Sua Maestà l’olio

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Se in Sicilia da aprile a Settembre le conversazioni vertono sulle melanzane e la ricetta migliore per la parmigiana, da ottobre a novembre si parla solo di olio -i prezzi al frantoio, il bouquet di ogni varietà, se sia meglio di pianura o di collina, ecc…Ovviamente ognuno è convinto di comprare il migliore e difficilmente svela agli altri dove lo acquisti,  è un favore troppo grande. Grazie a una soffiata, da alcuni anni anche noi compriamo l’olio di frantoio.

Ora, io vengo dall’Umbria dove l’olio si usa volentieri, ma senza esagerare e senza questo rigirare del pensiero intorno ad esso: sono un po’ barbara in queste cose. Quando ne ho ordinati 40 litri, mi è stato detto -Certo, tu sei del nord, preferisci il burro-

-Io? ma se non uso quasi il burro!-

-Allora perchè così poco? Come fai?-

Non so quanto ne consumino mediamente i nuclei familiari come il nostro, ma considerando quando si va fuori, vacanze ecc…, a me viene fuori circa un litro a testa al mese. Ok, sono del nord, credo.

Mamme e decolli

Al decollo di un volo, poi terribile per il maltempo, sento squillare il cellulare del passeggero dietro di me. Mi volto, era un ragazzino di non più di 15 anni che risponde sereno

–Che stai facendo? Stiamo decollando!-

-Ma è mia mamma- con voce da agnellino.

-Spegni subito!-

-Ma è mia mamma…-supplichevole e come se questo fosse bastevole a scusare la situazione.

-Non hai capito, sta piombando su di te il comandante, perchè lo sto chiamando io- concludo odiosamente.

Lui avvilito spegne il cellulare. E ancora mi chiedo se la rovina di questo paese non siano -e quindi siamo le madri-, quel sentimento misto tra timore e rispetto che sappiamo incutere così bene ai figli adolescenti, quella serie di obblighi e ricatti morali che li graveranno per tutta la vita in mille modi e costringeranno le loro mogli a interminabili pranzi domenicali con noi e costringeranno loro a non decollare.

Io ci ho provato a non essere così. Spero che i Figli non avrebbero mai risposto a una mia telefonata in quella situazione, anzi che avrebbero avuto il cellulare spento; e che crescano capaci di non sentire come un dovere il rispondermi, il non deludermi, il venire a pranzo con me. Non so se ci sono riuscita, non interamente, non ancora. E subito si presenta l’altra faccia della medaglia e penso che mi piace il rispetto che in Sicilia esiste per la Madre, quella sfumatura di venerazione che la sua figura o presenza genera in ogni abitante dell’isola, tale che ancora alcuni, se devono giurare, giurano sulla propria madre. Che esista ancora un deterrente, qualcosa che non ci si senta di infangare. In fondo non so cosa pensare.

Inglese, 2

I camerieri dei locali in Sicilia, quale sia il livello del posto, sono austeri, signorili, quasi severi. Anche in Umbria, ma con saltuari guizzi di sincera follia. A Roma fanno i piacioni, sono confidenziali, fin troppo, ma sempre di buon cuore (Ah signò, ma che se sente male? a me che avevo lasciato un po’ di pasta nel piatto, in un ristorantino tutto cool. In Sicilia sarebbe stato licenziato in tronco).

In Irlanda? O sono esangui fanciulle che da chissà quali posti giungono lì a studiare l’inglese, o vichinghi sempre entusiasti. Uno di loro, portandomi il pane che avevo chiesto per accompagnare l’insalata, si è chinato verso di me tutto contento –Are you going to get drunk, aren’t you? AHAAHA-

Chi era con me ha tradotto: stai per andare a ubriacarti, vero? A me! E mi hanno spiegato che a Dublino se chiedi il pane è perchè dopo vuoi andare al pub a fare una gran bevuta e vuoi ammortizzare l’alcool con i farinacei. Ma io non ascoltavo, perchè febbrilmente cercavo nella mia testa come si dice in inglese Ma come si permette, lei è uno zoticone! o qualcosa del genere. Gli altri al nostro tavolo erano troppo divertiti della scena per aiutarmi e mestamente ho dovuto ammettere che tutti i corsi d’inglese che ho fatto, tutte le certificazioni che ho preso e che prenderò non mi metteranno mai nelle condizioni di rispondere per le rime a commenti del genere…nel sangue ho e avrò sempre soltanto l’italiano.

