Povere ragazze, 4

Questo l’ho fotografato a Casteletown, Kildare, Irlanda, e risale alla fine del ‘700. Era indossato dalla padrona di casa per tenere sollevate e ampie le numerose gonne che dovevano corprirlo.

Cosa si provava a indossare quest’aggeggio per 12 ore al giorno? Come si camminava, come ci si sedeva, e soprattutto come si pensava, se avevi addosso una cosa del genere? Quest’affare è totalizzante, non ci si può dimenticare della sua presenza, non si può, per dire, iniziare a correre, o ridere forte. Ti domina. Povere ragazze, povere donne.

Ne parlavo con una dottoranda di Storia della Moda e lei mi ha raccontato cose terrificanti. I busti che si indossavano sotto l’aggeggio sopra riprodotto erano ben diverse dal gingillo della famosa scena di Via col Vento: https://www.youtube.com/watch?v=Tr2-f9vxBEU. Il busto usuale era un vero strumento di tortura: una lastra di ferro tra petto e inguine che, per essere tollerato dall’addome, necessitava di un’imbottitura di ben 2 cm. davanti e dietro. Per recuperare il volume così creato sul giro vita, bisognava stringere e tirare a più non posso il busto, sorretto ai lati da stecche di balena. Una volta fatto fatto, gli organi interni o salivano o scendevano.

Le donne dell’Ottocento non svenivano, o usavano i sali, per sensibilità, come si voleva far credere, ma semplicemente e letteralmente perchè non respiravano – mangiare era fuori discussione, i loro scheletri mostrano in molti casi una sovrapposizione delle ultime costole.

Povere donne, povere ragazze. E di noi cosa diranno, fra cinquecento anni? Non indossiamo nulla del genere (una delle prove inconfutabili del progresso del genere umano), ma qualcosa da ridire sui nostri jeans d’estate la troveranno, ne sono certa…

Cagnolone di quartiere

Due anni fa la mia cagnolina Kate non era ancora stata sterilizzata, per un mio stupidissimo buonismo. Così, un bel giorno, agli inizi di un calore, durante la passeggiata mattutina ho visto piombarmi addosso un cagnolone vecchio e sporco, pazzo d’amore, e con orrore ho visto Kate sfilarsi dalla pettorina e corrergli felice incontro. I due si sono uniti con gioia, senza che potessi separarli, e già mi vedevo tristemente circondata da molti cuccioli, quando il cagnolone è crollato a terra per lo sforzo non più adatto alla sua età, ai piedi della delusissima cagnolina.

Tutta lieta ho ricondotto Kate a casa, ma il cagnolone me lo trovavo nell’androne del palazzo ogni volta che uscivo, quasi supplicante che gli conducessi l’amata con occhi colmi di desiderio. Una sera che ero con lei, ho chiamato l’ascensore e , quando le porte si sono aperte, chi ho visto con sgomento dentro? LUI! il quale ha arrancato verso Kate con tutta la velocità di cui era capace, una cosa stile Alien 2 quando si spalanca, appunto, l’ascensore. Trascino Kate dentro, chiudo la porta, afferro un paio di bocconcini, prendo l’ascensore col cagnolone che voleva unirsi alla mia gamba e tirandogli davanti i biscotti riesco a cacciarlo fuori dall’androne.

L’indomani appendo un cartello nella vetrata della portineria, da noi si usa così, una specie di tazebao, nel quale chiedevo cortesemente agli altri abitanti dell’edificio di badare a non fare entrare il cagnolone uscendo o rincasando. Ebbene, l’inimmaginabile. I condomini si sono divisi e i cartelli moltiplicati, in una sorta di faida tra avverse fazioni: chi in nome dell’igiene chiedeva di vietare ogni tipo di animale per chilometri quadrati e chi mi accusava di crudeltà verso il povero animale che, evidentemente, cercava solo un caldo rifugio ai suoi ultimi giorni e ribadiva il trito concetto che i cani sono meglio degli esseri umani. Un condomino mi ha fatto osservare che se non avevo fatto sterilizzare Kate era perchè inconsciamente desideravo che accadesse quanto stava accadendo e dovevo accettare la situazione, che è un po’ come dire che se una va in giro scollata è perchè vuole essere violentata. Mi sembravano tutti eterodiretti, come se il pensiero espresso nascesse da una sorta di partito cui si fosse aderito, non da reali convinzioni personali.
Ho rinunciato a spiegarmi con i condomini, ho cercato l’affidatario del cagnolone, che è risultato essere una specie di clochard, talmente mal messo da farmi pensare che fosse lui piuttosto ad essere affidato al cane, e l’ho supplicato di badare un po’ di più alla povera bestia.

