Nessuna vistosa autorità regale, 16

immagine dal web

Si era messa in cammino subito dopo l’uccisone di Alexander. Perdeva sangue ed era debole, ma aveva latte per il piccolo. Con il diamante che restava dei gioielli cuciti nel suo corpetto, si era incamminata verso Bucarest. Non sapeva neppure quanti chilometri vi fossero da fare, non importava. Se fosse rimasta là avrebbero ucciso lei e il bambino. Era uscita di notte, sotto un vento terribile. All’alba un passaggio su un carro che andava verso sud. E poi un altro. Un tratto a piedi, un tratto sui carri dei contadini, senza mai parlare russo, solo tedesco. Parlare poco, sempre a testa bassa, che non vedano come sei bella, come sono fini i tuoi tratti e sottili i tuoi polsi. Portare la finezza come una colpa, un’accusa senza scampo.

Un po’ di pane secco, un pugno di noci da casa, qualche frutto dai contadini dei carri, quando vedevano il bambino. E tanto latte, tutta lei andava in latte e sangue. I vestiti che cadevano di dosso. Poi gli zingari. Come in ogni favola europea che si rispetti, ci sono gli zingari, o le fate. Mia moglie rendeva vere le favole. Qualunque cosa fossi stato pronto a bollare come frottola o storia buona per romanzi da quattro soldi, con lei era vera. Gli zingari, che io da storico avrei detto un fuoco ormai spento in Europa, per lei erano strumento di salvezza e buona compagnia. Forse c’era qualcosa di sbagliato nel modo di scrivere la storia, e lo cominciavo a pensare da storico. Forse esisteva un altro modo di conoscere, un modo che si trova nelle favole, quel modo che fa andare ogni cosa al posto giusto e tu dici: Sì! E’ così!, come se riconoscessi qualcuno sotto mentite spoglie.

Gli zingari l’avevano trovata addormentata sotto una quercia e l’avevano portata dalla loro regina. Lei aveva degli occhi terribili, come il fuoco che bruciava nel braciere.

Ti aiuterò, le disse, ma la salvezza può essere più dolorosa della sconfitta. Da lei Anastasia aveva accettato queste parole. C’era qualcosa in comune tra loro, l’antichità del sangue, che a quanto pare è tutto, per chi ce l’ha. Era stata bene nei loro carrozzoni, un po’ come a casa, e il piccolo era cullato dalle ruote.

Casa per lei è stata sia il palazzo sia il carrozzone. Casa è stata anche casa mia Era negli obblighi della corte e nella libertà dei nomadi, nei precettori e nei sobbalzi della strada, nel mio vecchio soggiorno, o non era in nessun posto, se non in questo sangue antico, troppo antico ormai, che conosceva tante forme, e sapeva stare con tutti.

Un sospiro lungo. Si stava avvicinando alla parte di storia che tutti conoscevamo dai giornali, ma il passaggio era difficilissimo anche da raccontare. Forse era andata avanti finora perchè lo aveva sepolto in sé stessa.

La piazza davanti al Palazzo Reale di Bucarest era enorme. La regina degli zingari le aveva detto

-Gente dura qui, capace di tutto. La regina lo sa e deve guardarsi. Fa quello che ti dice. Ti accompagneremo fino ai cancelli del palazzo. Buona fortuna Anastasia, sei un ricordo, come noi. Ma noi duriamo di più perchè siamo mendicanti. Dimentica, se puoi. Ricorda che avete molte colpe.