Ragazzini

Ragazzini poveri di periferia, che vorrei fossero ricordati da qualcun altro oltre me, poiché la vita già al principio gli ha già tolto tanto.

Uno di un paio di decenni fa, un alunno di mia madre quando mia madre insegnava in quartiere terribile. Aveva sei sorelle più grandi e andava a scuola con i loro vestiti smessi, perché a casa erano poverissimi, e i compagni lo prendevano in giro -camicette a fiori o con le ruches, cose del genere. Mia madre di nascosto gli portò qualche maglietta e felpe dei miei fratelli e il giorno dopo lui a scuola aveva finalmente gli abiti giusti e si pavoneggiava a torace gonfio, un vero leoncino, davanti ai compagni ammutoliti. Iniziò pure a studiare un po’.

Un altro visto una mattina su un furgoncino aperto, di quelli che usa chi fruga nella spazzatura. Era seduto su un mucchio di ferraglia e teneva alto davanti a sé, come un trofeo, un vecchio veliero della Playmobil, di certo trovato in cassonetto. Lo scafo era scolorito e ammaccato, ma lui non lo vedeva, il suo visetto era estasiato.

E infine quello che ricordo con più tristezza, un alunno di quando, per un anno, ho insegnato in una scuola di periferia. Una scuola carina, in un quartiere abbastanza tranquillo anche se povero. A novembre i carabinieri portano  un diciassettenne che non aveva terminato l’obbligo scolastico e ovviamente finisce nella mia prima. Diciassette anni di chissà che vita in mezzo ad agnellini di tredici. Era diventato la star della classe, disturbava continuamente, di studiare nemmeno a parlarne, niente libri, quaderni, penne; godeva inoltre di una salute di ferro, mai un raffreddore, un’influenzetta che lo tenesse a riguardo un paio di giorni, tanto per far prendere fiato a me a ai colleghi.

Poi una mattina chiedo al suo compagno di banco di leggere un passo del testo. Il diciassettenne sbianca in viso, si fa piccolo piccolo e sta buono per tutta l’ora. Quando la lezione finisce, si alza dal banco, mi gira intorno, poi mi tira la manica e con una vocina pietosa sussurra –A mia non mi chiedesse mai di leggiri. Nun saccio leggiri, m’affruntu- (trad. Non mi chieda mai di leggere, non lo so fare e mi vergogno). E in attimo ho visto quanta, quanta gente doveva essersi disinteressata di lui, per anni e anni; e cosa lo aspettava; l’ho preso da parte, i compagni sullo sfondo con gli occhietti curiosi -Tu devi imparare a leggere, devi, hai capito? da oggi. Aspetterò che tu impari- Risoluta a promuoverlo. Tre giorni dopo è sparito e non lo abbiamo visto più.

E ogni tanto mi chiedo se mai saprò qualcosa di questi ragazzini, che fine abbiano fatto, quali stradoni di periferia li abbiano inghiottiti, o se la vita in qualche misterioso modo sia stata poi pietosa con loro.

 

Povera patria

Sicuramente di economia non capisco nulla, e non vorrei scatenare discussioni politiche. Ma vedo in questi giorni l’Italia ridotta a una questione di spread. Forse i giornali danno un risalto eccessivo alle valutazioni delle agenzie di rating; forse le agenzie di rating, che non è che non possano mai sbagliare, obbediscono a logiche troppo severe per una povera umanista come me.

