Cuccioli

Supplenza in una prima, ragazzini appena usciti dalle scuole medie, ai quali spesso non è ancora cambiata la voce. Quando c’è supplenza, ancor prima che il docente entri, la mente dello studente è ormai settata sul Non si fa niente, inutile quindi tentare discorsi densi di contenuti. Si parla di quel che stiamo vivendo, che si è appena vissuto: il Coronavirus e il lock down. E anche quelli più baldanzosi, che cercavano la caciara, con vocette incrinate hanno mormorato: Avevo paura per i miei nonni, vivono con noi; …per i miei zii; …per mio padre, si era operato da poco al cuore…

Tenerezza infinita.

Stress tecnologico, breaking news

La Tv olandese ha rinunciato ai cookies: https://www.professionereporter.eu/2020/09/la-dittatura-di-google-e-dei-cookies-non-e-imbattibile-la-tv-olandese-ci-prova/

Notizia non da poco, si profila una specie di libertà, per noi gente comune, sottoposta a profilazione coatta. Era ora. Quando mi compare sulla schermata dei quotidiani che leggo la pubblicità di quel paio di scarpe che ho visionato quasi per caso, e compare una, due, tre volte, accompagnata da altri suggerimenti per gli acquisti, silenziosamente grido un basta! e non compro nulla. Un’esasperazione a quanto pare molto diffusa, se qualcuno inizia a fare la scelta opposta. I risultati della Tv olandese confermano che rifiutare i cookies porta dritti dritti al successo. Senza pubblicità on line noi compriamo di più 🙂

Soluzioni costruttive, 2 (qualcosina per la Madre Terra)

Gli antichi costruivano meglio di noi, questo è un dato di fatto. Accanto alle soluzioni anti-caldo dei Normanni di Sicilia ( https://bagatelle.blog/2019/07/17/soluzioni-costruttive/, mi autocito, scusatemi), la Persia ha sviluppato le torri del vento: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_del_vento.

Sfruttando la differenza di circolazione tra aria calda e fredda, in base alla quale l’aria calda sale e la fredda scende, le torri del vento nelle grandi dimore persiane garantivano nelle sale l’afflusso costante di aria fresca proveniente da più alta quota. Gli esiti architettonici sono di straordinaria bellezza: https://it.wikipedia.org/wiki/Casa_Borujerdi; https://buildingcue.it/le-torri-del-vento-persiane/10416/. Sono state recentemente riscoperte dalla bioarchitettura, sinora, credo, solo come oggetto di studio, non ancora applicate in Europa.

In questo caldissimo settembre guardo il palazzone di cemento armato dove abito, guardo i condizionatori sul mio balcone, ripenso alle torri del vento e l’orrore per le città moderne diventa sgomento.

Povere ragazze, 5

Philip Pikart / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0), da Wikipedia, s.v.

Nefertiti, elegante come una gazzella, sposò, alla metà del XIV secolo a.C., il faraone eretico, enoteista, pacifista, Akhenaton (Amenophis IV). Lui era brutto e lei bellissima, come attesta il ritratto di Berlino qui riprodotto. Un’eco dell’impressione che il faraone ebbe di lei è nella titolatura che le attribuì: La Bella è arrivata; Signora della Grazia. Mai nessun sovrano dell’Antico Egitto usò simili parole per la Grande Sposa Reale.

Si amarono molto, ed ebbero sei figlie, forse inseguendo il maschio che potesse succedere al padre, e che questi infine ebbe da una moglie secondaria, una sorella, come sembra provato dalle ultime analisi del DNA . E questo erede sarebbe Tutankhamon.

Il ritratto fu ritrovato ad Amarna, capitale del regno di Akhenaton e i dati di scavo indicano che proveniva dalla bottega dello scultore reale, e che doveva essere su uno scaffale alto, di fronte al posto di lavoro dell’artista, come se ne guardasse l’operato.Ma è strana l’assenza, di certo volontaria, della pupilla sinistra. E non ricordo, né ritrovo on line, dove ho letto un’ipotesi triste e strana che spiegherebbe l’anomalia. Secondo questa teoria, lo scultore si sarebbe innamorato della bella sovrana, che lo avrebbe rifiutato. Egli dunque l’avrebbe raffigurata con un occhio solo per equipararla al demone dall’occhio solo, presente in molti scongiuri e maledizioni dell’Antico Egitto -un demone terribile, che faceva morire i bambini e seccare i raccolti. Un modo di rappresentare sia la potenza del sentimento che Nefertiti aveva suscitato, sia la natura maligna di esso. Insomma, oggi come allora, talvolta non è tollerato il no di una donna.

