Il pranzo dei morti, 6

Donna Cubitosa entrò in cucina .Là le sembrava di stare nella radice delle cose. Per arrivare in cucina bisognava scendere di mezzo piano le scale di servizio dell’ala est e si arrivava subito in un enorme sala seminterrata, che aveva quattro finestrone poste in alto, come pentoloni che rovesciassero non minestre, ma fiumi di luce, non sufficienti tuttavia a fugare l’oscurità dagli angoli. Un enorme camino a destra dell’ingresso, i fornelli a sinistra e poi tavoli, tavolini, stipi, appendini pieni di mestoli e casseruole e da una cosa all’altra un continuo via vai di persone che nell’enorme ambiente sembravano stranamente minuscole, sguatteri, cuochi, pasticcieri, e, circondato da un nugolo di sotto cuochi, il monsù che costava la rendita del feudo di Geraci e che era ritenuto il migliore della Sicilia occidentale.

La marchesa lasciò entrare in sé la strana pace di un luogo tanto pieno di attività. Si stava bene là sotto. Era un grosso ventre confortevole che partoriva ogni giorno la vita della dimora, pensò la marchesa, quello da cui suo marito aveva reciso ogni legame. Lo ristabilirò, si disse lei, masticando un tozzo di pane, lo aggancerò di nuovo alla vita. Il Monsù le fece la reverenza

-Comandate marchesa-

-Quali sono le pietanze preferite dal marchese? Ordino che le prepariate tutte per il pranzo di sabato prossimo-.

Arancine,  maialino allo spiedo, caponata, pesce spada, sorbetto di gelsomino e sorbetto di limone, babà alla crema con trionfo di frutta, quindi confetteria di ogni tipo, l’elenco era un cantilena magica che già radicava alla vita la marchesa, ancora di più. Arancine dorate col cuore di ragù che si scioglieva in bocca al primo morso come un regalo, il mare di caponata scura distesa nei vassoi , che parlava di strane fusioni e terre lontane rese vicine dalla curiosità e dall’intelligenza, e poi i colori chiari dei sorbetti fatti con la neve dell’Etna che dal cuore dell’inverno parlavano d’estate e rallegravano…questo amava il marchese? Lei non se ne era mai accorta e questo le diede una stretta al cuore perché il monsù non aveva esitato nel fare la lista: anche i sottoposti conoscevano il marchese meglio di lei. I gusti di lui erano una realtà ben nota a tutti nella dimora e ignorata solo dalla moglie, e questo era peggio che ignorare che un marito abbia un’amante, mentre tutta la città lo sa. Anche per questo forse lui si lasciava morire, per l’indifferenza di lei?

Ma non c’era modo di rattristarsi troppo: davvero quel banchetto poteva chiamare alla vita e far sentire forte la ricchezza infinita del mondo a cui il marchese stava rinunciando. Di nuovo il monsù, Marchesa però sarà molto, troppo difficile trovare pesce spada freschissimo qui a Palermo..lo pescano solo nello Stretto. La nostra feluca lo farà arrivare qui in un battibaleno, volerà sino a Messina. Come dev’essere cucinato? E’ il re di ogni banchetto, a lui deve essere accordato il posto centrale e celebrato degnamente con la giusta ricetta…Vedete voi, amico mio, a voi e alla vostra sapienza mi rimetto interamente.

-Madame, sarà il pranzo dell’anno. Sarà meraviglioso-

Una nuova felicità arrivava come una lenta ondata e in questa Cubitosa vedeva gli ingredienti dei cibi salire dal suolo, a uno a uno, e con piccoli fini o tentacoli entrare negli uomini e spingerli verso l’alto, verso il cielo –una profonda unità tra il basso e l’alto, tra il cibo e l’anima che era sacrilego negare. Solo un malvagio poteva restare insensibile davanti a tanta grazia. Poiché il marchese malvagio non era di certo, poteva davvero essere salvato.

E come? si disse lei. Nulla doveva esser dato in sacrificio a quel Qualcuno che da lassù ci ama? Un tributo che ponesse sotto buoni auspici l’impresa?

