Nessuna vistosa autorità regale, 11

Sono andato dalla vedova di Gleb, da Rose, quando mi hanno tolto Anastasia. Lei cinguettava di quanto le mancasse Gleb, una vocina come campanelli. Piccoli sospiri, piccole parole da un enorme petto grasso, una bambina imprigionata.Ha spinto verso di me il piatto di biscottini.

-Non essere troppo severo verso gli altri John. Siamo tutti dei poveracci, anche quelli che tu odi. E’ l’odio il tuo dolore. Smettila di sentirti superiore-

La freccia ha raggiunto dritta il mio centro. Mentre Rose continuava a mangiare biscottini senza guardarmi, franava tutto ed uscivano le parole che avrei voluto tacere, e le cose che avevano generato quelle parole, le spie, i vicini, la casa sporca di gatti e patate, e lei portata in manicomio. Usciva tutto l’odio alloggiato negli ultimi tempi, e nell’uscire prosciugava le mie energie. Dopo, quando ho taciuto esausto, tutti i fiori della stanza rivelano piccole facce nei petali e gridano di gioia in coro

-Bè? Valla a riprendere, che aspetti?- ha detto lei e si scuoteva dal pettone le briciole con una risatina. -E’ tua moglie, no? Non puoi lasciargliela- tra fiori e volants il suo sguardo era durissimo.

Da Gleb e da questa casa avevo avuto tutto, ma proprio tutto. Sono uscito con la sensazione di tenere tra le mani un regalo.

Un manicomio americano ha verdi prati davanti alla porta, edifici bassi e chiari, personale sorridente. E’ sempre la stessa cosa: l’ospedale, il manicomio, la scuola, gli edifici comunali. E’ la casetta americana elevata all’ennesima potenza. È menzogna all’ennesima potenza. Mancano solo le torte sul davanzale.

-Come si chiama sua moglie?-

-Anastasia Manhan-

-Non risulta-

-Provi Anna Anderson-

Un cenno del capo. L’hanno trovata. E’ sotto falso nome e non lo sanno.

-Guarirà mia moglie?- domando all’infermiera che mi conduce attraverso i corridoi verso Anastasia. Lo sguardo di risposta è rigido e onesto come il berrettino inamidato

-Deve domandare ai medici signore-

Devi sempre domandare a qualcun altro, mai un Sì o un No dati subito. Un prolungare i tempi, nella speranza di fiaccare la domanda, di spegnere ogni richiesta con l’attesa. Finché non vi saranno più domande –questo è il Desiderio ultimo, lo Scopo finale. Fine delle Domande, il mondo in Pace, intento solo a produrre senza sosta. Eppure questo è il luogo dove tutte le domande più terribili si riversano: è vero quel che vedo? Da quali labbra escono le voci che sento? Dov’è il mio bambino che tutti dicono mai nato? Le sento salire in grida queste domande e avvolgersi finendo in mormorii a formare una cupola ronzante sopra queste stanze, un vortice di richieste disperate. Qui c’è possiede una sola Domanda, oppure troppe Domande ed è il Luogo di Spegnimento delle Domande –non date fastidio, soprattutto non date fastidio. Ed è questo silenzio, questo tirarsi indietro nelle risposte che fa impazzire.

Ma mia moglie, signora, non ha mai avuto domande, non ne ha fatte e non ne nasconde; ha già vissuto tutto, sa che è inutile domandare e comunque è stata educata a non domandare mai, soprattutto ciò di cui ha bisogno, quindi potete lasciarla andare. E invece dico

-Guarirà presto, vedrà-

Anastasia è persa nella luce grigia che viene dalla finestra. Riconosco il vestitino nero, non la sua faccia diventata piatta e senza vita. Mi guarda e non mi vede. Tra le mani ha un fazzolettino ingiallito.

-Tiene sempre quello straccetto con sé- dice l’infermiera alzando le spalle. Di sicuro le sembra una prova certa di pazzia. Ma io so cos’è, è l’unica cosa che lei racconta rimasta di Tsarkoe Selo, di quando era felice con i suoi genitori, il fazzolettino che avrebbe ricamato per lei la sorella Olga, la prima delle granduchesse, un piccolo quadrato di bisso con una bella A corsiva a un angolo, quello che si è salvato in un angolo del corsetto senza macchiarsi di sangue. A casa con me non tirava mai fuori, lo teneva nel reggiseno e lo lavava ogni sera. E’ solo un ricordo, ma qui il ricordo diventa follia.

Quando entro e mi siedo accanto alla sua poltrona lei non reagisce, guarda la finestra. Chissà che cosa le hanno dato per spegnerla così.

Ho bisogno che lei voglia venir via, per portarla via. E io devo portarla via, perché saperla qui mi uccide. Le parlo e lei non si volta nemmeno. Solo quando sussurro piano Anastasia e lei mi fissa. Nelle sue pupille c’è una lotta, come un risalire lento da un’acqua fonda e scura. La luce giunge piano ma quando giunge è stabile, prende possesso di un posto che era suo. Mi guarda come se si appendesse a me e mi sento quasi male per averla tratta da quella di specie di sonno artificiale nel quale almeno non soffriva. Ora lei dipende in tutto da me. Non deve far vedere di avermi riconosciuto. Nessuno qui deve sapere che Anastasia è sana.

-Verrò a prenderti per andare via. Non dire niente a nessuno. Ma quando verrò e ti dirò Granduchessa, fai tutto quel che ti dico-

Lei continua ad aggrapparsi con gli occhi a me e non parla. Una nuova Ekaterinburg, qui, nel lindo ospedale del luminoso Occidente, qui dove si crede di essere liberi, di curare e guarire. Fingi come allora di essere morta, dagli quel che chiedono, non cambia mai niente, da nessuna parte.

A casa faccio mangiare i gatti disperati, butto le patate, inizio a pulire. Poi mi viene in mente che non posso tornare con lei. E che non so come portarla fuori da là.