E la povera Nefertiti morì giovane, prima dei quarant’anni e alla sua mummia, se tale è il corpo della Younger Lady dalla tomba KV 35 (https://it.wikipedia.org/wiki/The_Younger_Lady), fu strappato il cuore, affinché non trovasse pace nell’Aldilà. Nemmeno alla Grande Sposa Reale si è perdonato di aver avuto idee nuove, come oggi.

Della Salerno-Reggio Calabria, ancora

Lasciamo stare l’aumento del prezzo dell’acqua, 1,70 mezzo litro, 2,20 750 cl (molto, molto più cara della benzina); e lasciamo stare i bagni degli autogrill, sempre più impraticabili man mano che si procede verso sud. Cercando di evitare le catene di bar più famose, con i loro orridi panini Apollo, ci fermiamo in un una piccola panineria in Calabria. Chiedo al tizio del bancone

-Avete panini vegetariani?-

Lui diventa tristissimo, desolato scorre i vassoi e mormora -C’è il panino caprese…-evidentemente non gli piace, poi il suo sguardo s’illumina e, certo di darmi un buon consiglio, esclama -E poi c’è questo con cotoletta, tanto è di pollo!-

Un po’ come qua: https://www.youtube.com/watch?v=FJxgDwel5qU

Nozze a Persepoli, parte 3 (ultima, davvero solo per archeologi)

Damarato – Non hanno necropoli, anzi le ritengono empie. Darice me lo spiegò a sera, tenendomi tra le braccia come un bambino a cui far capire qualcosa di difficile. Quando si muore, in Persia, il corpo viene lasciato in cima alle torri del silenzio. Quelle torri bianche che vedevo ai margini del piano, esili come fuscelli e senza aperture, con uno strano fregio scuro alla sommità.

In esse solo i sacerdoti necrofori possono entrare e deporre il cadavere sul tetto a terrazza, dove intorno a un grande foro centrale vi sono tre giri concentrici di letti di pietra, il più interno per i bambini, il mediano per le donne, l’esterno per gli uomini. Gli avvoltoi che perennemente dimorano sul tetto –era quello il fregio sommitale, fregio di orrore vivente- quando un corpo viene disteso là e abbandonato, seguendo gerarchie e logiche imperscrutabili a noi uomini, si distaccano dal muretto a gruppi di due e pasteggiano delle carni morte.

Darice diceva che era rapido: un colpo di becco per la testa, uno per il ventre e poi gli artigli afferrano le viscere e l’avvoltoio si alza in volo per un rifugio sicuro dove consumare in calma il pasto. In ampi cerchi ritorna poi per scarnificare il resto. Sì, mia moglie ha parlato con voce ferma, limpida come sempre, come dopo gli abbracci o al risveglio del mattino. Normale l’orrore, la recisione del legame, l’accettazione di ogni fine. Quando si muore si torna a fondersi con la luce dalla quale si è scaturiti, il corpo non deve infettare elementi sacri, né terra, né fuoco, né acqua, né deve essere ricordato o protetto, giacché è stato solo l’involucro dell’anima, transitorio. Presteresti attenzione o cura a una brezza che oggi c’è e domani non c’è? Ha concluso lei.

E io non potevo parlare, non ho più potuto parlare per giorni, silenzioso come le torri dei loro morti, fermato nella mente, che tornava greca, dal ricordo dei lamenti omerici sugli eroi insepolti pasto di corvi e cani, e da Antigone improvvisamente davanti a me, velata come si addice a chi accetta la morte per non vedere cosa la morte fa a un corpo amato. Perché questo noi Greci rifiutiamo, sapere cosa accade a chi abbiamo amato, e come e quanto si distrugga. Ti ho turbato, non andrò oltre-

Nearchos –E c’è un oltre, in questo orrore, oltre quello che hai rivelato?-

Damarato –Sì. Il distacco di chi resta nel consegnare il cadavere. Tutti vestiti di bianco affidano il letto con l’amato morto al necroforo e vanno via, a testa alta e passo veloce. Li ho visti. Non un lamento, una preghiera, un capo chino o una veste stracciata. La consegna di un involto, nulla di più. E gli avvoltoi scendono.

