Irlanda 2018, 2

Alcune donne e alcuni bambini in Irlanda hanno i capelli dello stesso colore della Venere di Botticelli,  E il cielo va a cento all’ora, super accelerato.

Si sente nelle strade, nei visi delle persone, che la crisi economica è finita per loro. Però questo non li rende arroganti. Hanno la gentilezza di chi si sente immeritatamente benedetto. God bless Ireland.

 

Irlanda 2018, 1

Di nuovo Dublino, in una di quelle belle giornate di sole, così  rare in Irlanda. Credo che in giorni come questo si sbrighino a fare tutte le foto per i sti turistici, per presentarsi al meglio.

Ero con i Figli in visita alla casa di Joyce e il custode ha chiesto al Figlio grande perché tanti italiani la visitassero. Perché lo studiamo a scuola, risponde lui. Il custode rimane di stucco e il Figlio piccolo aggiunge: dopo andiamo alla mostra di Yeats, studiamo anche lui.

Il custode ha vacillato e si è messo seduto, mormorando non so cosa.  Che figurone! La tanto bistrattata scuola italiana almeno serve a questo, a far stupire della cultura dei nostri ragazzi. A cosa questo serva oggi, è un altro paio di maniche 🙂. Ma a me sta bene così, che si consolino con i versi di Yeats durante i giorni bui, quelli niente al mondo potrà mai rubarglieli.

Antropologia parziale dei vecchietti fuori dal bar

I vecchietti seduti fuori dai bar sembrano tutti uguali, ma non lo sono. Almeno, non in Umbria e in Sicilia, e ciò merita un piccolo profilo di tipo antropologico.

In Umbria i vecchietti sono senza cappello, siedono a testa alta fuori dal bar d’elezione, quello dove per anni hanno bevuto un bicchiere di vinello al mattino, quand’erano giovani, e che ora li accoglie -una specie di Bar Mario di Ligabue. Fissano ostentatamente i passanti, senza timore, e commentano ridendo fra loro. Non con lo spirito caustico dei toscani, che ha sempre una venatura politica, un voler indurre a riflessione la comunità tutta. No, lo fanno solo per divertire il vicino di sedia, l’amico di una vita -l’intenzione è purissima. Tra pochi discorrono e tra pochi ridono, mentre il malcapitato oggetto dei loro sguardi arrossisce.

I vecchietti siciliani hanno coppola, camicia bianca lisa, bastone e guardano a terra. Apparentemente indifferenti, notano tutto, ma non commentano sul momento. Dopo, dopo che è passato il forestiero, dopo che è passata la bella donna ondeggiante sui tacchi, traggono massime di vita, perle di saggezza ad uso della comunità dei giovani, i quali devono pur apprendere che tutto non vale niente ( ad esempio: e cchi sà ffari! trad. non possiamo fare altro che guardare).

Inutile dire che li amo entrambi, entrambi necessari, non solo a me, ma a tutti.

Salerno-Reggio Calabria, 11 agosto 2018 (corso di sopravvivenza)

strait-of-messina-2643870_1920Questa ieri era la destinazione finale: lo Stretto di Messina, dove prendere un traghetto della Caronte e raggiungere finalmente casa. Lungo la Salerno-Reggio Calabria, le solite cose: la corsia d’emergenza non ancora presente ovunque, gli autogrill terribili con i bagni sempre piu’ decadenti man mano che si va verso Sud, accanto negozietti dove fanno ottimi panini, ben superiori a quelli degli autogrill, immangiabili a 3 nanosecondi dal raffreddamento, il castello di Castrovillari, alto sopra la galleria, che ogni anno perde un pezzo senza che nessuno faccia niente.

Già mi aspettavo, dopo Gioia Tauro, il lampeggiare della cuspide nord-orientale della Sicilia tra una galleria e l’altra, che è di una bellezza incomparabile, quando invece lampeggia il cartellone Attesa di 3 ore per l’imbarco a Villa san Giovanni. Ci guardiamo con mio marito: 3 ore, si può fare, il cane sopporterà (la nostra amata Kate, come la principessa).

