Il Pranzo dei morti, 7

Una mattina stranamente grigio-rosa e molto fredda gli inviti erano stati recapitati, scritti su biglietti che recavano ad acquarello lo stemma dei Carabas, la torre con tre leoni intorno.

Il principe Lancia pianse leggendo il biglietto d’invito. Le voci che giravano in città e che davano il marchese in fin di vita erano dunque false. E la gioia gli faceva salire singhiozzi dal petto. Amava il marchese di Carabas, dai tempi di Parigi, durante il viaggio delle pazzie, come lo avevano chiamato tra loro; a quando tutto era ancora intatto, croccante come i panini della vecchia alla Kalsa, da mordere spezzando la crosta in allegria. Condividere la nostalgia, ragionava, unisce più che ogni altra cosa; e saperlo malato in agonia lo aveva spezzato dentro. Certo sarebbe andato e con gioia. Avrebbe stretto le mani dell’amico e domandato la causa di quelle strane dicerie; avrebbero riso insieme delle pettegole palermitane che riempivano la città di malignità nella passeggiata serale. La fine era ancora lontana…

Il conte d’Ingalbes, seduta nella terrazza della sua dimora nel quartiere di Seralcadio, quando lesse il biglietto inghiottì la saliva. I pranzi in casa del marchese erano famosi per bontà e abbondanza e lui non mangiava bene da tanto, oh, da così tanto! La sera doveva accontentarsi di tazze di latte in una sala da pranzo dove la carta da parati pendeva tristemente in lembi impolverati. Sì, sarebbe andato. Nelle belle sale dell’amico avrebbe messo in un canto l’invidia ed evitato con cura ogni confronto con la sua casa. Sorridente e generoso come un tempo, come a Parigi, quando tutto andava bene e c’erano i denari e ancora non era necessario trafficare con i pirati barbareschi per guadagnare quattro scudi.

Il barone di Ripasaltas si accigliò dopo la lettura dell’invito, si raddrizzò la parrucca scivolata sulla fronte e subito si ricompose.. Ultimamente non aveva molta voglia di passare nottate con i vecchi amici; era in partenza per Napoli dove il Re doveva insignirlo di un’onorificenza e dove c’era un giovane ufficiale con occhi meravigliosi. A Palermo ogni cosa e persona era ormai vecchia e passata di moda, orrendamente passata; a contatto con Napoli egli vedeva la sua città in altro modo. Tuttavia non poteva rifiutare, anzi era un modo per prendere congedo e salutare i vecchi amici con i quali aveva compiuto a Parigi follie delle quali adesso si vergognava. Strano però: l’invito era in contrasto con quanto aveva saputo a palazzo reale della follia che aveva colpito l’amico di un tempo. Andare avrebbe avuto il vantaggio di prendere notizie direttamente e poter sussurrare le novità intorno a quella faccenda a chi poteva favorirlo presso il Re.

Tra nostalgia, avidità e superbia, tutti e tre gli amici furono uniti da una sorpresa: alla fine del biglietto d’invito c’era una postilla sottolineata, nella quale si raccomandava di conferire con la marchesa prima del pranzo. Con la marchesa! Con quella piccola, grassa donna bruna che meglio avrebbe figurato al mercato, tanto era rozza nei modi, cresciuta com’era stata in quel feudo sperduto di Giarratana! Il cui unico pregio erano i soldi; quella moglie per la quale non finivano di compatire il loro amico! Perplessi posarono il biglietto e guardarono a lungo fuori dalle finestre quella loro Palermo sempre in lotta per la vita. Un mistero crescente e sorridente strisciava fino ai davanzali e li rendeva impazienti.

Ed era stato così che la mattina del 30 marzo molto presto, due grandi pesce spada, tutti ritorti e con l’occhio sbarrato, dalla feluca di casa erano stati issati con funi su per le mura dove era edificato il palazzo Carabas, insieme a molte enormi balate di ghiaccio; e che grandi sacchi di zucchero e riso, ceste di carne freschissima avevano ingombrato il cortile della cucina; mentre lassù, nell’appartamento del marchese il grigio si addensava in un vortice e lui si spegneva, sempre più inconsistente e vuoto di organi e pensieri, pieno solo di sogni malsani e malinconie.