Il clochard ha gonfiato il petto con fierezza: Signora, masculu iè! ‘U lassassi fare, bravo, bravo. Non posso, gli ho detto.Ci siamo accesi una sigaretta e, seduti vicini, siamo addivenuti a un accordo tra galantuomini: lui avrebbe controllato meglio il cagnolone e io avrei fatto sterilizzare Kate il prima possibile. E così è stato. In confronto ai condomini, un antico sapiente.

The Day After

In preda a crisi di astinenza, appena ho avuto due giorni liberi e hanno tolto la quarantena per chi reintra nell’isola, sono andata a trovare il Figlio Maggiore.

L’aereoporto era come si vede nelle foto: Fall Out o, per chi non conosce i videogiochi, The Day After. Ad ogni angolo mi aspettavo che balzassero fuori gli zombi. E poi invece mi è sembrato bellissimo…

Cose che aiutano e cose che non aiutano durante la pandemia (e oltre)

Aiutavano:

-il ragazzo del piano di sotto che sparava a palla i Pink Floyd

-il balcone fiorito della vicina di destra

-le chiacchierate con gli operatori ecologici mentre portavo a spasso Kate all’alba e l’alba era paurosa, offrendo solo il vuoto assoluto di strade e piazze, prima già affollate a quell’ora

Non aiutavano:

-gli anziani che andavano a comprare il pane in giacca da camera, pigiama e ciampelle, accentuando l’atmosfera ospedaliera già fin troppo evidente.

Film e futuro

Se avete avuto molta paura del Coronavirus, non guardate questi film: Virus letale (https://it.wikipedia.org/wiki/Virus_letale) e soprattutto Contagion (https://it.wikipedia.org/wiki/Contagion_(film_2011).

Cioè più o meno quel che si sta vivendo, in termini ovviamente molto più catastrofici. Quasi che la realtà si sia adeguata alla fantasia.

Così adesso sospetto che serie come Mars o film Sopravvissuto-The Martian, ci vogliano instillare l’idea che sia necessario trasbordare la civiltà umana su Marte, prima o poi.

Una forma di anticipazione che mi piace molto poco . Comunque, possono bombardarmi di film e serie su Marte, ma io non ci andrò.

Cibo di guerra, 5 (sconsigliato a vegani e vegetariani)

Quando Roma era città aperta, nell’inverno del ’43, ai miei nonni fu regalato un pollo, vivo. Mia madre era una ragazzina e non mangiava carne da tre mesi. La povera bestia andava dunque uccisa, su questo non c’erano dubbi. Il problema era farlo. Si provò a tirare il collo alla gallina (dai, quante volte l’abbiamo visto fare in campagna? E’ un attimo!) ma nessuno riuscì; l’animale starnazzava e correva per tutta la casa, imbrattando ogni cosa la suo passaggio. Fu convocato un consiglio di famiglia, arrivarono i cugini del nonno, provarono anch’essi a tirare il famoso collo e nessuno riuscì. Uno di loro ebbe infine un’idea. Largo tutti, faccio io, allontanate la bambina. Mise la testa della gallina dentro il cassetto della cucina, lo chiuse e girò il corpo. Il giorno dopo mia madre potè mangiare carne. Raccontava che le era sembrata buonissima e che non riusciva a saziarsene. Ma com’era andata lo seppe molti anni dopo.

Superlavoro

Un periodaccio di superlavoro. Se l’ho già scritto, lo ripeto: il lavoro è una condanna biblica. Non ero nata per questo. Tutt’al più ero adatta a sorvegliare le mie terre nel selvaggio Ovest pattugliandone i confini a cavallo, armata di Winchester, nulla di diverso.