Darice giurava che sentono le persone amate vicine nella luce e forse è vero, ma non mi bastava. In un certo senso era troppo razionale. Il corpo non è nulla, è una forma transitoria con la quale giocare, come con tutte le forme si può giocare, e dunque lo si abbandona in pasto agli avvoltoi. Logico, razionale, sì. Ma non basta. L’ossessione per la forma che ci tormenta è anche rispetto della persona amata, che in primo luogo è appunto forma, unica, indivisibile. Darle sepoltura non è solo sottrarsi alla sua trasformazione, ma anche rispettare quel che la persona avrebbe voluto, che nessuno vedesse l’oltraggio della morte alla forma che fu solo sua. Seppelliamo, bruciamo; poi facciamo ritratti in pietra, perché quel volto non vada perduto. Darice, quando ha udito questo e ha udito che le chiedevo di seguire il nostro rituale, sgomenta si è ritratta da me e non è più tornata. Io Greco ho fatto inorridire una donna barbara. Non ci sono state lacrime e grida, un distacco saggio e rapido, un distogliere lo sguardo da un’empietà. Inconciliabili, come acqua e olio. Le ho lasciato tutte le ricchezze che Alessandro mi aveva dato, per il bambino, e appena ho potuto sono tornato ad Atene. Pane e olive, sì, felicemente; e i discorsi e la filosofia nell’agorà: ma senza mio figlio, e con il desiderio di provare ancora quella tremenda libertà che ti ho detto, nel mio cuore non più interamente greco-

Solo le acque dell’Ilisso parlarono per qualche minuto, poi Nearchos mormorò, senza guardare l’amico

-Per questo non vieni più a sentire Zenone alla Stoà?-

-L’ho udito parlare di fuoco e distruzione e troppo dolorosi i ricordi mi hanno assalito; al tempo stesso, nessuna verità nelle sue parole, non la libertà delle forme, il distacco severo dal corpo amato. La verità non è degli uomini, né delle filosofie, ma questo, amico mio, custodiscilo nel tuo cuore e non ripeterlo ad alcuno: qui non può essere detto, in Persia sì. Zenone parla e costruisce mondi in cui non trovo lo sguardo che Darice per un attimo solo posò su di me quando le spiegavo la nostra sepoltura e il desiderio di rendere eterno in un ritratto il volto perduto che mai più si ripeterebbe; uno sguardo pieno di un desiderio tremendo, assetato di quello che descrivevo, profili nelle steli funerarie, busti, epitaffi, e maschere d’oro –quello che in Persia non si può fare e sfoga nei profili metallici per precisione, nei materiali preziosi, il desiderio di fare eterno. Lo sguardo che si ha davanti a una rivelazione. Un attimo, uno solo, poi si è allontanata per sempre, invertire la rotta è troppo difficile e nemmeno saggio, ma certo se io non sono più interamente greco, lei non è più interamente persiana. Ma quale filosofia spiegherà la mia nostalgia, il suo desiderio?-

Nozze a Persepoli, parte 2 (racconto da archeologi)

Nearchos – Anche in Atene, e nell’Ellade tutta, molte sono le mescolanze: il Minotauro assomiglia molto ai lamassu di cui parli, se pur l’inverso, corpo umano e testa taurina-

Damarato – Ma il Minotauro fu mostro feroce da perseguitare e uccidere con gioia; i lamassu invece vegliano e proteggono con mitezza. In tutta l’Ellade abbiamo orrore della mescolanza, mio giovane Nearchos, e da qui discende tutto-

Nearchos –Conduci uno strano discorso, molto antico. Gli dei, i miti, le antiche storie sono stati resi remoti da Alessandro il Grande e dai nostri maestri filosofi. Nessuno più vi crede davvero-

Damarato -Le antiche storie continuano ad agire in noi e ci modellano, come fa una matrice dopo che il bronzo vi è stato colato. L’oggetto che ne esce nulla sa della cavità che gli diede forma, ma quella forma reca per sempre. E dunque noi Greci cresciamo persuasi che ogni vivente e ogni non vivente abbia una sua forma e che tale debba restare. Mostri coloro che recano su di sé i segni della mescolanza. Proviamo orrore del caos, di ogni caos. Apollo, signore dei limiti, ci ha fatto questo dono. Mantieni la forma e ti sentirai giusto; astieniti dalla mescolanza e sarai perfetto; astieniti dal contatto con chi è diverso. Alessandro è andato contro questa legge ed è morto anzi tempo-

