Achille a Sciro,2

Perchè, caprettino, verso la cristallizzazione si va e deve andarsi, verso la rigidità e la distinzione, affinchè possa giungere la misteriosa congiunzione che ci riscatterà. Io ero al termine, ma non ero solo al termine dell’antica età, e non solo Chirone era con me: c’era il bosco intero, mutato orrendamente.

Sotto la guida del centauro vedevo riduzione di ogni cosa, distinzione e separazione, caducità, e in queste novità una bellezza nuova, un’ansia di vedere e intendere che faceva tutto fulgido. In qualche luogo e tempo lontani s’era commesso un gravissimo errore, una disubbidienza, o una negazione, e l’ombra che era presente fin dall’inizio, ma cacciata, ora vinceva e s’allungava su tutto, spingeva a un amore più grande verso ciò che brillava sull’orlo del buio prima di calare in esso. Gli dei davvero erano stanchi, e vecchissimi; nel cielo si torcevano e avvampavano, sentendo avvicinarsi ciò che sgretolava la potenza loro. Si rifugiavano nei riti, lasciavano racconti agli uomini, che intorno ad essi impazzivano. Il centauro correva con zoccoli terribili in ogni luogo del bosco, avvisava che questa diminuizione era l’inganno estremo, che non bisognava curarsene, per non rafforzarla e farla più vera –sorriderne invece, accettarla, baloccarsene; ma io vedevo che anche lui invecchiava. Preparava ancora pozioni e doni, ma solo per gli abitanti del bosco; e nessuno più veniva dai luoghi lontani dell’Ellade a cercare cure o consigli presso di lui.

A quel tempo, di notte presi a vedere la città che oggi mi tormenta, ma ancora indistinta, cinta da nebbie, più minacciosa di adesso che è tanto vicina. Nel corpo il tallone sinistro mi doleva, sembrava innalzarsi a cuneo e penetrare fin nel cuore con lunghe trafitture e scosse, un nemico, un estraneo. Il centauro allora mi accennava alla vecchiaia del mondo intero, a come prima la vita fosse lunga e felice. La mescolanza di sembianti già era uno scadimento dell’unione che al principio regolava la terra -gli alberi dianzi alla fame dell’uomo sporgevano frutti, docili il lupo e il leone dormivano presso il fanciullo e la donna; nessuna violenza, durante quel principio brevissimo. Un riflesso di quest’antica condizione lo trovavo in lui quando s’avvicinava a certe cortecce, alle erbe che usava per le pozioni: le fissava intento, in un colloquio amoroso, in una fusione colma di letizia. E io intanto nel cielo scorgevo bagliori freddi, siderali, come di metallo sconosciuto, segni dell’era nuova e triste che s’approssimava.

Chirone sapeva più di quanto mi dicesse, o piuttosto vedeva senza capire. Accennava a saggi uomini venturi, a svelamenti, a un’alleanza santissima, adamantina. Sarebbe giunto chi, avendo ascoltato la musica delle sfere, avrebbe proibito ai suoi alunni di spezzare il pane, per rispetto a Colui che l’avrebbe fatto a fissare l’alleanza eterna fra Cielo e uomini.

Io non capivo, guardavo i riflessi caldi delle lame in bronzo e la gola mi si chiudeva dall’affanno. Portavo al centauro i cinghiali che avevo ucciso nel bosco ed egli mi diceva

-Ecco, hai udito lo sbuffare dell’animale; un fruscio ed hai colto il suo sguardo, il raspare delle zampe; un tempo esso sarebbe venuto da te a capo chino e tu avresti pianto nel colpirlo-

ma a me piaceva correre a perdifiato fra i cespugli, acquattarmi e farmi di pietra e metallo per resistere alla furia del cinghiale -altro non volevo che durare così.

Le parole di Chirone, la visione sua, si spezzavano, divenivano oscure e frammentarie. Balbettava, col capo ciondoloni, come addormentato, dell’Unico, del Mediatore; Egli scorre, scorre luminoso sull’asse dei solstizi, sulla linea degli equinozi, allarga e raddrizza la croce del cielo e vi si fissa, a reggere il mondo, e il mondo intero fissa al centro di quella croce; e nel suo scorrere e brillare in duplice natura, vanifica ogni mistione di forme precedente, la fa gioco rozzo, strumento primitivo -e insieme la giustifica, l’assolve in sè sciogliendola.