Maggio 878, 4 (ultima parte)

0619_-_Siracusa_-_S._Lucia_alla_Badia_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_22-May-2008

Mi alzo. Un drappello d’Arabi avanza verso di me.  La spada pesa, mi chiama.  Le mani tremano, come la notte che vendetti i gioielli di mia madre per avere farina. Qui muore Demetrio Nikeforos, stratega di anni ventitre, senza aver mai saputo nulla, visto nulla; non ho tradito eppure ho tradito; ho amato, malamente; non ho visitato nulla del vasto mondo; solo i nemici che dormono in me conosco bene; non sono stato nulla, o lo sono stato per troppo breve tempo. Questo è il mio epitaffio.

In capo al gruppo di nemici vi è un giovane dal volto asciugato dal vento e dalla sabbia fra i quali fu generato e visse. Per morire desidererei un aspetto altrettanto secco, oppure il volto di Eudossia mentre era sospinta in chiesa. Mentre penso questo tutto si fa nuovo, rifondato. Forse c’è ancora qualcosa. La Torre adesso è di materia definitiva e inattaccabile, e si oppone alla morte, un  nitido, candido rettangolo sopra la massa informe. Purezza, avorio, forza, procedenti dallo sfascio e dalla putredine; volti, forme restaurate; tutto nuovo, finale e iniziale insieme; se da questa fine nasce la grazia che perfeziona il tempo, forse davvero ciò che non si osa sperare è oltre la soglia, nei liquami del corpo disfatto.

Mi volto verso l’arabo che si è fermato davanti a me. I suoi occhi sono azzurri, il volto bello, annoiato. Davvero in questi occhi, in questo istante, in questa lama protesa è la mia morte? Sì, è così. L’arabo, questo che mi fissa da un tempo brevissimo e immemorabile, sarà il mezzo della fine; questo e nessun altro. Io non lo vincerò.

Tutto intorno si fa anfiteatro, per un attimo, e poi sprofonda di nuovo. Restiamo io e lui. Invidio la solidità nutrita di buon cibo, di sonni ininterrotti, che il mio avversario manifesta.

Mi colpisce inaspettatamente al braccio sinistro, di striscio, come un invito. Non il dolore, ma l’odore mi sveglia. E’ quello del sangue, che respiravo sulle mura quando ancora combattevo, ferroso e aspro in testa, che subito dilegua e lascia luogo a un aroma di miele e di fiore schiacciato, vischioso. Io, Demetrio, ero il guerriero che versava più sangue nemico. Non sprezzante, ma incredulo di ciò che formava la paura altrui, colpivo come danzando e i nemici erano ombre di luna che scivolavano nel buio sugli spalti, un bagliore d’occhi e scimitarra insieme, null’altro; alzavo questa spada e colpivo, senza temere e senza odiare, senza pensare a nulla, solo alla gola, al cuore del nemico che si offriva docile alla lama; e non ero mai diverso all’alba. E il giorno dopo pregavo di avere la fede necessaria a non concedere più sostanza di un’ombra ai nemici che avrei incontrato.

Costui che è davanti adesso è un’ombra egli pure, e adesso rifluisce quella facilità.

Il movimento col quale sguaino la spada è un semicerchio, come il Porto Grande.

Alzo e abbasso la spada davanti a me, compiendo lo stesso arco che fu il volo di mia madre dalle mura, avvolta nel sudario, quando un nemico sconosciuto, più temibile degli Arabi, a nostra insaputa aveva cavalcato l’aria salmastra e covato nei cibi avariati, nelle strade infette per i cadaveri, nei mucchi di sporcizia. Gettavamo in mare i corpi avvolti in bende, con pietre alla cintura, sperando che intossicassero il campo nemico e compissero così i morti quel che i vivi non riuscivano a fare, e con la malattia, piuttosto che con la spada, sconfiggessero i nemici.

E il volo di lei dalle mura, per la sepoltura marina,  il corpo, compatto come una statua nella tela candida, che era sceso in una  ampia curva, adesso serve per calare la punta della spada sull’arabo che vacilla, sorpreso dalla potenza e dalla bellezza del mio colpo.

