Auschwitz

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In Polonia non si trova mai scritto Auschwitz nelle indicazioni stradali. Il luogo è sempre e soltanto indicato come Oswiecim.

Ti avvicini e in giro non vedi niente di particolare, nella bella primavera che ci ha accolto in Polonia, solo alberi in fiore e casette col tetto rosso a spioventi. Poi lentamente si sprofonda, le ciminiere delle fabbriche in lontananza e come una vergogna sulle facciate, fino al piazzale dove già alle sette di mattina ci sono file chilometriche per entrare, come un tempo.

Un ragazzo, punta i piedi pallidissimo, non entra. -Non sono degno di calpestare questo suolo- dice e resta due ore sotto gli alberi del piazzale.

Varchi il cancello e ci sono guide in tutte le lingue, ma non in tedesco. Poi all’improvviso tutti i film che hai visto sono veri. Il doppio filo spinato, le torrette, i capelli, le scarpe, le valigie col nome ben scritto, gli occhiali, i vestitini dei bambini, in un crescendo insostenibile fino alle camere a gas e ai forni crematori.

Il caos degli ammassi di oggetti trova opposizione nel rigore degli allineamenti dei caseggiati e delle finestre, nel nitore dei profili e delle strade, nell’ordine allucinato di chi esegue gli ordini senza fiatare, senza chiedersi nulla. Sei in un lago di male, un male che filtra e dilaga subdolo cosicchè quando esci nei tetti e nelle finestre dei dintorni continui a vedere i tetti e le finestre di Auschwitz, come se quella fosse la forma di ogni cosa dopo e ci vogliono dei giorni per liberare la visione e scrollarsi di dosso quella melma viscida.

Uno dei ragazzi ha pianto per tutta la visita, il suo viso era una maschera di lacrime e non parlava, non poteva parlare. Se siete così meravigliosi, ragazzi, allora però c’è speranza. Fiera di voi.

9 pensieri riguardo “Auschwitz

  1. Mi è capitato di leggere un saggio di un critico cinematografico francese che sosteneva la tesi che mostrare (cinematograficamente, almeno per quello che concerneva il saggio in questione) i campi di concentramento fosse un atto immorale, e che la cosa poteva essere stata solo concessa ai primi operatori che scoprirono per caso questi campi e li filmarono. Altrimenti, anche se gli ebrei non hanno la stessa concezione e tengono al ricordo, sarebbe come riproporre (contronatura) una cosa che avviene una e una sola volta: la morte.

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    1. No, credo che sia meglio ricordare. E non solo Auschwitz, ma molti altri luoghi in altre nazioni. E’ un tipo di ricordo che ha un valore educativo. Forse se l’Europa ha avuto settant’anni di pace dal 1945 lo dobbiamo al ricordo. Però capisco le motivazioni della controparte. In effetti la sensazione che si ha uscendo di là è quella di doversi purificare..

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      1. Effettivamente quello che ti avevo riportato era un discorso più di natura estetica. In pratica il critico che ti citavo prendeva le mosse dalla teoria del cinema di un altro critico-terorico, secondo la quale con le immagini cinematografiche bisogna tenere un approccio etico-morale. Come il cinema ti può mostrare al rallentatore tutto il ciclo di crescita di una pianta, allo stesso modo può rappresentare eventi totalmente soggettivi come la morte e il sesso. Quindi, secondo questo modo di vederla, la morte deve essere rappresentata solo ove non sia assolutamente possibile non farlo. Ad esempio non sarebbe morale mostrarti la registrazione della morte di un uomo, visto che essa è un evento unico, invece il cinema potrebbe reiterarla all’infinito.

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  2. Non capisco come si possa affrontare la questione Shoah e Auschwitz da un punto di vista estetico.
    Io sono quel ragazzo che piange e si sente sporco per giorni e giorni dopo. I ragazzi tedeschi di oggi come si sentono?

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