Il palazzo reale era piccolo, la brutta copia del palazzo degli zar, simile quanto bastava perchè il cuore di nuovo sanguinasse. Giorni lunghi vicino al palazzo, in attesa che la regina uscisse, in mezzo ad altri mendicanti sotto il portico, qualche ragazzino zingaro veniva a portarle un po’ di cibo o una moneta, senza farsi notare. Sotto i portici aspettava che uscisse Missy. Il piccolo piangeva sempre. Poi un giorno si issano le bandiere sul palazzo, un cannone tuona e poco dopo i cancelli si aprono. Si era appuntata i capelli come faceva da bambina, con due ciocche portate dalle tempie alla nuca, si era fatta largo fino al viale col piccolo. La carrozza dei reali era meno bella di quella dello zar –tutto su scala ridotta, come a dire So come si fa, ma questo è ciò che posso. Un attimo prima che i cavalli fossero davanti a lei, si era slanciata gridando Missy, Missy. Il movimento, o il grido, aveva attirato l’attenzione della regina che si era voltata, come si conviene a una regina, ruotando appena la testa sopra i merletti e le perle.

Allora lei era tornata bambina e piombando verso la carrozza aveva gridato a pieni polmoni

-Sono Nastj la birba, Missy! Missy!

Quale dei due nomi ha colpito la regina? Maria aveva sussultato come colpita da uno schiaffo. Non poteva fermarsi o parlare, ma si era girata ancora di più, a tempo per incrociare il suo sguardo. Il tuffo al cuore, il riconoscimento, la pena; e poi il suo capo per un attimo solo si era chinato, un attimo, perché una regina non abbassa mai la testa.

Una favola perfetta. Una favola da contadina. Adesso mi avrebbe detto che era entrata nel Palazzo Reale.

Mentre quella notte dormiva sotto al portico, uno zingaro l’aveva chiamata. Vieni, vieni subito, col solito fuoco negli occhi. Buia la piazza e buio un cancello, un giardino e corridoi, stanzette piccole. Il piccolo dormiva sprofondato e fuso in lei. Era strano che dormisse così e intanto intorno iniziavano salette piene di tappezzerie, tende, ricami e ninnoli, quel cattivo gusto che non c’era a Tsarkoe Selo e così confortevole per lei che viaggiava da un mese.

Buio fino alla regina, avvolta da un’ampia poltrona e da una vestaglia bianca. Gli occhi che la puntavano. Nel suo viso tutto è ritornato offerto con immagini che passavano una nell’altra come nel caleidoscopio e tiravano dentro senza che ci si possa opporre, Tsarkoje Selo, e le voci delle sorelle e di Alessio, i genitori, i tigli alti d’estate e tutto l’amore di un tempo, in un viso veduto poche volte da bambina e che tuttavia era anche sangue suo. Missy balzando in piedi mormora Anastasia, con paura e rispetto, una specie di inchino. Non si staccava dalle sue braccia.

– Dammi un passaporto Missy, fammi andare via- aveva supplicato

-Sì, sì- sussurrava lei accarezzandole la testa. Aveva lo stesso odore della zarina, talco e acqua di viole, quando l si chinava sui loro letti per impartire la benedizione per la notte. E da allora Anastasia odiava l’odore di viole. (Le avevo regalato la Violetta di Parma, appena arrivata a casa mia. Non l’aveva mai messo e ora sapevo perché. Stavo arrivando a sapere tutto. Ora, mentre il tempo finiva e non potevo fare più nulla.)

Missy accarezzava il capo del piccolo con parole terribili. Sei tu, me l’avevano detto ma non ci credevo. Sei in gran pericolo, sai? Ti cercano dalla Russia.. Sei un pericolo anche per me. L’ultimo Romanov…Nastj, sai cosa accadrebbe se lo trovassero?

E il piccolo tossiva, tossiva, gemeva!

Morirà, o lo uccideranno, se resta con te. Vi potete salvare solo separati, così siete troppo riconoscibili. Per salvarlo devi lasciarlo.

Aveva visto per un attimo tornare tutto, e sentiva ora cancellarsi tutto al tono di quella voce. E sentiva paura in quella voce, non pietà, come avrebbe dovuto essere, come sarebbe stato prima della rivoluzione. Lei era un problema per la cugina e nient’altro. Missy aveva fatto in fretta a chiudere col vecchio mondo. A Missy era sempre piaciuto stare bene, solo stare bene. Quella voce che aveva solo paura, pensava solo a ciò che chiunque farebbe.  E intanto dai tendaggi, dagli angoli oscuri della stanza venivano fuori persone nere, forse zingari. Anastasia era debolissima, e singhiozzava Missy, Missy.  Anche lei aveva paura. Tutto si chiudeva, niente tornava, durava o restava.