Qualche chilometro prima dell’uscita di Villa, la fila era ferma, a doppia corsia. L’uscita era chiusa e bisognava proseguire fino all’uscita successiva, senza incontrare autogrill, e poi si veniva dirottati su una stradina di campagna che si arrampicava verso un paesino. In cima la fila girava e tornava verso l’autostrada. Per fare questo, circa 20 km, abbiamo impiegato 3 ore e mezzo, deducendo che il cartellone quindi si riferisse al tempo di attesa nel piazzale dei traghetti. Benvenuti al Sud, dove niente funziona, ripetevo amaramente fra me e me. Noi non avevamo acqua, né cibo, e la benzina, che in condizioni normali sarebbe bastata per arrivare fino a casa e oltre, diminuiva vertiginosamente per la necessità di tener acceso il motore e avere l’aria condizionata. (alla radio di tutto questo non hanno detto nulla: diffidate dei bollettini del traffico, per favore!). Il cane era fuori di sé. L’ ho fatto scendere, tanto eravamo bloccati da 20 minuti, e facendo due passi, ho avvistato un camioncino della Protezione Civile che distribuiva bottigliette d’acqua minerale gelata. La gente si assiepava intorno e io con gli altri. Quando è stato il mio turno, non ho avuto il coraggio di chiedere un’altra bottiglia per il cane, quando le persone erano tante e le bottiglie poche.  Mi stavo allontanando, risoluta a dare al cane metà della nostra acqua, quando mi sono sentita battere sulla spalla –Signò, favorite un poco d’acqua pe ‘sta povera bestia!– era uno della Protezione Civile, che aveva spaccato una bottiglia vuota e poi l’aveva riempita d’acqua, per far bere Kate. L’antica cortesia del Sud Italia, l’ospitalità greca. Benvenuta davvero, stavolta senza amarezza, solo con il sentimento di essere stata ingiusta poco prima.

Qualcosina per la Madre Terra

Persino san Francesco, che chiamava tutto fratello e sorella, ha definito Madre la Terra. La Tellus dei Romani, raffigurata nell’Ara Pacis in atto di allattare placida due gemelli. E’ così che la vedo.Confesso di essermi un po’ fissata con il rispetto verso il nostro pianeta. E ho valutato che ben poco posso fare se non:

  1. procedere al rifiuto della plastica. Metterò un filtro al rubinetto della cucina ed eleiminerò le bottiglie di acqua minerale. Per il resto, auspico un ritorno alla distribuzione porta a porta di alcune cose come il latte, in bottiglie di vetro da rendere ogni settimana, dietro buono sconto, come si faceva un tempo.  E di procedere, appena sarò in pensione, cioè, ahimè, fra troppi anni,  all’autoproduzione di quasi tutto.
  2. Intanto autoproduco detersivi. Bastano due sostanze, l’acido citrico e il percarbonato di sodio, per fare quasi tutto a impatto ambientale zero. E i risultati sono molto, molto migliori di quelli dei comuni detergenti. Ne vale la pena anche se si deve perdere un po’ più tempo. Per il loro corretto uso v. https://www.mammachimica.it/, un sito splendido, onesto, non filoindustria, né filogreen. La verità, pura e semplice, finalmente.

Figlio e musica

Per il Figlio Più Grande entrare in macchina e accendere l’autoradio è un unico, sinuoso movimento. Non accende il motore se non c’è musica, anzi di più, la canzone che ha in mente in quel momento. Non importa che sua madre lì accanto abbia fretta, faccia tardi al lavoro: la vera benzina è la musica. In fondo lo capisco. Non per niente  Platone conosceva bene il potere della musica…

Winter is coming, yes

Nel dolce paesino umbro dove mi trovo in vacanza, una dolce vecchina camminava davanti a me. Abitino a fiori, sportina della spesa piccola piccola, da chi vive da solo, capelli candidi come, credevo, i suoi pensieri. Tenera, poetica, un santino quasi. Invece si ferma per la salita e prorompe in -Mondo coione!-  Sic. Delusione.

E poco dopo vedo la pubblicità del palio della Mannaia: Delusione – Winter is coming, davvero, anche qui.

Cibo di campagna

IMG_2285In mezzo alle colline umbre, così simili a quelle di Piero della Francesca, un locale nascosto e sguarnito, che chiamare trattoria sembrerebbe eccessivo. Affollatissimo, perchè il cibo era squisito.

Ai tavoli rubizzi vecchietti in canottiera che facevano fuori anche due o tre piatti della stazza di quello in foto, mangiando come se non ci fosse un domani.