Resisti! Resiti un giorno ancora, caro, sciocco, affascinante marchese!

E intanto dal porto montavano i racconti sulla cattura dei due pesci: erano maschio e femmina; quando la femmina era stata arpionata, il maschio si era lanciato contro la feluca, ma con una tale furia, con un tale desiderio di liberare la compagna, che il lanciatore s’era commosso e non aveva lanciato subito il secondo arpione e solo il richiamo dei rematori l’aveva scosso e costretto a lanciare; che la cattura del maschio era durata ore, trattandosi di un maschio enorme e fortissimo; e che all’improvviso, quasi avesse udito un comando, il maschio si era fatto prendere, cessando ogni lotta e offrendo il dorso al lanciatore; e per ultimo, che la feluca che doveva recarli a Palermo aveva avuto un tal favore prodigioso di venti che in poche ore era sotto il palazzo, di certo per volontà di santa Rosalia.

Donna Cubitosa udendo in lontananza tali racconti pregava, ma non disse a nessuno questi pensieri di preghiera; e vedeva, come se fosse stata là sulla torretta della feluca, lo sfolgorio argenteo dei pesci nell’acqua blu piena di gorghi, la femmina gonfia e il maschio che la seguiva veloce, il guizzo di essi nell’acqua, come di mare la sera dentro il mare blu del mattino, il guizzo così elegante e morbido che desiderò essere pesce, non avendo mai visto una simile fusione tra un elemento naturale e la creatura, un così perfetto, felice adattamento; e quindi l’arpione doppio, la fuga, l’occhio disperato del maschio accanto alla compagna.

Pregava; forse questo era un segno che il banchetto doveva farsi, e con quel menù; e non disse ad alcuno che, mentre dalla terrazza vedeva issare i due pesci spada, uno di essi aveva fissato il suo occhio di vetro nel suo e torcendosi in un guizzo (o erano le funi umide che scivolavano sul corpo lucente?) aveva cantato con una voce strana e metallica

In greco cantami

Se vuoi incantarmi

In greco cuocimi

Se vuoi usarmi

Davvero quelle parole le erano state dette, in quell’attimo che aveva la profondità di un abisso e il calore del sole ardente? O non era piuttosto la sua mente vacillante per la preoccupazione che le aveva generate e attribuite al pesce?

Nel dubbio decise di fare come se fossero state vere, in fondo non rischiava nulla. Dentro montava un ricordo come una luce, il racconto di una serva a Giarratana, quando la sera si sedeva sulle scale sotto le stelle, lei, la marchesina, la governante e il personale di casa, padroni e servi tutti insieme. Questa, Immuzza di nome, era di Messina, finita a Giarratana per matrimonio. E una volta aveva raccontato come si pescava il pesce spada nello Stretto.

I pescatori pescavano il pesce spada, detto anche pesce cavaliere, cantando una nenia greca antichissima, di cui nessuno sapeva più il significato. Dall’alto delle torri montate sulle barche il lenzatore distingueva nei flutti ritorti dello stretto di Messina il guizzo del pesce e lanciava il richiamo; i fiocinatori iniziavano la cantilena che risuonava cupa e vogliosa sopra l’acqua, alzandosi di tono e aumentando in velocità man mano che l’imbarcazione veloce si avvicinava al pesce e lo arpionava, seguendolo poi fino a che, sfinito, non rallentava e si lasciava prendere.

Gli si cantava in greco per prenderlo, dunque; ma cucinarlo in modo greco, lei non sapeva che volesse dire. E c’era un solo modo per saperlo, un modo che nessuno doveva sapere. Un modo che sarebbe giunto dal basso, come dal basso era giunto il ricordo della nenia greca, come in basso erano la terra e la cucina, e tutto ciò che vi era di buono e amorevole.

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