Hanno solo i soldi

Ieri sono andata a comprare le mandorle più buone del mondo, vicino al mercato del pesce. Il negozietto è un antro muscoso, il negoziante ha un viso esaltato e abbronzato. Mi viene in mente di prendere là anche i regalini per gli amici del Nord Europa: pomodori secchi, pesto di pistacchi, erbe per il pesce e origano.

-Faccia piano- dico al negoziante che metteva le cose nel sacchetto- perchè devo spedirli-

Unni?- fa lui (che bello che nessuno si faccia i fatti suoi, lo dico sul serio, fa sentire meno soli)

Glielo dico, lui alza la faccia esaltata e dall’alto dei suoi cenci grida –Bbonu fa signoruzza, chiddi anu solo i sodda! nenti, nenti, solo i sodda!– (trad. Fa bene signora, quelli hanno solo i soldi, nient’altro)

Hanno solo i soldi, ma chi altri se non un povero siciliano oggi direbbe questo? uno che campa vendendo quattro cose, fra muri scrostati, in una via che per decadenza nulla ha da invidiare a certi quartieri del Cairo dietro il suk. Vi assicuro, mi è sembrato un re.

Nessuna vistosa autorità regale, 4

 Perché fuggo? Janine, le patate,le erbacce, la fuga, tre domande diverse, ma una sola risposta. Alesa aveva detto che la gente aveva orrore del prato di casa mia. E’ stato allora che ho deciso di lasciarla e che ho capito come il Prato Americano è la risposta a ogni domanda. Deve essere verde, fitto, ben tagliato. Da questo dipende tutto, se sarai amato, se avrai successo. Poi scopri che non è vero, che anche col Prato Americano sei sempre un disperato e ti senti ingannato.

Dopo due mesi dall’arrivo di Anastasia in casa mia, il prato non era più americano. Non avevo raccolto le foglie secche né le cartacce che il vento aveva soffiato, non avevo tagliato né innaffiato l’erba. I vicini mi chiedevano con aria intensa “ Come va?”.

-Bene- rispondevo. E declinavo con cortesia le loro offerte di aiuto.

 Mi sono chiesto se vedere dalla finestra quella decadenza, o farmene sorprendere quando rientravo a casa mi piaceva. La risposta era sì, un gigantesco Sì. Mi sentivo più sincero. Era come proclamare al mondo ciò che sono, il che non fa mai male. Senza ostentazione, per carità, solo per correttezza. Non fate conto su di me, amici, cittadini americani: io appartengo ad un altro tempo e ad un altro spazio, anzi mi chiedo come sono capitato qui.

Come sono venuto fuori così, non so.  Non sono mai interamente dove sono. Forse per questo, essendo condannato a sognare, ho scelto l’Europa. Poteva essere un’altra cosa, ma ho scelto l’Europa.

 L’Europa di là dal mare, dove tutto ha avuto inizio, da dovesono salpati gli antenati dei miei genitori e di tutti i genitori americani in cerca di fortuna e pace. Un piccolo continente in penombra, ricco di anfratti e zone luminose, brulicante di gente inquieta e litigiosa, ma con la testa piena di idee e passioni. Quando gli europei arrivavano qui, secondo me si placavano. Sedotti dall’ampiezza degli spazi, si stabilivano dove volevano,  senza quella vicinanza obbligatoria dell’Europa che portava a odiarsi gli uni con gli altri. Qui non erano più sotto gli occhi di qualcuno, ognuno poteva avere il suo.

 Lentamente hanno creato la casa americana, il pratoamericano, l’anima americana, linda, obbediente, ricca. Qualcosa però si è perso, in un punto imprecisato di quest’evoluzione.  Hanno voluto essere perfetti. Sono patriottici, fedeli, sinceri, onesti; sono come le tendine delle loro cucine,candide o a quadretti, esattamente come dovrebbero essere. Ma la loro perfezione è così impossibile che per essere sostenuta li costringe a bere nei week end, a prendere antidepressivi, a sparare. Pochi la reggono senza aiuti. Essere perfetti porta a giudicare, non a capire. Disperati, i miei americani si appigliano alle regole per non vedere che regole possono non essere date e che si può vivere senza. Portano con loro la colpa che spinse i padri a lasciare l’Europa, soffrono di essere senza passato e per negare la sofferenza perseguono la perfezione.

Io no, io dico forte che vorrei un passato, che questo continente è troppo nuovo per me, e impedisce i sogni. Il mio prato antiamericano lo proclama a tutti e tutti fingono di non capire.  Capiranno, prima o poi. In questo disordine vedo meglio le cose. Mi espongo a un giudizio che scopro irrilevante e ho un mucchio di tempo per me, per quelle che da ricerche storiche stanno diventando sogni.

Quando mi sono sposato era il tempo degli ultimi re; ora c’è il tempo nuovo della democrazia.