-Monsù, per il pranzo di quel giorno, fate in modo che ci sia pesce spada e arancini per tutta la gente di casa, fino all’ultimo sguattero-

Nel occhi del Monsù brillò qualcosa, una luce incerta tra ammirazione e commozione

-Sarà come disponete, Vostra Grazia- mormorò nel bellissimo inchino che le fece.

-Gerlando, fate recapitare queste lettere. Sono inviti a pranzo per gli amici del marchese. Per la spesa vi farete dare la lista dal monsù-

Durante i suoi vent’anni di servizio in quella casa il maggiordomo aveva visto molte cose strane, ma nessuna strana come quella. Un invito formale mentre il marchese stava male. Era molto peggio che vedere crollare le mura di Palermo sulle quali il palazzo era costruito: il mondo intero crollava. Qualcosa di questi pensieri si rese visibile sul viso di Gerlando e la marchesa lo rassicurò

-Non temete, non è oltraggio. E’ forse l’unico modo di far mangiare il marchese-

-Ma lui crede di essere morto e a stento beve un poco di brodo-

-Gli faremo credere che lo sono anche gli altri. Sarà il pranzo dei morti. Forse così tornerà a mangiare-

Gerlando esitava e sudava

-Perdonate marchesa. Potrebbe forse farsi subito, con persone diverse…-

Lei capì cosa intendeva Gerlando, e cioè che poteva fingere la stessa cosa lei e sedersi da morta quella sera stessa, iniziando così la cura da subito

-Il marchese in questa casa non ama nessuno. Con le persone che davvero ama e i cibi che predilige, entrambe le cose assieme, tornerà in lui la voglia di vivere. Non c’è altro. Favorite di preparare come apparecchiatura quella del sole radiante-

Gerlando s’inchinò con un sorriso. Non erano crollate le mura di Palermo o quelle della dimora di Sua Grazia, ma altri muri invisibili, ben più saldi e separanti, quelli intorno ai cuori e questo creava una gioia dilagante, come una finestra spalancata su un nuovo, bellissimo giorno. Per la prima volta la marchesa lo aveva ritenuto degno e lo aveva messo a parte dei suoi piani, lui Gerlando semplice maggiordomo. Quando si raddrizzò dall’inchino era più alto e la marchesa colse negli occhi di lui un baluginio nuovo, come un presagio di vittoria, la gioia che annunciava la via giusta.

Il sole. La vita che tornava prepotente. I piatti a foglie d’acanto gialle e verdi e i sottopiatti dorati. Caldo nel cuore e nelle viscere. Tutta la potenza, il calore e la bellezza della vita, la stessa che spingeva i fichi d’India a mettere radici nelle rocce, convogliata in una tavola che doveva resuscitare chi non voleva più vivere né morire.

Primo piatto per tutti i giorni, n.2

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Ingredienti:

-250 gr. di pomodorini secchi

-due belle manciate di foglie di menta e basilico

-olio evo q.b.

Fate rinvenire un paio d’ore i pomodorini in acqua a temperatura ambiente; quindi portate a bollore in un pentolino un po’ d’acqua senza sale e fatevi cuocere i pomodorini per qualche minuto.

Quindi fate raffredare e frullateli con un frullatore a immersione insieme all’olio, al basilico e alla menta. Risulterà una specie di massa densa, come da foto. Al momento di condire allungate con l’acqua di cottura della pasta qualche cucchiaiata del pesto di pomodorini. Quando la pasta è cotta, mescolatela al pesto diluito e condite con abbondante parmigiano/pecorino.

Umbrian style

Curzio Malaparte, ingiustamente dimenticato, scrisse che gli Umbri erano matti. Li aveva visti in guerra, nelle trincee, intenti  a ridere nei momenti di maggior pericolo, a comportarsi nel modo opposto a quello di tutti.

IMG_2195Oggi ho visto una festa , e la vedo ogni anno ma mi stupisce sempre, in cui  veramente questo si dimostra vero; una festa in cui dei tre santi si sa già chi arriverà per primo,  la’ di corsa in cima al monte. Una festa che dura un giorno, ma che è l’immagine di come dovrebbe essere la vita intera, perché non conta arrivare primi, ma fare bene la corsa. Il che non significa, biecamente, che l’importante è partecipare, ma fare le cose per bene, senza ingannare, proprio a regola d’arte, che è  già cosa grandissima.