-Che c’è di difficile?- squilla la moglie di Gleb–E’ tua moglie, devi pensare a questo soltanto. La vesti bene e la porti via con te. Se dentro di te pensi solo che è tua moglie, e non la tratti da malata, nessuno si accorgerà di niente. E non tornare qui. Al college dì che parti per un viaggio-

-Collegheranno il mio viaggio e la scomparsa di Anastasia-

-Non subito. Prima o poi vi troveranno, è chiaro-

-E allora, che senso ha?-

-Il senso è quel che accadrà nel frattempo-

E adesso che il tempo sta per finire mi dico che non è ancora accaduto quel che speravo accadesse: una certezza, sapere che lei è lei e io Granduca in attesa. E già devo scappare. Devo andare via subito, da lei. Devo lasciare Janine. Dolce Janine. Coi suoi modelli hollywoodiani, i capelli platino e il reggipetto a balconcino. Segue un modello fuori moda e non lo sa. Alena era alla moda. Mia moglie è senza tempo.

Il respiro di Janine è regolare, un soffio debole sotto capelli scomposti. Lascio duecento dollari sul comodino. In fondo ne è valsa la pena, mi ha ascoltato meglio dello psicologo del college.

Lei non si sveglia. Fuori è ancora buio. Tornerò da Anastasia a tempo per lavarla e vestirla per un altro giorno di fuga, l’ultimo forse. Mentre esco dalla città la luce fredda dell’alba sale a ventaglio in fondo alla strada alberata e mi accorgo di avere una fame tremenda.

Mi fermo in un localetto di periferia. L’uomo al bancone è calvo e triste, ha una sigaretta tra le labbra e non alza gli occhi quando gli ordino la colazione. Armeggia in cucina. Poi torna col piatto e ha occhi ammiccanti, subito abbassati sul caffè

-Nottata mister?-

annuisco mentre affondo la forchetta nelle uova. Nello specchio alle sue spalle vedo la strada e una macchina della polizia a luci accese

-Cercano qualcuno-mormora l’uomo –Voi siete di qua mister?-

Scuoto la testa. Non sono di qua, non sono di nessun posto. Cercano qualcuno che sono io con mia moglie. Mangio lentamente. Ho paura. Una colazione fatta male, la macchina fuori pronta a partire, nessun luogo dove andare, e molta brava gente che mi cerca. Essere isolato, cercato come un uomo dannoso agli altri. Anastasia mi ha fatto accorgere di ciò che sono e ho sempre negato.

-Di dove siete?-

-Massachusettes- mento. Prima di una domanda gli occhi dell’uomo lampeggiano. E’ il solto barista di provincia di provincia che vuole sapere tutto, la banca dati della zona.

-Bella terra- e fissa la macchina della polizia che passa di nuovo, la vedo nello specchio.

Ho mangiato un solo uovo.

-Non avete fame?- ancora un lampo negli occhi dell’uomo, subito spento dalle palpebre abbassate. Poco appetito significa preoccupazione. Devo fingere tranquillità. Affondo la forchetta nel piatto.

Il barista è un tipo triste, forse un tempo aveva capelli folti, o un sorriso simpatico, capelli e occhi strappati via a colpi di delusioni d’amore, bourbon e lavoro duro. Io vent’anni fa avevo occhi più baldanzosi, pieni dei libri che avrei scritto, e che non scriverò mai più. Libri che avrebbero potuto cambiare la gente e per i quali non ho avuto e non ho la forza, perché tutta la mia forza è stata impegnata a restare com’ero. Ma Anastasia questo momento non l’ha conosciuto. Si fissava incantata, con occhi sbarrati. Io la fissavo nello specchio attendendo il momento della rabbia, che lei si vedesse com’era da giovane, ai balli o nel parco, o alle feste di New York, quando la città intera le rendeva omaggio; ma quel momento non veniva e gli occhi sbarrati di lei forse vedevano sempre e soltanto gli spari e il sangue, i corpi morti. Incatenata dalla violenza a quell’unico momento, principessa senza storia, senza vita. Guardo di nuovo il barista e lo vedo a occhi bassi, viscido come una lumaca, intento a porre un’attenzione esagerata alla tazza che lava. Nello specchio la luce lampeggiante blu della polizia e due poliziotti che avanzano nel locale. Non ha il coraggio di guardarli e si fa scivoloso come il sapone dei piatti. Il mio amico ha paura. Anastasia non ha avuto paura quando sono venuti a prenderla; e non ha avuto paura neppure di scappare via con me dal manicomio e non ha paura di essere ripresa. Anastasia mia moglie, contadina e principessa, senza paura. Quella l’ha finita tutta in una sola notte.

Tutto a posto, capo?- chiede uno dei due poliziotti. L’altro si guarda intorno. Il barista annuisce a occhi bassi. Sta lavando qualcosa.

-Tutto ok-

-Novità?- e guarda me.

-No, tutto ok, tutto vecchio-

Nessun cenno d’intesa, nessun ammiccamento. Il barista è meno codardo di quanto pensassi. Trattengo il fiato. Forse teme o odia la polizia –una multa, un fermo troppo duro per un eccesso di velocità. Ha sentito la mia paura, ma non mi ha tradito. Appena i due risalgono in macchina mormora, sempre a occhi bassi

-E’ ora di andare-

Lo guardo immobile

-Ha fatto tardi, non è vero? Sono già le sei, presto saranno tutti in giro-

Ok, è meglio sbrigarsi. Gli lascio una mancia generosa e mi precipito alla macchina.

Il motel è davanti a me, edifici bassi e chiari sparpagliati nel verde, come il manicomio. Solo che prato e cespugli sono incolti. Fanno comodo così perché devono nascondere. Sembra un secolo fa e siamo arrivati ieri sera.

