Il pranzo dei morti, 13

Sopra i candelabri solo gli occhi del Lancia erano fissi sul marchese e bruciavano, e non volevano essere notati nella loro forza. Il marchese si era un poco riscosso dalla debolezza precedente e voltava ora qua ora là il capo a seguire i discorsi dei commensali, via via prendendo vigore. Giunse persino a raddrizzare le spalle e a chinare il capo verso il piatto incuriosito.

Poi si girò in ascolto di uno strano clamore che veniva dalla strada sul porto, un canto disordinato di bambini, e incontrò gli occhi del Lancia. Erano così forti che per fuggirli taglio un pezzettino di pesce e lo mise in bocca. Il boccone si squagliò all’istante, così dolce, nobile e forte che il marchese ne fu sopraffatto e chiuse gli occhi. In quel boccone c’erano un ritorno e una nuova partenza tutt’insieme, e con un urto troppo forte per lui.

-Alla vostra marchese-il principe alzò il calice pieno di vino rubino con occhi che erano due schiaffi – e alla salute della marchesa-

Il principe aveva riconosciuto il canto che saliva dal porto, e le vocette dei bambini che erano il piccolo esercito di donna Metra. Le strofe strane, così antiche che nessuno sapeva più cosa volevano dire; l’odore mai sentito di quel pesce, e il sortilegio che li aveva indotti a quel pranzo tanto pazzo; non si era anche lui rivolto un tempo, per i begli occhi di una signora sposata, a donna Metra? L’aveva fatto sorridendo di sé stesso, come un gioco, con scetticismo, come per provare che quelle cose non esistevano; E invece quella signora l’aveva avuta, in una notte caldissima di luglio, fra candide lenzuola, solo per scoprire che non ne valeva la pena…che almeno donna Cubitosa non scoprisse mai che non valeva la pena di niente. Che il desiderio esaudito è cosa tristissima: la grande verità che non poteva essere detta, pena l’inaridirsi dei cuori altrui.

La marchesa avrebbe ottenuto ciò che voleva: adesso che capiva la presenza di donna Metra ne era certo. E lui avrebbe aiutato chi aveva aiutato lui, tacendo ogni disillusione. Stranamente sentiva che quella ridicola Cubitosa, così fissata nel voler curare un marito che mai l’aveva onorata, nemmeno come madre, era superiore a lui, con tutta la saggezza dei suoi studi filosofici; e ci stava male, malissimo, nel non essere il più saggio. Ancora più male perché la donna che sentiva superiore era una creatura priva di razionalità, puramente istintiva come un animaletto. Lei e gente come donna Metra lo turbavano e lo intristivano, erano il contrario di quel che lui voleva essere: razionale limpido e scientifico, mentre loro erano così vicine al fondo materiale del mondo, a quel guazzabuglio di forme vitali in cui operavano i loro sortilegi. Era solo; superiore e solo, non c’era rimedio.

Si guardò intorno: tutti mangiavano in silenzio, mentre l’aroma straniero si alzava dai piatti da portata, lento, sontuoso, imperioso e presidiava l’aria e i cuori, accompagnato dai mormorii di lode del d’Ingalbes e del Ripasaltas. Il marchese non parlava e masticava lentamente, con occhi straordinariamente vivi. Stava ben dritto e guardava qua e là con curiosità, come se tutto fosse nuovo.

Infine il malato proruppe

-Quanta bellezza, quanta bellezza ovunque. Sono stato sciocco. Siamo stati sciocchi- Invece di pensare alla punizione, avremmo dovuto pensare al premio. Il castigo, sì certo. Ma se il castigo fosse una bellezza e una bontà soverchiante, che ci schiaccino con la loro potenza? Non una punizione in senso classico, ma un chinarsi davanti a una bellezza che non avremmo mai immaginato…angeli color porpora, o blu imperiale,  intorno a una luce dentro al trono più bello che si possa immaginare. Niente occhi, né bocca, né viso o corpo, solo una presenza assoluta, e noi che cadiamo in ginocchio. Qualunque purificazione proceda questa visione va bene-

Tranne il principe, tutti gli altri si misero a descrivere ciò che immaginavano e auspicavano. Il marchese pensava a castelli di gioia, di una gioia molto rossa, capace di scorrere come un ruscello; e la quiete dorata di chi è immerso in Paradiso come una conchiglia nella sabbia del mare. Il pesce delizioso era anticipazione del paradiso che li attendeva, e il vino, oh il vino! Era l’estasi permanente in cui avrebbero vissuto.

– Ma prima, amici miei, ci sarà, ci dovrà essere una qualche prova- fece il Ripasaltas – Io edo una conversazione tra gentiluomini col Buon Dio-. Seduti a un tavolo, con un calice di vino davanti, ci spiegheremo per bene. Chiederò conto dei torti ricevuti – ( e qui, a onor del vero, egli non pensava solo a certi rifiuti di bei ragazzi, ma anche a delusioni della sua carriera politica, a certi dinieghi che avevano rallentato non poco la sua nomina)- Che mi dimostri, come sia possibile che certi dolori e molte amarezze siano stati provvidenziali. Avrà in suo bel da fare. Talvolta non c’è proprio spiegazione ai torti che la vita ci infligge, e in nessun modo possiamo dire che ne sia venuto un bene-

– Barone, negherete a Dio la razionalità?- fece il d’Ingalbes –la razionalità divina è diversa dalla nostra, ma di certo Egli deve aver ben predisposto tutto. Meglio pensare, come faccio io, ad una condivisione di cose belle senza discussioni filosofiche-

Tutti presero una seconda fetta di pesce spada. Il principe, avendone masticato con calma un boccone,  infastidito da quei discorsi intorno a lui, che gli parevano troppo infantili, esclamò con voce colma di collera repressa a stento

-Nulla di ciò che voi dite amici miei! Non le gioie sovrumane del Carabas, o il conviviale incontro del Ripasaltas. Il Dio che ci aspetta io vorrei sottoporlo a un vero tribunale. Non dovrà Egli spiegare da buon amico, ma presso lo scranno di un giudice, che sarò io. Dovrà rendere conto di ciò che mi ha fatto. Gli amori che non durano, le passioni che si spengono, i desideri che non si avverano o che si rivelano eccessivi e, in generale, il fatto che nulla duri, mai, in nessun modo. Che niente sia davvero del tutto identico a come lo avevamo immaginato.

Siederà come imputato e poiché nulla potrà giustificare ciò che mi ha fatto…. –

Gli altri lo guardarono a bocca aperta. Senza dubbio quanto detto era empio, ma non questo soltanto turbava i commensali, bensì il fatto che il loro amico si manifestasse del tutto diverso da come si era mostrato loro sinora, vale a dire mondano e felice o, se non proprio felice, sereno, razionale e saggio. Nessuno osava fiatare, per non vedere di più dell’amico, o di chi tale avevano creduto sino a quel momento; volevano continuare a crederlo uguale a prima e quindi amico. Nessuno poteva intuire che l’aver anche solo sfiorato con la mente il mondo di donna Metra, con i suoi ragazzini, le pozioni, le erbe e le parole antiche che lo formavano, lo aveva sconvolto e reso incapace di controllarsi.

2 pensieri riguardo “Il pranzo dei morti, 13

  1. Te la stai cavando benone! Il pesce spada sembra di sentirlo, rende tutto plausibile (ma per me irraggiungibile, sto troppo lontano dalla Sicilia, e anche se ci venissi – ci sono pure venuta – sarebbe da turista: ripiego del ripiego del ripiego…)

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...