avete avuto il coraggio di evitare le rose. Chiunquealtro, qui da voi, avrebbe inviato rose rosse-

-Ve l’ho detto, non sono interamente americano. Lo scoprirete vivendo con me-

 -Sarò il vostro museo? La cassa di manoscritti antichiper saziare il vostro bisogno di secoli?-

 -Sarete mia moglie e farete di me un granduca- non socome, per una volta sola, mi escono di bocca le parole giuste. Solo davanti a questa vecchia donna.

-Allora vi sposerò- fa lei.

Le prendo la mano destra e gliela bacio piano, poi l’abbraccio, ma come se fosse di porcellana. Fa odore di acqua di colonia buona ed è leggera leggera, come una farfalla. Mi sembra un po’ come una bambina da proteggere. Le dico piano

-Adesso dovete mangiare un po’ di carne-

Lei sorride, ha i denti un poco grigi, ma sono tutti, non ne manca uno. Mi spezza il cuore. Da allora ho il cuore spezzato.

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