Lettera al Figlio Maggiore che esce di casa

Ebbene, hai avuto ciò che desideravi, ciò che desideravamo per te. Il tuo sogno si è compiuto: avrai il lavoro che volevi, ciò per cui eri ti eri preparato, dopo la laurea, per tre anni durissimi. Al termine di esami tremendi, andrai molto lontano e farai onore  a te stesso, a noi e al tuo paese. Ogni sacrificio, tuo e nostro, è adesso giustificato e di questo ringrazio te e quel Qualcuno che, da lassù e chissà perché, ci ama.

E io sono felice e infelice al tempo stesso. Fiera per te e per noi, già ho nostalgia, pur essendo tu ancora qui, del tempo in cui eravamo noi quattro, tutti insieme. E mi sembra di non aver fatto abbastanza per te, anche se, come dicono qui in Sicilia,  sei stato cresciuto da me e tuo padre con ciatu de l’arma e pezzi di core (fiato dell’anima, pezzi di cuore). Si può fare di più, mi dico, e mi butto tra le cose, a comprare quel che ti può servire, quel che ti penso possa servire -camicie, cravatte. In fondo Proust aveva ragione a scrivere che per le donne ogni evento della vita, dal funerale al matrimonio, è una questione di vestiti.

E la cosa più assurda è che so che anche tu sei felice e infelice, anche se non dici niente. E’ un tempo felice e grave per te. Quando siamo usciti da quella sala dove avevi sostenuto quell’esame orale terribile, nel quale eri riuscito a non dare alcun segno di nervosismo, e che hai condotto davvero da uomo, ti sei chinato su di me per abbracciarmi e le tue labbra tremavano. Già sapevi che tutto sarebbe cambiato. Grazie di tutto, tesoro.

 

Il futuro della moda

In questo ottobre caldissimo, di nubifragi con 33 gradi a mezzogiorno, di monsoni e aria condizonata; di alunni che sudano stravolti nei loro jeans elasticizzati in aule rigorosamente al sole; di mosche, coccinelle, fiori che sbocciano rigogliosi senza posa  ( ma no, il clima non sta cambiando), ci si rende conto che il futuro della moda è in quello che già si indossava migliaia di anni fa, vale a dire questo:

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Gonne di lino per gli uomini, tenute scostate dal corpo, presumibilmente, da bastoncini di bambù! Basta pantaloni, chiediamo agli stilisti come minimo un caftano, una gonna pantaloni freschissima! E gli antichi Egiziani, che sapevano campare, avevano anche gli astucci portabarba di vimini, per non far sudare il collo, utili anche per indurre a sospettare un’età più matura e rassicurante:

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Qualcosina da imparare dal passato la abbiamo….

 

Immagini tratte da Wikipedia, s.v. Tomba di Tutankhamon

 

 

Quando eravamo dee

319px-Venus_von_Willendorf_01Questa è la Venere di Willendorf, conservata al Naturhistorisches Museum di Vienna (immagine tratta da Wikipedia s.v.) . Si data nella fase finale del Paleolitico Superiore, come molte altre simili, tutte rinvenute lungo i sentieri di caccia dei gruppi nomadi. Non si trovano mai statuette maschili, solo femminili, e tutte con evidenti segni di numerose gravidanze; nessuna ha un volto, non sono ritratti, e addirittura spesso, come in questo caso, il viso è celato da un casco di denti di cinghiale. Non sono donne particolari, sono la Donna.

Questo tipo di rinvenimento è rimasto un mistero fino al libro di Bachofen. Il matriarcato paleolitico sarebbe scaturito dalla mancata connessione logica tra l’unione di uomo e donna e il bambino nove mesi dopo. La gente di allora non aveva ancora potuto stabilire quali fossero gli effetti di cause lontane nel tempo. Alle donne si attribuiva la facoltà divina di generare da sole: dunque erano dee.

Se lo dici oggi, la gente ride. Ma in fondo, se ben guardiamo, anche a noi qualcuno l’ha spiegato come nascono i bambini.

Poi, e probabilmente fu una donna, che come dea non andava a caccia e attendeva fuori dalla caverna il cibo, a capire che nel luogo dove era caduto un seme tempo prima era nata una pianta. A quel punto la connessione tra fatti lontani nel tempo fu stabilita. Era nata l’agricoltura e per noi donne la pacchia era finita. Ancora se ne pagano le conseguenze :).

