Pasqua e caffè

Full frame of light roasted coffee beans

Ieri mattina cercavo qualcosa, un’immagine, un’esperienza, che potesse dare una vaga idea di resurrezione della carne. Perchè questa ovviamente non può essere paragonata nulla, né immaginata. E tuttavia si può cercare nel mondo umano una qualche affinità con essa -sono sempre ottimista. Mi è venuto in mente innanzi tutto l’innamoramento. Poi l’odore del mare molto presto, quando albeggia. E poi, non vorrei sembrare troppo prosastica, l’odore del caffè al mattino, in cucina. E’ uno squillo di tromba, una voce allegra che trae dal sonno e dal buio e chiama a un giorno pieno di cose belle da vivere. Insomma, mi commuove (e non c’è Nespresso che tenga, mi dispiace per George Clooney, ma l’odore del caffè è quello della vecchia, cara Moka).

Quindi nei prossimi post un raccontino a puntate dedicato alla scoperta di ciò che mi fa alzare al mattino.

Cibo di guerra, 4

Full frame of light roasted coffee beans

Durante la guerra, miei nonni e mia madre abitavano a Roma, zona Esquilino, a un piano rialzato. Già nel ’42 il caffè non si trovava più, nemmeno al mercato nero. In casa mia nonna ne teneva una piccola scorta per quando mio nonno fosse stato sofferente con la gamba (maciullata nel corso della prima guerra mondiale). Per tutti i giorni si usava il caffè di cicoria, una sbobba orribile, raccontava, meglio niente.

E poi, Roma era ormai città aperta, quando mio nonno ebbe uno dei suoi attacchi, mia nonna fece il caffè vero. Dalla strada si levò un clamore: chi c’ha il caffè? Signò, un goccetto per amor di Dio! Senti un po’, chi è sto fortunato? Finestre subito richiuse, caffè trangugiato in fretta e così tanta paura di un assalto popolare che il resto dei chicchi fu macinato a guerra finita.

Notre Dame de Paris e l’eternità

Bene, le travature di Notre Dame erano in legno, l’abbiamo scoperto ieri sera. Pesantemente restaurate nell’Ottocento. Le uniche travature di legno in chiese italiane medievali, che io sappia, sono le capriate di Monreale e il soffitto a stalattiti della Cappella Palatina a Palermo (originali medievali). Altre forse ve ne saranno, ma non credo che abbiano mai la funzione di sostenere guglie tanto alte. Mi viene in mente che illustri storici dell’arte inglesi e francesi hanno accusato gli architetti italiani medievali di incapacità nei confronti dello stile gotico; in Italia il Rinascimento sarebbe quindi un Gotico mancato, per mancanza di coraggio degli italiani nell’arrivare a tanta altezza. Ma le volte italiane sono per lo più in pietra. Eppure l’incendio di Notre Dame è un colpo al cuore.

Ricordo di aver letto, non so più in quale opera di Benjamin, che gli Italiani nella pietra e nell’ulivo hanno scoperto il segreto dell’eternità. Nella pietra e nel sempreverde, che sfidano i secoli. E nelle chiacchiere della gente in strada la sera, osserva, quando il giorno è finito. Cambiano le persone, durano le voci, l’abitudine a parlare. Questa osservazione di Benjamin è stata una frustata, una di quelle cose che ti fanno vedere le cose in modo diverso e veritiero.

Una tenera vecchietta

Alla fine di una mattina di shopping con uno dei Figli, mi si avvicina una vecchietta molto, molto old style, e mi chiede di aiutarla ad attraversare la strada, un corso molto trafficato.

Io le offro premurosa il braccio, lei sorride sotto un’alta cotonatura candida e profumata di Violetta di Parma, e ci avviamo. Mentre scambiamo due parole, noto che mio Figlio si serra a me, appiccicato al mio fianco. Chiacchiero e penso che forse quella tenera vecchina è una fata, intenta a mettermi alla prova, come nelle favole; e forse, quando saremo al di là della strada, riceverò una splendida ricompensa…
Arrivati sul marciapiede, lei accenna a una cura medica, chiede qualche soldo e sparisce. Appena mi rimetto dalla tristezza, chiedo a mio figlio perchè mi fosse stato così addosso. Risposta – Pensavo che ti rubasse il portafoglio-

Mai così distanti l’uno dall’altra, direi. E mi sento sempre più come mi vedono i Figli, tenera e ingenua come i cinquantenni su Internet. E’ proprio vero.