Nearchos –Sei cresciuto in Atene, onorando i limiti apollinei e tuttavia a Persepoli è stato un ritorno a casa. Oscuro come certi vaticini,  e ancora ruoti intorno al centro del tuo discorso oscuro, come il sole intorno alla terra-

Damarato -Immagina di spezzare la forma in cui sei stato calato. Di sentire infrangersi i contorni che ti rendono te e percepire una vicinanza nuova a tutto il resto, una vicinanza tale da farti riversare per un attimo nelle acque di un fiume, nelle zolle del campo, nella tua sposa. Di farti acqua terra o donna, velocità, germinazione, freschezza. C’è un riposo in questo, oltre che una gioia. Una festa con poco vino, il giusto, e la brezza fra gli ulivi. L’io può sembrare allora un carcere, l’individuazione un giogo-

Nearchos –L’io è tutto quel che ho. Non posso rinunciarvi, nonostante le tue parole ammantino di bellezza questa scelta-

Damarato –Non ricordi le parole del maestro che proprio in questo luogo ascoltò Socrate? Come, e con quale dolore e sapienza, descrisse l’anima costretta a scegliere in quale forma incarnarsi ancora. Tu non hai alcun possesso. Il prigioniero non possiede il carcere, lo patisce. E tuttavia ti capisco, nemmeno per me è stato facile in principio. E se non fossi stato trascinato dal desiderio per la mia misteriosa Darice, così mista, forse non sarei riuscito nell’impresa. Le grandi notti di Persepoli con lei, quando il mondo sembrava spaccato a metà, sopra la notte fredda e piena di stelle, sotto la terra sabbiosa, in mezzo noi che rimescolavamo tutto. Alessandro mi rimproverava, benignamente, ma turbato. Sei più persiano di Dario, diceva fissando i miei ricci sulle tempie, la tunica ricamata, e così dicendo rideva, ma scuoteva il capo. La stessa perplessità nei Magi dei templi. Alessandro mi giudicava troppo persiano, i sacerdoti troppo poco-

Nearchos –Io stesso non riesco a figurarmi te al modo persiano. La nostra semplicità ti aveva stancato, temo. In fondo cosa offriamo noi greci? Libertà non più, ormai; solo discorsi, molti e molto belli, e cene con pane, olive, e agnello se va bene. E piccole case, grandi agorai. Ma nei discorsi cerchiamo di dare forma alle idee e alle cose, in questo simili agli dei che diedero le forme al caos. Ti ho fatto sorridere?-

Damarato – Ricordavo le gelatine di rose e le carni speziate sulle terrazze di Persepoli. Là nessun discorso, certo, solo unioni di corpi. Il logos è qui, ma il logos non bastava in quei giorni. Un’ubriacatura senza vino, perenne, terminata poi nell’orrore e nel risveglio come da un incubo. Un anno circa dopo il matrimonio, poco prima che il nostro re morisse e quando a Darice già si gonfiava il ventre per la gravidanza, avevo preso a fare lunghe cavalcate nei dintorni di Persepoli. In principio era bello. Il mio cavallo era veloce e in poco tempo ero lontano e la città davvero appariva lucente e irta come una corona a mezza costa sul monte, il sogno di un re, il luogo dove tutto si arenava e si concludeva e così doveva essere. Tutto in pace, tutto giusto. Ma contemplandola da lontano notavo una mancanza dal magnifico paesaggio di qualcosa che era essenziale e doveva bilanciare la vista. Il disagio era tremendo, non riuscendo io a nominare cosa fosse necessario e sembrando empia quella vista di una città fatta da soli viventi. Mancavano, infine l’ho compreso, le necropoli fuori dalle mura della città, quell’ammasso così familiare di avvallamenti e lapidi e muriccioli alla buona che incontriamo fuori da ogni porta di Atene e di ogni città greca –

Nearchos – E dove erano le necropoli?-

Nozze a Persepoli, parte 1 (racconto da archeologi)

Una giornata di Luglio, caldissima, dell’anno 300 a.C.. Sulle rive dell’Ilisso, dove Socrate parlò d’amore con parole nuove, che  Platone ricordò e scrisse, sedevano due uomini, uno alle soglie della vecchiaia, l’altro molto più giovane, forte e biondo. Non sembravano padre e figlio, né padrone e servo, piuttosto maestro e allievo. Chi si fosse avvicinato, sopra il mormorio dell’acqua avrebbe colto strane parole

