Tentativo di green life,1

Ogni tanto ci provo. Tento una vita chimicamente simile a quella del passato. Per rispetto e amore verso il nostro pianeta, per non tralasciare alcun disperato tentativo di lasciare una Terra più pulita alle future generazioni e per l’intolleranza ai profumi che da qualche anno mi tormenta. Qualche settimana fa ho quindi comprato un sapone liquido naturalissimo, con il quale ho fatto anche lo shampoo, così come consigliano diversi siti e forum. Risultato pessimo: capelli spenti, pesanti. Decido di insistere. Ancora peggio. Desisto e vado a fare una piega.

Ma la domanda è: in passato si autoaccettavano con capelli così? Non credo proprio. E quindi? L’unica, tragica, risposta è che lo sporco fosse diverso dal nostro. Poteva essere fuliggine, cenere, polvere, mai il nostro inquinamento. Non si ritorna al passato.

Soluzioni costruttive

Temo che gran parte delle nostre sofferenze climatiche, almeno quando siamo al chiuso, siano di origine architettonica.

In Irlanda, per consumare meno risorse energetiche ed inquinare meno, le case di ultima generazione hanno un doppio tiraggio dell’aria in modo tale che la temperatura interna rimanga costante a 23 gradi e non sia necessario aprire le fienstre per ventilare le stanze. Accendono il riscaldamento un paio di ore al giorno e la cosa finisce lì (non so se l’ho spiegato bene, però).

In Sicilia, invece, d’estate si offrono al sole enormi facciate di cemento armato, senza un albero che le ripari, un prato che rinfreschi (ma i siciliani odiano gli alberi in città). Nessun caso negli edifici si è posto all’orientamento, anzi ha cura di esporre la cucina a sud-ovest, e così le stanze da letto. Così, quando negli annunci immobiliari si legge appartamento soleggiato, un brivido di terrore deve prenderci.

Eppure gli Arabi e i Normanni sapevano come fare, senza cemento armato e senza l’aria condizionata che a questo inevitabilmente si associa. Nella Zisa di Palermo, che era la residenza estiva dei re Normanni, i muri erano spessi, le finestre allineate una di fronte all’altra, in modo da creare una corrente d’aria e nei punti di snodo degli ambienti erano scavate nel pavimento vasche che venivano riempite d’acqua, per ottenere una corrente più fresca. http://www.ranchibile.org/scuola/dipartimenti/disarte/dl/15-16/zisa.pdf

Il tipo di cose che mi rendono molto dubbiosa del progresso della civiltà…

Antidepressivi naturali

Foto scattata al volo in un qualsiasi baretto di qua. Giusto per dare un’idea della tavola calda siciliana. Si chiama così, non so perchè. Da sinistra, in prima fila pizzette ( non le solite, la pasta è morbidissima, ricca di strutto, una delizia); al centro cartocciate agli spinaci (specie di pizzette piegate in due con pomodoro, mozzarella, prosciutto e altri ingredienti come in questo caso); a destra patè (pasta sfoglia con dentro prosciutto e formaggio). In seconda fila, da sinistra cartocciate semplici, cartocciate con wurstel e in fondo due bombe (queste sono al forno, ma si trovano anche fritte -è la pasta della pizzetta con dentro formaggioe prosciutto cotto), e poi…sua Maestà l’arancino.

Quello a punta è col ragù, quelli tondi possono essere al burro, agli spinaci, alle melanzane, i miei preferiti, perchè del tutto vegetariani. Solo melanzane fritte, basilico, emmenthal.

Dicono che l’arancino sia stato inventato nel Regno delle due Sicilie per usare il riso, che non piaceva e che a Napoli veniva chiamato sciacquabudella, vale a dire incapace di togliere la fame. I monsù di qualche nobile famiglia inventarono l’arancino per indurre principini capricciosi a mangiare il riso. Bè, ci sono riusciti. Un colpo da maestro che sfida i secoli.

Perché in qualunque condizione tu sia, triste, annoiato, depresso, se addenti un arancino ti sorprendi a pensare che in fondo, sì, la vita è proprio bella.