Parlo bene? Grazie. Anche i miei studenti me lo dicono.Sono affascinati da me, ma poi non mi chiedono la tesi, vanno dai miei colleghi, dai professori importanti che li possono aiutare, io li posso tutt’al più incantare.

 No, il College non ha preso bene il mio stile di vitadopo il matrimonio. Il direttore  un giorno mi ha detto che mi trascuravo, che forse era il caso di incontrare lo psicologo. Improvvisamenteho visto che i miei vestiti erano vecchi e che avevo la barba lunga. Non me ne ero accorto prima.

Ho fatto il colloquio e ho finto di farlo di buon grado,per non creare sospetti. Lo psicologo era la massima emanazione del Prato. Aveva il suo studio al secondo piano del College, per studenti e docenti. Era giovane, alto e allampanato, sempre sereno, una sorta di  fenicottero.

Lo studio era quasi uguale a quello del Direttore,chiaro e pulito, con pochi libri pochissimo letti. Si è mostrato empatico, simpatico. Condivideva il disagio al quale ho accennato subito. Condivideva così tanto che stavo sulla difensiva.

-Quanto ritiene sia importante l’aspetto fisico?-

-Ha subito un qualche dolore, una perdita di una persona cara in tempi recenti?-

– Le capita di pensare alla morte?-

Sono uno storico, sono a contatto con la morte tutti i giorni, come i medici, medici e storici sono più vicini di quanto non si creda.Lei non pensa alla morte? Si può vivere senza pensarci? Lui ha l’aria di ritenere la morte un problema che preveda una soluzione. Caro Americano tipo, per il quale non devono esistere tragedie o quesiti irrisolvibili!

 Voglio capire come ragiona, se devo parlare di me,voglio sapere che cosa crede lui, quali sono i suoi pensieri. Accenno al desiderio di vivere in un’altra epoca, lui si irrigidisce, un attimo solo, poi torna empatico. Accenno al dispiacere per le critiche dei colleghi e lui minimizza. Minimizza ogni dispiacere, ogni delusione, ogni ferita. E’ il grande Minimizzatore, niente conta. E poi, tutto va bene, qualunque cosa io dica,qualunque idea io abbia. Non ha idee o giudizi, tutto va bene e nulla va bene,non vi sono certezze se non un luogo mitico dello spirito che è l’equilibrio interiore, vale a dire la non interferenza con la società costituita. Poverino,gli hanno insegnato così e così è convinto di essere empatico. Io invece sprofondo come davanti a una massa elastica e senza volto, solo occhi che spiano, e che assorbe qualunque cosa, ogni urto di parole e colpi, pronta a riapparire di nuovo come prima, assolutamente illesa. Si può solo evitarla, una roba così.

 Ho capito, ho capito tutto. Ragazzi, vi farò contenti,mi sono detto uscendo di là. Comprerò dei vestiti nuovi e saluterò con vivacità, forse con un sorriso. Tanto questo basterà.

Vestiti nuovi, barbiere, sorrisi e saluti. Il Direttore dopo due giorni mi dice

-Ehilà John-dalla sua faccia è convinto che il colloquio con lo psicologo mi abbia fatto bene. E’ facile fare contenti gli altri. Bisogna volerlo. Ma per il prato non ce la facevo a essere come gli altri, era troppo più vero tenerlo trascurato come lei voleva, troppo rispondente a me, per renderlo uguale a quello dei vicini.

Generazione Ikea

La definizione l’avevo pensata in modo autonomo, credo, ma esisteva già in rete, in rete esiste più o meno già tutto. Aggiungerei solo qualcosa a quanto si può leggere già, perchè è la generazione dei miei Figli, quelli che non sanno la differenza tra ceramica e porcellana, quelli che ti dicono Sono vestito pesante! e con la mano gelata additano la felpina di cotone misto elastam, ignorando la funzione della lana. Sono gli stessi che ignorano, né vogliono imparare, le essenze del legno e come riconoscerle dal colore e dalle venature, che cosa siano stoffe meravigliose come il damasco, il broccato, il lampasso. A loro vanno benissimo le produzioni industriali in atto, e se le cose non durano ancor meglio, perchè se ne comprano nuove. Solo un lungo lavoro da parte mia, condito di aneddoti familiari, ha impedito che i Figli siano allineati con questa tendenza, che comunque ogni tanto li seduce, come le sirene di Ulisse.

E mi chiedo se in realtà sia giusto avere nostalgia di questi stili diciamo pure Ancien Regime, se non sia meglio lasciare i ragazzi all’usa e getta dell’Ikea. In fondo erano materiali costosissimi, elitari, fin troppo raffinati, forse. E la generazione Ikea è già pronta a cambiare città ogni due anni, inseguendo il lavoro chissà dove -impensabile trascinarsi i mobili dei bisnonni per tre continenti-, senza libri e quadri, avendo addosso, in un cellulare, tutto ciò che amano, testi, immagini e posta.