 E si capisce il motivo, perchè quelle tagliatelle erano fatte a mano e freschissime, con le uova delle galline che razzolavano felici nell’aia dietro il caseggiato. ne ho assaggiate un po’ e l’effetto è stato quello della madaleine di Proust, un ritorno dirompente , splendido, a quando ero bambina in campagna e si facevano le feste per la trebbiatura. era un momento speciale. Dalle colline vicine tutti i contadini erano scesi a dare una mano, così come noi avevamo aiutato per la loro trebbiatura. A lavoro finito, dopo il tramonto, sotto quattro lampadine si ballava e si mangiavano enormi quantità di tagliatelle come quelle di ieri. Si faceva festa tutti insieme, e per un momento non contava chi avesse avuto di più e chi di meno: si era felici del grano che ritornava e della fatica che finiva.

A confronto l’impersonalità del lavoro agricolo di oggi è terribile. Resta solo qualche posto che offre le stesse tagliatelle, ed è già tanto così.

Il pranzo dei morti, 15

Donna Cubitosa si avvicinò lentamente al gran letto. Le cortine erano chiuse e per terra giacevano gli abiti del marito, come la muta di un serpente. Tese la manina grassa per scostare il tendaggio e un’altra mano afferrò la sua, tirandola dentro.  E cadde sulle lenzuola candide come se facesse un tuffo in mare e in piena allegria lei e il marchese si uinirono ridendo; e ridevano delle pene inutili, del desiderio e della vita che tornavano, come sempre tornano se uno vuole, dei tradimenti sciocchi e inutili, delle sofferenze che ora, lo vedevano bene, erano un nonnulla.

Poi, dopo l’amore, il marchese, affondato tra le braccia della moglie, mormorò del suo risveglio, come da un brutto sogno.

Non era stato, no, come una torcia accesa nelle tenebre, o come il sole all’alba, bensì qualcosa di molto più radicale; non una luce dall’esterno a diradare un errore, ma più una ricostruzione rapidissima; un essere rimesso a posto pezzo per pezzo. Mentre quella sera faceva l’elogio della durata e della certezza davanti all’amico Lancia che sembrava sprofondare sempre di più nella sua sedia emanando intorno a sé buio, che spegneva la foglia oro di braccioli e schienale, aveva sentito di salire verso l’alto, insieme al calice col quale stava incitando al brindisi, e intorno c’erano bisbigli lieti e occhietti approvanti, mentre si alzavano le perdute cose e ritrovava tutto ciò che aveva creduto morto e finito. In un gran marasma aveva sentito come se qualcuno gli staccasse la testa, la ruotasse e la rimettesse sul collo, di modo tale che aveva visto sotto una diversa angolazione. O meglio, come se un architetto chiudesse una finestra su una parte e la aprisse in quella opposta: tutto era cambiato in un lampo.

E questa visione nuova di un attimo tanto l’aveva messo sottosopra che era svenuto; ritrovandosi poi nel letto con una gran forza e vita che scorreva veloce, carica di sangue, in tutto il corpo.

E quando, poco prima di Natale, nove mesi dopo nacque Salvatore, tutti fecero visita per rallegrarsi con donna Cubitosa che nel gran letto da puerpera splendeva come un sole sotto ai ricci neri, più grassoccia che mai, mentre nessuno badava al marchese seduto presso la moglie. Ma lui era contento così, perché sapeva che era giusto e la chiamava regina, baciandole la manina, e signora del mio cuore. Quando il piccolo Salvatore piangeva, donna Cettina, senza più badare al marchese, lo recava in fretta alla marchesa affinché lo allattasse, anche davanti a tutti. Gli altri quattro figli giocavano rumorosamente nelle stanze adiacenti.

Lo zio del marchese era morto per l’Immacolata, spegnendosi senza dolore nel suo letto come una candela. L’eredità che sarebbe giunta avevano deciso che sarebbe andata sulle terre di Giarratana, per rifare le canalette d’irrigazione , le case dei contadini, per lo scavo di un altro pozzo più profondo e il restauro della casa padronale.

La vigilia di Natale vennero in visita il principe Lancia, il barone di Ripasaltas e il conte d’Ingalbes, recando un dono per il piccolo. Donna Cubitosa non li vedeva dal pranzo che le aveva salvato il marito. Sembravano prosciugati, il principe pieno di rughe intorno a occhi e bocca, il Ripasaltas con un’espressione di sussiego e disprezzo, come se altre non ne conoscesse, e il d’Ingalbes magrissimo, con i vestiti che gli cadevano di dosso.

