Il pranzo dei morti, 12

Il d’Ingalbes scosse il capo

-E quindi sarete presto costretto a un mondo d’orrore, amico mio? Un mondo in cui vi circondi tutto ciò che non vi è piaciuto in vita? Troppo semplice, troppo meccanico…il Buon Dio è più complesso di come noi creature lo pensiamo, Sarebbe come dire che il principe sia condannato a vivere in mezzo a selvaggi perché troppo ha amato arte e cultura e civiltà; e che il nostro buon Ripasaltas debba scontare decenni in un mondo popolato solo da donne, lui che vuol per sé i più bei ragazzi di Napoli-

Tutti sorrisero e brindarono

—Troppo meccanico- concordò il Ripasaltas .Il nostro buon d’Ingalbes può stare tranquillo: nessuna festa in camicia di tela. E io nessun mondo popolato di donne soltanto. Sarebbe troppo per me e il Creatore lo sa, avendomi ben fatto lui così. Credetemi anche io avrei voluto essere diverso, come voi marchese che dianzi lamentavate l’esser ricco come un peso. Allo stesso modo io lamento il mio gusto per gli uomini: è come essere flagellati dalla tempesta in mezzo al mare senza trovare un porto–

Il principe Lancia scosse il capo, vuotò il calice di vino come per darsi forza e iniziò a parlare con forza crescente. Io, il più colpevole, disse, il più odioso; io che ho sempre cercato di essere il più colto, il più elegante, il più tutto; il cui peccato mortale è la superbia; io allora pure scenderò in qualche mondo di derelitti, costretto a vivere di espedienti? No signori, il buon Dio, non è così meccanico, come giustamente sostiene il d’Ingalbes; Dio è più sottile e lungimirante. Fateci caso: in ogni nostra previsione circa ciò che ci attende, noi tutti pensiamo a un abbassamento, a un mondo inferiore al nostro.

E se invece fossimo umiliati non con l’abbassarci, ma con l’innalzarci? In un mondo regale infinitamente superiore al nostro, dove saremmo l’ultima ruota del carro e sperimenteremmo il disprezzo che abbiamo in vita esercitato verso altri? Non sarebbe più giusto?

Forse, signori, amici miei, non c’è più molto da immaginare, e lo stesso immaginare è forse ulteriore peccato. Affidiamoci e godiamo di questo banchetto che chissà quando capiterà ancora, in una notte dolce come poche, in questa casa bella come nessun altra. E voi, marchese, voi che ci ospitate però non onorate questo convegno come si deve: non avete toccato il maialino.

-Ho sentito di nuovo mancarmi stomaco e cuore…-

-Marchese! Amico nostro!-

-Credetemi, è più facile non mangiare, è così dolce..ci si sente svanire e ci si riposa da sé stessi-

Del gran pericolo in cui versava il marchese, di tornare allo stato precedente il pranzo, donna Cubitosa non sapeva nulla. Quasi svenuta nel suo salottino, sedeva senza nulla vedere. Cettina le aveva portato il cordiale che le aveva impedito di perdere conoscenza e le aveva dato un’ebbrezza morbida in cui si vedeva vedova, brutta e disordinata, circondata da selvaggetti che erano i suoi figli, senza l’eredità dello zio, sotto al ritratto del marito che la guardava elegante e severo; e poi vedeva tanti occhi di pesce spada, fatti di neri cerchi concentrici che tiravano giù dentro al loro nero disperato. E mentre singhiozzava senza più ritegno, tra le lacrime vide dei gorghi di acqua così blu da sembrare nera,. Erano i gorghi che si dicevano nello stretto di Messina e, al centro del gorgo più fondo, quello forse che aveva perduto i compagni di Ulisse, un pesce spada che stava dritto in piedi e aveva una coroncina d’oro sulla testa

-Aspettami Cubitosa! Aspettami, abbi fede!- e tutto profumò di mare, grondò di alghe che avevano piccole stelline ai bordi.

Si addormentò felice, come se qualcuno le stesse cantando una ninna nanna.

-Amico! Amico mio! Che senso ha? Siete già morto! E non mangiando offendereste Colui che ci ospita, il padrone di casa che è padrone di tutte le case- esclamò il Ripasaltas, cogliendo una luce di ammirazione negli occhi del principe Lancia.

Mentre così parlavano un dolce aroma di spezie si diffuse nella sala. Le porte vennero spalancate e

-Cos’è questo profumo? Mi ricorda …-esclamò il marchese prima ancora che entrassero i maggiordomi con i vassoi- c’è il mare e qualcosa di più del mare, c’è un invito al viaggio, e poi, e poi…come si può descrivere un profumo? Amici miei aiutatemi!-

Totò entrava con gli altri due maggiordomi recando i vassoi dove erano adagiate le fette di pesce spada coperte da una salsa appena brunita e coronate a fettine d’arancia. Quando ogni piatto ebbe la sua fetta, circondata da un paio di cucchiai di caponata, si sprigionò un aroma meraviglioso dentro il quale per un attimo caddero tutti i cuori

-Il vostro monsù, amico mio, è il migliore di tutta Palermo- esclamò il d’Ingalbes.

-E’un’artista, un profondo conoscitore di storia e storie. Quest’equilibrio di aromi non è roba dei nostri tempi, viene da molto lontano- il Ripasaltas con le parole sapeva far tutto e creare ogni illusione, ma stavolta la sua voce vibrava di emozione; e continuò dicendo che quell’aroma veniva da altre età, più forti e coraggiose, più disposte al viaggio e alla lotta; non la loro misera epoca di pirati barbareschi straccioni e nobili che al massimo arrischiavano una passeggiata sotto la palazzata a mare.

E il d’Ingalbes contraltava enumerando ciò che distingueva nella salsa che aveva subito assaggiato, origano, e noce moscata, di certo, due fra gli aromi più corroboranti, e arancia, da qualche parte, il succo d’oro degli dei; e poi qualcos’altro di misterioso e nuovo che non si lasciava definire.

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