Storie di ragazzini

Sarà un caso, ma negli ultimi mesi mi sono imbattuta spesso in serie televisive o romanzi che hanno per protagonisti ragazzi o ragazzini. Imperversano ovunque e con caratteristiche simili. Le due serie di Tredici, Verderame di Mari, Abbiamo sempre vissuto nel castello della Jackson, Album di famiglia della Dorrestein.

Bene, questi ragazzini o sono dei geni che a tredici sanno e capiscono tutto, tanto da far supporre che l’anno dopo avranno il Nobel, o sono creaturine circondate da adulti inesistenti, o malvagi, o indifferenti, talvolta pazzi assassini, o sono assassini essi stessi. Mi chiedo se dietro non ci sia un gigantesco complesso di colpa sociale nei confronti delle nuove generazioni, che evidentemente sentiamo di amare male. Oppure un timore neppure tanto vago nei confronti di intelligenze e sensibilità che talvolta intuiamo, anche se non vogliamo riconoscerlo, molto più profonde di quanto vorremmo.

Nessuna vistosa autorità regale, 10

Basta, ti ho intristito, vieni qua. Mi hai ascoltato tanto, Janine. I tuoi capelli profumano di lacca da quattro soldi che adesso mi sembra buonissima, e il nylon della tua sottoveste è morbido, anche se non è seta. Come sei morbida tu. Sei un riposo, una chiatta sovraccarica di tutti gli uomini che hai accolto e ora anche del mio racconto. La prima e ultima volta che racconto di me e Anastasia a qualcuno. Tanto sta finendo e nessuno ti crederebbe mai se riferissi le mie parole. E’ come metterle al sicuro. Sei tenera. Vieni qui. Ancora di più.L’inguine vizzo e questa floridezza a buon mercato. Non so più cosa voglio, cosa ho voluto, ma ora è bello averti vicina, vieni più in qua. Non più ossa e pelle vecchia, ma un morbido nel quale cadere e io tra le braccia ho non la prosperosa Janine, ma Anastasia come non l’ho mai vista né in foto né da vecchia, Anastasia come la vedeva Rasputin quando sogghignava sulla soglia della camera da letto, non principessa e non mendicante, senza titoli e senza offese, illesa e bella. Anastasia e basta, prima che l’amore fosse per lei violenza a Ekaterinburg, prima di non essere più fanciulla. In questa figura cado tendendo le mani per afferrarla, ma trovo solo i seni lenti della donna sconosciuta.

Non è niente Janine, Sì, mi gira la testa, sono stato abbandonato, derubato, e sono colpevole. No, non voglio ancora, cinque dollari, mi fai uno sconto. Non è questo. E’ che c’era una giovane donna per me, da sempre preparata e non avrei mai potuto averla. Perché quando lei era lei, ci dividevano troppe cose. Secoli e secoli e un paio di continenti. E ora che la ho, non è più lei, l’ho presa che me l’avevano già cambiata.

La donna mi guarda perplessa, poi alza le spalle, lenta e ampia nel letto. Ha accolto me, da sempre accoglie chiunque e questo l’ha sformata e gonfiata. E’ disfatta in questa stanzetta linda e desolata che sa d’ospedale, un letto pulito, un comodino con l’abat jour e forse la Bibbia nel cassetto.

Perché stiamo fuggendo? Mi chiedi.

Falangi macedoni, coorti disciplinate e inesorabili, flotte a vele spiegate con i cannoni carichi avanzano feroci. Così avrei immaginato e invece  l’attacco frontale non è così chiaro, incontro solo gli avamposti. La fine è fatta di due medici che sono la copia dello psicologo fenicottero al college. Stesso sguardo obliquo e indagatore, stesse maniere miti e voce gentile e contraffatta, molto bassa. Quando apro la porta so già tutto. Sono venuti a prenderla. Mia moglie, la mia principessa, il mio aggancio col passato, dove era possibile e desiderabile essere diversi dagli altri.

Certo, c’è stata una denuncia dei vicini –giubilo dalle tendine bianche, l’ordine viene ristabilito. Sì, non si vive in questo modo –i gatti offesi salgono sui mucchi di patate, un esercito che si dispone per l’attacco. Avete ragione fratelli, ma io e lei siamo finiti se ci separate.

Mostrano un distintivo e un foglio. E’ l’ordine di portare Anastasia in manicomio. Ma non c’è il suo nome, c’è il nome di Anna Anderson che faccio fatica a ricordare. E’ il nome col quale l’hanno accettata e incasellata. I suoi occhi mi pungono le spalle.

-Non conosco questa Anderson- dico restituendo il foglio e alle spalle degli psicologi spuntano due poliziotti. Si fa sul serio. Non vengono con legioni e coorti, con flotte di vascelli a vele spiegate, con peltasti e falangi, ma con una diagnosi. Pericolosa a sé stessa e agli altri. Pericolosa per l’igiene pubblica. Non la vedo in questo nome, in questa descrizione. Lei non è qui, mister. Lei non è da nessuna parte se non con me vicino. Alzo la voce, tendo la mano per strattonare il poliziotto e un’altra mano, vecchia, grinzosa, macchiata dagli anni e dai dolori, si posa sulla mia e la stringe forte. Anastasia.

-Vado con loro, John. Sono sempre andata- e poi agli psicologi –Datemi il tempo di prendere ciò che può servirmi-Finito quel suo perdersi in mormorii, quel suo chiamare Marja, e il ritorno a Ekaterinburg. Maria Stuarda, Maria Antonietta e tante ancora, tutte regine. Sembra quasi contenta, come se tutto fosse stato per arrivare a questo, una vittima sacrificale che non dà soddisfazione ai suoi carnefici. O come se quei diciassette anni di vita perfetta tra Tsarkoe Selo,  l’Hermitage, le bambinaie, i lini bianchi e i tigli, fossero abbastanza e dovessero essere pagati in questo modo. Questa è la regalità e la devi avere nel sangue, nessuno può insegnarla. Oppresso dalla coscienza della mia borghesità, da tutti i calcoli e i conti che i miei antenati di certo hanno fatto, non trovo nessuna parola per fermarla, solo rotti balbettii, un contadino sconvolto in ginocchio davanti al trono dello zar.