I due zingari sembrava che avessero le lacrime agli occhi, e lei non poteva aprire le mani e consegnare il piccolo. C’era come un nuovo cordone ombelicale, un tunnel lungo e buio che li univa di nuovo. E Missy ripeteva piano Nastj è necessario. Starà bene, colombella mia, credimi, e la sua voce intenerita scioglieva ogni legame, era un incantesimo, un precettore che correggesse gli errori di francese con dolcezza, qualcuno a cui appoggiarsi, qualcuno che sa come le cose dovevano essere fatte. Mia colombella ferita, abbi fede in Dio e in me. Lascia che ti aiuti e si salverà, vi salverete.

Aveva ragione. Dondolata dalla sua dolcezza, dalla sua pena, dal terrore per la sorte del piccolo, Anastasia aveva consentito alla nuova nascita. Aveva aperto le mani e lo zingaro più vecchio aveva preso il piccolo. Subito da bere una cosa forte e calda e Missy parlava piano, diceva non farti riconoscere, mai. Cerca una vita nascosta, mi raccomando Nastj. Hai nemici pericolosi. Io negherò sempre, per il tuo bene, d’averti riconosciuta e salvata. Sempre, mai, sempre, mai. Chiudere chiudere. Era caduta addormentata in un sonno improvviso, la bevanda doveva essere drogata.

Adesso piangeva e temevo che le facesse male.

-Ha avuto paura- ho detto piano

-Tu no, mai. Sei stato molto coraggioso. E’ stato bello trovare chi non avesse paura. Sei un vero re –

Forse era questa la vera investitura. Alla terza volta. Ma è difficile accettare di essere nominato re su una vecchia Ford impolverata, in mezzo alla campagna della Virginia, con una camicia sudata addosso e ricercato dalla Polizia. Ha continuato il racconto da sola, senza mie domande.

Nuova hybris

Il peccato mortale per i Greci antichi, la superbia, il travalicare i confini umani, ha una veste nuova, se è vero quel che si teme per il Boeing caduto in Etiopia. Il più terribile dei peccati che, regolarmente, viene punito (i Greci antichi avevano capito tutto, noi no).

Premio Liebster Award

Per questa bella nomina ringrazio tantissimo Campanello della Cucina, il cui blog saggio, colorato e saporito è questo: https://wordpress.com/read/blogs/124757790.
Dal suo blog copio quanto segue.

Cos’è il Liebster Prize?

Questo premio è un modo per essere scoperto, ma anche per connettere e supportare la comunità dei blog. Un’ottima idea per promuovere il tuo blog e gli altri. Originariamente, è stato distribuito ai blog con meno di 2.000 lettori, ma questo ha rallentato lentamente mentre la ricompensa ha guadagnato popolarità. Ora sono solo 200 lettori o meno. È davvero un numero arbitrario. Se ti piace aiutare altri blog, vai avanti e fallo indipendentemente dalle sue dimensioni. Questo premio ha a che fare con la promozione e la visualizzazione dei blog di  altre persone.

Queste sono alcune delle regole da seguire:
Aggiungi un link alla pagina ufficiale del premio Liebster nel tuo post del blog  THE GLOBAL AUSSIE
Rispondi alle domande formulate nella nomina.
Crea cinque domande per i tuoi candidati.

Queste sono le domande a me rivolte.

Preferisci i libri cartacei o quelli digitali? Digitali senza dubbio! Almeno non devo spolverarli…

Se potessi viaggiare nel tempo quale epoca sceglieresti? Sono indecisa tra Paleolitico e Antico Egitto. Nessuna epoca futura certamente.