Nei suoi occhi s’accendono ammirazione e rabbia -già questa è vittoria. Mi volgo al duello come a un gioco. Si avventa su di me a spada levata, io gli oppongo la mia, curvandomi all’indietro, e così duro per un istante infinito. Duro, come sugli spalti al principio dell’assedio, quando ancora non avevo paura, quando ancora ero la gloria di Siracusa e le notti erano vaste e colme di speranza.  Il fuoco che non brucia i corpi teneri nella fornace, i leoni ammansiti nell’arena, il fanciullo risparmiato sul monte -credi, credi.

L’arabo si libera, di nuovo si avventa. Io mi avvento con la sua stessa forza. Questa forza che spinge uno verso l’altro è simile alla forza che spingeva me ed Eudossia nei primi tempi del matrimonio.

E la mia spada affonda nella carne morbida dell’arabo; con un piacere fisico, come quando sugli spalti ho infierito la prima volta sul corpo di un arabo che aveva ucciso, e assaporavo il rumore dei calci sul ventre che si sfondava.

Inutile, repentina bellezza del duello; capisco che qualcosa o qualcuno mi sospinge dentro il passato dal quale attingo forza e figure per combattere -la spada alta levata adesso  è la Torre Grande; dalla vita terminata, dai luoghi scomparsi, traggo l’unica risposta possibile agli assalti del nemico, combaciante con le sue mosse, quasi che tutto sia esistito solo per consentirmi il patrimonio di atti che costruiscono questo scontro ammirevole, e nel farsi schemi di duello consumano la colpa e mi fanno lieve; la punta schivata, l’affondo parato, attingendo prescienza dei colpi nel canale invisibile che mi lega agli occhi turchini.

Che cosa ormai resta da usare come risposta o come attacco? Sottile avanza la paura, nelle membra striscia e s’insedia, e mi offre i cadaveri della breccia, i loro volti mangiati. Credi, credi, ai cieli aperti sopra Stefano protomartire, al fanciullo risparmiato sul monte. Non posso più credere e mentre paro il nemico interno quello esterno s’avventa. Io acconsento. Unitario in ogni fibra reggo l’urto al centro del petto, ripetendo in me la chiusura del vecchio servo quando lo picchiavo. Subito il corpo risponde nel modo consueto, con la meraviglia, con le dita che cercano l’elsa  e gli occhi che cercano l’avversario nel buio incipiente, invano, perchè quel che era mio adesso non lo è più, nè dita, nè occhi, nè nemico- recisi sono i fili.

Cose, paure, rimorsi, incombono come masse minacciose e torbide, mentre il cielo s’allontana veloce. C’è l’arresto contro un fondo e la risalita nell’acqua densa che assorbe e cancella quel che prima aveva torreggiato; cadono la violenza, i torti a Eudossia, gli arabi morti, i giorni di viltà, tutto quel che aveva colmato il cuore creato invece per l’incandescenza popolosa che adesso si rivela, si avvicina.

Maggio 878, 3

0619_-_Siracusa_-_S._Lucia_alla_Badia_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_22-May-2008

Restammo. Duecento bizantini un’oncia di grano, cento un cesto di verdura -poi anche le monete non furono più nulla e non vi fu più cibo. Mangiavamo le rose nei vasi, le radici; bollivamo stoffe, cinghie, scarpe, fino a renderle una poltiglia masticabile -che il ventre fosse pieno o vuoto, i dolori ci stringevano. Ogni cosa esisteva solo per essere o non essere commestibile. Più nulla era l’oro, i palazzi ben costruiti, la nobiltà dei natali, i legami tra le persone e ogni regola di vivere decoroso. Tutto era possibile.

Ho percosso un vecchio servo che era in casa dalla mia nascita, perché l’ho sorpreso a mangiare il pane secco che era il mio pranzo, e mentre lo schiaffeggiavo egli masticava, a bocca serrata.