Storie di pittori,2

immagine presa dal web

Siti di riferimento: http://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Pisa_Toulouse_Lautrec_a_Palazzo_Blu.

https://nellamiastanza.wordpress.com/2010/03/03/la-passeggera-della-cabina-54-di-henri-de-toulouse-lautrec/

Nel 1896, durante un viaggio per mare, Toulouse Lautrec si innamorò di una bella e giovane donna, la passegegra della cabina 54, identificata con la figura dell’affiche qui riprodotta. Si innamorò al punto tale da proseguire il viaggio fino a Lisbona, pur di poterla ancora contemplare. Solo l’intervento di un amico lo costrinse a tornare in sè e a sbarcare. Non risulta che la giovane gli abbia mai rivolto la parola.

Mademoiselle, non mi guardate sebbene io sia vicino a voi già da molto. Di certo mi avete visto a colazione, o sul ponte, mentre ero girato, e avete avuto orrore di me. La vostra discrezione vi impedisce uno sguardo che riterreste indiscreto o troppo curioso. Accetto da voi anche questo. Non guardatemi. Vi passerò i miei pensieri, come un mago. In fondo sono un po’ mago, so mostrare agli altri ciò che non vogliono vedere. Che le prostitute possono essere ragazze dal riso innocente, o che la più grande ballerina di Parigi che tanto tutti ammirano ha un viso tragico.

E così, ascoltate, verrò in Senegal con voi. Non potrò darvi il braccio, deforme come sono; né potrò mai sorreggervi l’ombrellino affinchè il sole dell’Africa non macchi il vostro bel viso. Ma guarderò sempre dove voi guardate.

Nessuna vistosa autorità regale 17 ( e ultimo)

immsgine presa dal web


Al risveglio era giorno in una stanza bianca e profumata, un attimo ancora di ritorno profondissimo. Una donna silenziosa come una cattedrale aveva preparato il bagno, recato i vestiti e la valigia con i documenti nuovi di Anna Anderson. Nel bianco era nata Anastasia e nel bianco era morta.

Il resto –Berlino, il manicomio, riconoscimenti e disconoscimenti, lo sapevo già.

Il resto ero anche io, l’americano. Americano, questo diceva tutto di me, anche se da sempre rifiutavo l’essere americano. Aveva uno sguardo così disperato che dovevo staccarla da tutto quel ricordare. Missy, ecco Missy mi avrebbe aiutato.

-Missy sapeva come si fanno le cose. Ha fatto bene, ma è strano che una della tua stirpe sapesse come si fanno bene le cose. Sono abilità da borghesi, o da contadini-

ecco, i suoi occhi ora scattavano di nuovo, colpiti da una verità nuova

-A casa non avrebbero dovuto evitare i giudizi negativi sugli altri. Avrebbero dovuto farci capire come sono le persone. Invece davanti a noi ragazze si taceva di ogni male. Potevamo solo carpire una mezza parola, una frase di volata che subito veniva rimangiata; se domandavamo spiegazioni venivamo punite. Il mondo come copia di Tsarkoje Selo, un giardino fatato, le sale bianche e oro. Missy era stata cresciuta in modo ben diverso, oh sì, ben diverso. Sì sapeva come fare, sapeva avere amanti e segreti, lei sì-

-Non avercela troppo con lei. In fondo aveva ragione. Dove saresti andata col bambino, da sola? Come saresti uscita dalla Romania?-

-Adesso che non ho nulla, che non ho mai avuto nulla, penso che dovevo restare col piccolo, a costo di morire. Non ho avuto colpa dell’essere principessa, figlia dello zar, dell’essere ricca e bella. Davanti al plotone di Ekaterinburg ero innocente. Ma a Bucarest no. Non dovevo aprire le mani, non dovevo cercare Missy. Lo sapevamo che non veniva invitata  volentieri da noi. Solo visite di cortesia, obblighi di parentela. Missy era troppo diversa. Forse perché era inglese. L’Inghilterra non ci ha voluto accogliere. Gli inglesi fanno solo quello che gli conviene. I Russi solo quello che non conviene-

-Missy ha fatto quello che sapeva di dover fare. E tu non hai mai più saputo nulla di lui?-

ha scosso il capo e guarda fuori.