Ma un poco di dolore rimane. Perchè, anche se lampassi e intarsi erano per pochi, almeno da qualche parte esistevano. Adesso è come prendere congedo definitivamente da un’abilità, una tecnica, un’arte altissime. Un dire addio allo studiolo del Duca d’Urbino, alle splendide sete delle dame di Teodora nel mosaico di Ravenna. Nessuno li vuole più.

Nessuna vistosa autorità regale, 3

Chi era Gleb, mi chiedi. Bella domanda. Era il figlio del medico ucciso con gli zar a Ekaterinburg, ma anche il miglior professore del College, il fondatore di una nuova religione,  un disegnatore eccellente e molto di più di tutte queste cose insieme. Era l’unica persona felice che ho conosciuto. Splendeva, letteralmente. In modo mite, come un fuoco basso. Dopo la morte del padre, la fuga avventurosa dall’Europa con la madre (avevano mangiato carne di lupo, in Siberia, e uno sciamano gli aveva predetto un attentato e il modo per sventarlo), nel nuovo continente la sua luce ha iniziato a splendere. E’ stato lui che mi ha fatto sposare.

Mi chiedeva, perché non scrivi più? Sto cercando di scrivere sulla regalità, rispondevo. Un giorno mi chiese: perché la regalità?  Perché è ciò di cui abbiamo bisogno. Essere re è rinunciare a sè stessi, disse lui.  Un sacrificio così necessario che lo si circonda di lussi e privilegi, per farlo digerire.  Una rinuncia a sè stessi per la quale ci vuole un così lungo addestramento , da indurre gli antichi a renderlo ereditario, per cercare di sfruttare la genetica e la consuetudine. Lo sapevo che avresti detto questo, Janine, che è meglio essere re che prostituta. Il punto è che non c’è differenza tra le persone. O almeno non c’è differenza nelle sorti, nella quantità di dolore e gioia. La differenza di ricchezza è meno importante di quello che si pensa, anche se è ingiusta e piena di dolore. In pratica tutti la paghiamo. Un re è oppresso di colpa, ha un peso sulle spalle, e il lusso delle sue sale vale come compenso di questo torto.

Me l’ha spiegato Gleb. Non posso scrivere un articolo su questo, mi sbranerebbero, ha detto. Allora dimmi come faccio a conoscere la regalità, dato che non posso scriverne, gli ho detto. Si può vivere la regalità, ancora si può, mi ha detto. Ce ne è ancora un pezzo che vive nascosto in una casupola nella Foresta Nera. Io e altri l’abbiamo riconosciuta, ma non è servito a nulla. E’ Anastasia Romanova, figlia dell’ultimo zar. Quasi tutti i testimoni, pagati dalle banche inglesi o spaventati dai serviz segreti, le hanno negato ogni giustizia. D’altronde, hanno ragione: che succederebbe  se si sapesse che è viva la figlia dello zar? Era la storia che sisussurrava al College da anni. Ah, la ricordi anche tu. E come mi riguarda? Ho insistito.

Bene, lui le ha scritto, l’ha fatta venire a New York,mi ha spinto a scriverle. E’ stato difficile. Ho gettato mille fogli appallottolati, con mille inizi. Poi ho capito che per riuscire dovevo pensarla una principessa. Quindi in preda alla disperazione scrissi di getto

“Altezza Reale,

forse nessun tribunale su questa terra Vi renderà mai giustizia. In pochi Vi conoscono. Ma sappiate che io erigerò un monumento sulla vostra tomba. Con devozione

 Vostro John Manhan,professore di Storia presso Il…College di…Charloettesvlle, Virginia”

La risposta giunse dopo due settimane

“ Egregio e sconosciuto professore, invece di pensare alla signora Anderson da morta, fate qualcosa per lei viva. Non resterà viva ancora per molto. L’Europa è un pessimo posto per una donna anziana

Anastasia

 Gleb le ha pagatoil viaggio fino a New York.  -Senti qualcosa di diverso adesso in America?- mi ha detto

-Sì. La vado a trovare-

 -Buona fortuna. Le principesse, le vere principesse, sono esseri incantevoli e pericolosi a qualunque età-

 Meglio essere re che poveracci? Insisti, certo. Come tutte le Marilyn. Tutti i modelli devono avere i loro miti. Però sei morbida, molto morbida.