-Non tutto finito, come tu dici, caprettino, e destinato a morte. Al contrario, tutto provvisorio, come incompiuto, fino al Regno.

Tutto salvato, ancora una breve attesa.

Capivo solo -nel mio sangue lo capivo, lo trovavo scritto in non umani segni- ciò che mormorava nel sonno a mio riguardo; spiavo il suo mormorio, lo catturavo e me lo ripetevo. Apprendevo così che nulla mai avrei avuto davvero, fermato ancora, per sempre, un attimo prima del compimento. Avrei amato una fanciulla che sarebbe stata sacrificata dal padre prima delle nozze con me, poi una donna morta che sarebbe sembrata un uomo, infine una nemica, una barbara intorno alla quale erano molti tradimenti: nessuna di esse avrei avuto, Le vedevo tutte queste eterne fanciulle, destinate dall’incontro con me a non conoscere nozze -l’ara del sacrificio, il ferro nel bel petto, il terrore che rende folli. Le amavo già tutte, prima di vederle e perderle, come immagini di me stesso. Crollavo: tutta la mia vita fuori dal bosco sarebbe stata una ripetizione dell’immortalità sfiorata e mancata, e quel trattenersi della mano materna era per me la forma di tutti i fatti a venire.

Achille a Sciro, 1

Teti, madre di Achille, sapeva che se il figlio fosse partito con gli Achei per Troia lì sarebbe morto, colpito al tallone che non era invulnerabile. Quindi lo nascose nell’isola di Sciro, presso la reggia del re Licomede, che aveva molte figlie e fra queste l’eroe si mescolò, vestendosi da fanciulla e lasciandosi crescere i capelli. Ulisse lo stanò con uno stratagemma: offrì alle figlie del re pettini e spade. Le fanciulle scelsero i pettini, Achille la spada. E’ la storia del riconoscimento di una vocazione.

Nella reggia di Licomede vivo sospeso. In mezzo alle figlie del monarca, così numerose ed uguali, fra i loro pettini, balsami e veli, respiro una femminilità diffusa, che vive nei molti loro corpi, non si concentra in alcuno e non si lascia desiderare. Essa mi avvolge, mi penetra con dita più sottili d’un capello sì che, quando mi specchio, non so più chi io sia, femminile la chioma e l’abito, virile il volto, i desideri nel cuore -intanto crescono i sussurri che non debbo udire, su navi in partenza, su regni turbati.

Neppure col centauro Chirone, mio maestro, sapevo chi fossi: da essere umano malinconie e timori, da creatura divina i presagi, i sogni, gli impulsi di dono e violenza, la certezza del mio valore. Egli mi teneva con sè, sulla soglia della caverna. Fuori i prati verdissimi; dentro, l’oscurità, ricca, non paurosa; noi due sul limitare. Mi chiamava capretto, mi offriva del latte, e, quando il sole era alto nel cielo, raccontava storie, che mi preparavano a questa duplicità, a queste fanciulle che mi circondano, ai capelli lunghi che mi rendono simile a loro.

Giunsi a lui ancora bambino, e disperato. Avevo respirato acqua, giocato con i delfini, il mondo intero era stato docile ai miei voleri; ma la mano di mia madre che m’immergeva nelle acque dello Stige per rendermi immortale era stata fermata da una volontà ignota e incomprensibile. Allora l’acqua amica all’improvviso mi aveva bruciato le narici, occluso la gola; poi, fuori, a me grondante fu chiuso e muto il mare, la terra apparve un campo di lotta. Una parte del corpo e dello spirito erano ancora incorruttibili, liberi ed eterei; altra parte di essi tremava terrosa e timorosa, vedeva il tempo scandito dal sole e la fine di ogni cosa e di sè; voleva esser come l’altra, non poteva. Chirone mi ha salvato, anche se mai potè spiegarmi chi avesse fermato la mano di mia madre.

Un tempo attendevo sugli scogli; mia madre immensa muoveva masse d’acqua più grandi delle terre abitate, e poi giungeva e giocava a trasformarsi sotto i miei occhi, in seppia, tonno, conchiglia, onda, e la rincorrevo sulla riva, gridando di gioia e paura; adesso nella reggia, attendo non so chi e che cosa. Nessuno giunge, eppure dovrebbe.