-L’hai cercato?-

ha scosso di nuovo il capo.

-Ho provato a contattare Missy, che non ha mai risposto. Non ha mai voluto vedermi per riconoscermi, nemmeno quando era in privato a Berlino. Altri che sono venuti a vedere se ero Anastasia, mi hanno riconosciuto, ma hanno negato che fossi io. Sai, tanti, tanti davvero. Vladimir, Kira. Vedevo brillare una luce speciale nei loro occhi, sai come quando vedi qualcosa che ti piace, che sembra che ti attenda da molto tempo…o una persona che non vedi da tanto. Trasalivano, si stringevano un attimo la giacca sul petto e poi negavano-

-Forse l’hanno fatto per salvarti-

-Forse hanno avuto tutti la stessa paura. Ma avrei preferito morire sapendo qualcosa del piccolo, piuttosto che vivere così. Non ho avuto tempo di volergli bene, non ho avuto niente-

-Sarebbe morto anche lui, se fosse restato con te. Sareste morti entrambi.  Missy ha fatto l’unica cosa che poteva fare. Anzi, ha fatto tanto per voi due. Avrà seguito il piccolo, l’avrà affidato a una famiglia che lo ha fatto crescere bene. E ora lui sarà vivo, chissà dove-

Silenzio. Il verde della campagna si distendeva più forte, e il cielo era troppo azzurro per i discorsi che stavamo facendo. Oppure era una conferma della mia speranza. Azzurro e verde gridavano che disperazione e fallimento erano falsi. Davvero forse era vivo, da qualche parte. Mancava qualcosa in questa storia.

-Come si chiama?-

-Non avevo deciso il nome, non sapevo come l’avrei chiamato. Poi appena la levatrice me l’ha dato in quegli stracci sporchi e lui ha posato quegli occhi acuti su di me ho saputo il suo nome. Roman-

Roman. Un colpo al cuore. Ragazzo mio, si conosce con la geometria. Il mondo è geometria. E anche la verità è geometria se arriva con questo colpo di luce.  E quando le cose ti dimostrano questa geometria della verità, al cuore manca un battito, perché è troppo bello. Nessun altro modo.

Roman, si chiama Roman. Tutto va a posto. Roman, come il capostipite della famiglia. In tutte le grandi famiglie imperiali l’ultimo si chiama come il fondatore. Augusto e Romolo Augostolo. Costantino e Costantino XI. Inizio e fine coincidono. Roman il capostipite aveva avuto una figlia Anastasia. L’ultima Anastasia Romanova ha partorito l’ultimo Romanov e l’ha chiamato Roman. Tutto va a posto. Anastasia è veramente Anastasia. Nessuna contadina polacca avrebbe potuto pensare a questo nome. Solo chi ha amato e meditato a lungo la sua famiglia, chi è stato educato a farlo. E io da anni sono sposato all’ultima Romanov e questa vecchia che da tanto tempo mi è accanto è l’Ultima Granduchessa di tutte le Russie, anche se si sporca di ketchup, anche se ha le scarpe vecchie e una bocca nera un po’ sdentata.

E io sono davvero il Granduca di tutte le Russie, anche se ho la camicia sudata e sto per essere arrestato dalla polizia americana. Non riesco a parlare, perché adesso che lei è Anastasia e lo è sempre stata, tante altre cose vanno a posto, e la geometria si moltiplica e produce pace mentre si moltiplica. Solo io potevo e dovevo sposarla, solo io, professore di storia in College, potevo capire questa geometria e sapere come si chiamava il fondatore dei Romanov e le leggende sulle dinastie.  Sì, tutto va a posto.