E quindi attenzione agli umbri matti , perché all’improvviso fanno cose che non hanno prezzo e quindi non sono davvero organici a nessun sistema, anzi i sistemi li hanno in uggia e cacciano anche la morte con un bicchiere di vino.

Il pranzo dei morti, 5

Non basta-si disse la marchesa all’ora di pranzo del quarto giorno. Era davanti allo specchio della sua camera e si vedeva in un modo così nuovo che ne aveva paura. Senza busto il suo corpo dalle spalle all’inguine aveva la forma di un’arancia, rotonda e sugosa; più nessuna forma di vita sotto il seno, tutto un cerchio –così l’avevano trasformata i quattro figli e la sua propria golosità.

Eppure, non poteva dire a sé stessa di non piacersi. Semplicemente era nuova; nuovo il modo in cui le braccia un po’ gonfiate poggiavano sui fianchi e i riccioli scuri si disponevano sulle spalle grassocce; ma non questo le piaceva, quanto la vivacità dello sguardo che restava quello che era sempre stato, vivo e luccicante sopra la nuova massa. Aveva un’aria di Pasqua e Natale; e da lì, da quella linfa che l’aveva gonfiata, poteva e doveva trarre il modo di salvare il marchese.

Perché ciò che era stato fatto finora, ed era tanto, tantissimo, non bastava ancora. Il marchese, tranne qualche guizzo, ancora giaceva senza forze, pallido come la luna; e sempre lamentava fiocamente di essere morto, di non avere più il cuore e lo stomaco.

Che cosa amava davvero? Che cosa davvero faceva battere il cuore che lui lamentava inesistente? Che cosa fa battere il cuore di tutti e davvero tiene legati alla vita? L’amore e il cibo, si rispose, alzando le spalle: che altro c’è in fondo? Se si ama e si mangia va tutto bene; e va bene anche se si fa una sola di queste due cose. Lei stessa non viveva forse senza amore, non aveva forse vissuto da sempre senza amore, se si toglieva quello dei suoi quattro monelli? Ma quando da basso, dalla cucina, si levava il profumo della parmigiana era una carezza sul viso, e il profumo del fico d’India sbucciato un bacio dolce sulle labbra; e questo spiegava le sue rotondità e la sua latente felicità. C’era sempre qualcosa di bello nella vita.

Ma lui non mangiava e non guardava più Cettina, che lo visitava da sola, tutta agghindata e scollata si sedeva sul letto e lo carezzava, invano, il marchese non la sfiorava neppure; né cercava altre donne, una di quelle che rallegravano le festicciole del marchese con i suoi amici. Quanto al cibo, sembrava odiarlo. O era perché si trattava di brodini da malato? Forse il cibo, sì il cibo, ma quale e in che modo? Il cibo servito con i suoi amici, si rispose la marchesa con un sussulto di gioia, come se una fiaccola si fosse accesa nella sua mente.

Il principe Lancia, il conte d’ Ingalbes, il barone di Ripasaltas, con i quali aveva compiuto il viaggio nell’amata Parigi, vent’anni prima e con i quali organizzava feste e partite a faraone che duravano tutta la notte. A lei, in verità, non piacevano. Le sembravano vuoti e deboli. Inoltre, era gelosa di quel viaggio che, con chissà quali malie, li aveva staccati tutti e quattro dalla loro terra; e i loro discorsi, origliati col cuore in gola durante le notti di gioco, le erano sembrati tetri come le loro facce: tutto quel parlare di donne come se parlassero di bambole, senza amore, e tutta quella nostalgia per una terra lontana, dalla quale ogni cura e vantaggio personale li tenevano lontani, erano tristissimi.

Comunque lui li amava. E agli amici della gioventù avrebbe unito quel che c’è di più viscerale, ciò che lega alla vita con doppia fune, il cibo. Avrebbe dato un pranzo per loro, con tutte le pietanze predilette dal marchese.