Lei avanza e le vedo intorno svolazzare come tanti straccetti che in fondo hanno piccoli specchi, ciascuno con un’immagine, il parco d’estate, il filo di perle, l’abito bianco con la fascia rossa, la foto con le sorelle e Aleksej e sopra i genitori svettanti tristi,  il pianoforte e lei che cammina dritta con un libro sulla testa. Poi lei è come si ravvolgesse uno strascico e tutti gli straccetti svolazzanti e le immagini che portano si fondono in un unico lungo strascico d’ermellino

-Andiamo vi seguo- prende un sacchetto di plastica e si avvia. E così quel suo varcare la soglia di casa ristabilisce le distanze esatte tra noi, ripristina l’ordine antico, spinge di lato spie, poliziotti, psicologi e tutte le forme di controllo che America ed Europa hanno potuto immaginare, ribalta tutto e s’insedia signore. Ma davanti a chi? A due psicologi che si scambiano uno sguardo che è uno schiaffo, come a dire Vedi? E’ pazza davvero; davanti a poliziotti che si tirano su la cintura, indifferenti più delle patate disseminate nella stanza. Tutto sprecato, amica mia, non c’è più un mondo che possa accogliere questi comportamenti. Amen. La pistola del poliziotto nella pancia ferma la mia marcia al tuo seguito. 

La regalità è giudicata pazzia. Amen, amen. Anche io sono pazzo, ma siccome non sono nato re, non se ne accorgono, amen, amen.

Come? Devo dirti che sei bella, bella come Marilyn? Sì, lo sei, morbida Janine. Dolce Janine, mia Marilyn, come lei tutta artefatta, capelli, mani, occhi; il massimo artificio per la massima semplificazione; piacere agli uomini come vocazione e necessità. Lei invece è la massima complessità senza nessun artificio e non vuole piacere, no di certo…Dolce  Janine…non capisco più niente….

E poi vedo tutti gli dei cavalcare gli States da New York a San Francisco –Anubi dalla testa di sciacallo, Afrodite dal seno pesante semidistesa su una lettiga portata da colombe, la terribile Diana col suo corteo di cani ululanti, la dea madre della preistoria che grida nelle doglie di un parto senza fine, Odino che rotea l’ascia tra schizzi di sangue, Quezalcoatl che arranca ritorto, Horus in forma di falco e infiniti altri, fatti di tutto, di piume, scaglie e fuoco. E li segue con allegria una processione di re, tutti diretti verso la baia di San Francisco, il primo faraone, con la pelle d’oro, Napoleone con la testa coronata di colonne e cupole, Enrico VI sempre in cerca di qualcosa, Elisabetta I circondata da molti velieri, Montezuma col coltello conficcato nel suo petto, Luigi XVI che guarda in alto e dice parole che nessuno sente, Ottaviano Augusto sporco di sangue, Isabella d’Aragona seduta sulle navi di Colombo e li ho visti danzare e ridere, Napoleone bisbigliava con Odino, Venere cingeva per la vita Elisabetta I che si teneva tutta rigida e guardava fisso davanti a sé, Montezuma che inseguiva Anubi gridando a gran voce,  Ottaviano Augusto che spiegava lungamente qualcosa a Luigi XVI, e poi una danza di tutti con tutti, sopra gli States, sciamando tra schiamazzi e brindisi e infine arrivare alla costa orientale e tutti, tutti che entravano nel mare di San Francisco senza guardarsi, senza parlare, ognuno godendo dell’acqua e della fine che l’acqua conteneva, scendendo lentamente nella pace azzurra e fresca  delle onde all’ombra del Golden Gate.

-Accogliere è spegnere-

diceva una voce enorme alla fine del sogno e mi svegliava così. Col cuore in gola balzo dal letto dove Janine dorme e alla finestra buia guardo le strade. Sono vuote nel vento triste, uno strano contrasto col sogno tanto affollato. Assenza, mancanza che chiede spiegazione. C’è qualcosa che devo capire e non capisco nel vuoto davanti a me. Avevo sempre pensato che nel calderone americano tutto perdeva forma, tutto diventava soft, smussato e inoffensivo, pronto a essere usato per un drink, per una lezione al college, spiegato e docile. E questo era il sogno, divinità e re finiti a mollo nella baia di san Francisco e dimenticati; accolti e spenti.

 Ma nel sogno non c’era Anastasia. La fine ultima del vecchio mondo europeo non era nella massa che finiva allegramente nelle acque americane, nel calderone dove ogni cosa aveva una sua strana pace. E questo che significava? Che dovevo anche io gettare qualcosa nel calderone, entrare con mia moglie  nel corteo di re morti, scendere con lei nelle acque dove tutto si perde? Oppure che Anastasia mancava perché non era scritto che finisse? Forse lei non era accolta e quindi durava in qualche modo, in una qualche forma di salvezza?

Aiutami, prego, senza sapere chi stessi  pregando. In quella mancanza c’è qualcosa, qualcosa che devo ancora fare, o scoprire. Il massimo respingimento che è il manicomio, al quale Anastasia è stata condannata, significa che lei non finirà. In qualche modo non finirà.

Nessuna vistosa autorità regale, 9

Dobbiamo sottrarci al contagio, non resta altra via.  Sottrarsi a ciò che ancora resta di vita normale.