E un re c’è, da qualche parte. Uno che porta molto del dolore del mondo. Farà la fame in qualche cittadina russa, rumena o tedesca; sarà un misero impiegatuccio in qualche paese oltre la cortina di ferro. Avrà camicie lise, vecchie giacche, zuppa di cavolo. E si chiederà perché a volte alza la testa, ha scatti d’ira, sente di essere diverso –così gentile con i poveracci, così affamato di fagiano e composte di frutta. Penserà di essere matto, a sentire che quei tigli alti, e certe stoffe bianche mosse dal vento, sembrano fatti per lui. Il re assente, che avrà figli che avranno figli. Da qualche parte un re ci sarà. Non lo so, forse il mondo è fatto sempre delle stesse cose, alcune portate in alto e onorate, altre in basso e dimenticate, a giro, dall’alto verso il basso e viceversa, senza fine. Così prima o poi il discendente di Anastasia tornerà. Nei campi il granturco è alto e morbido, in cima alle colline gli alberi e le case seguono i pendii. La pace mi scoppia dentro. Amo questa America per la prima volta con tutto il cuore, questa terra fertile e profonda, ben lavorata, che genera città, pannocchie e case in collina, nel silenzio dei campi, nel nascondimento di Anastasia.

Si alza una piccolissima felicità, come una piantina.

Grido e il grido non esce. Vi perdono tutti, psicologo, casalinga, direttori, case ordinate; perdono tutte le emanazioni del Prato Americano; continuate a esistere, non importa, io vi lascerò fare, povere, povere emanazioni che testimoniano solo il Grande Sogno. Io lascio il sogno, lo abbandono qui, lo offro a questa terra che nessuno guarda, e alle zolle che producono più di voi, che sanno far posto e nutrire. Non so se saprò nutrire, ma farò posto. Mi scanserò a margine e accoglierò. Come l’America ha in qualche modo assurdo accolto, e in qualche modo assurdo protetto mia moglie.

In fondo adesso la polizia può anche raggiungerci.

Elenco sommario dei potenziali Rovinatori di Giornate (potenziali, perchè tanto con me non attacca)

-Quelli che credono in quello che fanno

-Quelli che si ricordano solo, e volentieri, delle cretinate che facevi da ragazzina, e mai, mai e poi mai, delle cose belle, giuste e sagge fatte da adulta

-Quelli che osservano solo se uno ingrassa, mai se dimagrisce

-Quelli che non concedono mai alcuna ragione al proprio avversario, specie in politica

Nessuna vistosa autorità regale, 16

immagine dal web

Si era messa in cammino subito dopo l’uccisone di Alexander. Perdeva sangue ed era debole, ma aveva latte per il piccolo. Con il diamante che restava dei gioielli cuciti nel suo corpetto, si era incamminata verso Bucarest. Non sapeva neppure quanti chilometri vi fossero da fare, non importava. Se fosse rimasta là avrebbero ucciso lei e il bambino. Era uscita di notte, sotto un vento terribile. All’alba un passaggio su un carro che andava verso sud. E poi un altro. Un tratto a piedi, un tratto sui carri dei contadini, senza mai parlare russo, solo tedesco. Parlare poco, sempre a testa bassa, che non vedano come sei bella, come sono fini i tuoi tratti e sottili i tuoi polsi. Portare la finezza come una colpa, un’accusa senza scampo.

Un po’ di pane secco, un pugno di noci da casa, qualche frutto dai contadini dei carri, quando vedevano il bambino. E tanto latte, tutta lei andava in latte e sangue. I vestiti che cadevano di dosso. Poi gli zingari. Come in ogni favola europea che si rispetti, ci sono gli zingari, o le fate. Mia moglie rendeva vere le favole. Qualunque cosa fossi stato pronto a bollare come frottola o storia buona per romanzi da quattro soldi, con lei era vera. Gli zingari, che io da storico avrei detto un fuoco ormai spento in Europa, per lei erano strumento di salvezza e buona compagnia. Forse c’era qualcosa di sbagliato nel modo di scrivere la storia, e lo cominciavo a pensare da storico. Forse esisteva un altro modo di conoscere, un modo che si trova nelle favole, quel modo che fa andare ogni cosa al posto giusto e tu dici: Sì! E’ così!, come se riconoscessi qualcuno sotto mentite spoglie.