Fatto sta che non riconosco l’Italia in queste discussioni. Sarà che ho una concezione quasi hegeliana dello Stato, un grande rispetto (senza sconfinare nel nazionalismo, ovviamente). Sarà che so cosa le devo e cosa devo a tutti gli italiani brava gente come me. Non solo lo stipendio a fine mese, il che, con i tempi presenti, è già tantissimo; ma addirittura la vita mio figlio.

Uno dei Figli a sette anni ha subito un’operazione terribile, per la quale era necessaria una microsonda laser che, oltre che a Roma e a Padova, esiste solo negli Stati Uniti e in Israele, tanto è rara la patologia. Il radiologo che ha eseguito l’urografia era bianco come un lenzuolo mentre mi diceva: Avete pochi giorni per salvarlo. Padova lo ha ricoverato in 24 ore. Il chirurgo che doveva operarlo quella mattina, passeggiando avanti e indietro nel corridoio, batteva un pugno sull’altra mano, soffiandoci sopra e mormorando tra sé come un pugile prima di uno scontro -aveva eseguito solo sei operazioni del genere. Mi ha restituito mio figlio illeso dopo qualche ora. E il viso del chirurgo non lo scorderemo mai, lo abbiamo stampato nel cuore.

In altre nazioni non sarebbe bastato vendere la casa -e l’avremmo fatto di corsa, felici di avere qualcosa da vendere- solo per sperare di poterlo operare. Per me l’Italia è soprattutto questo, un posto dove si cerca di salvare, dove c’è una sanità straordinaria, al quale devo mio figlio e quindi la mia stessa vita. Molto, molto di più di quello che politici e mondo della finanza vedono.

Manifesto del contadino impazzito

Preso da qui: https://www.ilcovile.it/scritti/manifesto_contadino_impazzito.htm

Amate pure il guadagno facile,
l’aumento annuale di stipendio, le ferie pagate.
Chiedete più cose prefabbricate,
abbiate paura di conoscere i vostri prossimi e di morire.
Quando vi vorranno far comprare qualcosa
vi chiameranno.
Quando vi vorranno far morire per il profitto,
ve lo faranno sapere.

Ma tu, amico,
ogni giorno fa qualcosa che non possa essere misurato.
Ama la vita. Ama la terra.
Conta su quello che hai e resta povero.
Ama chi non se lo merita.
Non ti fidare del governo, di nessun governo.
E abbraccia gli esseri umani:
nel tuo rapporto con ciascuno di loro riponi la tua speranza politica.

Approva nella natura quello che non capisci,
perché ciò che l’uomo non ha compreso non ha distrutto.
Fai quelle domande che non hanno risposta.
Investi nel millennio… pianta sequoie.
Sostieni che il tuo raccolto principale è la foresta che non hai seminato,
e che non vivrai per raccogliere.
Poni la tua fiducia nei cinque centimetri di humus
Che crescono sotto gli alberi ogni mille anni.

Finché la donna non ha molto potere,
dai retta alla donna più che all’uomo.
Domandati se quello che fai
potrà soddisfare la donna che è contenta di avere un bambino.
Domandati se quello che fai
disturberà il sonno della donna vicina a partorire.
Vai con il tuo amore nei campi.
Riposati all’ombra.

Quando vedi che i generali e i politicanti
riescono a prevedere i movimenti del tuo pensiero,
abbandonalo.
Lascialo come un segnale della falsa pista,
quella che non hai preso.
Fai come la volpe, che lascia molte più tracce del necessario,
diverse nella direzione sbagliata.
Pratica la resurrezione.

W E N D E L L   B E R R Y
traduzione di Giannozzo Pucci

Albe

Io sono quella che si alza prima a casa. I Figli potrebbero dormire fino all’ora di pranzo pur andando a letto alle 22; pare che ci sia un piacere nel dormire che mi resta sconosciuto. Ma loro perdono il piacere dell’alba. Da ogni finestra di casa si vede il mare, che per noi è ad est. Quando finisce la notte e i pescherecci rientrano, il sole sorge rosso e veloce dall’azzurro, come qualcuno gli avesse dato un calcio da sotto. E viene da ringraziare per tanta bellezza.