Intorno a me si fa il vuoto. Gli sguardi altrui sono un cerchio di cemento grigio, Il grigio è dappertutto, tranne che nel viso da vecchia di Anastasia, lì c’è il blu delle occhiaie, il nero dei denti mancanti, ma non il perfido grigio. Continua a spiare le due spie là fuori. Quando la chiamo si volta con uno scatto fiero e vivace uguale a quello della foto di Anastasia bambina. Per questo scatto del capo io la amo, per gli occhi che sono due punte nonostante l’età e che fanno sembrare artificiali le rughe e le macchie della pelle. Per le rughe, le macchie, le vene blu io la odio, perché mi sembrano colpa sua, mi sembra che avrebbe potuto rifiutarle se avesse voluto e io allora avrei avuto l’unica donna che ho mai davvero desiderato.

Alla finestra, a spiare le spie, a un tratto la paura, come un artiglio sulla spalla. Mi volto e mi accorgo che anche Anastasia ha paura, la mia stessa paura, quella di essere avvelenati. Non stringo più mani, nemmeno al college. Non mangio fuori di casa, nemmeno ai rinfreschi durante i congressi. Invano i colleghi mi offrono tartine o drink, io vi vedo solo rischi di avvelenamenti.

Intorno a me si fa il vuoto. Il frigorifero diventa subito tossico solo a pensarci, tutti i cibi di casa grondano sostanze chimiche mortali. I due là fuori e tutto il sistema senza re e senza capitani che ha generato i due, non esiterebbero certo a ucciderci. Non in un lago di sangue, non in modo troppo clamoroso o troppo visibile, ma col veleno sì. Senza rumore questa povera vecchia, avanzo di un’Europa altrettanto vecchia, e il suo marito americano, americano per finta, saranno tolti dai piedi. E’ così che fanno, nulla di spettacolare, senza far parlare o sospettare, senza che intorno ai nemici vi sia una parola o un ricordo.

Lei non mangia più, nemmeno quello che le porto io

-Anastasia, vieni con me- La trascino in macchina, mi fermo, entro in un fast food e le prendo un hamburger con patatine. Lei nell’addentarlo ha la faccia di una bambina golosa e affamata. Mangia con voracità, senza alzare lo sguardo. Si pulisce l’angolo della bocca col dorso della mano, cercando di non farsi vedere

-Me ne prendi un altro?_

Sedotta dai grandi USA, finalmente. Conquistata a colpi di tritato di manzo. Non con le case linde, le famiglie perfette, ma con il cibo da cowboy. Anche lei, come tutti gli dei del mondo, come i grandi artisti e i perseguitati e le culture di tutto il mondo, è finita nel calderone americano, nell’ondata gigantesca che porta tutto tra New York e San Francisco. E’ la bambina che saliva sugli alberi, che mordeva la cugina, che si faceva rimproverare e punire dalle governanti. Boccacce e scherzi. E mac Donald’s me la fa ritrovare.

Da quel giorno mangiamo sempre così, e sempre in posto diverso. Chilometri e chilometri. La macchina è piena di cartacce e cestini di fast food. Prima di ritornare in un posto passa un mese. E i due ogni tanto li vedo nello specchietto retrovisore, sempre vestiti da spie, ma con un’aria appena di disappunto. Appena appena, ma già mostrare un qualche sentimento è un segno forte per gente come loro, allenata all’impassibilità. Sei un genio amico mio, hai fatto centro, mi dico da solo. Non sono mai stato così fiero di me stesso.

Dopo un anno i due fuori di casa diventano un’abitudine, e un’abitudine è la solitudine, e il televisore acceso, l’odore di terra. Così gli ebrei sono sopravvissuti ai campi di sterminio, così i nativi d’America alle riserve. Ma lei va giù, si spegne. L’odore di acqua di colonia non c’è più. Qualche volta mette i vestiti nuovi, ma la sua tristezza li annulla. Si lascia andare, non si lava più. L’erba del giardino copre quasi le finestre, i gatti aumentano.

Ho sentito la prima volta l’odore alla finestra, mentre spiavamo le spie. Io ero alle sue spalle. Era pungente e stantio –urine vecchie, stratificate, gocce su gocce nell’arco della giornata, ognuna col suo odore che si posa sugli altri. E mi sapeva di vecchi zii decrepiti nel prato, quando ero piccolo ed ero inorridito e incantato da quell’odore, da quella inconcepibile vecchiaia. Ma mi rifiutavo di pensare che venisse da lei, così pulita.

Una sera, mentre salivamo le scale, l’ho sentito nitidissimo, e veniva da lei. Anastasia non si lavava più, l’odore di gatto e  di orina vecchia era suo. In camera la faccio sedere sul letto. Lei ha occhi piccolissimi e neri, tra guance ancora sporgenti e piene, se guardo bene spostando le rughe e le macchie della pelle, certe volte è il viso della bambina di Tsarkoe Selo

-Ti preparo un bagno-

-Lasciami stare-

L’acqua scorre nella vasca copre i mormorii di protesta di lei, che infine si arrende perché forse le ricorda qualche capriccio antico, una cameriera che le preparava il bagno in qualche residenza fredda e vasta, perché sussurra incantata Annuska, Annuska.

E’ paralizzata. L’aiuto a spogliarsi e vorrei non vedere il suo corpo da vecchia che lei tenta di coprirsi con le mani nodose, i seni vizzi, la schiena curva come un punto interrogativo. Vorrei non sentire l’odore di urina che sale dall’inguine che guardo appena, bianco e violaceo, senza peli, in una specie di infanzia malata e maligna, appassito per la vecchiaia, però senza ombre, come un ritorno alla bambina di un tempo, la bambina violata e uccisa nella cantina di Ekaterinburg. (Il sangue, il sangue di genitori e fratelli, il sangue a fiotti e schizzi, e gli spari). Un ritorno falso e offensivo, un simulacro indecente. Lei tollera ogni giorno questa cosa su di sé e non so come faccia. Forse è così che ci si abitua alla morte, spiandosi ogni giorno addosso questa decadenza. E mentre distolgo il viso

-Marja, Marja stai giù!- sussurra spaventata.