Le madri ricacciavano in gola ai figli le cose che questi avevano vomitato, non avendo altro con cui nutrirli. Si mormorava che qualcuno mangiasse cadaveri, che uccidesse persino i più robusti e ne conservasse le carni sotto sale. Così il nemico era già all’interno e ci si guardava dai concittadini, dalle vie della nostra stessa città, che difendevamo come una madre.

Con la fame, tutto era perduto e falso. Di nulla mi importava. La morte certa sedeva in teli neri sugli spalti, spingeva le onde del mare, muoveva i corpi a congiungersi, vuotava le cantine, in attesa anche di me, dell’invincibile, immortale Demetrio. Le difese che ero solito alzare contro tali pensieri cadevano. Il silenzio meridiano e profondissimo, che si stendeva per meglio far udire gli schianti cadenzati delle petriere verso la Torre Grande, significava quello finale che ci attendeva; e la gran luce del mezzodì, rotta appena, in cima alle mura, da poche figure avvolte in mantelli scuri, era annuncio di quella divina che si preparava per tutti noi.

Andavo nei luoghi solitari degli spalti, a oriente, là dove non vi erano combattimenti. Con indifferenza Costantinopoli perdeva Siracusa: non un verso, un monito a ricordarla, solo un ultimo luccichio di elmo e lama, il volgersi triste di un profilo su uno sfondo di tenebre. Infine non andai più sulle mura, non abbracciai più Eudossia. Di giorno cercavo avanzi di cibo in cantina e nei vicoli intorno al mio palazzo, o restavo disteso nel letto della mia stanza a guardare il sole dorare ora una ora l’altra parete, addormentandomi per debolezza al tramonto, quando avrei dovuto salire sugli spalti. Mi sembrava di aver già fatto tanto, dato tanto; l’assedio era un’offesa, un torto imperdonabile.

Nelle strade bruciava un sole nuovo, che si sarebbe detto appartenere all’estate, non al principio di primavera. Le mura degli edifici già all’alba parevano di metallo incadescente, il crogiuolo di una divinità antica e crudele che vi rimestasse per trarne armi spaventose, in un candore dove i volti della coppia imperiale erano distanti, la Vergine delle icone presaga e dolorosa, e io stesso una superficie  sottile, curvata ora dall’orrore esterno ora dalla paura interna.

Che cosa avevo mai avuto, mi dicevo, che cosa era stato come credevo e volevo? Frode ovunque e sempre, la città, Eudossia, il mio stesso valore. Adesso capisco che nulla invece mi fu sottratto e che della vita ho vissuto tutto; che altro avrei dovuto vivere? Cos’altro, se non questo avvicinarsi al limite, e vedere tutto, ogni luogo e persona mutare e farsi estraneo o sparire? Solo fu più rapido; e solo per viltà avrei desiderato una fine lenta, una morte inaspettata.

Le grida dei rinchiusi e quelle dei carnefici, i tonfi cupi delle travi contro il portone mi chiamano dalle pietre che mi celano. Sento mia moglie rannicchiata in un angolo. Avrà perduto il viso glorioso della soglia? Ancora vorrei rivederlo, quel viso nuovo balenato per un attimo.

Lei è stata il tradimento più atroce. Negli ultimi tempi, più non la conoscevo: a sera usciva e mi lasciava ad udire l’eco del portone richiuso; addobbata con gioielli e abiti lussuosi; aveva i capelli lucidi e spessi  per la penuria d’acqua, pettinati in lunghe trecce, come code di scorpione, non più i ricci vaporosi dell’inizio; i fianchi ossuti e ampi e la tunica dall’alta cintura ben stretta sul seno; l’ultima Eudossia, senza legame con la fanciulla che mi incantò nel vicolo tirando a sè, in un solo attimo, i miei sogni sparsi, con la creatura atterrita il giorno delle nozze in Cattedrale.