Quale mezzo di trasporto usi più spesso? Metropolitana e autobus.

Collezioni qualche oggetto? No, sempre per il mio odio verso la mia nemica, la polvere. A meno di non poter considerare collezione i libri che si accatastano in ogni angolo di casa…

Preferisci il mare o la montagna? Amo la campagna e non credo di avere molto seguito in questa passione.

Ecco le domande che rivolgo ai candidati:

  1. Preferisci i libri cartacei o digitali?
  2. Quale libro hai sul comodino in questo momento?
  3. Se potessi viaggiare nel tempo, quale epoca sceglieresti?
  4. Al mare preferisci la sabbia o gli scogli?
  5. Qual è il tuo primo piatto preferito?

L’elenco dei miei candidati:

Elena Grammann: https://wordpress.com/read/feeds/65730878

Lucy the Wombat: https://wordpress.com/read/feeds/78055523

Alessandra: https://wordpress.com/read/blogs/62605912

Giuliana Campisi: https://wordpress.com/read/feeds/36143931

Paolo Capriolo: https://wordpress.com/read/feeds/42282646

Paolo Popof: https://wordpress.com/read/feeds/40027

Margot: https://wordpress.com/read/feeds/71493021

Roberto: https://wordpress.com/read/feeds/60585702


Bei saluti

Sempre nell’ottica di godermi il sottosviluppo apparente di alcune aree dell’Eurozona, registro due formule di saluto che mi hanno commosso in tempi recenti:

  1. S’abbenedica. Così l’ometto che fa riparazioni in casa da noi, quando è entrato oggi. Che tu sia benedetta, bellissimo, antichissimo.

2. Sto kalò na pathe. Il saluto dei Greci a chi sta partendo, o comunque deve muoversi da casa. Che tu possa andare nel Bene. Ancora più bello.

Ancora su stress e tecnologia

Stendere è solo un brutto ricordo…la roba esce così soffice che quasi non si deve stirare…Non hai idea del tempo libero che ho conquistato…

Cosi dicevano le amiche delle lavasciuga. Incantata da queste belle prospettive, cedo al richiamo delle Sirene di Ulisse. Compro una super lavasciuga -milioni di programmi, un display che sembra il cruscotto di un aereo, simboli ovunque. Il commesso del negozio ne aveva parlato commosso.

Al primo lavaggio la biancheria è uscita asciutta, sì, ma sembrava finita in bocca a un cane, impossibile da stirare. Mi sono fiondata sul libretto d’istruzioni ed è risultato incomprensibile, peggio delle istruzioni di montaggio Ikea. Le variabili da tenere in considerazione sono quelle di un’equazione di decimo grado.Ho fatto molti tentativi, tutti infruttuosi, Ho impostato in diverse combinazioni tutte le variabili. Alla fine la sto usando come una normale lavatrice. Mi dichiaro sconfitta. Quando entro la sera in lavanderia la sento guardarmi ostile e beffarda come un grosso animale, con tutte le sue lucette pronte a ingannarmi. E un vago ricordo di Hal 9000 si fa strada in me. Kubrick è stato troppo ottimista. Mi sa che chiederò una lezione privata al tecnico.

Nessuna vistosa autorità regale, 15

Ce ne stiamo andando, stiamo finendo e tu devi darmi una consolazione, devi darmi un senso perché da quando ti ho sposato sono senza senso. Se sei figlia di re, sai che la gente della tua razza, è finita in modi più gloriosi, uccisi in modo eroico. Montezuma, Luigi XVI e Maria Antonietta, Cesare, i tuoi genitori. Le loro ultime parole, l’ultimo sguardo, contesi da storici e nostalgici. Sono diventati immaginette, spesso odiate, nella memoria collettiva. La tua fine, la nostra fine, è invece in questa strada dritta, che corre nella grassa terra americana, in qualche piazzola di sosta, dove saremo presi da una pattuglia di agenti sudati, e nessuno si ricorderà mai di noi.