L’infanzia, così tutelata dalla zarina, uccisa in pochi attimi nello scantinato, e poi dopo, quando il soldato l’ha presa nel bosco. Il mio gesto di denudarla l’ha portata a quella notte. Ancora Ekaterinburg e Marja che si alza e afferra la baionetta del carnefice accanto a lei. Da questo capisco che sa che le ho guardato il ventre.  So che d’ora in poi sarà così che mi parlerà, con i ricordi della sua vita prima di essere Anna Anderson, che non ci sarà più nulla di nuovo per lei, ma solo ripetizione, e che il dolore o la nostalgia saranno il suo linguaggio. La guido alla vasca e mi sento un carnefice. Pietà. Pietà per l’inguine vizzo e senza peli. Pietà perché è scomparso ciò che incantò Ciakoski e la salvò, ciò che tanti uomini videro e amarono negli americani della sua giovinezza. Per me questo è stato conservato, questa vecchia ho voluto.

Nessuna vistosa autorità regale, 8

Anastasia sconvolta. In piedi accanto alla finestra guardava in strada da dietro la tenda. Più che guardare, puntava, come un cane da caccia. Non si è voltata quando sono entrato

-Principessa- Profumava di acqua di colonia. Quando io esco, lei passa ore in bagno. Pelle vecchia e acqua di colonia di un altro tempo, Guerlain Imperiale –sa di secco, sfinito e antico, come un libro del Cinquecento pieno di polveri e segreti.

-Principessa-

-Sssh. Sono qui-

-Chi?-

-Loro. I sovietici-

 Al di là del viale c’era un’automobile con due uomini seduti che guardavano davanti a sé. Apparentemente non avevano nulla da fare.

-Sono lì da ore. Sono loro-

La costrinsi a bere un té. Lei era impettita in punta di sedia. Come se dovesse andare via

-Sono loro, mi hanno trovata-

-Aspetta, non è sicuro. Vediamo cosa fanno- era una prudenza che non mi apparteneva, che esercitavo solo per lei. Dopo un’ora la macchina con i due era ancora là.

-Vado alla polizia-

-No. Resta-

Restammo seduti sul divano tra le patate, a fissare la televisione accesa

-Se sono spie, non fanno nulla per nascondersi-

-Non si nascondono perché non hanno paura. Anche gli americani vogliono che io sia controllata. Non faranno certo una guerra ai russi per me-

Per addormentarsi, quella sera mi ha chiesto di restare con lei. Ci ha messo un po’. Appena il suo respiro regolare ho piegato e messo a posto i cumuli di vestiti. Ammucchiava gli abiti, li lasciava cadere a terra, ma le lenzuola le cambiava e le lavava ogni tre giorni. Le sue pantofole erano vecchissime, la vestaglia era consunta ai gomiti, ma possedeva dieci boccette di acqua di colonia e faceva il bagno tutte le mattine.

Nel sonno geme. La consolo, la carezzo sulla mano ossuta, con troppe vene sporgenti e lei si placa. Per distrarla, la mattina dopo esco di buon ora a comprarle dei vestiti. I due (o altri due) sono sempre là nella macchina . Appena passo mettono in moto e mi seguono. I loro visi non li riconosco e so che presto non li ricorderò neppure. Sono anonimi, sfuggenti come acqua o sabbia. Visi che non si possono ricordare, capelli lisci, castani, lineamenti regolari, occhiali scuri sugli occhi. Non sembrano russi, però: sono morbidi come americani. Ma poco importa, tutti i servizi segreti e i loro uomini si somigliano, perché devono entrare dappertutto, vedere tutto, uomini nebbia, uomini fango. Io non mi curerò di voi! Dico allo specchietto retrovisore.

Per la prima volta decido di partire alla riscossa: finora ho come sognato, adesso basta.

-Troveremo altri avvocati, Anastasia. Costringeremo il tribunale tedesco a riconoscerti-

Lei sussulta spaventata

-No! E allora quelli fuori perché sono qui?-

quelli là fuori sono sempre fuori. C’è un mondo dentro e un mondo fuori e sono diventati incompatibili. E la verità è chiusa dentro. Non farti sulla soglia, non stare alla finestra.

Sì, alla fine la chiamavo Anastasia. Era più comodo chiamarla così, crederla così. Ma i dubbi restavano. Forse passati i cinquant’anni ci si adagia in finte certezze e non si vuole sapere più nulla. Come il metallo fuso dentro una forma prima o poi si raffredda e si adatta ai limiti della matrice.

Ci hanno spiato per un anno intero. Giorni interi alla finestra, dietro una tenda, insieme a lei. I due in macchina sono sempre là, certe volte si ripetono, certe volte cambiano, ma sono sempre uguali, uguali dentro, negli occhi, in ciò che fanno. Io e lei invece siamo unici, siamo tra i pochi che sento unici. Unico era Gleb. Unica Anastasia, e io per mezzo suo, due granduchi in attesa di diventare imperatori. Quando guardiamo insieme là fuori mi sento felice, in un modo strano.  Forse perché sino a prima di sposarla avevo fatto felici molte persone e mai me stesso. Ero stato come mi volevano e ora, a guardare indietro, stavo malissimo. Mie adesso le patate e il soggiorno oscurato, i due là fuori e questa donna vecchia accanto a me.

Le sorrido, e lei sembra uscire un po’ dal suo torpore. Anche se non mi restituisce il sorriso, quello proprio non sa farlo, c’è una luce nei suoi occhi. Mi stacco dalla finestra e studio il russo. Lei non mostra neppure di notare i miei libri. La Russia, Tsarkoje Selo, le sorelle, i genitori e la fine di tutto, se ci sono, sono sigillati in profondità, escono solo nel sonno, quando mormora e mormora sempre più spesso da quando ci sono le spie

Maman non riesco a fare questo punto.  Il ricamo, il francese, la musica e i giochi decisi dalla zarina. Le ragazze tenute in un’infanzia perenne, lontana dal male. Niente mondanità, niente balli. Il ricamo, fiori, alfabeti, gattini, mentre la Russia moriva. Un mondo magico nel palazzo, così magico e chiuso che non ricadeva all’esterno.