 Sai, quando sono andato a un cocktail con lei ho avutola certezza che fosse Anastasia. Lei non voleva venire, odiava mostrarsi. Ma era la prima volta da quando ci eravamo sposati e  dovevo far vedere a tutti i colleghi che lei esisteva. L’ho costretta a indossare un vestitino nero, le perle finte, la borsetta, le ho detto che stava benissimo. Lei era arrabbiatissima, ma appena è arrivata ha alzato la testa, raddrizzato le spalle e ha iniziato a sorridere. Sorrideva a ognuno guardandolo un attimo appena, non più a lungo perché sarebbe stata indiscrezione, ma per quell’attimo l’altro si sentiva innalzato e rispondeva felice. Dentro, troppe persone. Visi tutti uguali, aperti in sorrisi da cocktail, sorrisi che poggiavano sull’ebbrezza di un bourbon. E con mio stupore chi tagliava e annullava tutti quei visi falsi era proprio mia moglie Anastasia (o Anna?) che avanzava con un sorriso non finto,l’unico della sala, con un sorriso che significava a ciascuno

-Sono davvero contenta di vedervi- 

 come ciascuno fosse per lei unico davvero, pur essendo visto per la prima volta. Una gioia speciale per ciascuno nello sguardo e nel sorriso, una gioia da regina. E io che avevo pensato che essere re fosse soffrire adesso ne dubitavo. Oppure la sofferenza di un re è in questa gioia non simulata, eppure obbligata in qualche modo?

 Anastasia sorrideva, nelle presentazioni abbassava appena il capo. In fondo non contava che non fosse vestita di bianco, che non avesse perle vere e diademi, che fosse vecchia. La vera regalità era in questo sorriso lieto, in questo incedere lento e sicuro, in tutto quel che nessuno le può togliere. 
E sì, ho sentito da quale lunga educazione, o feroce addestramento, nasceva quel far sentire gli altri unici e considerati, quel portamento che non la faceva cedere e sembrava però tanto naturale.

 A casa, dopo, era stanca. Prostrata. Quell’attenzione agli altri le aveva tolto ogni forza. Mi ha fatto pena. Lei, Anastasia, anche se con quell’abitino, quelle perle coltivate.

Nessuna vistosa autorità regale, 2

Quando tornavo da Anastasia, era come avanzare a tentoni in una grotta scura senza sapere che cosa vi si trovava. Arrivavo e mi veniva addosso la penombra. E cercavo di figurarmela altrove, ma era impossibile vedere quella vecchietta in un cucinino di New York o Berlino, illuminato da un tristissimo neon; oppure in una villetta linda d’America, in una bella casa bianca di Parigi. Stranamente le patate, il buio, le si addicevano. La stranezza le si addiceva. Parlo al passato perché ora non è più così, ora non le si addice più niente, se non essere come tutti. Gli Stati Uniti d’America mi hanno tolto anche questo.

 Che c’entrano le patate? Janine te lo dirò. Mi ispiri. Tra un attimo te lo spiego. Anche Alena in qualche modo si vendeva e tu lo sai. No, non ti scostare la sottoveste, mi stendo solo per stanchezza e tenerezza, non voglio più niente. Solo ricordare e capire. Le patate, dicevamo. Erbacce e patate sono state la fine dell’amore con Alena.

  Una sera Alena mi ha chiesto perché il mio giardino fosse pieno di erbacce. Ne parlavano tutti, a suo dire. In quel momento esatto per me la storia è finita. Le sue parole come un coltello che tagliava. Neppure lei, con tutti i suoi viaggi, con la sua apertura mentale tanto sbandierata con vestiti e dichiarazioni di diritti umani, capiva. Continuava a volere il prato ben tagliato, l’ordine, la regolarità. Le tendine delle sue finestre erano candide e ricamate. Non c’era niente da fare, questo continente inghiotte tutto e tutti in una marea di cotone bianco e di detersivi. Sbianca l’anima e la rende innocua. Sterilizza, anestetizza.

  Le ho risposto che il prato a me piaceva così. Come accendere la luce. I viaggi, i capelli lunghi ondeggianti da squaw, l’aspetto hippy erano una menzogna, agli altri e a sé stessa, fatta per irretire, per conquistare. Non c’era nessuna ribellione in lei, nemmeno in quel suo concedersi facile all’amore, in quell’abbandono che fino a ieri mi era sembrato libertà. Una povera ragazza che fingeva di provare ciò che sapeva di dover provare. Che fingeva rivolta e novità quando in fondo al cuore desidera la Casa Americana. Janine sei meglio tu, con la tua Marylin eterna stampata nel cuore e nei capelli.Oppure non era menzogna. Forse c’era una connessione tra quella finta libertà e la vita comune. Senza re si cade, prima o poi, anche senza volerlo e senza accorgersene, nel desiderio di una vita pacifica enoiosa, nel matrimonio borghese, nel Prato ben tagliato, nell’ordine. Solo un re garantisce la libertà dal banale.

 E io posso essere re. Forse. Se mia moglie è davvero regina.

Poi, quando vedevo Alena nei corridoi del college, solo con uno sforzo mi tornavano in mente i nostri abbracci.

Le patate. Le erbacce nel prato. Com’è linda questa stanzetta, così linda che sa d’ospedale, il letto pulito, il comodino con l’abat-jour e forse la Bibbia nel cassetto.  E il calendario: oggi è il 13 Aprile 1983. Io e quella che credo Anastasia fuggiamo da due giorni.

 Non voglio nulla, sono solo troppo stanco, Janine. Perché fuggo?Le patate, le erbacce, la fuga, tre domande diverse, ma una sola risposta, che è il Prato Americano e che deve essere verde, fitto, ben tagliato.