Allora esco col cane che insieme a me, come me, si slancia felice verso il nuovo giorno. E incontro il popolo dell’alba, che è completamente diverso dalla gente comune. Qualche clochard si risveglia piano tra i cespugli della piazzetta; un paio di tizi, che  vivono in macchina, si lavano alla fontanella; il panificio regala il pane del giorno prima a chi lo chiede, in genere quelli che frugano la sera nei cassonetti.

L’altro giorno la fontanella era deserta, ma qualcuno aveva lasciato l’acqua aperta. Ho fatto per chiuderla e uno dei barboni è emerso dai cespugli farfugliando -La lasci aperta signora, altrimenti gli uccellini non possono bere- e così ho fatto. Una saggezza superiore. Sei un santo amico mio, se ti preoccupi degli uccellini quando tu non hai nulla.

Poi si fanno le sette e mezza, cala una saracinesca invisibile e questo popolo torna nell’ombra. Mamme tutte carine accompagnano i bambini a scuola.

Annunciata di Antonello (Storie di pittori,1)

Un omaggio, per come posso, a uno dei miei quadri preferiti; e insieme il ricordo di una leggenda che forse tanto leggenda non è.

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La luce, la luce. Bianca come il latte, come la luna. E il riflesso tremante degli edifici nella laguna, tagliato adesso dall’ombra del segretario del conte, una montagna solida contro il flusso continuo. E la domanda brutale come la massa che la emetteva. Per chi fate questo quadro, messer Antonello?

Per ricordare la mia gente e la mia terra; e Colui che dispose gente siffatta in siffatta terra; ma questo non può dirsi, né è cortese manifestare nostalgia in questa strana città che mi ha dato tanto. In questa Venezia che è un distillato di Messina e la sua cristallizzazione in canoni settentrionali. C’è aria d’inverno qui, sempre, anche d’estate; e passaggio solo di mercanti, non di navi militari. Tutto scorre in troppa pace. Schiuma cristallizzata il marmo di Venezia, latte la nebbia e il mare, tutto è bianco. E giù invece, sullo Stretto di Messina, tanti colori, altrettante passioni. Qui un’unica passione, il denaro. I denari mobili come mobile è l’acqua della laguna. Di Costantinopoli solo un riflesso delicato e cangiante, tanto si regge qui; ma da noi Costantinopoli caduta è ancora viva nei nomi della gente, nei titoli dei magistrati, nelle vie, Dromos, Strategita, Calafato…Oh Calafato!

Quindi rispose solo

-Per un barone di Palermo-

Ma anche per ricordare lei. Perché il suo volto sia conservato, l’Unica, l’Amata di tutta una vita, lei che scelse di restare Fanciulla per sempre. Quella Smeralda Calafato che seguivo per i vicoli dietro il dromos di Messina, nel quartiere dei Sicofanti. Là dove lei ha fondato il suo monastero di Montevergine.

-Ah Palermo…vi cercano fin qui per chiamarvi indietro. Siete troppo bravo per dimorare tanto lontano dalla vostra terra-

Bravo a far cosa, bravo per cosa? Posso far contenti i signori con immagini che possono capire, nulla di più. Già questa è troppo difficile, posso capirla soltanto io, che un giorno tentai di baciare quella fanciulla.

-Però è strana questa Madonna, sembra una delle donne di laggiù, così scura, così altera. Dicono che le donne dalle vostre parti non diano confidenza a nessuno-

Discorsi che fa un servo a un altro servo, sogghigni che cercano complicità. Ma io non sono un servo e non sono un padrone, sono un’altra cosa e non so cosa. Uno che vede le cose e cerca di non farlo capire troppo.