-Maman, come siete bella –

Il viso triste, sempre triste, delle vecchie foto della zarina Alessandra. Un viso che anche da ragazza in qualche modo sapeva cosa sarebbe accaduto, e non ha mai tentato di tornare indietro. Per amore di Nicola, o perché non conosceva altra strada. Era adulta anche da ragazza.

Due grandi assenti dalle invocazioni notturne, Rasputin e il bambino avuto da Ciakoski. Se Ciakoski esisteva, se hanno avuto un bambino

Troppo buio, maman. Accendete la luce. Troppo buio dopo la nascita di Alksiei. Non si sfida la felicità, non bisogna chiedere troppo. Con quali parole Rasputin avrà guarito il piccolo, con quali preghiere o incantesimi resta un segreto. O lo era già allora quando venivano pronunciate. Il bianco che gli zar avevano eretto con pazienza intorno alle figlie, che ancora durava intorno a mia moglie nonostante le patate e le tende tirate, non doveva, non poteva essere intaccato dal nero..

Le spie là fuori erano grigie. come i loro vestiti, come le canne delle loro pistole. Un grigio non di compromesso, di accordo tra parti opposte, ma di manipolazione, di bianco affascinato dal nero. Macchiato dal nero. Si notano appena, non si distinguono gli uni dagli altri. Nella loro assimilazione a chi li comanda peccano contro ciò che si deve fare per vivere Io e lei obbiamo sottrarci al contagio, non resta altra via.  Sottrarsi a ciò che ancora resta di vita normale.

2019

Che lo spettacolo cominci, siamo qui per questo e , se Dio vorrà, assisterò fino all’ultimo giorno dell’anno nuovo..Di tanti desideri che mi premono il cuore, ne scriverò uno solo: che passi, finalmente, quella speciale fitta al cuore quando penso alla ex fidanzata di uno dei Figli…

Figli e fiducia

Pochissimo influenzata dal fatalismo isolano in virtù del mio sangue umbro, oggi mi sono accinta a modernizzare e alleggerire la borsa da terremoto. Questo sebbene in cuor mio creda (speri) che tutti i discorsi sin qui ascoltati sul Big One siano da ridimensionare grazie al cemento armato (l’attesa del Big One è uno degli argomenti prediletti dalla gente dopo il terremoto). Quindi al computer, quando ero sola, ho messo nel carrello acquisti coperte termiche arancioni, fischietti arancioni anch’essi e sacchi di croccantini per il cane.

Il Figlio grande sopraggiunge alla mie spalle silenzioso come un puma

-Due sacchi di croccantini per il cane?!?! Perché??- glielo dico cercando di minimizzare.

-Esagerata! Esageratissima! Poi arrivano i soccorsi e ci portano del cibo, no? Mica è la fine della civiltà! Mica sarebbe un mondo post-nucleare stile Fall Out!-

Non ho accennato alle stime sui morti e sui danni che si attendono, né sui timori circa i piloni dei viadotti in autostrada e le piste dell’aereoporto; ho accettato il ruolo di Vecchia Mamma. Lui si è allontanato scrollando il capo e io ho cliccato sul pulsante Acquista.

Nessuna vistosa autorità regale, 7

C’era una volta un re e una regina che erano quasi felici. Avevano quattro bellissime figlie, un palazzo d’oro, un palazzo di marmo, un palazzo di ambra e un palazzo di lapislazzuli. Nei parchi dei palazzi le betulle e le querce si inchinavano al loro passaggio e formavano grandi archi. Passavano tre mesi in ogni palazzo e quando si spostavano in carrozze d’oro da una dimora all’altra il popolo ai lati della strada era un grande sorriso. Le sale ridevano piano quando le principesse vi passavano. Talvolta correvano giocando e viali e stanze si accendevano allo scalpiccio dei loro piedini.

Ma il re e la regina non erano felici perché mancava loro un figlio maschio, l’erede al trono. Nessun marito di nessuna delle figlie avrebbe potuto mai avere il loro sangue purissimo e reggere degnamente il paese incantato, così pensavano, così era stato detto loro e così era scritto nel Libro della Legge. Di notte nelle sue stanze la regina si toglieva gli abiti, si toglieva il sorriso che aveva indossato durante il giorno, davanti alla corte e alle figlie, e piangeva, finalmente piangeva tutte le sue lacrime. La vita le sembrava oscura in tutta quella luce in cui viveva e il suo cuore era nero come la notte. Una maledizione le era stata fatta, singhiozzava fra sé e sé, una maledizione potentissima, che aveva pronunciato

-Avrai tutto quel che si può desiderare, tranne ciò che vuoi veramente-

Forse, si diceva la regina, il mondo in realtà era buio e si accendeva solo per maleficio quando la famiglia reale passava. La natura di tutto era buia e malvagia, di certo. Nemmeno l’acqua della regina d’Ungheria riusciva a lenire i suoi mal di testa quando aveva a lungo rivoltato in sé stessa queste cose; e nemmeno le voci delle sue figlie nel parco.

-Datti pace, regina. Ottenere ciò che manca alla felicità è strada sicura per l’infelicità più grande-

le sussurrò un giorno la vecchia nutrice delle quattro fanciulle e la regina, furente, la confinò nelle cucine del palazzo e non volle più vederla. Niente e nessuno doveva lenire il suo dolore .

Una notte chiara, piena di aliti profumati e di sussurri, il re tornò dalla regina con molta tenerezza. Nove mesi dopo nacque un figlio maschio. La luce dorata durò ancora un anno. Le quattro figlie cantavano

-Maman, adesso siamo sette. Prima eravamo sei ed era un numero brutto. Adesso siamo sette, il numero perfetto. Maman, siete felice?-

Sì sono felice-

La regina sorrideva alle fanciulle e il suo sorriso brillava più dei diamanti nel diadema che aveva in testa.