Ma gli invitati avrebbero saputo avvincere il marchese con i loro discorsi e tenerlo a tavola e, approfittando della distrazione, indurlo a mangiare qualcosa? Per questo avrebbero dovuto fingersi morti, come lui; affratellati da un medesimo destino, avrebbero dovuto descrivere al marchese l’Aldilà e condividerlo con lui e inventarsi discorsi tali da essere verosimili e affascinanti al tempo stesso. Donna Cubitosa tremò: non erano i tipi da inventare nulla. Rivide il principe Lancia appoggiato al camino, col bel volto secco annoiato sotto la gran parrucca immacolata, intento a regolare l’orologio d’oro del panciotto: come asciugato dal mare che lambiva il suo palazzo costruito sulle antiche mura sopra il porto, accanto a quello del marchese di Carabas. Era sempre sopra tutto e tutti, come la polena di una nave. Tutti lo guardavano e nessuno lo raggiungeva. Poteva egli abbassarsi alla finzione che lei gli avrebbe chiesto?

E il conte d’Ingalbes, morbido e dai lineamenti pieni come frutti ben maturi, troppo gentile, con gli occhi sempre umidi pieni di desideri insoddisfatti; lui al quale tutto, donne, soldi, affari, gli si mostrava da lontano come il mare dalla sua dimora alta nel quartiere di Seralcadio, presso la Cattedrale; lui avrebbe saputo immaginare qualcosa oltre ai suoi personali desideri? Lui al quale la famiglia altro non aveva lasciato che un palazzo in rovina e quattro pezzi di terra e necessitava di tutto, cosicché  ogni suo pensiero ruotava intorno alle necessità quotidiane, come un carcerato intorno alla catena che lo avvince?

Né nutriva meno dubbi sul barone di Ripasaltas. Oh sì, quando la incontrava era un gentiluomo e compiva un perfetto baciamano, rialzandosi con un sorriso che la faceva sentire unica e ammirata; ma troppo perfetto era il suo vestiario e il suo contegno, e tutto quel che lei ricordava di quel signore era la sua ansia di essere statua: per essa agiva e lavorava, per scolpirsi in un marmo da piazza. Essere ricordato e immortalato nel marmo, questo voleva; per quali imprese, ancora esattamente nessuno sapeva. E mentre anch’egli attendeva gli atti eroici, si dilettava con bei ragazzi.

Costoro avrebbero dovuto inventarsi un Aldilà e renderlo credibile; e per fare questo essere concordi e vedere l’altra vita nello stesso modo, dimenticando o mettendo a tacere le proprie individualità, cosa difficilissima per loro, così gelosi del loro essere diversi da tutti; e quindi, se avessero superato questo primo ostacolo, tessere un legame tra il cibo che veniva offerto, e che doveva a tutti i costi esser mangiato dal marchese, e l’Aldilà. E che poteva esserci di più distante del cibo e dell’Aldilà? Persino i Greci, i luminosi Greci, credevano che gli dei fossero immortali perché sceglievano di nutrirsi solo del fumo dei sacrifici di animali davanti ai templi, mentre gli uomini erano mortali perché mangiavano la carne degli animali sacrificati. Il cibo escludeva l’aldilà; o per unirli ci voleva un prodigio d’intelligenza che lei non possedeva e che non avevano neppure i tre amici del marchese…

Ma lei sperava, dal basso dell’ignoranza che le veniva da un’infanzia trascorsa a Giarratana, tra rocce chiare e fichi d’India, che i Greci sbagliassero e che una qualche via tra la terra e il cielo, tra il cibo e la vita spirituale vi fosse e potesse salvare il marito.

E sperava e pregava che i tre nobiluomini avrebbero scorto tutto ciò e l’avrebbero saputo rendere evidente a pranzo, davanti agli arancini fumanti, al pesce spada profumato. A costoro donna Cubitosa avrebbe dovuto affidare la salvezza del marito, né poteva fare altrimenti, e si vedeva in gran pericolo per la pochezza di quei signori rispetto all’impresa richiesta; buoni a governare, a tessere intrighi sopraffini, a spendere e guadagnare denari, ma non a una faccenda delicata come quella. Tuttavia, costretta com’era, votò il suo piano a Santa Rosalia e preparò ogni cosa.

 

Conversazioni in Sicilia, 5

-Scusi a che ora passa il 935? Son già 10 minuti che aspetto!- l’accento era inequivocabilmente del Nord Italia.

-Ma lei deve prendere per forza il 935?- risponde il solito vecchietto.