Sulla soglia, tra luce e ombra, per anni che mai sembrarono lunghi, a tutto partecipavo, a nulla appartenevo. Poichè in principio mi dolevo dell’essere mio diviso, mi forzavo a considerare il centauro e l’unione che lo componeva, nè più osavo lamentarmi. Infine la duplicità, l’unione di forme diverse, divenne consuetudine e poi norma e bellezza. Lo dissi a Chirone, che ne rise, e dal suo riso percossi i fiori, il cielo, i prati si scuotevano ed esultavano e un tuono s’udiva nel bronzo. Oh caprettino, mio caprettino, ti farò cadere nel latte; ti farò intendere quanto il Fato sia stanco di quest’unione e divisione piuttosto debba praticare, con una storia che accadde molto lontano da qui, narrata da un ateniese che adesso vive fuggiasco nelle selve -Atene, l’unica città che non andrà in guerra, la sola, la prediletta, che non sciupa le sue forze, che deve oltrepassare quest’età, una freccia scagliata nel futuro. Che sappiamo noi del Minotauro, che sappiamo di ogni storia?

Mi narrò che il Minotauro era buono, che voleva parole e storie di dei ed eroi, suoi parenti; che nel Labirinto voleva compagnia alla sua sventurata sorte di rifiutato. Dapprima avevo colto con gioia la sacralità della mescolanza, finalmente enunciata; poi la sua impossibilità, e molti brividi mi avevano scosso, come se avessi ricevuto un avviso. Anch’io, figlio di una dea e di un mortale, simile al Minotauro, destinato quindi a perire. Chirone mi donava pace, allargando questa fine al mondo intero, rendendola transito, spalancando alle nostre spalle epoche più felici sigillate da volontà invincibili, da torti imperdonabili.

Perchè, caprettino, verso la cristallizzazione si va e deve andarsi, verso la rigidità e la distinzione, affinchè possa giungere la misteriosa congiunzione che ci riscatterà. Io ero al termine, ma non ero solo al termine dell’antica età, e non solo Chirone era con me: c’era il bosco intero, mutato orrendamente.

Serie televisive e radici europee

Gli alunni che, in tempi pre-Covid, hanno trascorso un periodo di studi negli USA, raramente sono finiti in grandi città, più spesso in Alaska, o negli Stati centrali. Ebbene, pare che lì non si facesse distinzione tra un italiano, uno svedese, o un greco – erano tutti chiamati europei, tout court. L’Europa era vista come un blocco unitario con caratteristiche ben precise: arte, cultura, strade strette. Solo una ragazza, che ha trascorso un anno a Boston, mi ha riferito dell’ottima fama che godono gli studenti italiani : Italiana? allora sei brava!

.Questa percezione d’oltreoceano, direi monoblocco, urta contro la frammentazione che sperimentiamo quotidianamente noi europei con i suoi interessanti risvolti nelle serie televisive, questo strano frutto delle coscienze che al tempo stesso le condiziona. Vikings o Barbaren sono un’esaltazione del proprio passato nazionale e un utile correttivo all’eccessiva esaltazione della funzione civilizzatrice della romanità, già rappresentata da https://www.youtube.com/watch?v=1cg8IN1NYYM, in Brian di Nazareth.

Finalmente basta con i Romani portatori di igiene, terme, strade, ius e lex, ecc…i Romani sono i cattivi! Mi piace il rovesciamento di prospettiva, è giusto condannare l’imperialismo in ogni sua forma, però…però rileggiamo Germania di Tacito. i Germani non erano così pulitini e bellocci come nella serie.

La mia generazione

La mia generazione, grazie a Dio, non ha fatto le due guerre mondiali, come i nonni, nè la seconda guerra mondiale come i genitori. Però con mio marito abbiamo fatto un rapido conto ieri sera. Noi nati negli anni ’60, in pieno boom economico, quando sapevi che lavorando ti pagavi non solo il mutuo della casa, ma anche tutto il resto, e senza rate, abbiamo passato in sequenza: l’aumento delle tasse nel ’93, il passaggio all’euro, la crisi economica del 2008, che è stata la terza guerra mondiale in un certo senso, anche se nessuno lo dice, la prima ondata Covid e ora la seconda ondata. Non male, anche se c’è stato di peggio.

A questo punto per resistere io invoco Crozza e Zerocalcare, che sono stati capaci di farmi sorridere durante il lock down, e, soprattutto, Battiato. Maestro, ho bisogno delle sue parole, sul ponte sventola bandiera bianca.