Mormoravano che si vendesse ad altri per un po’ di cibo. Una sera che l’ho incontrata in strada quasi non la riconoscevo: aveva lo sguardo di Niceta di Tarso il giorno che gli Arabi lo scuoiarono sotto le mura, sotto i nostri occhi, con le pupille giravano nel bianco impazzite. Nel baluginare dei gioielli che più nulla valevano, ornata come se fosse ancora possibile la vita antica, cercava salvezza tra chi aveva ancora la forza d’amare, o fiaccava la sua fame contro l’anello delle mura, in un lungo vagare, eternamente cercando tra i blocchi di pietra la via al mondo di prima; e adesso so che quella sera avrei dovuto abbracciarla. ricondurla a casa nostra. Non l’ho fatto, ho finto di non conoscerla: mi vergognavo. Come posso essere perdonato? Come ho potuto essere tanto superbo, io che tutto ho violato, anche lei, io che fui il più grande tradimento di me stesso? Quando più non riuscivo ad alzare la spada sopra i nemici, quando mi aggiravo sugli spalti o presso la breccia delle mura e scrutavo la loro fine cercando in essa la prefigurazione della mia, cercando di capire come e cosa essa fosse, l’anima si è aperta a ciò che prima le era estraneo, come le nostre bocche che si aprivano a ingioiare ciò che un tempo era vietato e divenni voragine invece che tempio. Io che ero stato stratega e presidio di Siracusa, il fiore della sua giovinezza, divenni colui che contava i morti,  che accompagnava gli agonizzanti;  memoria degli errori, delle frodi, delle carni putrefatte; colui che abbandonava persino sua moglie.

Fui ingannato e soprattutto ingannai: questa è stata la mia vita, e forse quella di tutti. Che cosa fu vero? le sere con Eudossia, dopo il matrimonio, quando, prima di andare sugli spalti sedevamo vicini nella loggia orientale. Vociari lontani, fili di fumo, acqua e cielo striati di porpora imperiale –e subito un grido dagli spalti, un’ombra sul volto di lei, spezzava la pace; la tinta scarlatta tornava  ad essere il riflesso del sangue sparso, la notte saliente dal mare era lo specchio freddo dei nostri giorni.

Le torce, un crepitare lento e sommesso, poi l’esplosione di un rombo cupo, di potenza rattratta e oppressa, finalmente liberata. L’odore di bruciato, lo strinire di stoffe e capelli alle fiamme sovrastano le urla. La chiesa è in fiamme.  Umidore in tutto il corpo, il cuore forte si prepara col battito alla fine, lui che per molti anni ancora avrebbe potuto rintoccare in questo mio corpo. Distinguo ogni aroma mentre si consuma nel fuoco. Questo è il legno delle travi che ci coprirono, queste le vesti, questi i riccioli di Eudossia, quest’altro proviene dalle sue membra sante e misere che colmarono i miei tempi ultimi. Tutto va con lei in fuoco e fumo.

Maggio 878, 2

0619_-_Siracusa_-_S._Lucia_alla_Badia_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_22-May-2008

Poco lontano da qui, nel vicolo che dal Duomo giunge fino a questo spiazzo, al principio dell’assedio Eudossia mi ha rivolto per la prima volta la parola da che l’avevo veduta in quel cortile, ora crollato sotto i colpi delle petriere. Era come alata, seguita da un’ancella; babbucce lievi e zoccoli sul lastricato, occhi brillanti ed occhi opachi sotto i palazzi che quasi si sfioravano, sotto le tende e i panni stesi sui quali il sole batteva; mi accostò, nove mesi fa, che ero ancora giovane; e mentre mi salutava e mi parlava, il vento dal porto soffiava nel suo velo, gonfiandolo. Quel che prima era sparso intorno a me, i porti d’Oriente, il movimento d’uomini e cose sulle rive del Mediterraneo, le donne sui moli, le spezie di paesi misteriosi, le rotte, le avventure, le mille vite, le alghe e le funi calde di sole; tutto quel che per me in quell’aroma era vita e libertà lo trovai nel suo velo gonfiato, fra quei riccioli, e per semplice compresenza mi legò a sé e alla città. Come avrei potuto mai desiderare un’altra vita lontano da lei che tutto conteneva?

Adesso so ciò che per me era in serbo dentro a quel velo, dentro alle mura alle quali mi costrinse.