Perchè come altro spiegare a un non siciliano la realtà del trasporto pubblico dell’isola? da Napoli a Capo Passero non il risultato di orari scrupolosamente osservati, di controlli regolari dei mezzi; non certezza granitica, serenità di arrivare all’orario previsto; bensì espressione del Caso, o di un oscuro Fato incomprensibile che con cenni numinosi determina i percorsi e gli orari di persone e cose. Se non ti sta bene, pensa tu, ma da solo, a un’alternativa, cambiare percorso, o lavoro, o vita.

Per una più completa spiegazione del fenomeno v.:https://www.youtube.com/watch?v=2S2oeGtnY8I a 0,58 secondi 🙂

Il pranzo dei morti, 4

Il medico, don Fefè, era giunto con una gran maschera nera a becco d’uccello che gli copriva bocca e naso

-Che fate, come vi siete combinato?- donna Cubitosa era fuor di sé dalla rabbia –toglietevi quest’affare, qui non c’è la peste, solo la cattiveria! Il marchese non è malato, piuttosto vuole far ammalare gli altri di casa. Provvedete-

Era venuto don Saro, il sacerdote di casa, coi paramenti viola e un viso triste

-Che fate, non c’è nessuna estrema unzione da amministrare! C’è da risanare un cuore disperato-

Al capezzale del marchese medico e sacerdote non sapevano cosa e che dire. Vivo era vivo, si vedeva subito; ma non era lui. Possessione? Follia? E chi mai avrebbe osato dirlo a donna Cubitosa, così pronta all’ira?

Forse una benedizione solenne e una novena a San Michele Arcangelo; forse una purificazione del sangue con sanguisughe e un impiastro di semi di lino; forse un momentaneo scompiglio della mente, forse una tentazione troppo forte per l’indole delicata; un sottrarsi alla vita, non deliberato, ma subito; un sortilegio o un attacco infernale….la marchesa ascoltava con occhi di fuoco, battendo il ventaglio sul tavolo e poco curandosi della veste da camera non allacciata. Ascoltò tutto, poi balzò in piedi e gridò

-Fuori! Uscite subito!-

Un Gerlando vagamente soddisfatto accompagnò al portone il medico e don Saro, mentre le cameriere porgevano i sali alla marchesa che contro il camino aveva lanciato due vasi di porcellana, comprati a Parigi dal marito, e minacciava di prendere a schiaffoni chiunque volesse calmarla.

E che? Né Chiesa né scienza? Tradimento, non c’erano altre parole: tutti abbandonavano il marchese nell’ora più pericolosa, quella in cui il mondo cessa ogni fascino per noi e tuttavia si è vivi; prima che egli avesse l’eredità che gli spettava da sempre e che vedesse crescere i figli; nessuno comprendeva il caso particolare e proponevano invece le solite cose che si fanno per morti e moribondi. Desolata, si era abbandonata su un canapè presso la finestra e licenziato le cameriere. Solo quando fu sola, si era lasciata andare ai singhiozzi. Piangeva per sè stessa e per i figli e mentre piangeva, piano piano, si accorgeva che piangeva anche per quel marito così distante, così freddo. Si accorgeva che le faceva una pena infinita, ridotto a quattro cenci sotto un baldacchino e si figurava cosa dovesse passare in quel cuore che sapeva così meschino, il lento flusso di aridità e veleni vari; e si figurava pure cosa sarebbe stata la sua propria vita se egli fosse del tutto impazzito, lei derisa da tutti, i figli viziati, guardati con sospetto dagli altri per l’aver avuto un padre pazzo, spiati nelle loro eccentricità per cogliere i segni di una debolezza ereditaria. Ma soprattutto: l’aveva odiato dieci anni interi, e quest’odio le aveva riempito la vita; e quel colosso che aveva acceso l’odio, ridotto a nulla nel letto le faceva troppa pena, e voleva, ancora e sempre, saperlo annoiato nello studio, o intento al tavolo da gioco, ma saperlo vivo. Quindi l’avrebbe curato, e guarito.