Così l’America fa finire i re. L’Europa li ammazza, l’America li spegne; li impantana nella rete della sanità nazionale, della sicurezza pubblica, che è un altro modo di uccidere. Ti ricordi il manicomio?

E’ che non posso credere che finisca così. In qualche modo un re deve continuare a esistere da qualche parte. Un mondo senza re, sarebbe troppo strano. Adesso che non possiamo più dare la colpa a nessuno, che nessuno è responsabile di niente e i poteri sono nebbiosi, fatti di molte persone, ognuna innocente e colpevole al tempo stesso, il re nascosto e dimenticato ci sta bene.

-Davvero non resta nulla?- mi esce una voce un po’ suadente, falsa, speriamo che non se ne accorga.

– Niente-

-Qualcosa sì. Qualcosa a cui non vuoi pensare. Che non ti ho mai chiesto-

-Sei buono, tu. Non hai mai chiesto nulla. E io ho preso tutto, ho fatto come volevo-

-Tutti abbiamo preso. Ma resta qualcosa di cui non sai più niente-

Lei si volta finalmente verso di me. C’è ancora un alone rosso di Ketchup sulla guancia e gli occhietti infossati tra le rughe sono una risalita da un’acqua torbida.

-Tuo figlio-

Non avevamo mai parlato del figlio che aveva avuto dal soldato. Nemmeno il tribunale tedesco aveva mai esaminato la questione. Ai tempi del processo bisognava solo appurare se era Anastasia o no, il resto non era importante. Oppure era una cosa troppo importante. Perché se un figlio ancora esisteva avrebbe avuto diritto all’eredità, in caso di morte di Anastasia, e al trono, se la Russia fosse mai tornata alla monarchia. E questo non doveva essere. In un mondo senza colpevoli le cose non devono durare o ritornare. Non si deve giurare.

Lei si passa una mano sull’alone di Ketchup.

-Sarà vivo?- chiede. Anche lei sente che il tempo sta finendo.

-Sì, deve esserlo. Sarà più grande di me-

Scuote il capo –Vivo..- mormora

-Vivo, perché no?-

-Dove?-

-Non lo so. In Europa credo-

In Europa, dove ancora qualcuno conserva tutto, i mobili e le pietre antiche. Il resto del mondo va in linea retta, senza provare nostalgia; ma in Europa ancora vi sono posti pieni di rimpianto per un passato in cui si era gloriosi. L’Italia, ad esempio, o la Francia.

-Com’è andata?- chiedo alla schiena che ora lei mi rivolge, tutta protesa a guardare fuori dal finestrino.

Si gira pesante come una roccia. il viso vecchissimo, che crolla ai alti della bocca. Una montagna, un dirupo immenso. Una cosa veneranda e paurosa.

-E’ nato di notte. In Romania. A Baia Mare, dove io e Alexander ci eravamo rifugiati vendendo i gioielli del mio corpetto per passare la frontiera. Alexander era ubriaco ai piedi del letto. A ogni doglia beveva dalla bottiglia. Mi guardava con occhi pieni di lacrime. Allora mi chiamò Granduchessa, non l’aveva mai fatto prima, prima non mi chiamava, mi prendeva e basta. Quando stava per fare entrare la levatrice mi ha ordinato di non parlare russo, ma i dolori crescevano e crscevano e non capivo più niente e così, non so come, ho gridato in russo Gran Madre di Dio aiutami, e lui ha scagliato la bottiglia contro il muro. Dopo quel grido la levatrice sembrava che mi abbaiasse, mi odiava. C’era poca luce, le lenzuola erano sporche. Io piangevo, ma non per il dolore, perché mio figlio nasceva in quel modo. E poi…-

-Poi?-

– E’ nato. Era avvolto in stracci quando la donna me l’ha dato. Era bellissimo e mi ha guardato dritto negli occhi.-

-E poi?-

Si agita sul sedile. Si rimette a guardare fuori, i campi arati, la terra nera.