Sembrano morti, si disse donna Cubitosa stringendosi al seno Salvatore e sbirciando il marchese sorridente. Sentendo in pieno tutta la benedizione che l’aveva coperta nel periodo tremendo della malattia di suo marito, sentendo anche che doveva ringraziare con qualche offerta il Qualcuno che da Lassù li amava, pensò a cosa poteva fare per i tre gentiluomini. Per il Ripasaltas una raccomandazione al Vicerè di Spagna che lo portasse ancora più in alto a corte, visto che mai era contento della posizione che occupava, pur essendo notevolissima; per il d’Ingalbes avrebbe disposto, a vita, l’invio del pranzo e della cena che il monsù preparava per i marchesi; e per il Lancia? Per quanto cercasse in cuore, non trovava nulla che si potesse fare per lui, nulla che potesse essergli gradito o desiderato, avendo egli già conosciuto e sperimentato tutto e di tutto essendo deluso e annoiato.

E mentre sospirava di pena lasciandosi andare indietro sui guanciali, credette di cogliere negli occhi del principe fissi su di lei una luce strana, che non voleva chiamare in nessun modo.

Lui tornò ogni giorno, a orari imprevisti, e quella luce strana era sempre più forte, finchè, un mattino che il marchese era stato chiamato da Gerlando per ricevere gli amministratori e lui e lei rimasero da soli, la luce invase il letto della marchesa come un’ondata e nell’ondata c’era il principe che le si faceva addosso mormorando parole dolci, e si alzavano stoffe e si levavano panni.

Donna Cubitosa non aveva mai detto no in vita sua, se non alla morte quando il marchese era malato; e non aveva ricevuto un No l’unica volta che aveva supplicato in vita sua, quando aveva chiesto per il marito.; non conosceva il No. Restò quindi immobile e senza fiato, accogliendolo tra le braccia, come accoglieva tutto e tutti, anche i dolori che le aveva inferto il marchese, stringendolo piano con tenerezza, come faceva col piccolo Salvatore. Il principe piangeva senza singhiozzi, con lunghe lacrime che scendevano fino al collo della camicia; ma non sembrava disperato, piuttosto commosso, o liberato di qualcosa.

Da quel giorno, di tanto in tanto, il principe la visitava. Il marchese non sospettava nulla: riceveva lieto l’amico, ma non passava più notti intere a giocare a faraone, e dopo una mezz’ora di conversazione si allontanava a curare i suoi affari, a ricevere amministratori e capomastri, a visitare feudi, lasciando l’ospite alla moglie.

Gerlando e le cameriere fingevano di non vedere, solo un sorriso smorzato faceva abbassare gli occhi di Cettina, che sembrava quasi soddisfatta quando incrociava il visitatore.

Il principe arrivava cupo e pieno d’ombra; e andava via lieto. La marchesa lo accoglieva come quel giorno prima di Natale. Sorridevano sciogliendosi. Cubitosa non si chiedeva nulla, non voleva nulla, non voleva neppure dolci parole e tenere, false promesse d’amante. Capiva che lui cercava conforto e sostegno andare avanti, niente di più, e non glielo negava. Di vita lei ne aveva tanta: che gli altri attingessero.

Promemoria per il troppo caldo

  1. Indire una raccolta firme per un monumento da erigere in tutte le piazze d’Italia all’ignoto inventore dell’aria condizionata. Ne abbiamo tanti dedicati a imperialisti sanguinari, ne voglio uno per questo benefattore dell’umanità.
  2. Non credere ai consigli sui giornali e on-line su come tener fresca la casa senza aria condizionata. Anche se tieni tutto chiuso di giorno, quando all’esterno ci sono 40 gradi, come oggi, dentro ce ne saranno sempre e comunque 32.
  3. Reprimere il senso di nausea e le lamentele quando ti alzi alle 5,30, i vetri e gli infissi già bollono, il cielo è bianco e il sole rugge. Vomitare e lamentarsi non cambierà le cose.
  4. Non credere a chi ti dice che andare al mare ti rinfrescherà. Non è vero, il mare è una fornace e il tragitto all’andata e al ritorno sarà mortale.
  5. Fare le valige all’istante: chiara, fresca, dolce Umbria!