 Iniziamo. Le patate sono importanti per lei, la rendono sicura del cibo. Le vuole ammucchiate  al piano terra, di sopra le stanze da letto sono immacolate. Forse le ricordano quando si è salvata con Ciakovsky, e viveva con lui in Romania a Baia a mare. Forse, cioè se è Anastasia. Insomma, le patate l’hanno salvata. Anche in Germania, quando attendeva la sentenza del Tribunale e viveva nella casupola dentro la ForestaNera, era circondata di patate. E di gatti, come qui. Casa mia è l’ultimo rifugio e lei vuole che abbia l’aspetto degli altri rifugi che ha vissuto. Non posso toglierle questo.

 Quale sentenza, mi chiedi. Quella del Tribunale tedesco che doveva decidere se era vero quanto lei diceva da anni, di essere Anastasia Romanova, figlia dello zar Nicola II, unica scampata all’eccidio di Ekaterinburg. Ah, ti ricordi qualcosa. Sì, è una storia che piace alle donne. Piace e non si vede il tragico. Il Tribunale è stato come Ponzio Pilato. Ha detto che non si poteva né affermare né negare che lei fosse Anastasia e non un’impostora, una certa Anna Anderson, contadina polacca.

Ti sembra strano che non si possa dire chi sia? Lo è, eppure è così, anche adesso per me, dopo tanti anni. Molti della corte dello zar l’hanno riconosciuta per Anastasia, anche la nonna. Di questi alcuni hanno ritrattato la dichiarazione in tribunale. Si diceva che chi l’aveva riconosciuta l’avesse talvolta fatto per il desiderio di tornare al tempo passato, a quando ancora c’erano i re, per sperare che ancora durasse qualcosa della loro vita antica, quando tutto per loro era ancora bello. Si diceva anche che lei fingesse di essere Anastasia per intascare l’eredità degli zar depositata nelle banche inglesi prima della Rivoluzione.

 Le prove c’erano per entrambe le ipotesi, almeno quel tanto che bastava per imbastire il processo. Un neo, una deformazione dell’alluce, cose di questo genere. Poi lei non ha voluto sottoporsi ai test decisivi, come quelli dei denti. Se è Anna Anderson, non ha voluto rischiare. Se è Anastasia, quando ha percepito che intorno a lei le cose cambiavano, che le banche pagavano i testimoni affinché ritrattassero, si è sottratta a un esame umiliante, con un gesto regale davvero. Altro doveva segnalare che lei era Anastasia. Che cosa? Il portamento, i capricci, il sacrificio, il disprezzo del vantaggio. Tutto quello che è la regalità. Ma perché ti dico queste cose?

  Lo so che capisci, ma è che noi stiamo fuggendo. L’ho rapita dal manicomio di Charlottesville. Ci cercano. Non mi tradirai? Può essere, in ogni caso ci prenderanno. Questione di poche ore. E’ già due giorni che fuggiamo. Lei ha più di ottant’anni, dove vuoi che vada. Sì, sono molto più giovane di lei. Lo dirai che siamo fuggiti, sì lo dirai. Chiamerai la polizia appena sarò uscito.

 Hai paura dei pazzi vero? Lei lo è secondo i medici. Non lo è, secondo me, e io sono l’unico che può giudicare. Oppure no, è pazza, ma ancora deve darmi qualcosa. Deve dimostrarmi che non ho perso la mia vita sposandola, deve darmi la prova che lei è Anastasia Romanova. Oppure deve dimostrarmi di non essere Anastasia, e rivelarmi quel che temo di essere, uno sciocco,ingenuo americano, uno di quelli che compravano il Colosseo durante la guerra.Solo tramite lei saprò chi sono stato e chi sono. Almeno questo me lo deve. Ma devo andarci piano con lei. Sapessi come è delicata, un uccellino disseccato, peserà quaranta chili, ed è piena di lividi e rughe. Farfuglia, certe volte,mormora cose strane. Però in altri momenti è lucidissima e terribile.

 Non è possibile che ancora non sappia chi sia? Oh, questaè una storia lunga davvero. Qualcuno di noi sa come si comporta una principessa? Come si riconosce, cosa fa, cosa dice? E sappiamo forse che cosa fa una contadina mitomane o delinquente che vuole sembrare principessa?

 Tutto è stato sempre doppio con lei. Dalla cugina Irina,che l’ospitava a New York, ha tirato le calze alla cameriera che aveva rifattola sua stanza senza raccoglierle. E’ un gesto da principessa? O da contadina che pensa a fare la principessa?

Ho avuto in certi momenti la certezza che fosse Anastasia. Folgorazioni brevi, e poi di nuovo il dubbio. Ad esempio, quando le ho fatto la mia richiesta di matrimonio,nell’appartamentino di New York che pagava Gleb. Stava là con una donna di mezza età, Missis Smith, pagata da Gleb anche lei.