 

 

La scuola come capro espiatorio

E questo lo scrivo come Cicero pro domo sua. Gli abbandoni scolastici, la crisi del mercato del lavoro, la disoccupazione giovanile vengono attribuiti ai tagli al sistema dell’istruzione italiano che impedirebbero una formazione aggiornata dei ragazzi. E questo è vero solo nel senso che le persone laureate più valide non faranno mai gli insegnanti, visto lo stipendio che prenderebbero.

Per il resto, la scuola italiana in linea di massima è ottima. Insegna a leggere un testo, ad esporsi in pubblico, a usare la logica matematica, a saper apprezzare un museo e non soltanto un pub quando si esce dalla propria città, a cavarsela in inglese (d’accordo, per l’inglese si dovrebbe fare di più). Contrasta la dispersione come può e favorisce in ogni modo l’inclusione. Cos’altro dovrebbe fare? Formare ragazzi a usare l’ultimo programma di grafica o calcolo, che sarà superato l’anno dopo il loro diploma? Piuttosto fornisce gli strumenti per affrontare i cambiamenti del mondo. Sarà per questo che i nostri ragazzi vengono assunti all’estero?

Il vero motivo non è la scuola, ma la bassa retribuzione che in Italia spetta al lavoratore medio. Un ragazzo che non abbia una famiglia solida (in tutti i sensi) alle spalle non ha alcuna spinta a terminare gli studi, sapendo che al massimo guadagnerà, se va bene, il necessario per non morire. Bisogna che il lavoro torni ad essere appetibile.

 

Ode alla padella in ferro

Stanca delle padelle antiaderenti (sarà graffiata? quali sostanze starà rilasciando nei cibi? e già mi sentivo malata), ormai preda da più anni di un’Operazione Nostalgia su vasta scala, ho acquistato una padella in ferro di una nota marca francese. Ero molto dubbiosa, ma in poco tempo la crosticina dorata dei fritti, la rapidità di cottura, il sapore delle cose cucinate mi hanno conquistato.  E poi, volete mettere il piacere di usare la forchetta di metallo su una padella?

Lemnos

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Nell’isola greca di Lemnos, di fronte alla Turchia, il vento è così forte che gli alberi non ci sono,  e quei pochi che ci sono crescono come nella foto. I cacciabombardieri attraversano il cielo ogni mattina.

Esci dall’albergo di lusso e sei in un povero villaggio, oppure nel deserto più assoluto. Ma in quelle poche, misere case, si mantiene il ricordo di antiche canzoni greche e turche.

L’isola intera sente la presenza a Nord della Città, di quella Costantinopoli perduta per i Greci nel maggio 1453. Istanbul, che deriva il suo nome dal greco eis ten Polin, nella Città, perchè era la più bella del mondo, la Città per antonomasia.

Nel Mani, penisola del Peloponneso, là dove neppure i Turchi riuscirono a penetrare, negli anni ’50 del Novecento, in un villaggio additavano ancora l’ultimo discendente dei Paleologi. Faceva il pescatore, ma tutti lo veneravano.

 

Le ragioni di un amore

C449350A-EDDB-48CA-805F-CD21126631FFSi tratta del mio amore per la Grecia. In Grecia mi sento benissimo, sono a casa. Ci vivrei. L’altra sera ne parlavamo con i Figli, che condividono questa mia passione. Secondo loro dipende dagli studi fatti. Quello strapparsi a fatica dal Partenone, quella gioia nell’Agora’ le attribuiscono al liceo classico.

Verissimo. Stare nell’Agora’ e pensare che tutto si è compiuto per noi in quei due chilometri che la separano dall’Acropoli – tutto, la politica, la genesi della democrazia e del pensiero filosofico, il teatro e ciò che per noi da esso deriva, il cinema; quello stare fermi a guardare le storie di altri per lasciarsene educare e purificare- tutto è stato la’.

E ancora, uno spazio così piccolo, un popolo così piccolo, che fa tutto questo stretto tra imperi colossali che pensavano solo a riprodursi intatti da millenni.

Eppure, non è solo questo. C’è qualcos’’altro che non so capire. Come in tutti gli amori, le ragioni restano misteriose. Il dio bendato colpisce a caso, anche nei confronti dei luoghi.

Come si ammalano i cuori (ovvero il colesterolo non esiste, 2)

Già una volta avevo dovuto capire, mio malgrado, dove si viene colpiti quando si ha una brutta notizia. Quando mi hanno detto che il Figlio maggiore era codice rosso, è stato come se il mio cuore sbattesse contro un muro.

Ad agosto invece ho dovuto capire il significato dell’espressione un tuffo al cuore. Quando mi hanno detto che il cuore di una persona amatissima forse doveva essere fermato –per pochi minuti, sa? Poi una scossa elettrica e riprende a battere; allora il sangue nel mio petto è ritornato in alto con mille zampilli.