Gli zingari l’avevano trovata addormentata sotto una quercia e l’avevano portata dalla loro regina. Lei aveva degli occhi terribili, come il fuoco che bruciava nel braciere.

Ti aiuterò, le disse, ma la salvezza può essere più dolorosa della sconfitta. Da lei Anastasia aveva accettato queste parole. C’era qualcosa in comune tra loro, l’antichità del sangue, che a quanto pare è tutto, per chi ce l’ha. Era stata bene nei loro carrozzoni, un po’ come a casa, e il piccolo era cullato dalle ruote.

Casa per lei è stata sia il palazzo sia il carrozzone. Casa è stata anche casa mia Era negli obblighi della corte e nella libertà dei nomadi, nei precettori e nei sobbalzi della strada, nel mio vecchio soggiorno, o non era in nessun posto, se non in questo sangue antico, troppo antico ormai, che conosceva tante forme, e sapeva stare con tutti.

Un sospiro lungo. Si stava avvicinando alla parte di storia che tutti conoscevamo dai giornali, ma il passaggio era difficilissimo anche da raccontare. Forse era andata avanti finora perchè lo aveva sepolto in sé stessa.

La piazza davanti al Palazzo Reale di Bucarest era enorme. La regina degli zingari le aveva detto

-Gente dura qui, capace di tutto. La regina lo sa e deve guardarsi. Fa quello che ti dice. Ti accompagneremo fino ai cancelli del palazzo. Buona fortuna Anastasia, sei un ricordo, come noi. Ma noi duriamo di più perchè siamo mendicanti. Dimentica, se puoi. Ricorda che avete molte colpe.

Il palazzo reale era piccolo, la brutta copia del palazzo degli zar, simile quanto bastava perchè il cuore di nuovo sanguinasse. Giorni lunghi vicino al palazzo, in attesa che la regina uscisse, in mezzo ad altri mendicanti sotto il portico, qualche ragazzino zingaro veniva a portarle un po’ di cibo o una moneta, senza farsi notare. Sotto i portici aspettava che uscisse Missy. Il piccolo piangeva sempre. Poi un giorno si issano le bandiere sul palazzo, un cannone tuona e poco dopo i cancelli si aprono. Si era appuntata i capelli come faceva da bambina, con due ciocche portate dalle tempie alla nuca, si era fatta largo fino al viale col piccolo. La carrozza dei reali era meno bella di quella dello zar –tutto su scala ridotta, come a dire So come si fa, ma questo è ciò che posso. Un attimo prima che i cavalli fossero davanti a lei, si era slanciata gridando Missy, Missy. Il movimento, o il grido, aveva attirato l’attenzione della regina che si era voltata, come si conviene a una regina, ruotando appena la testa sopra i merletti e le perle.

Allora lei era tornata bambina e piombando verso la carrozza aveva gridato a pieni polmoni

-Sono Nastj la birba, Missy! Missy!

Quale dei due nomi ha colpito la regina? Maria aveva sussultato come colpita da uno schiaffo. Non poteva fermarsi o parlare, ma si era girata ancora di più, a tempo per incrociare il suo sguardo. Il tuffo al cuore, il riconoscimento, la pena; e poi il suo capo per un attimo solo si era chinato, un attimo, perché una regina non abbassa mai la testa.

Una favola perfetta. Una favola da contadina. Adesso mi avrebbe detto che era entrata nel Palazzo Reale.

Mentre quella notte dormiva sotto al portico, uno zingaro l’aveva chiamata. Vieni, vieni subito, col solito fuoco negli occhi. Buia la piazza e buio un cancello, un giardino e corridoi, stanzette piccole. Il piccolo dormiva sprofondato e fuso in lei. Era strano che dormisse così e intanto intorno iniziavano salette piene di tappezzerie, tende, ricami e ninnoli, quel cattivo gusto che non c’era a Tsarkoe Selo e così confortevole per lei che viaggiava da un mese.