-La Madonna aveva da essere bruna, là in Terra Santa-

-Sì, ma è strano vederla così. Avete ragione secondo ragione- e il segretario rideva del gioco di parole- ma non secondo l’uso, che la vuole più chiara-

Discorriamo di quel che vi pare, ma questa non è la Madonna, è Smeralda quando mi provai a baciarla, Smeralda nel momento che fu tutto per me e mi fece pittore invece che anima amante. Invece che corpo amante. E forse fu un bene, perché così diventai pittore e nel fare immagini io mi perdo e perdermi mi fa felice, come deporre un peso. E’ essere latore di qualcosa senza la responsabilità di ciò che si reca. Un fulmine collega cielo e terra per un istante. Io sono la cosa bruciata dove il fulmine si è scaricato. Per un momento ho fatto spazio a qualcosa che è fuori di me, sopra di me. E poi sono leggero, non esisto più. Di questo ringrazio quella sua saggezza strana, che teneva Smeralda la bella lontano dai giochi e dagli scherzi, e che la tenne lontano dal mio casto bacio. In un certo modo, dipingere è dare e ottenere quel bacio. Avere ciò che è troppo sopra di me.

-La mano, certo siete un vero maestro, la mano sembra vera, è vera…ma solo quella. Il resto…, non so, sembra di un altro mondo.-

Lo è, non è di qua, è molto più in alto, è del posto da cui scaturiscono i fulmini. Invano ti direi questo, come invano ti descriverei quel giorno lontano da ragazzini, là per le stradine dei Sicofanti, gli orti che mandavano oltre i muri i rami d’olivo, la pietra bianca risonante di voci e giochi, e quell’aria bizantina d’oltremare che Messina ha appena sopra il porto. Allora io già l’amavo da tanto tempo, anche se avevamo solo tredici anni e lei scendeva per la strada, la donna di casa che l’accompagnava molto indietro a lei si era fermata a parlar su una soglia. Veramente tutto sembrava essere restato indietro e molto lontano: c’era solo lei e sembrava così lieta, così felice. E io, io che non avevo capito niente, mi sono illuso che fosse felice di vedere me e le sono corso incontro, ho fatto per abbracciarla. Lei si è come riscossa – a chi sorrideva dunque, e come non ho fatto a intendere che era un sorriso rivolto all’interno?- e si è chiusa il mantello sul seno, ha teso la mano destra a fermarmi, esattamente come in questo quadro. E chiunque avrebbe fermato così, anche un angelo.

E poi c’è stato il suo dolore al vedere le mie lacrime, e il sollievo di non essere stata toccata e quel suo tendere l’ascolto e il cuore a qualche richiamo interiore, tutto insieme e insieme pure uno sguardo pieno, come a dire Non ora, non in questo modo, ora abbiamo tanto da fare. E quell’ora per lei era questa vita terrena, perché due anni dopo è entrata in clausura e da poco ha fondato un monastero, più o meno là dove feci per baciarla. L’Irraggiungibile, l’Intatta.

Appoggiato a un cavalletto, il segretario fissa il quadro

-Manca l’angelo-

… e cose che non mi aiutano a campare

ma proprio per niente:

-l’Id Apple ( se scordi cosa hai scritto come tuo attore preferito da ragazza, circa 10, sei finita; e soprattutto: perchè?)

-le App di Google per cellulare

– Google che mi scrive mail per ricordarmi che non ho le sue App sul cellulare

-il Nespresso

-e, più di ogni altra cosa, vedere sui banconi dei supermercati in Sicilia, i limoni dall’Argentina.

Tutto molto soggettivo, ovviamente. L’elenco per ciascuno di noi è lungo…

Cose che aiutano

Un piccolo elenco di oggetti e abitudini che hanno migliorato notevolmente la mia vita negli ultimi dieci anni:

-l’IPad ( non un tablet, ma proprio lui, l’unico, tetragono a tutti i colpi, eternamente giovane IPad)

-il Kindle dentro l’IPad

-le sigarette rollate da me col tabacco greco

-Netflix, SKy e compagnia

-Ryan Air e in generale le compagnie low-cost

-Spotify

e chissà quante altre cose belle mi aspettano in futuro: il meglio deve ancora venire, sempre.