Teneva lo sguardo severo fisso su me, vecchissima, con tutti i suoi sessantasette anni addosso.

-Vi ringrazio- con un cenno verso i tulipani che le avevo inviato la mattina– A cosa devo questo dono?-

In piedi, col cappello in mano ad alta voce ho pronunciato le fatidiche parole, preparate nelle strade odiose di New York,mille volte cambiate tra me e me

-Signora, vi chiedo di sposarmi- nessun titolo, né principessa, né granduchessa. Non sapevo chi lei fosse e forse la sposavo per questo. 

Dal suo vestito color prugna chiuso come un’armatura mi guarda e non parla. Non così, non così, mi dice una voce. Lo so, non così. Qui si infrangono definitivamente tutti i sogni di mia madre, ai piedi di questa vecchia che non parla, che ha gli occhi come spade. C’è rumore di vetri infranti, di grida lontane. Sembra offesa. Severa come una statua di Athena

-Sapete chi sono? Chi sposerete, Anna o Anastasia?-

-E voi, sapete chi siete? –

Lei si alza, fa un passo verso di me con gli occhi di fuoco fissi nei miei, e io ho quasi paura

-Sono Anastasia. Ed è questa certezza, questa sola, a spingervi verso di me-

 -Mi va bene anche Anna Anderson. Ma voi sì, sieteAnastasia-

Non lo penso, non ne sono sicuro, e questo traspare. Non so come, ma traspare.

 Lei ora trema. Un’ira regale, davvero. Era la bambinache eludeva sorelle maggiori e governanti per fuggire sugli alberi, che mordeva le cuginette? Devo riscattarmi -Sì. E vi sposo per avere la cittadinanza americana e fuggire quella terribile Germania dove non si può fare niente. Così a voi va bene?-

 -Sì. L’America vi piacerà, insieme a me. Non sonol’americano solito, sono un po’ europeo, molto europeo-

Fa un gesto con la mano come per dire che non capisco.

-L’Europa non esiste più-

-L’Europa siete voi, madame. Sposo un frammento di storia. In fondo sono uno storico-

Sorride per la prima volta

 -Avete avuto il coraggio di evitare le rose. Chiunquealtro, qui da voi, avrebbe inviato rose rosse-

-Ve l’ho detto, non sono interamente americano. Lo scoprirete vivendo con me-

 -Sarò il vostro museo? La cassa di manoscritti antichiper saziare il vostro bisogno di secoli?-

 -Sarete mia moglie e farete di me un granduca- non socome, per una volta sola, mi escono di bocca le parole giuste. Solo davanti a questa vecchia donna.

-Allora vi sposerò- fa lei.

Le prendo la mano destra e gliela bacio piano, poi l’abbraccio, ma come se fosse di porcellana. Fa odore di acqua di colonia buona ed è leggera leggera, come una farfalla. Mi sembra un po’ come una bambina da proteggere. Le dico piano

-Adesso dovete mangiare un po’ di carne-

Lei sorride, ha i denti un poco grigi, ma sono tutti, non ne manca uno. Mi spezza il cuore. Da allora ho il cuore spezzato.

Nessuna vistosa autorità regale, 1

 Lo so Janine, ti ho preso per altro, là nella strada di Hampton piena d’insegne al neon, quando avevi ancora il rossetto intatto, i riccioli biondi pettinati e mi chiamavi Honey.

 Sei perplessa perché ancora non ti tocco. Ma vedi, è finito il desiderio suscitato dai sussurri dietro al muro della stanza nel motel, mentre mia moglie dormiva. E’ stato un fuoco passeggero, ora voglio solo parlare. Sì, parlare, ti pagherò per questo. Conosco troppo bene quel che puoi darmi, lo conosco sino alla noia, mentre non conosco ancora dopo quindici anni di matrimonio cosa può darmi mia moglie.

  Ancora non so nemmeno chi è. Nessuno sa cosa significa esseresposato a chi non sai chi è. Nessuno conosce un’altra persona, nessuno conosce sé stesso, ma non è questo soltanto. Io di lei non so con certezza neppure il nome. Eppure siamo sposati dal 1969, da quattordici anni. Quattordici anni senza certezze. Come la chiamo? Io la chiamo, e spesso la credo, Anastasia. Molti altri la credono e la chiamano Anna.

  No, non vado con mia moglie, non ci sono mai andato. Sono statocon altre però.

 Con una come te sono stato a Napoli, nel ’44, durante la guerra.Come tutte le italiane, teneva alto il capo, un po’ superba, un po’ annoiata,perché là sanno già tutto, da loro è già successo tutto e tutto è antico: le strade troppo strette, i muri gonfi e carichi. Di noi americani sorridevano,sorridevano di come era facile ingannarci

-Bravi guaglioni, però-

  Bravi guaglioni, pieni di dollari e  giovinezza, che morivano su quei seni magridi guerra, vecchi astuti guaglioni di oggi che muoiono su seni gonfi di benessere americano. Tu invece, Janine, ancora sei giovane e sei americana. Le americane imitano le attrici, vorrebbero essere altro, la mamma americana nel prato americano. Siete colpevoli tutte, perché vi sentite in colpa per aver tradito il modello.