E ora, ora che la luna si alzava sottile e salivano con lei dal porto:

i vociari della gente che andava per mare, e preparava le feluche, e le lampare;

i tonfi delle vele ammainate, delle funi arrotolate, accompagnati dai canti lenti dei marinai lontani da casa;

l’odore della minestra dai caseggiati della Misericordia, dove gli ostaggi barbareschi aspettavano il riscatto dei parenti per tornare a casa;

i rumori di stoviglie delle locande presso i moli, dove la gente di mare si sarebbe tra poco scaldata con un bicchiere di vino o una tazza di qualche brodo e già si distingueva l’aroma del pepe e dell’origano;

mentre tutta questa massa di desideri, sogni e nostalgie montava arrotolandosi come un’onda di vita dolorosa e piena di forza e di speranza, donna Cubitosa si sentiva oppressa. Tutti volevano vivere, lottavano e si dibattevano tra mille difficoltà di mare e di terra; tuti avevano un desiderio, uno scopo o una nostalgia; lei sola aveva accanto chi aveva tutto e non voleva niente, chi era felice e voleva sparire. Chi avrebbe mai creduto che in quelle sale albergasse tanta accidia, tanta inutile, colpevole tristezza? Sentiva il palazzo alle sue spalle gelido e malato, e sentiva anche in sè una grave colpa: quale arroganza! Chi era lei, per credere di poter guarire? Eppure aveva agito con grande sicurezza, come se qualcuno le dettasse cosa fare.

Aveva cacciato tutti, il prete, i medici, i parenti. Aveva trasferito metà della servitù e i bambini in campagna, a Giarratana. Con la morte nel cuore aveva stretto i quattro figlioletti, così riottosi a educazione e studio, la cui selvatichezza lei cercava di difendere Le bambinaie e le governanti avevano chiuso i bauli in lacrime perché, senza la madre adorata, i quattro marchesini sarebbero stati dei diavoli e avrebbero litigato ferocemente, si sarebbero arrampicati sui carrubbi, e camminato nelle canale d’irrigazione; e poi, la sera avrebbero frignato cercando la marchesa, che prima della buonanotte li benediceva e raccontava fiabe. In capo a un giorno solo, al mattino presto una lunga fila di carrozze e carri aveva preso il viale d’ingresso e si sparì all’orizzonte.

La marchesa aveva ringraziato Dio che il palazzo fosse così defilato dal centro di Palermo e a ridosso delle mura presso Marina: quel che i suoi antenati avevano voluto per essere più vicini ai loro feudi, adesso tornava utile per evitare chiacchiere e spiegazioni nel momento più delicato. Solo pochi popolani avevano visto le carrozze uscire. I nobili parenti e amici avrebbero saputo, solo a cose fatte, che i marchesini avevano bisogno di un cambiamento d’aria.

Mentre guardava le carrozze avviarsi traballando nella polvere, si era detta che adesso iniziava per lei la battaglia. La più dura, contro un nemico invisibile agli stessi medici. Si era ben armata. Aveva tenuto con sé Gerlando e Totò, addetti alla persona del marchese, Cettina, due cameriere fidatissime per lei, e tutto il personale di cucina, compreso il monsù, che costava quanto l’intera rendita di Geraci ed era il migliore di Palermo.

Perché la marchesa aveva un piano: se da un lato la città doveva sapere che mezza casa era a Giarratana perché i marchesini avevano bisogno d’aria, dall’altro doveva anche sapere che tutto nel palazzo continuava come prima. Era impossibile che non si diffondesse la nuova della malattia del marchese, ma il danno poteva essere limitato, e le voci fatte dimenticare o smentite, simulando la continuazione della vita solita.

-Totò! Aprite tutte le finestre verso la città! Gerlando! Mandate al mercato gli sguatteri!-

Lei sedette presso il marito e provò a fargli bere del latte col miele. Lui era ancora più pallido e senza forze

-Non mangia da due giorni, marchesa- Gerlando si inchinò.

-Non ho più lo stomaco- mormorò il malato con una voce che sembrava venire da sotto terra.

Tre cuscini dietro il capo e la marchese riuscì da infilargli in bocca quattro cucchiate di latte. Col busto però sudava. Andò in camera, se lo fece togliere dalla cameriera.

-Madame…-mormorava la ragazza stupita, forse un po’ indignata.