Nearchos –Amico mio, che forse dovrei chiamare maestro, per età e sapienza tanto maggiori delle mie, già conosco questa tristezza che ti prende, non è nuova. Viene col caldo, ma non so se il caldo ne è la causa-

Damarato – Il caldo è carico di ricordi, anche se non è forte come il caldo della Persia alla quale devo i ricordi. Vedi quelle due pietre in mezzo all’acqua? Una è appuntita, quasi triangolare; quella accanto arrotondata dalla forza dell’acqua. Per te e per me sono diverse, vero? Per noi Greci è così: forme diverse corrispondono a cose diverse. Bene in Persia non è così. Niente è troppo diverso da tutto il resto. Da questo ha avuto origine la mia tristezza-

Nearchos –Non capisco. Raccontami più chiaramente, vi prego-

Damarato – Sei troppo giovane, così agli inizi della vita, con una sola battaglia alle spalle, ancora senza moglie, puro come queste acque fresche, giusto appena intorbidato da quel po’ di filosofia che abbiamo ascoltato insieme nella stoà. Quindi è difficile per me parlarti e delle mie parole temo non solo il ridicolo davanti a chi è ancora intatto, ma anche i detriti che lascerebbero in lui. Tuttavia proverò, per non costringerti a essere inquieto o curioso.

Sai che Alessandro, conquistatore del mondo, allievo di Aristotele, figlio del grande Filippo, il giorno delle sue nozze a Persepoli costrinse me ed altri a sposare nobili donne persiane. Ricordi, annuisci, e sembri colmo di entusiasmo: dovresti invece piangere la decisione sublime e inutile del nostro re. La contrapposizione di Europa e Asia, fondata sin dai tempi dell’assedio di Ilio, lui ha vendicato abbattendo il Gran Re; non ancora pago di questo, che ci era sembrato un lavacro rituale, ha quindi proceduto contro l’ordine delle cose, perché questo è stato, decidendo di fondere insieme ciò che il Fato aveva stabilito disgiunto e di unire Greci e Barbari. Segno dell’unione era il suo matrimonio con la figlia del re e il matrimonio dei suoi compagni con principesse persiane. Questa è il ragionamento che conduco nei giorni normali, invernali o freschi, ma quando Sirio splende e porta la canicola, tutto muta e si ribalta e penso che fu una grande idea e un grande fallimento, degno di Persepoli. Ti deludo, Nearchos amico mio, troppo giovane e saldo per apprezzare i dubbi e le doppie verità-

Nearchos– A dubbi e verità mutevoli ci addestrarono i poeti tragici a teatro, e i filosofi nelle stoai, maestro. Reggerò qualunque rimpianto ti induca a mutare idea sotto Sirio e imparerò-

Damarato– Mi avevano detto, allora, che mi era toccata in sorte una donna bellissima, Darice. Ero giovane, poco più dei tuoi anni, non ancora stanco di combattere, e ricco: Alessandro era molto generoso con noi. Ero felice di quanto si favoleggiava circa lo splendore della mia promessa sposa. Ringraziai gli dei con molti sacrifici e intanto cercavo di abituarmi alla città. Persepoli è a mezza costa di un’alta montagna e ha monti intorno che chiudono una vasta pianura, sì che il luogo sembra una corona sul mondo, voluta dal Re dei Re ad altezze inconcepibili per un Greco. Terrazze vaste tre volte l’Acropoli, una sull’altra, una accanto all’altra, e rampe, intagli nitidi, splendori di pietre e ori; ma solo ricchezze, non una città ai nostri occhi, poiché invano abbiamo cercato un’agorà, uno slargo qualsiasi dove radunarsi e parlare, un teatro, i segni, insomma, della vita civile; di una città nulla vi era, solo salire e salire tra mostri di pietra e strane colonne fino alla sala del trono, con l’aria sempre più sottile ad ogni gradino, e la testa che girava. No, non una città, ma un altare, o un trono colossale che richiedeva l’offerta di sé stessi.-