Alle mie spalle sento la Cattedrale, immensa, col sagrato gremito delle tende che vi montarono gli sfollati dai quartieri esterni e dalle campagne. Nella chiesa, buia, perché anche la cera si è mangiata per vivere, il giorno in cui ho compiuto ventitré anni ho sposato Eudossia, al principio di Gennaio, con una cerimonia breve. Lei già non era più la fanciulla incontrata all’inizio dell’assedio, ma una giovane donna dagli occhi enormi, affamati; al corpo ormai magrissimo erano appesi seni che parevano grossi sotto la tunica e fianchi larghi, anche se ossuti, come invocanti amore e maternità, i segni gonfi della vita su una morta.

La Cattedrale. Presto sarà violata -già dal lato della Porta Regia sento clamori di gioia. Subito, fin dal primo giorno, avrei dovuto sapere; quando, al serrarsi delle porte, andai alla Messa, e, mentre pregavo, tra le colonne antiche sottratte alle divinità pagane e consacrate alla Vergine Maria, ho sentito chiuso il cielo le mie parole non più, come prima, carne e sangue, ma sillabe senza senso e fede; poi, tra le fiammelle delle candele intorno all’altare, le colonne si sono fatte candide, come dovevano essere prima che il Salvatore giungesse, e una fanciulla in armi, terribile, splendeva in fondo alla navata. Lucevano dall’elmo gli occhi azzurri, si piegavano le gambe forti, abituate a correre nei boschi, scattavano i fianchi stretti e sterili -ella s’avventava su di me. Non chiusi gli occhi in attesa del colpo, la fissai immobile: mi attraversò senza vedermi, scuotendo le armi con fragore orribile. Tutto abbandonava la città, ogni favore divino, persino le antiche divinità che l’amarono, e io non volli capire.

Ancora clamori, più vicini. Ancora pochi attimi. Tacciono ormai le macchine petriere, i Siracusani nascosti, le preghiere ormai dimenticate, o mormorate solo in cuore; tacciono i nemici che avanzano ancora incerti, ignari della città. Come vedranno Siracusa che per nove mesi fu chiusa gloriosamente a loro, che offrì solo l’anello di mura candide? Siracusa la nobile, prediletta dall’Imperatore; Ortigia, corona di torri, cuore staccato dalla città intorno al quale la città viveva, nave maestosa, regno santo di Costantinopoli, certezza. Voleva prendere il largo, allontanarsi dalle colline dove si stendevano i quartieri di Tyche e Acradina, dai monti Climiti che la guardano severi, ma era trattenuta dall’istmo; e ora essa trattiene noi.

Al principio dell’assedio, catene lunghissime, di acciaio temprato, chiusero i porti di Ortigia; e là dove navi di ogni porto avevano transitato  a recare mercanzie, si fronteggiavano navi da guerra. Guardavamo i porti dalla Torre grande, sull’istmo presso la Porta Regia e credevamo di vincere.

Greggi pascolanti sul colle Temenite! passione, passione per la città perduta! Eravamo felici e non sapevamo d’esserlo…

Altre città ebbero poeti, memorie e gloria: la nostra affonderà nel buio che si addice a questo tempo triste, di imperatori lontani, di fedi incerte. Il mio maestro mi leggeva di un lungo assedio sotto le mura di una città lontana; vedevo il poeta antico e la dea che l’aveva ispirato camminare fianco a fianco su per una strada ripida, lui vecchio e lacero fra i sassi polverosi, lei agile e giovane, vestita di bianco e d’oro, in corsa lieve sopra il basso muretto al quale il poeta di tanto in tanto s’appoggiava vinto dalla debolezza. Vedevo la dea alzare le braccia per bilanciarsi e scoprire la rotondità di seni e fianchi, fanciulla e matrona, la vedevo avvicinare il volto a quello del poeta e guardarlo a lungo -occhi brillanti contro occhi ciechi e spenti; la vedevo chinarsi e baciare il vecchio sulla bocca, dischiudendo le labbra rosee e morbide come i molluschi di un tempo a Porta Marina, e così, con quella lingua umida e veloce, infondergli il sapere suo.