In Italia non ci sono modelli, li hanno finiti un sacco di tempo fa. Sanno già tutto quello che può essere e ne sorridono.

Chi è il tuo modello? E’ Marylin, chi altro? Sempre lei anche se la moda ora è diversa. Mia moglie non segue la moda, anzi non vuole neppure un vestito nuovo. Nemmeno quando ci siamo sposati aveva un vestito nuovo. Davanti al giudice indossava il suo vecchio vestito blu. La Smith l’aveva costretta a una veletta nuova, però. Una principessa nel vecchio vestito blu.

 In Italia mi sono innamorato del passato. A Napoli c’era sempre qualcosa che non si sapeva, o che si era dimenticato, una profondità che non ho più trovato. Come un pozzo sotto ogni piede e pietra, che solo le leggende o le vecchie storie rischiaravano. E mia moglie è molto, molto più profonda di quelche ho sentito a Napoli, affonda in un passato che ignora anche lei.

Come? Con chi l’ho tradita? Oh. solo con una persona, con Alena.

E’ stato così: guardavo mia moglie mangiare in cucina. Non ha mai cucinato nulla. A massimo prendeva il pan carrè, ci metteva sopra  maionese e cetriolini e mangiava. Nient’altro. La domenica faceva bollire le patate.

  Masticava con i denti davanti, non aveva più i molari e nonvoleva che pagassi un dentista per rimetterglieli. Con lo sguardo perso nelvuoto oltre i barattoli, la busta del pane davanti a sé, come se qualcuno dovesse portargliela via. Troppo triste come scena. Mi è venuto in mente che forse aveva nostalgia di cibi russi, perché lei è russa, o almeno io credo chelo sia; quella volta ho pensato che forse le avrebbe fatto bene tornare amangiarne un po’.

E così ho contattato Alena, la collega di Storia dell’Alimentazione nel mio college. Sì, sono un professore, universitario. Non si direbbe? Lo prendo per un complimento. Lei era un tipo un po’ hippy, era all’inizio degli anni ’70, sai la moda di allora.

 nonno indiano d’America. Da questa mescolanza le deriva la sua speciale leggerezza. Sembra volare nei corridoi e nelle conversazioni, con un sorriso alato, come se avesse nel sangue lo spostamento. Nessuna opposizione è radicale, sembrava sussurrare, possiamo essere felici, ballare insieme in cerchio e sorridere per sempre.

 A pensarci, la storia di cucinare cibi russi forse era una scusa. Alena mi ha accolto con deferenza: lei era arrivata da poco e io ero uno dei professori più noti del College

-Oh certo! Ti porto tutto, ho un libro a casa!-

  Il giorno dopo il libro era tra noi. Kvas, blinis, zuppa dirape. Io e Alena sfogliammo il libro insieme, le nostre teste, le nostre mani si sfioravano.

Ho cucinato. Anastasia mi guardava dal soggiorno,senza provare nemmeno ad aiutarmi, senza chiedermi cosa stessi facendo. Quando fu tutto pronto, apparecchiai bene, con tutte le cose al posto giusto, accesi le candele e la chiamai. Le accostai la sedia dietro e servii la zuppa e i blinis. Lei guardò tutto e cominciò a piangere. Non toccò nemmeno un blinis. Preseil pane in cassetta e la maionese e mangiò quello.

 L’indomani ad Alena ho detto che era tanto piaciuto il pranzo. Davantia un drink ho detto poi quel che era necessario dire per andare a letto insieme.Le piacevano mie ricerche sulla regalità, le trovava strane.

 -Ma io sono regale-ho confessato, un po’ ubriaco -Sono un granduca in attesa-

Lei mi guardò sopra il bicchiere.

-Ho sposato la presunta Anastasia Romanova-

il bicchiere si abbassò, gli occhi si strinsero in un sorriso splendido

-Sei un libro di favole John-

 Ecco, in quel momento l’ho tradita. In quel momento quando hodetto la presunta Anastasia, non prima, né dopo, nel letto di Alena. Non ho avuto rimorso del tradimento fisico, ma il ricordo di quelle parole ancora mi tormenta.

Mi faccio troppi problemi, dici?

 Sì, di sicuro. Quando mi chiedeva scherzando dov’era laregalità, le dicevo che se esisteva, era in mezzo alle patate. E il tuo trono? Che si vedeva solo di notte. Nella casa di Alena c’erano mille souvenir, comeun elenco del telefono, sabbie, fotografie, ceramiche; mille cose erano su dil ei, braccialetti, ricami, perline, i riflessi dei capelli lisci e pesanti da squaw; gli occhi splendevano costanti, come lampadine. Diceva sempre di non fare programmi. Per me era un riposo una creatura che sembrava senza luogo,senza re.