Nearchos– Più bella la nostra Atene, dunque?-

Damarato– Non so rispondere a questo. Di sicuro ad Atene si può vivere, a Persepoli solo adorare. Il loro dio è strano, è un fuoco che brucia da millenni, senza volto o forma o statua di qualche genere, pur essendo lui che dona le forme a tutto; ad esso l’anima dei sapienti e dei buoni si ricongiunge dopo la morte, perdendosi nella luce. Vorrei che avesse consumato anche me, su quelle terrazze, invece di lasciarmi ardere lentamente tra le braccia della mia sposa. Quando l’ho vista, con quegli abiti strani, tunica e calze larghe, e il velo sulla bocca, pur deluso che fosse tanto scura, neri i capelli e gli occhi, bruna la pelle, ho sperato di poterla desiderare; ma quando si è tolta il velo, con un gesto quasi di sfida e invito alla lotta, il desiderio si è infranto contro la peluria bruna sul labbro superiore, le spalle forti da ragazzo e lo scintillio fiero degli occhi. Sembrava un uomo, forse era un uomo. La festa per le nozze girava intorno a noi, ottanta generali greci ai quali il nostro signore Alessandro aveva voluto dare una moglie persiana, e volgendo lo sguardo intorno, tra i musici, i coppieri, i danzatori, vedevo che tutte le donne toccate in sorte ai miei compagni erano più belle della mia, cosicché, quasi scorgendo negli occhi di tutti irrisione e pena, bevevo più del dovuto e quando fu il momento del rito, e lei si è seduta accanto a me in attesa che le porgessi il pezzo di pane che doveva farla mia moglie, ubriaco fradicio non riuscivo a spezzare la focaccia. E di nuovo lo sguardo di lei lampeggiante, e ancora più vivido dopo la notte nuziale che trascorse senza di me, unica tra tutte le spose, essendomi io addormentato sul triclinio del banchetto; una luce così viva e liquida che mi faceva pensare al lago che dicono essere al centro dell’Asia, colmo di un ‘acqua nera e densa nella quale una torcia gettata accesa può bruciare giorni e giorni senza mai spegnersi, alimentando anzi un gran fuoco. E dopo tre giorni trascorsi senza quasi parlarci e sfiorarci, contemplavo quella luce d’ira e vi cadevo dentro, dimenticando la peluria sul labbro e le spalle forti sopra piccoli seni, finendo in essa mentre le toglievo tuniche e sete e drappi, cercando in mezzo ad essi la risposta alla domanda che mi assillava e trovando nella ricerca prima il mio desiderio resuscitato che la risposta alla domanda; e pur stordito, tuttavia capivo, come se una luce si accendesse dentro, che quel suo strano e ambiguo volto era la causa vera del desiderio. Quando sono entrato in lei, è stato come quando abbiamo varcato la porta delle Nazioni di Persepoli, un atto fausto e facile perché giusto, un appropriarsi di quanto ci spettava da tempo, una sorta di ritorno a casa.

Ecco, ritorno a casa, questo furono Darice e Persepoli in principio. E perché sensazione di casa, se la mi sposa era così diversa dalle spose greche, se quella Porta era maestosa in modo indecoroso, quasi oltraggioso? In molti mesi, lentamente e come se guarissi da un morbo, ho capito. E’ che in Persia tutto è mescolato. Nei cibi l’acido si unisce al dolce e si tempera nell’unione; nelle ante murarie, nelle basi dei pilastri, ai lati delle porte, i rilievi di tori con volto umano, i lamassu protettori delle soglie, ti fissano forti e placidi; la mia sposa sembra un uomo-

Figlio e dieta

Allo scopo di consolidare gli ottimi risultati ottenuti durante il lock down, quando erano chiuse pizzerie, arancinerie e gelaterie, il Figlio minore ha deciso di mettersi a dieta, di brutto. Niente colazione con biscotti, mamma. I cereali? determinano il picco glicemico. La frutta? No, quella il pomeriggio. Per la colazione mi ha fatto comprare roba sana, sostanziosa: crusca d’avena (sic!), miele biologico di Vattelapesca, bacche di Goji. Con tali, inusitati, ingredienti la mattina dopo ha preparato il porridge! Una roba colloidale, che non si stacca dal palato, triste da morire. Un cucchiaio è bastato e rimpiango di non aver filmato il suo viso mentre deglutiva.

Dieci secondi dopo era vestito e usciva. Al bar sotto casa ha preso questa, con brioche.

Da Wikipedia, s.v.

Insomma, una scena già vista in un celebre film: https://www.dailymotion.com/video/x2ji78b. Uguale uguale. Mi resta la crusca, avete qualche idea?