Perchè quello che fa ammalare i cuori sani non è il colesterolo, la pressione, il fumo, o meglio, questo si aggiunge; ma vedere star male gli altri cuori.

I due volti di Athena

Athena mi sta molto simpatica. Nata dalla testa di Zeus, sceglie di non sposarsi e presiede ad attività tipicamente maschili: la sapienza, la techne, la guerra. Alcuni vedono un contrasto tra la sapienza e la guerra, ma forse la guerra è intesa non come lo scatenarsi della furia bellica, per quello c’era Ares, bensì come la logica pianificazione di una strategia. Athena scruta nel buio dell’irrazionalità, dove stana e combatte i mostri, e il suo animale è la civetta che vede di notte. L’unica nota stonata è che vota a favore del matricida Oreste.

La figura di Athena è stata ripresa alla fine dell’Ottocento in una statua che replica il tipo della Parthenos fidiaca davanti al Parlamento di Vienna

Ha deposto le armi, la celata dell’elmo è sollevata e offre agli austriaci la vittoria, come nel Partenone di Atene. E , come allora, l’offerta è illusione e menzogna.

Ma nello stesso periodo, Klimt dipinge un piccolo quadro, molto più veritiero e lucido. Raffigura Pallade Athena come una fanciulla severa, dallo sguardo magnetico

Di Gustav Klimt – Repro from artbook, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10572883

Lo sguardo di chi comandava gli eroi, e che fa scrivere ad Omero, quando Achille incontra la dea, che Terribile è per l’uomo vedere gli dei immortali.

Tiene la Nike nella destra, ma non in offerta, la mano sembra trattenerla; sulla spalla sinistra la civetta, la celata dell’elmo è abbassata. La dea scruta le tenebre che stanno per avvolgere l’Europa per oltre cinquant’anni. E forse il suo sguardo manifesta la consapevolezza che neppure lei, figlia di Zeus, potrà combatterle.

Athena e Perseo, 3 ( e ultimo)

Il corpo di Medusa è vibrante senza forma in ogni recesso della caverna, prende tutto, e c’è qualcosa di mostruoso in questo, qualcosa che non deve esserci assolutamente; quando ero nella cassa con Danae, con mia madre, lei si faceva minuscola per lasciarmi aria e spazio, raggomitolata in un angolo, carezzandomi con una mano, cullandomi con una ninna nanna; e poi, da ospiti nel palazzo di Polidette, sempre sulla soglia, sempre a guardarmi crescere, a insegnarmi a vivere, ma con una parola o uno sguardo appena, senza volere nulla. Come se fossi ancora sotto i suoi occhi e il suo sorriso dolce, come sospinto da chi nella cassa mi salvò, senza pensare mi giro e cammino all’indietro. Sulla soglia alzo lo scudo e di nuovo la fascinazione si alza come una trappola di lacci. Vedo riflesso un volto terribile per volontà e desiderio, e il modo in cui mi vuole è mostruoso per intensità, così mostruoso che non posso staccarmi e pensare, ma solo fissare le serpi sibilanti dal capo, gli occhi piccoli e innocenti nel loro desiderio. Ma guardo, guardo il riflesso nello specchio e nella bocca fra i dentini vedo un vapore, e nel vapore di nuovo passano e si ripetono senza sosta gli armati di prima, i milioni di passi, saluti, volti tutti uguali, ma ora li guardo come insieme a mia madre Danae, da sotto al suo amore che mi faceva unico e che mi dava spazio. In nome di lei, di chi mi ha fatto spazio, alzo il falcetto e il taglio è netto, un colpo senza incertezze, come se una mano guidasse la mia.

Il sangue nero di Medusa sprizza e mi inonda fumante; e nel vapore che si alza si afflosciano le serpi ad occhi chiusi, la massa del corpo si ritrae e si dissecca, si disperde la nebbia fuori dalla caverna, il sole si tende nel cielo. Non era niente, niente, una figura di sogno buona a tener buoni i bambini, un otre gonfio di nulla, tutto quel che ci fa paura è vapore di buio. Ma avanzo fuori e nella luce gloriosa gli alberi di carne umana sono tutti là, immoti e candidi a milioni e mai più si muoveranno, scheletrici e morti nella vita ritornata.

Athena appena fuori dalla soglia sembra triste, a fatica sorride, ansante, e tende la mano. Io le do la testa di Medusa. Adesso non ha più nulla di tremendo, è una sorella e basta, è una fanciulla dai capelli sudati sulle tempie, che tiene l’elmo in mano e si allontana scrollando le spalle, verso le colline a sud.