-Non mi vede nessuno, Nedda. Devo stare libera. Devo salvare il marchese e sudando non posso salvare nessuno-

Senza busto ritrovò la pazienza di far ingollare al malato tutta la tazza di latte, a cucchiaiate. Lui per la prima volta dall’inizio del morbo la guardò, tra stupito e spaventato, mentre un po’ di colore gli tornava sulle guance. E così nei giorni successivi fu lei a nutrirlo di brodo densissimo, brodo della carne migliore con tutte le spezie, che aveva bollito sei ore, tanto che il mestolo quasi vi stava in piedi. Quando non lo imboccava, si metteva alla spinetta che Gerlando aveva trasportato nella camera del marchese e suonava. Cercava di parlargli così, con i brodi e la musica  suonata a ritmo vivace, che lo scuotesse da quell’accidia perniciosissima, cercava e non riusciva. Il marchese restava a letto, muto e sempre più inconsistente sotto le coltri.

 

Dell’ebbrezza in Europa

Ciò che segue non è frutto di un mio avvinazzamento, ma di passeggiate serali per i centri storici delle città europee che ho visitato finora.

Ogni nazione europea ha uno stile di ubriacatura, frutto di un genius loci che si manifesta proprio quando cedono i freni inibitori per effetto dell’alcool.

Ubriachi, gli irlandesi diventano malinconici e dolci, gli inglesi aggressivi, i greci, sempre dignitosi,  bevono rakì dalla mattina alla sera e non sembrano mai ubriachi, gli austriaci disperati, i polacchi -finalmente- gentili.

E gli italiani? Ne ho avuto la percezione in Polonia, quando tutto il nostro gruppo saltellava e cantava dietro al cantante del pub. Mi si è avvicinato un nativo, ubriaco fradicio ovviamente, e mi chiede di dove sono

-Ah Italiana! Italiani…buddello!-

Auschwitz

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In Polonia non si trova mai scritto Auschwitz nelle indicazioni stradali. Il luogo è sempre e soltanto indicato come Oswiecim.

Ti avvicini e in giro non vedi niente di particolare, nella bella primavera che ci ha accolto in Polonia, solo alberi in fiore e casette col tetto rosso a spioventi. Poi lentamente si sprofonda, le ciminiere delle fabbriche in lontananza e come una vergogna sulle facciate, fino al piazzale dove già alle sette di mattina ci sono file chilometriche per entrare, come un tempo.

Un ragazzo, punta i piedi pallidissimo, non entra. -Non sono degno di calpestare questo suolo- dice e resta due ore sotto gli alberi del piazzale.

Varchi il cancello e ci sono guide in tutte le lingue, ma non in tedesco. Poi all’improvviso tutti i film che hai visto sono veri. Il doppio filo spinato, le torrette, i capelli, le scarpe, le valigie col nome ben scritto, gli occhiali, i vestitini dei bambini, in un crescendo insostenibile fino alle camere a gas e ai forni crematori.

Il caos degli ammassi di oggetti trova opposizione nel rigore degli allineamenti dei caseggiati e delle finestre, nel nitore dei profili e delle strade, nell’ordine allucinato di chi esegue gli ordini senza fiatare, senza chiedersi nulla. Sei in un lago di male, un male che filtra e dilaga subdolo cosicchè quando esci nei tetti e nelle finestre dei dintorni continui a vedere i tetti e le finestre di Auschwitz, come se quella fosse la forma di ogni cosa dopo e ci vogliono dei giorni per liberare la visione e scrollarsi di dosso quella melma viscida.

Uno dei ragazzi ha pianto per tutta la visita, il suo viso era una maschera di lacrime e non parlava, non poteva parlare. Se siete così meravigliosi, ragazzi, allora però c’è speranza. Fiera di voi.

Il pranzo dei morti, 3

Com’è facile dimenticare, com’è facile perdonare, si diceva adesso donna Cubitosa, e veder sparire tutto quanto ci ha roso di dolore in vortice di vento! Davvero una piuma la vita umana!

Davanti a ciò che del marito restava nel gran letto, aveva dimenticato tutto, quando l’aveva sorpreso che brancicava il seno di una sguattera nella dispensa, quando alla nascita del primo figlio lui se ne restava dall’amico Lancia di Grua a giocare a faraone, o quando, durante la mietitura si assentava per ricevere il sarto. Aveva dimenticato in un solo istante tutto ciò che l’aveva staccata da lui e si era perdonata pure la gioia pura che aveva provato credendo che fosse morto, dieci minuti prima. Solo la pietà era restata, e l’indignazione. E poi, lei odiava veder morire. Già aveva perduto fratello e sorella e da allora aveva deciso che non avrebbe mai visto morire più nessuno.