Buio fino alla regina, avvolta da un’ampia poltrona e da una vestaglia bianca. Gli occhi che la puntavano. Nel suo viso tutto è ritornato offerto con immagini che passavano una nell’altra come nel caleidoscopio e tiravano dentro senza che ci si possa opporre, Tsarkoje Selo, e le voci delle sorelle e di Alessio, i genitori, i tigli alti d’estate e tutto l’amore di un tempo, in un viso veduto poche volte da bambina e che tuttavia era anche sangue suo. Missy balzando in piedi mormora Anastasia, con paura e rispetto, una specie di inchino. Non si staccava dalle sue braccia.

– Dammi un passaporto Missy, fammi andare via- aveva supplicato

-Sì, sì- sussurrava lei accarezzandole la testa. Aveva lo stesso odore della zarina, talco e acqua di viole, quando l si chinava sui loro letti per impartire la benedizione per la notte. E da allora Anastasia odiava l’odore di viole. (Le avevo regalato la Violetta di Parma, appena arrivata a casa mia. Non l’aveva mai messo e ora sapevo perché. Stavo arrivando a sapere tutto. Ora, mentre il tempo finiva e non potevo fare più nulla.)

Missy accarezzava il capo del piccolo con parole terribili. Sei tu, me l’avevano detto ma non ci credevo. Sei in gran pericolo, sai? Ti cercano dalla Russia.. Sei un pericolo anche per me. L’ultimo Romanov…Nastj, sai cosa accadrebbe se lo trovassero?

E il piccolo tossiva, tossiva, gemeva!

Morirà, o lo uccideranno, se resta con te. Vi potete salvare solo separati, così siete troppo riconoscibili. Per salvarlo devi lasciarlo.

Aveva visto per un attimo tornare tutto, e sentiva ora cancellarsi tutto al tono di quella voce. E sentiva paura in quella voce, non pietà, come avrebbe dovuto essere, come sarebbe stato prima della rivoluzione. Lei era un problema per la cugina e nient’altro. Missy aveva fatto in fretta a chiudere col vecchio mondo. A Missy era sempre piaciuto stare bene, solo stare bene. Quella voce che aveva solo paura, pensava solo a ciò che chiunque farebbe.  E intanto dai tendaggi, dagli angoli oscuri della stanza venivano fuori persone nere, forse zingari. Anastasia era debolissima, e singhiozzava Missy, Missy.  Anche lei aveva paura. Tutto si chiudeva, niente tornava, durava o restava.

I due zingari sembrava che avessero le lacrime agli occhi, e lei non poteva aprire le mani e consegnare il piccolo. C’era come un nuovo cordone ombelicale, un tunnel lungo e buio che li univa di nuovo. E Missy ripeteva piano Nastj è necessario. Starà bene, colombella mia, credimi, e la sua voce intenerita scioglieva ogni legame, era un incantesimo, un precettore che correggesse gli errori di francese con dolcezza, qualcuno a cui appoggiarsi, qualcuno che sa come le cose dovevano essere fatte. Mia colombella ferita, abbi fede in Dio e in me. Lascia che ti aiuti e si salverà, vi salverete.

Aveva ragione. Dondolata dalla sua dolcezza, dalla sua pena, dal terrore per la sorte del piccolo, Anastasia aveva consentito alla nuova nascita. Aveva aperto le mani e lo zingaro più vecchio aveva preso il piccolo. Subito da bere una cosa forte e calda e Missy parlava piano, diceva non farti riconoscere, mai. Cerca una vita nascosta, mi raccomando Nastj. Hai nemici pericolosi. Io negherò sempre, per il tuo bene, d’averti riconosciuta e salvata. Sempre, mai, sempre, mai. Chiudere chiudere. Era caduta addormentata in un sonno improvviso, la bevanda doveva essere drogata.

Adesso piangeva e temevo che le facesse male.

-Ha avuto paura- ho detto piano

-Tu no, mai. Sei stato molto coraggioso. E’ stato bello trovare chi non avesse paura. Sei un vero re –

Forse era questa la vera investitura. Alla terza volta. Ma è difficile accettare di essere nominato re su una vecchia Ford impolverata, in mezzo alla campagna della Virginia, con una camicia sudata addosso e ricercato dalla Polizia. Ha continuato il racconto da sola, senza mie domande.