Non fate il bagno dopo mangiato

E bevuto. E’ capitato a me qualche anno fa e sono viva perchè quel Qualcuno che da lassù ci ama mi ha messo una mano sulla testa. E per mio padre che per anni e anni, da bambina, mi aveva imposto allenamenti durissimi in piscina –un giorno mi ringrazierai, diceva. Gli parlava il cuore, come dicono in Sicilia.

Avevo bevuto una Coca Cola e c’erano circa 45 gradi. Mi sono tuffata. Da noi ci sono gli scogli, e sin dalla riva non si tocca. Ho iniziato a nuotare e d’improvviso, quando già ero piuttosto lontana, ho sentito le mani e i piedi paralizzati. Ho alzato una mano dall’acqua ed era gonfia come un pallone. Il cuore sembrava impazzito, un cavallo a corsa pazza nel petto. Non potevo gridare, il bagnino lontanissimo, a riva solo anziane e placide signore con le cuffie di gomma a margherite che sguazzavano a cagnolino. Ho capito che non potevo sprecare energie cercando di farmi notare e che dovevo salvarmi da sola.

Ho nuotato come mai in vita mia, imponendo alle mani e ai piedi, ormai morti come pezzi di legno, di fare il loro dovere. Il cuore sembrava scoppiare in tutto il corpo. Appena uscita dall’acqua sono svenuta. Non uno svenimento normale, ero una pietra. Non riuscivano a farmi riprendere. Dopo il buio ricordo solo il freddo sul viso e i visi altrui terrorizzati intorno a me. E quel non riuscire a muoversi, nemmeno al risveglio, le coperte, le grida. E la gratitudine per mio padre. Se fossi stata più lenta a nuotare sarei morta in acqua.

Non fate il bagno dopo mangiato e dopo aver bevuto cose fredde. E’ tutto vero.

Spigolature minime sulla bellezza, 4 (e ultimo)

Dunque la bellezza è potente; unitiva; non è assialità e simmetria; deve ricordare noi stessi a noi stessi. Di tutto questo possiamo discutere a lungo.

La cosa più tremendamente vera sulla bellezza che ho letto, nelle mie letture disordinate, è di uno psicologo canadese morto da pochi anni, James Hillmann. Nel libro Politica della bellezza (https://morettievitali.it/?libri=politica-della-bellezza) sostiene che molti dei nostri disagi psicologici, molte depressioni e angosce, derivano dall’assenza di bellezza nei luoghi in cui viviamo. La bellezza come cura, o come prevenzione. Noi nati per la bellezza, la cui assenza fa ammalare. I soffitti bianchi delle nostre case sono innaturali, nella migliore delle ipotesi. Un tempo si affrescavano con simboli religiosi, o cosmologici, che davano a ciascuno la percezione di essere inseriti in un ordine più vasto del singolo. Cosa che filtrava, in qualche modo, anche a chi non poteva permettersi soffitti affrescati.

In effetti, in un posto bello, non stiamo tutti meglio? Anche per parlare d’amore… https://www.youtube.com/watch?v=lwWY2Ee_MA8

Spigolature minime sulla bellezza, 3

Zevi scrive saggiamente che la simmetria e l’assialità distruggono l’arte. L’ideale è un’architettura di percorso, che si adegui al movimento degli uomini e all’uso che questi fanno dello spazio.

Verissimo. Speer, nei suoi piani per Berlino, progetta una città in cui i principi di assialità e simmetria sono condotti al punto tale da risultare agghiaccianti: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bundesarchiv_Bild_146III-373,Modell_der_Neugestaltung_Berlins(%22Germania%22).jpg. E nelle nostre città, file di edifici tutti uguali, non differenziati in base all’uso, tali che la prigione, l’ospedale, la scuola e il cimitero risultano identici ai condomini.

Hitler è entusiasta dei piani di Speer, che si ispirano a piani napoleonici. Non sapeva, non poteva cogliere l’irregolarità meravigliosa del Foro Romano, che nella sua visita del ’38 aveva pur visto ( e mia madre ricordava con quale faccia truce e invidiosa fosse passato nei Fori gremiti di gente e illuminati da torce come nei tempi antichi; pensava a quanto Roma fosse più bella di Berlino).