Ma chi stava accanto a me nelle notti di combattimenti era una creatura spettrale, avvolta di un’ampia veste dove la luna scavava ombre, né sapevo in quali stelle cercare i suoi occhi. Non più canto, ma un ordine: scrivi! Scrivi alla chiesa di Smirne, di Efeso, di Laodicea, che Siracusa è perduta -ma questo io non riuscivo a scrivere.

Ancora il Patricio guarda, dalla finestra della Torre; o forse è un mio vaneggiamento, il sogno di una mente incerta per la paura. Colpa sua se giungemmo a questo. Il Patricio, cugino di mia madre, da quando sono nato governa la città per conto dell’imperatore. Dal sagrato del duomo, dall’alto delle torri, sono piovute le parole sue, giuste, sante, pacate; fermavano, inducevano gli uomini a tornare là dove indicava colui che era l’ultimo legame con il mondo sotto la cui aquila eravamo nati e vissuti, l’unico garante che davvero esistesse, e fosse di noi sollecito, quell’imperatore che ci guardava con occhi rotondi da arazzi e mosaici. Io restavo ai margini dell’incanto, sentivo come perdevano e salvavano le parole del Patricio; a morto rintoccavano sulle teste, placavano le dicerie sul grano nascosto che da più parti si levavano, ma in nulla mutavano le cose: solo inducevano ad accettarle, e tuttavia sacrilegio sarebbe stato negare quelle parole; le custodivo nel cuore per la notte, quando sarei salito sugli spalti a uccidere .

Al principio dell’assedio da lui apprendemmo che l’Imperatore presto avrebbe ricevuto la nuova dell’assedio alla città cristiana, e sarebbe balzato in piedi dal trono, furente. Presto la sua flotta avrebbe forato l’azzurro a oriente -forse già domani i fuochi sui monti Climiti ne avrebbero annunciato l’arrivo.

E quando le catene dei porti caddero, il Patricio ci mostrò l’imperatore che già aveva radunato tutte le navi tra Africa e Grecia: già esse procedevano sospinte dal vento favorevole che gli angeli soffiavano, gonfiando le gote; doppiavano il Peloponneso in assetto di guerra, e quasi vedevamo sull’ammiraglia il Re ergersi sulla tolda, con i difensori dei Sacri Fianchi inginocchiati accanto, come sulle monete.

Ad Aprile vi fu l’ultima menzogna, la più dolorosa. Dopo il temporale, che ci approvvigionò d’acqua, dopo l’incendio di una petriera che ci liberò per un poco dalla paura, al principio del mese, i presagi fausti si infittirono, pesche eccezionali alleviarono la fame, e a occidente, sui monti Climiti, i fuochi accesi annunciarono l’arrivo prossimo della flotta bizantina guidata dallo stratega Adriano. Il Signore degli eserciti ancora non aveva distolto il suo volto e l’anello di mura presto si sarebbe schiuso, ci annunciava il Patricio dalle verande del palazzo.

Attesa. Infine qualcuno disse che il navarca Adriano da troppo tempo attendeva nel Peloponneso il vento propizio, e ancora lo attende: le navi dalle vele ammainate erano all’ancora nella rada, i marinai sparsi per boschi e villaggi, in cerca di vino o donne, gli ufficiali bevevano sulle tolde. Un sortilegio, una magia egiziana, respingeva siracusani e romei sulle rive opposte d’uno stesso mare, chiusi questi nelle mura, quelli nei boschi, bisognosi gli uni degli altri, ma destinati a non raggiungersi mai.

Un giorno gli aliti stregati delle selve cesseranno, lasceranno luogo al vento giusto: ma cosa troveranno giungendo qui? La Torre spezzata, e macerie rigate di travi carbonizzate; solo cose rotte, senza uomini. E quando questo si seppe, ancora le parole del Patricio a coraggio e speranza chiamavano dalla vetta della Torre; fugaci come le rondini che lasciavano la città, così belle da non poter sembrare false, e ci immettevano in un ordine più vasto -e tutti, tranne me, continuavano ad affilare le spade, preparare le frecce. Io no, io avevo lasciato gli spalti.

Adesso lo perdono di tutto ciò che disse; una forza più grande di lui e di tutti noi lo ingannò.

Restammo. Nessuno sa perché.