 Per qualche mese ho vissuto diviso in due, spaccato a metà.Alena di giorno, nei corridoi, nel letto del suo alloggio, con allegria; Anastasia al ritorno, terrosa e impettita davanti a una Tv che non guardava,tra mucchi di patate.

Anna o Anastasia

E’ il mistero dei misteri, il supermistero. Hollywood e la Disney vi hanno prosperato. Si salvò davvero la granduchessa Anastasia dall’eccidio dei Romanov a Ekaterinburg? La giovane donna salvata dal suicidio a Berlino, che in seguito fu chiamata Anna Anderson, era la granduchessa? Parlava russo, francese, tedesco. Somigliava ad Anastasia, aveva persino le stesse cicatrici. Alcuni la riconobbero, altri no. Alcuni mormoravano del gran tesoro degli Zar in sua attesa presso le banche inglesi, altri dicevano che nelle banche inglesi non vi era nulla. Pare che i servizi segreti di mezza Europa fossero in allerta. Il processo a Berlino doveva stabilire chi fosse. Anna/Anastasia rifiutò le visite mediche decisive. I giudici furono salomonici: non si poteva né affermare né negare che quella donna fosse la Granduchessa di tutte le Russie. La donna si ritira in una casetta nella Foresta Nera in compagnia di centinaia di gatti.

E qui interviene una sorta di principe azzurro, John Eacott Manahan (https://it.wikipedia.org/wiki/Anna_Anderson) un amico di Gleb Botkin, il figlio del medico degli Zar, ucciso a Ekaterinburg. Il principe azzurro è un professore di Storia presso l’Università della Virginia, USA. Ha 25 anni meno della donna e ciò nonostante la fa giungere negli Stati Uniti e la sposa. Per lei passaporto americano, agiatezza, una vita comoda; per lui…Che cosa fu per lui questo matrimonio? Si sa che si autodefiniva Granduca un attesa. Cosa credeva, come stava, era felice con lei? I vicini si lamentavano del prato incolto dei due, della sporcizia della casa. Lui se la va a riprendere in manicomio dove l’avevano internata i servizi sociali americani. Fuggono insieme per tre giorni -che cosa si sono detti? La riprendono e lei muore di polmonite pochi mesi dopo. Viene cremata il giorno stesso della morte, molto in fretta. Poi qualcuno fa avere ai medici che fanno le analisi del DNA sui presunti corpi dei Romanov un frammento dell’intestino di lei conservato per vent’anni in naftalina ( curioso vero? che si conservi un pezzo d’intestino di quella che sembrava solo una povera matta per tutto questo tempo).

Le analisi accertano che il DNA della povera donna è incompatibile con quello dei Romanov.

Ho cercato di ripensare questa storia mettendomi nei panni del professore americano. La storia è lunghetta e si protrarrà per molte settimane, ogni mercoledì. Solo per chi è paziente, indulgente e costante.

Disperazione a passo di danza

Qualche anno fa per le strade di qua appariva una strana coppia, entrambi in abiti ottocenteschi. Lui vecchissimo, in frac e cilindro, lei giovanissima, in crinolina e parasole, truccata come Barbie. Lo strascico dell’abito della ragazza lurido e il cilindro di lui consunto. Di tanto in tanto accennavano a un passo di valzer, per quanto lo consentivano le mani nodose dell’uomo, le gambe malandate. Secondo alcuni erano un padre e una figlia, secondo altri amanti. Nel primo caso lui avrebbe voluto in questo modo mostrare la bellezza di lei, nel secondo mascherare la differenza di età, con l’attirare l’attenzione sui loro strani abiti.

In entrambi i casi, follia nostalgica, con qualche venatura di eroismo. Indubbiamente la disperazione ha una fantasia che nelle nostre città la gente comune ignora.

Sua Maestà l’olio

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Se in Sicilia da aprile a Settembre le conversazioni vertono sulle melanzane e la ricetta migliore per la parmigiana, da ottobre a novembre si parla solo di olio -i prezzi al frantoio, il bouquet di ogni varietà, se sia meglio di pianura o di collina, ecc…Ovviamente ognuno è convinto di comprare il migliore e difficilmente svela agli altri dove lo acquisti,  è un favore troppo grande. Grazie a una soffiata, da alcuni anni anche noi compriamo l’olio di frantoio.

Ora, io vengo dall’Umbria dove l’olio si usa volentieri, ma senza esagerare e senza questo rigirare del pensiero intorno ad esso: sono un po’ barbara in queste cose. Quando ne ho ordinati 40 litri, mi è stato detto -Certo, tu sei del nord, preferisci il burro-

-Io? ma se non uso quasi il burro!-

-Allora perchè così poco? Come fai?-

Non so quanto ne consumino mediamente i nuclei familiari come il nostro, ma considerando quando si va fuori, vacanze ecc…, a me viene fuori circa un litro a testa al mese. Ok, sono del nord, credo.