Ma la bellezza è altra cosa. Non è regolarità, né simmetria. Nell’Acropoli di Atene il Partenone e l’Eretteo non sono in asse con i Propilei. Chi entra ha davanti a sé il vuoto e deve cercare, scoprire quasi, gli edifici. Perchè ci sono luoghi che non si possono toccare e questo ha a che fare con la percezione del mito, qualunque esso sia. Qui Poseidone scagliò il tridente contro Athena che offriva all’Attica l’olivo – questo non può toccarsi, l’Eretteo sorgerà qui. Qui sorgeva il primo tempio di Athena -lo rifaremo qui, dove sorgeva prima, nulla conta che i Persiani l’abbiano devastato.

Crolla la città di Catania per intero durante il terremoto del 1693, ma restano in piedi le absidi che contengono le ossa di Sant’Agata -non le toccheremo, la nuova Cattedrale sorgerà da queste absidi.

Ma noi non abbiamo più, o non vogliamo averle, radici mitologiche e quindi costruiamo quello costruiamo, roba degna solo di oblio.

Spigolature minime sulla bellezza, 2

Riferisco a memoria di letture lontane, stavolta di psicologia dell’estetica. Non cosa è bello in sé, ma perchè ci sembra bello quello che ci sembra bello.

Perchè ci piacciono il Partenone e le opere di Piero della Francesca? Perchè le proporzioni della sezione aurea, (il segmento minore sta al maggiore, come il maggiore sta all’intero, detto in maniera bruta) sono quelle del corpo umano.

E cerchiamo nei volti occhi grandi, fronte alta e denti regolari perchè sono quanto di più distante esista dai musi dei felini che predavavano i nostri antenati ominidi nella savana africana. Così, a colpo d’occhio, potevano distinguere subito che non era un predatore quello che balenava nel cespuglio.

In pratica, ci piace ciò che ricorda a noi stessi come siamo. Ma allora Mondrian? Kandisnky?

Spigolature minime sulla bellezza, 1

Cito Sofocle a memoria: La bellezza che è simile alle leggi divine per la sua potenza.

Simile, non uguale. Le si riconosce potenza, ma non forza coercitiva, o validità universalmente riconosciuta. Qualcosa di meno, ma anche qualcosa in più.

E le accosto questa, presa dall’I Ching, senza pretese di collegamenti logici: La bellezza unisce ciò che per sua natura è diviso.

Due esseri umani, divisi per natura e uniti dalla bellezza che scorgono uno nell’altro. Un essere umano incantato da un luogo, dall’opera di un altro essere.

La cosa più terribile che ho fatto

Qualche anno fa ho dovuto traslare la salma di mio padre dalla tomba dove era ospitato alla sua collocazione definitiva. Il direttore del piccolo cimitero del Centro Italia dove papà riposava mi aveva telefonato tre volte

-Signora è sicura di venire da sola? Se la cassa non è in ordine, dobbiamo aprire e lei dev’essere presente per legge- ma no, nessuno veniva con me.

Quella mattina gelida di marzo, mentre imboccavo il viale del Cimitero, pensavo ciò che mi tormentava da mesi ormai, che forse l’avrei visto come era diventato in morte e non riuscivo a pregare altro che Allontana questo calice da me. Allontana questo calice da me. Proprio qualcosa che sentivo superiore alle mie forze. Ma nessuno rispondeva.

La ghiaia gelida, il silenzio degli operai a testa bassa, le siepi di mortella e i cipressi. Allontana questo calice. Davanti alla lastra i colpi che l’aprivano ricordavano quelli che l’avevano suggellata e che mi avevano fatto cadere nell’età adulta. Non so bene, non ero in me, ma ricordo con quale facilità hanno tirato la bara, come se fosse vuota. Il mio capitano fortissimo, che da ragazzo si era imbarcato sui pescherecci dell’Adriatico per racimolare quei quattro soldi necessari a comprarsi i libri del Liceo: che aveva lavorato nei deserti d’Arabia per fare una casa alla mamma; che quando eravamo piccoli ci sollevava alti sopra la sua testa e ci rotolava da una spalla all’altra; quel capitano che era mio padre era stato ridotto a un nulla dalla morte, un fuscello, una fogliolina che non pesava. Il mio povero capitano tenuto dalla morte.

E poi, quando non potevo più nemmeno pensare una sola parola, l’immagine splendida: la bara era nuova e lucente, come quel giorno tremendo in cui era stata chiusa, come se non fossero passati tanti anni. L’ultimo dono di un papà alla sua bambina.