-E poi, e poi. E’ tutto qui. Qui c’è il mio delitto. Io non so se il russo mi è uscito perché in quei dolori non mi controllavo più, o per vendicarmi di Alexander. Forse per vendicarmi. Sicuro, per vendicarmi. Non me lo perdonerò mai. Tre giorni dopo lo hanno ucciso. Gli hanno sparato in strada. Due uomini che parlavano uno strano tedesco. Era sera, le case intorno tutte chiuse. Ho avuto paura, ma di lui non mi importava-

E’ agitatissima, ha chiazze rossastre sotto gli occhi.

-Delitto….non direi-

-L’ho rivelato. L’ho tradito con quattro parole russe. Già tutti intorno erano sospettosi, mi guardavano severi anche se badavo a parlare solo tedesco o stavo zitta. E lui…è vero, aveva sparato come gli altri, però mi aveva salvato la vita.

-Forse badava ai tuoi gioielli. E alla tua bellezza-

-Però mi aveva salvato. Un re è grato per sempre a chi gli salva la vita. E io invece l’ho consegnato con quattro parole russe. Merito tutto quel che c’è stato dopo. Ho tradito il mio sangue, gli obblighi del mio sangue-

la regalità è anche questo sentimento di colpa, dunque. Un re deve vedere gli obblighi. Ma questo che senso di colpa deposita su chi nega gli obblighi?.

-E il mio delitto mi ricaduto addosso. Ero in Romania e in Romania era regina mia cugina Maria. Missy-

Le foto che avevo visto di Maria di Romania quando cercavo notizie su Anastasia erano di una bella donna, dagli occhi pieni di desiderio, fotografata con tiare e tuniche, come un’attrice che interpretasse il ruolo di una principessa orientale.

-A Tsarkoe Selo si parlava di lei solo se stava arrivando e le voci si abbassavano. Era criticata, ma nessun cattivo esempio doveva giungere a noi ragazze, soprattutto se era della famiglia. Ho saputo tutto dopo, dalle due cameriere che erano con noi a Ekaterinburg. Là le giornate erano lunghe e noiose. Preghiere, ricamo e poi chiacchiere. Appena la zarina si allontanava per riposare, noi ragazze ci facevamo dire tutti i pettegolezzi dalle cameriere. A loro non pareva vero, credo che si sentissero importanti. E così ho saputo di Missy. Aveva avuto molti amanti e un figlio…un figlio da un principe rumeno, dato a un orfanotrofio tedesco. E così ha fatto col mio, sapeva come si faceva- la voce le si spezza.

Rallento, ma non mi fermo. Il movimento facilitava il flusso di confessione. Dava l’idea realistica della vita come scorrere e di assecondare lo scorrere raccontando. Non dovevo consolarla, dovevo invece pressarla, o non avrebbe detto più nulla.

-Cioè? Cosa ha fatto?-

Zeus Xenios

Sono tornata dal mandorlaio pazzo, come l’ha definito una cara amica di blog e ho chiesto del ginepro

Ma picchì? Che deve fare?

Uno spezzatino di cinghiale (non per me ovviamente, per Figli e Marito. Io sono un angelo, metà di quel che cucino lo odio)

-Allora sì-

perchè in Sicilia se chiedi un’indicazione stradale la risposta è: Ma lei dove deve andare?– e se vuoi comprare qualcosa di inusuale la risposta è: Perchè, che deve fare?-

Il mio sangue umbro in principio si ribellava a quella che mi sembrava un’indelicata intrusione nella vita altrui. Poi, con gli anni, ho capito. E’ solo desiderio di aiutare meglio. Se sai esattamente dove il turista vuole andare puoi indirzzarlo in modo che gli sia più facile trovare quanto cerca; e se qualcuno vuol comprare una cosa strana lo si può dirottare su soluzioni più facili. Molto difficile da capire, quest’altra forma di Zeus Xenios. (resta il fatto che in Sicilia il ginepro sembra una stravaganza, e io invece lo adoro!)