Poi il bambino reale si ammalò. I lividi macchiavano la sua pelle, gli svenimenti lo tenevano lontano dal mondo e i baci della regina non lo risvegliavano. I genitori sedevano presso il suo lettino, chini sul visetto del piccolo e il resto del mondo si spegneva lentamente. Prima divenne oscuro il popolo, che iniziò a mormorare pieno di odio, poi l’esercito che senza re si annoiava, poi infine il parco. Luminose restavano solo le quattro figlie, che erano fatte di felicità.

Quando tutto era ormai diventato pauroso arrivò un contadino che era più buio del buio. Di lui si diceva che fosse santo e che guarisse. La regina si disse che il buio si combatteva col buio. Lo chiamò accanto al lettino del bambino. Quando il contadino passò nei corridoi del palazzo i cristalli e gli specchi si gonfiarono, come sul punto di esplodere, ma lo sguardo della regina li fermò. Comando, posso e voglio che costui giunga e guarisca, a qualunque costo. Il contadino santo pregò e il piccolo guarì. Il re e la regina videro che la luce tornava in tutti i luoghi. Da quel giorno, ogni volta che il bambino stava male, chiamavano il contadino e questi lo guariva. E il suo nome era Rasputin.

Maman siete felice? Ora siamo sette. Ora avete il figlio maschio, e sta bene.

Sì sono felice.

Ma non era più vero. La regina vedeva che la luce delle cose era tornata, sì, ma con un orlo di buio, una striscia nera che aumentava ogni volta che il contadino veniva e guariva il piccolo. Il dolore aveva fatto più acuta la sua vista, che ora discerneva quel che prima restava nascosto. Il mondo era come un enorme dente cariato. La carie scavava sempre di più. Un giorno Rasputin non venne . Il bambino iniziò a deperire. Il contadino non si poteva trovare, era sparito. Ombre nere erano sopra le fanciulle. Allora la regina capì che le favole non esistono. Non esiste neanche questa favola. La realtà vince tutto. E la realtà è sangue e tenebre, gli spari in cantina a Ekaterinburg, il sangue di maman che schizza sulle fanciulle e sul piccolo malato, la fame che spinge quegli uomini a sparare.

Voi eravate l’ultima favola Anastasia. Avete provato a scriverla, ma non era più possibile.

Scusa, stavo parlando con mia moglie. Ah, hai sentito parlare di Rasputin? Rasputin era il guaritore della favola. Certo che ne hai sentito parlare. Di questo sì che si parla…

Sono un po’ ubriaco, ti ho fatto versare troppo bourbon. La vodka va in profondità. Il bourbon ubriaca in superficie. Ma né vodka né bourbon  potrebbero cacciare la mia paura. Al primo bourbon ero solo più contento, il secondo mi ha dato alla testa e sono diventato troppo loquace. Il terzo ti fa apparire a me come attraverso un velo di pioggia e così va bene. Se ho paura di Rasputin? No. E nemmeno dei soldati o delle spie sovietiche. Ho paura di non essere nessuno, di non capire niente. O forse dico così perché ho bevuto, forse nego a me stesso tante verità. Quali, vuoi sapere? Ti dirò non una verità, perché non ne ho, ma una paura che poi è passata, perché altri dolori l’hanno cancellata. Quando ci hanno seguito e spiato.

Pensieri sparsi post-terremoto

Stanotte il terremoto è stato come una spinta nel fianco. E non finiva mai. Poi il lampadario che ruotava e il nostro cane Kate immobile davanti alla porta della nostra stanza, a occhi sbarrati. Non ci ha più lasciati, non so se per paura o per proteggerci. Grazie a Dio, i Figli erano a dormire fuori e ben lontano da qui. Bè, per ora è andata. Ma è tutto il giorno che i pensieri sono confusi e mi sento un po’ convalescente. Ad Anastasia penserò domani.

Quindi conversazioni a tema con il Marito. Non fai più la borsa da terremoto (un borsone in cui mettevo medicine, acqua, cibo in scatola, coperte, torce elettriche, soldi e qualcosa d’oro) Pesava un quintale e mi prendevate tutti in giro! Ma se si deve scappare di notte in pochi secondi è l’unica. E me lo dici adesso?

Se il terremoto fosse disastroso davvero, come quello del Seicento, e riuscissimo a salvarci, il cane certo verrebbe con noi -ma fin dove, fino a quando? Perché dovremmo nutrirlo, ma i soccorsi in quanto tempo arriverebbero? Allora forse sarebbe meglio lasciarlo andare, in modo che si possa trovare da solo il cibo più facilmente -e già il pensiero mi spezzava il cuore.
Andiamo in Umbria! Ti sembra meno sismica? Certo non ha avuto terremoti da radere al suolo intere città come la Sicilia! E qui abbiamo saggiamente deciso di non procedere nella contesa Sicilia vs Umbria. Abbiamo invece ricordato quel che è successo al nonno di mio marito, ufficiale di stanza a Messina nel 1908. Viveva lì con la moglie che attendeva un bambino. La notte del 27 Dicembre sognò una donna bella avvolta in un manto azzurro che teneva un fagotto in braccio. La donna avanzò verso di lui e aprendo il fagotto mostrò un bambino coperto di orribili pustole. Non temere, per te non ci sarà contagio, disse e sparì.

La notte del 28 l’intera palazzina dove vivevano crollò insieme alla città, ma l’angolo dove era la loro stanza da letto rimase in piedi. E così ci siamo potuti essere noi e i Figli . Perchè alcuni sì e altri no, questo è il vero mistero.

A questo punto la pasta era in tavola. Tutto piano piano è ricominciato.