Il Pranzo dei morti, 1

Senza presunzioni letterarie, solo per divertimento, su un possibile modo di guarire da una patologia riguardante il cibo, rarissima, grazie al Cielo. Più o meno ogni mercoledì per qualche settimana.

IL PRANZO DEI MORTI, 1

Donna Cubitosa guardava il cielo e pregava, appoggiata coi gomiti al davanzale della finestra, nella sua stanza alta sopra il porto di Palermo. La primavera quell’anno era lenta e maestosa come certe musiche, avanzava a colpi certi con l’andamento di una falce, abbattendo l’inverno e portando un tepore quasi eccessivo; e quella sera del 31 marzo 1756, calda come una sera di giugno, era forse la sera della liberazione, del riscatto di suo marito, il marchese di Carabas, dall’orrendo sortilegio che lo stringeva ormai da tre settimane, con grande pericolo della sua propria vita e della salute dell’intera famiglia, di sé stessa sua moglie e dei loro quattro bambini. La sera dell’ultimo tentativo disperato di liberare il marchese dalla convinzione di essere morto e di non avere più cuore e stomaco, come andava vaneggiando da troppo tempo ormai, e di restituirlo alla bella vita di prima, nella quale, anche se Cubitosa sua moglie non aveva gran posto, tuttavia era presente l’attesa morte di uno zio e l’arrivo dell’eredità di questi, che doveva liberarli dai debiti e garantire una dote sontuosa alle tre marchesine.

Guardava il cielo con occhi pieni di lacrime. La luna era rotonda e Venere brillava dolce nell’aria di mare, sopra il gran porto di Palermo dove era stato costruito il palazzo dei Carabas. Però a ovest c’era un lampeggiare lontano e un basso rumorio continuo di tuoni, come una parola che il cielo non riuscisse a pronunciare, e non s’intendeva se fosse una parola di minaccia o di conforto.

Guardava e pregava, ma chi pregasse non sapeva neppure lei. Non aveva mai sentito una gran fede, non era mai stata abbastanza compunta in chiesa, né commossa all’Elevazione; eppure credeva, fermamente credeva, che lassù Qualcuno ci amasse; quel Qualcuno che l’aveva aiutata nei quattro parti, quando la creatura troppo grossa per il suo ventre non voleva passare, o intendeva uscire per i piedini, e la levatrice era riuscita a girarla all’ultimo; se poi fosse il Buon Figlio o il Terribile Padre dei sacerdoti, non sapeva. Ma Lui pregava, e nessun altro.

Con le mani paffutelle e bianche unite, mani che niente mai avevano fatto se non cingere le perle intorno al collo, supplicava: Salvalo. Salvalo.

Ma salvalo perché? Salvalo, perchè odio la morte. Odio veder morire. E non aveva altre risposte, perché di certo non amava suo marito. E intanto pensava, si tormentava, e non pregava bene, avendo l’anima altrove.

No, non lo amava. Perché lui non amava lei. Poteva udire i pensieri nella testa del marito, come il rumore delle rotelline e degli ingranaggi di certi automi che divertono le corti, sempre gli stessi, sempre odiosi.

Provinciale, definiva sua moglie il marchese di Carabas fra sé e sé; e sospirava di pena per sé stesso, condannato a quel matrimonio dal padre, che era sempre senza denari.

Donna Cubitosa, ultima nata di tre figli, era stata bruttina e goffa quanto gli altri fratelli erano belli e aggraziati. Vergognandosi un po’ di lei, che veniva su riottosa a ogni insegnamento, i genitori l’avevano affidata ai nonni materni che vivevano nel feudo di Giarratana e là era rimasta fino a che non erano morti di tifo il fratello e la sorella. A quindici anni aveva così ereditato tutto l’enorme patrimonio dei genitori, senza aver ricevuto un’educazione all’altezza della posizione sociale. Non poteva esservi partito migliore per il marchese, ma quanta, quanta infelicità! A parte quelle poche notti, molto poco memorabili, in cui avevano concepito i quattro figli, gli unici incontri del marchese con donna Cubitosa erano a cena e alle feste, o qualche volta che la incrociava in terrazza. La evitava e un po’ si vergognava di lei, così legata alla terra, alla sua terra, da non voler conoscere altro; sospettava persino che chiacchierasse con le contadine e raccogliesse i fichi d’India. Lui invece, ah lui, aveva un nonno che era vissuto in Francia e aveva conosciuto il Re Sole; e aveva introdotto in famiglia il gusto francese che poi tutti avevano imitato in Sicilia, il gusto e il brio che mancavano fra i nobili dell’isola, sempre cupi e pronti a giuramenti per la vita e per la morte. Tappezzerie di seta e stucchi d’oro, colori pastello, uccellini che sbirciavano da rami dipinti, mai nulla di grave, di serio, tutto un gioco, anche l’adulterio.

Impossibile indurre Cubitosa ad apprezzare l’esprit del marito e della famiglia di lui. Era anche grassa. Le gravidanze l’avevano fatta gonfiare così tanto che la bustaia era convocata a palazzo Carabas un giorno sì e uno no, e le cameriere avevano un bel da fare per render contenta la marchesa. Ingrassava; ma non per questo smetteva di sorbire in enormi quantità il sorbetto di carrubbe e cannella che era la specialità del loro monsù, invece di apprezzare la delicatezza del gelo di anguria che il marchese demoliva dopo cena a piccoli colpi di cucchiaino, appena mezza coppetta, e con ciò si manteneva magro come un’acciuga.

Desolazione. Quale altra parola, si era detto spesso il marchese, poteva definire la sua vita? Aveva tutto e non aveva niente; quel che aveva non gli piaceva, quel che non aveva, non si poteva avere; e dunque? Che restava? Le donne sì, quelle due certe contesse che non si negavano, qualche cameriera nel guardaroba o in cucina; insomma niente che potesse cambiare la sua vita. I figli: appendici della moglie Cubitosa, anche il primogenito, un bambino ombroso e sveglio che lo fissava con mal dissimulata avversione. Nient’altro. Un deserto in cui nessuno lo consolava della sua sofferenza, o capiva quelle strane malinconie e nostalgie che all’improvviso lo afferravano. E così aveva preso a essere orgoglioso della sua solitudine, fiero di non essere compreso e, grondante disprezzo per gli altri, coi denari che non aveva più faceva e disfaceva le sue dimore e a sera si chiudeva nel suo studio: un musico al clavicembalo e lui che leggeva rossi volumi e fingeva a sé stesso di trovarli interessanti. Quando si alzava per andare a coricarsi, si fissava a lungo nello specchio veneziano pieno d’ombre, fino a vedere il suo volto generoso, dai lineamenti morbidi plasmati con finezza, disfarsi in una nebbia senza consistenza.

E si disfacevano pure i colori pastello delle tappezzerie e delle livree, la foggia di ogni cosa, la lieve superbia delle teste troppo erette, le parrucche e il dondolio delle gonne; soprattutto si disfaceva tutto quello spirito francese, come un colossale Oui pronunciato dalla dimora intera e dai suoi abitanti; e dalle tende a incrocio davanti alle porte finestre, il cielo era troppo azzurro, la terrazza troppo sfolgorante di sole e le palme, i fichi d’India e gli aranci del giardino erano troppo poco francesi e troppo protesi in assetto da combattimento contro chi aveva ceduto banalmente a mode straniere, quasi che la Sicilia rivendicasse a sé chi desiderava un altrove.

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