Cosa l’aveva aiutata? Cosa le aveva fatto superare paura e dolore?

Non sapeva bene, era stata come una mano che la spingesse verso il letto, forse la forza che le veniva dai fichi d’India, capaci di crescere anche nelle rocce in riva al mare e di generare frutti rossi come la vita, o dall’aver giocato con i figli dei contadini a Giarratana. La mano di lui era gelida e intanto lei impartiva ordini a Gerlando

-Delle pezze fredde, presto! E l’acqua della regina d’Ungheria! E una camicia di bucato! E il vino di Ximenes, quello della botte piccola-

In men che non si dica Cettina poneva pezze fredde sulla fronte del marchese, Totò gli massaggiava i piedi con l’acqua miracolosa e Gerlando cercava di fargli bere sorsi del vino di Ximenes. Il sedicente morto restava immobile, senza fiatare. Ma tutto era tornato nella penombra quando il marchese aveva mormorato

-Sono morto. Seppellitemi – e aveva chiuso gli occhi.

-Lasciatemi sola con lui- aveva comandato donna Cubitosa. A testa bassa, tristi e grigi, tutti erano spariti oltre la porta. Appena sola, la marchesa, consapevole della parrucca ancora per traverso e della veste da camera semiaperta sul seno enorme, aveva vinto l’imbarazzo e parlato come non aveva mai parlato prima

-Non potete permettervi di morire. Non ancora. Comodo, sarebbe comodo-

si ricordò che il marchese non aveva ancora ereditato dal fratello del padre, vedovo e senza figli, e ciò la spinse a parole ancora più dure

-Non avete mai guardato me, e questo poco conta. Contava un tempo, ora non più grazie a Dio. Ma non avete mai guardato i vostri figli. Crescono e voi non ne sapete nulla, chiuso nel vostro studio tra libri che non leggete e non amate, oppure con i vostri amici e il marsala a tavoli di faraone. Anzi, a bere champagne che fate venire a costi altissimi, perché il marsala è troppo poco per voi. Sprezzante di chi è diverso da voi, di chi non s’intende di tappezzerie francesi e stucchi dorati, passate il tempo a far sentire gli altri sciocchi e incolti. E dopo averci inflitto questo, adesso pretendete d’esser morto. L’ultimo dispetto, il guaio estremo, così pensate. E io invece vi dico che morto siete sempre stato e sol ora ve ne accorgete; che dunque è meglio finire con questa farsa e che non vi permetterò di tediarci a lungo con quella bella pensata. Vincerò io-

Il marchese non aveva avuto alcuna reazione: non si era voltato, nè sussultato, nè mutato l’espressione del viso grigio. Sembrava davvero morto. Con una voce sottile come un fil di fumo, senza muovere quasi le labbra, gli occhi fissi al soffitto aveva mormorato

-Non ho più il cuore-

-Non l’avete mai avuto!-

-Né i polmoni. Non respiro, non vivo. Sono morto. E dannato- sempre la voce sottile, appena udibile.

-Siete vivo!-la marchesa si era slanciata sul letto del marito, strappando via coltri e coperte e aveva gridato parole che ora trovava sciocche, e gettate al vento

–Se parlate siete vivo, lo capite? Non avete cuore, è vero, ma solo per gli affetti, per tutto il resto funziona egregiamente e ci seppellirete tutti. Siete vivo. E’ bello vivere, cessate questo stato e ve lo mostrerò. Avete, abbiamo tutto, in questa bella terra: figli denaro dimore e buon gusto e ciò che è bello al mondo ci è vicino, vicinissimo. Vivere è splendido. Dimenticate, perdonate tutto: che io sia diventata grassa, che Cicciuzzo vi somigli troppo per indole, che siamo lontani dalla Francia. Dimenticate e vivete. Io vi guarirò-

e quindi, mutando tono e alzando la voce –e voi che siete costì a origliare, venite, chiamate subito don Fefè e don Saretto!-

Un rapidissimo scalpiccio aveva seguito quest’ultimo grido.