Saggezza di ragazzi

Mamma, da quando è iniziato il Coronavirus, è tutto un addio. Come faremo a tornare come prima? Così il Figlio piccolo, che non mi è mai sembrato tanto grande come oggi.

Addio per molti ragazzi come lui agli anni di liceo, o agli anni di Università, quando nascono molte amicizie importanti, e puoi incontrare, se hai fortuna, i tuoi maestri, quelli che ti faranno fare le tue scelte ( e nessuno è davvero maestro on line, inutile raccontarsi frottole). Addio, per chi sa quanto tempo, agli abbracci agli amici e ai parenti (o ai baci, qui in Sicilia ci baciamo molto). Quanto ci vorrà per smettere di aver paura, andare con gioia verso un’altra persona, salire in ascensore con qualcuno che non sia un familiare, o vedere splendere un sorriso senza doverlo dedurre al di sopra di una mascherina?

Però le cose davvero importanti sono ancora più importanti di prima e le riconosco meglio di prima. Grazie tesoro.

Didattica a distanza

Si può fare, si fa. Ma è tristissima…

La cosa peggiore per me è pensare che è stato tutto inutile, tutte le precauzioni, le regole rigidissime e strettamente osservate, inutili. Per un mese e mezzo i ragazzi sono entrati a puntate dagli accessi più strani, sono rimasti inchiodati nei banchi, non toccavano né gesso né il computer della classe, non chiedevano nemmeno di uscire per andare in bagno, ovunque scorrevano fiumi di disinfettanti per le mani, finestre e porte ovunque spalancate, noi docenti sedevamo al centro del vento, vento impetuoso ma sempre meglio del Covid: tutto inutile.

Didattica a distanza, qualcosa in loro resta, certo, imparano meno, ma imparano. Soprattutto serve a simulare davanti ai ragazzi una quotidianità che non c’è più, a dare loro un ritmo giornaliero. In fondo in fondo, è tanto.

Una scena bellissima (il caso non esiste)

Nella mia città, o forse, più in generale, nelle città, ci sono i Raccoglitori, coloro che vivono di quel che trovano nei cassonetti. Indifferenti, sorridenti e cortesi, hanno un loro stile, almeno in questa zona: una donna sulla cinquantina, abbronzata come una sciatrice, sfoggia zaini e tute davvero carine, tanto che solo guardandole le mani si capisce la sua attività; il ragazzo ungherese che parla da solo e indossa sempre giubbotti col cappuccio, anche d’estate, declinando con fermezza e gentilezza ogni offerta di magliette a maniche corte.

Ieri pomeriggio ero con Kate, la mia cagnolina, in una via un po’ defilata rispetto alla principale. Un uomo anziano, dritto e dal bel viso, con indosso giacca e pantaloni lisi e un cappello a larghe tese, si avvicinato al cassonetto della spazzatura e ha iniziato a mangiare qualcosa che prendeva dall’interno, con calma e signorilità, come se spilluzzicasse patatine al tavolo di un bar elegante.

E’ stata una pugnalata. In un lampo ho pensato di dargli dei soldi e subito dopo con dispiacere ho realizzato che ero uscita senza borsa e quindi senza portafoglio, come sempre quando esco col cane. Ebbene, proprio allora, un’automobile ha inchiodato e la ragazza che guidava è scesa, si è avvicinata all’uomo, gli ha detto qualcosa, che non ho udito a causa della distanza, e gli ha messo in mano una banconota. L’uomo sembrava confuso e si è allontanato lento, come se passeggiasse con una bella signora.

Uno spettro si aggira per l’Italia

Ed è un nuovo lock down. Nessuno lo dice, molti lo pensano e lo temono.

Ragazzi, qual è stata la prima cosa che avete fatto dopo il lock down? La maggior parte è andata a trovare i nonni. Alcuni hanno visto un amico/a. qualcuno ha mangiato un hamburger da Mc Donald. Tutti hanno detto come è stato strano rivedere gli altri, come quando si esce per la prima volta all’aperto dopo una lunga malattia.

A scuola sono sono splendidi: mascherine, distanziamento, banchi sui pallini rossi, puntualità nella didattica a distanza, non escono neppure per andare in bagno.

Spero e prego che tutto questo basti: chiuderli di nuovo sarebbe terribile per loro.